My body the hand grenade

Sabato mattina mi sono fatta una foto.

Ero in bagno, mi stavo lavando e mi sono accorta di avere in alto, sulla spalla destra, un livido perfettamente tondo, che Iddio solo sa come mi sono fatta.

Questa cosa dei lividi che non so come mi escano fuori è proprio rappresentativa di me, un po’ perché ho la pelle chiara e facile ai bolli, un po’ perché sono distratta, mentre mi muovo penso ad altro e nel frattempo colleziono spigoli [disdoita, diceva mia nonna].

Ho fatto una foto per metterla su Instagram, era una cosa buffa del mio quotidiano, e i social, non so, li uso per raccontarmi, credo. Su questa cosa del perché uso i social non ci sono ancora risposte definitive, ma immagino che dire di me al piccolo mondo che mi segue [prevalentemente formato da persone che mi conoscono, no grandi numeri, no party] sia la ragione numero uno.

Poi ho guardato la foto, l’ho guardata bene, e mi sono detta: ammazza che foto da strappona. Non che si vedessero nudità rilevanti, e neanche espressioni languide [non ci riuscirei neanche se mi dessero dei soldi, a fare la faccia sexy], però mi sono chiesta: ma che è ‘sta roba? Insomma, sono io?

La foto non l’ho poi pubblicata, ho finito di lavarmi i denti e sono andata a lavorare come al solito, e il pensiero e la foto sono rimasti lì, in sottofondo.

Venerdì sera sono andata alla presentazione di Tutte le ragazze avanti, un libro appena uscito, che racconta che cosa vuol dire crescere femminista adesso, che ha undici voci e una curatrice, Giusi Marchetta, che maneggia i  temi grandi con precisione e forza.

Durante la serata sono venute fuori un sacco di riflessioni e di esperienze personali, e, tra le varie cose, si è parlato anche del corpo femminile. Si è detto che spesso, relativamente al nostro corpo, alla sua immagine e all’uso che ne facciamo, due  sensazioni predominano sulle altre: vergogna e colpa. Che femminismo oggi significa anche capire da dove vengono, queste due emozioni negative, e come estirparle.

Dal linguaggio, dal contesto, dalla società, dai pregiudizi interiorizzati, dall’educazione.

Venerdì a pranzo mi è capitato di parlare con l’Orso di Non è la Rai. Io gli ho raccontato che quando è uscito – era il 1991, avevo 11 anni – non l’ho mai guardato. Ricordo chiaramente mia mamma che mi diceva che non era d’accordo che lo vedessi perché pensava che desse un’immagine distorta del corpo delle ragazze, e che non era in linea con le cose che stava cercando di insegnarmi.

Va detto che a casa mia non c’è mai stata censura di nessun tipo. Libri, film, programmi tv. Al massimo certe cose, tipo Sanremo o Miss Italia, non le guardavo perché facevano schifo ai miei genitori che preferivano cose pallose tipo i documentari sullo sbarco in Normandia, e via, a pupparmi riprese tremolanti in bianco e nero e voci funeree per ore e ore.

[Tutt’ora odio i documentari, anche quelli fighi di Netflix, anche quelli super pop di leone e gazzella in lotta per la vita].

Poi va detto che qualche puntata di Non è la Rai l’ho guardata lo stesso, quando andavo a pranzo dalle mie compagne di scuola, o, da più grande, perché ne parlavano tutte e io ero stufa di non sapere mai un cazzo.

Però questa cosa della disapprovazione materna devo averla interiorizzata, perché la me stessa del 2018 con il famoso senno di poi pensa che Non è la Rai fosse proprio un programma di merda, e anche abbastanza inquietante, a dirla tutta. Questa cosa dell’inquietante non riuscivo tanto a spiegarla all’Orso, che mi diceva, e vabbè, erano ragazzine, ballavano, i maschi le guardavano per farsi le pippe, le femmine per i balletti, che male c’è.

Una delle cose secondo me inquietanti è che le pippe sulle dodicenni se le facevano anche – soprattutto? – i cinquantenni del 1991.

L’altra cosa, è che mi chiedo: ma se al posto delle ragazzine ci fossero stati dei dodicenni impuberi, in maglietta e hotpants, inquadrati da sotto, che attorniavano una donna adulta, con mossette leziose e baci e abbracci, continueremmo a trovarlo normale e appropriato?

Quello che abbiamo salvato a livello di generazione da Non è la Rai, è, io credo, un gusto un po’ nostalgico del trash pop, del come eravamo, senza stare troppo a interrogarci sulla liceità di quel tipo di rappresentazione del corpo delle ragazzine.

Quello che io ho salvato, invece, è il senso del dubbio che mi è stato instillato da un blando divieto – facile a scavalcarsi, perché, come dicevo, qualche volta quel programma l’ho ben guardato, e a nessuno è mai venuto in mente di sgridarmi per questo. Ma c’era quindi qualcosa su cui riflettere, se una famiglia che non mi aveva mai dato censure culturali aveva invece scelto di farlo in quel caso.

Forse allora, per la prima volta, ho iniziato a pensare a un modo per rappresentarmi al mondo che fosse mio, e che fosse staccato da determinati stereotipi ammiccanti, di persona che esiste davvero solo sotto lo sguardo di approvazione altrui.

Da quel momento in poi c’è stata tutta una strada fatta di capelli verdi, pellicciotti rosa, carboidrati e diete, spavalderia e inopinata timidezza: è un percorso, non è ancora finito, ma se mi guardo allo specchio – o in una foto – so distinguere quando sono io da quando non lo sono, senza colpa né vergogna. Ci sono voluti quasi quarant’anni, e non ho mica ancora finito. Anche perché i mezzi e i modi attraverso i quali il mondo mi vede sono in continua evoluzione, e prenderci le misure significa dare continuamente un’aggiustatina qua e là.

Se quindi sabato mattina mi sono fatta una foto per postarla, e non l’ho postata, è perché, a conti fatti, non era rappresentativa davvero di me. Secondo il mio parere personale, che è poi l’unico che conta, quando parliamo dei nostri corpi.

La libertà che auspico per tutte le ragazze che ci sono e che verranno, quando escono per strada o quando mettono una foto online o quando si tolgono i vestiti dietro la porta chiusa di una camera o quando vanno al mare a mostrar le chiappe chiare, sta nel sentirsi a proprio agio con quello che decidono di mostrare di loro, a livello emotivo, a livello fisico. Nel non accontentarsi del così fan tutte. Nell’abbracciare la propria identità ideale senza perdere d’occhio la propria identità reale.

E forse anche nel decidere di tenere qualcosa per sé, non, ancora una volta, per vergogna o per senso di colpa, ma per la bellezza di sapere che c’è qualcosa di segreto e prezioso che non ha bisogno di essere condiviso.

E che nonostante questo esiste e splende lo stesso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *