e se ne fregano della sip

L’altro giorno stavo per comporre il numero di cellulare della mia socia Alisia e ho avuto un attimo di incertezza.

Non era esattamente che non me lo ricordassi. Era più un attimo di panico che bloccava il solito meccanismo automatico che parte con 338.

Il fatto è che ci stiamo dimenticando i numeri di telefono.

Io forse sono una delle poche persone tra quelle che conosco a ricordarne a memoria un bel po’ (e non lo dico per tirarmela, anche perché, nel panorama dei talenti, dire “oh, beh, sì, modestamente, non so cantare né ballare né disegnare né niente, però in quanto a ricordarmi i  numeri di telefono non mi batte nessuno” non equivale esattamente al mio standard del sentirsi figa).

In realtà mi rendo conto che li sto dimenticando quasi tutti. Sarà il tasto della chiamata automatica o il fatto che con questo pout-pourri di rubrichette elettroniche ti risparmi l’immane fatica di ricopiare di volta in volta i numeri sull’agenda, che era poi anche uno dei metodi più validi per impararli e ripassarli.

Insomma, ci sono numeri di telefono di persone carissime conosciute negli ultimi anni che non ho semplicemente dimenticato, non li ho proprio mai saputi. In compenso mi ricordo a memoria il numero di cellulare di certi fidanzati remoti, quelli che mi ricordano con tanto affetto, che se mai li chiamassi per errore mi denuncerebbero per stalking e molestie aggravate.

Il fatto è che mi dispiace dimenticare i numeri di telefono.

Mi dispiace già in generale dimenticare cose che un tempo erano pane quotidiano, ma il pensiero di non sapere più il numero della mia vecchia casa in corso Regina, numero che peraltro non corrisponde più a niente, mi fa sentire come se stessi perdendo un pezzo della me stessa che abitava in quella casa e che con ansia, a tredici anni, da una cabina telefonica di Oxford Street, sillabava cautamente all’operatrice telefonica inglese la prima frase che ti insegnavano quando andavi in college in vacanza studio: “Hello, i would make a collect call to Italy, plìz“.

E da lì mi lanciavo nello dabol ziro-thortinain che preludeva al numero di casa. E anche se casa non mi mancava affatto, perché mi stavo divertendo come una pazza, quel numero lì era la parola magica per sentirsi vicini, casomai.

Poi va beh. Siamo grandi.

E succedono quelle cose tipo che ti muore il cellulare all’improvviso (all’improvviso è una parola un po’ forte, diciamo che si poteva fare una riscrittura della cronaca di marquesiana memoria in chiave Nokia, ma ogni volta che il tuo telefonino ti lascia è sempre lo stesso, inatteso dolore), e perdi metà dei numeri che avevi memorizzato.

In molti casi non è una gran perdita, perché tendo a tenere il numero del pronto pizza che ha chiuso da sei anni come quello dell’appartamento che affittavano per l’estate a Valencia più svariati numeri telefonici di parenti di vario grado degli ex, quelli stessi di cui sopra.

Il dramma è quando poi ti telefona qualcuno e non ti dice chi è ma ti parla con gran confidenza per dieci minuti, per cui, sì, è indubbio, cercava proprio te. Non ha sbagliato numero. E tu non hai idea di chi cazzo sia e la voce, sì, beh.

Un po’ ti suona, ma non riesci ad associarla a nessuna faccia, zero. Nada surf. E quindi menti, anzi, affabuli. Cerchi di carpire informazioni con domande casuali che neanche i funzionari della Stasi. Ma non ci riesci.

Che se ci riuscissi, dove finirebbe l’impareggiabile sense of humor del destino?

Ci sono dubbi che ti resteranno per tutta la vita. E l’identità del chiamante dell’altroieri è uno di quelli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *