Shine on until tomorrow

Sono stata una bambina brava un po’ capricciosa, un po’ viziata, ma brava.

Lo dice chi c’era, io non ricordo, ricordo solo il tappeto peloso del tinello, la spazzola di Snoopy col sonaglino nel manico, addormentarmi nei viaggi verso il mare con le briciole dei biscotti Prince incastrate tra il collo e il mento.

A me piace ancora dormire in macchina quando gli altri guidano, che siano tragitti brevi o lunghi conta poco, quello che conta è il torpore immediato, chiudere gli occhi, fingere che ci sia qualcuno che pensa a me, che conosce la strada, che mi condurrà sana e salva fino al termine della notte.

Dormo in macchina, dormo in aereo, e in treno, ho dormito anche sulla metropolitana che portava a Coney Island, dormire quando tutti sono svegli è più facile, è un esserci non esserci, se dormo quando anche il resto del mondo è assopito e mi sveglio con un dolore incastrato in gola nessuno lo vedrà, nessuno se ne accorge, sono sola nel buio e tocca a me occuparmene, far uscire i mostri da sotto il letto, sedermi con loro ed escogitare un piano che ci accompagni fino all’alba.

Sono stata una bambina brava, un po’ timida, un po’ curiosa, ma brava.

Lo dice chi c’era, io non ricordo, io ricordo ancora a memoria le righe di certe storie che mi raccontavano, la cicatrice sulla gamba di mio nonno, l’odore della stufa a cherosene, qua mi raccomando non toccare che ti bruci.

E io obbedivo, mi sarei bruciata lo stesso ma quando ormai era una responsabilità mia e di nessun altro, c’è uno scatto tra l’infanzia e l’età adulta in cui prendi confidenza con le cose che scottano e tagliano e pungono, impari a manovrarle e quando poi ti feriscono le guardi con stupore, come se fosse un tradimento, un attimo di disattenzione e ti fai male, non conosciamo mai abbastanza i segreti delle cose che usiamo tutti i giorni.

Che ce ne facciamo di quello che eravamo?

Di quello che dice chi c’era a guardarci, degli oggetti che sopravvivono alla fine delle fasi della nostra vita e alle persone che erano con noi, che cosa ce ne facciamo dell’idea di noi stessi che emerge dal racconto del passato?

Usiamo i pezzi di noi che sopravvivono alle tempeste come radici, come inchiostro, come mattoni, come coperte.

Ascoltiamo gli altri raccontarci.

Il segreto è forse non voltarsi del tutto, ma guardare indietro di sbieco, da sopra la spalla, cogliere un dettaglio, un colore, un frammento.

Lasciar andare gli inverni e dirsi che in fondo è primavera.

[Consiglio di lettura: Gli anni, di Annie Ernaux, L’Orma editore].


One thought on “Shine on until tomorrow

  1. momo

    “Guardare di sbieco”, mi piace. Sono una che non ricorda un tubo e per questo scava e indaga, registra come può e cerca senza sosta di vedersi meglio. Grazie sempre, Beatrina, parole essenziali che distendono.
    In fondo è primavera, hai ragione, e poi le mie dita stasera profumano di fragole.

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