Love is everywhere, beware

C’era una volta una sera di maggio.

Ero in una bolla, sai? Una bolla di vetro. Resistente. Di quelle che non passa l’aria ma scende la neve anche ad agosto. Di quelle in cui fa freddo sempre.

Pensavo che non si piange nel baseball, e che non si piange alle feste di compleanno, e che in generale non si piange se non in caso di estrema necessità, si piange sotto la doccia o in macchina da sole, ma la buona regola è che si sorride, o si sta serie e forse un po’ pensierose, appena appena. Sottotono ma non in maniera plateale, quel sottotono che solo se guardi da vicino si vede, e chi si prende la briga di guardarti da vicino lo sa già.

Eppure io stavo proprio per mettermi a piangere al compleanno di E., e non per me, no. Avrei anche avuto dei motivi – non in quel momento specifico, ma diciamo che la mia vita si stava frammentando malamente, era un insieme di coltelli che tagliavano, ecco – era maggio, il mondo fioriva e dentro me, intorno a me, scendeva la neve ed era tutto bianco e freddo, ma non avrei pensato di piangere, avevo ghiaccio al posto del cuore.

Eppure non avrei pianto per me, avrei pianto per E. e L. che pure erano bellissimi e si meritavano qualcosa di meglio delle mie lacrime, si meritavano applausi e fuochi d’artificio e lanterne nella notte verso la strada di casa. Si meritavano standing ovation e stage diving.

A me le persone, quando sono inconsapevoli del loro splendore, e felici, fanno quell’effetto lì. Vorrei organizzare per loro celebrazioni su scala internazionale, portarle in trionfo, stare a guardare mentre il mondo si inchina e batte le mani e grida bravò! Bravò!

E. era un cigno, L. la guardava con quella faccia che mi dispiace per voi se non l’avete vista e ve la dovete solo immaginare. C’era un baluginare di stelline, nell’aria, una leggerezza buffa e perfetta, di quella che non ha bisogno di didascalie per essere spiegata.

Basta esserci e pensare, ok, ho capito che cosa volevi dire quando parlavi de i ragazzi che si amano non ci sono per nessuno. Però, Jacques, scusa se te lo dico. Non so se era licenza poetica o una di quelle cazzate che ci credi veramente quando le dici. Ma secondo me, questa presenza assenza, non era una cosa riservata al primo amore. Può anche capitarti, che ne so, al decimo. Al trecentesimo. Al secondo. Il secondo amore, sembra sempre quello più sfigato, poi magari invece.

Quello che mi arrivava a ondate addosso in quel momento, che appannava col suo calore la mia bolla di gelo, era la consapevolezza che l’amore è inequivocabile.

L’amore non può confondersi. Può mordere o baciare, ma non lascia spazio a dubbi.

Infatti credo che se facessi un sondaggio fra le persone che erano lì quella sera, e chiedessi loro, ma tu ti ricordi? Loro mi direbbero, ma sì, certo, ovvio. Era una meraviglia da guardare.

E avrei pianto, perché che cosa so io dell’amore? Tutto quello che credevo era sbagliato, eppure ero ancora capace di riconoscerlo nelle facce della gente, nei gesti che guardavo da dietro un vetro. Era triste e incantevole.

Guardavo E. e L. e pensavo che in fondo ero fortunata, a riconoscere una cosa così pulita e nitida, a poterla ancora guardare da fuori, con dolore, forse, ma senza invidia, senza schernirla, lasciandomi contagiare. Al netto dello squallore e dello schifo delle mie insulse vicende personali.

Volevo benissimo, a E. e L., in quel momento più del solito, volevo loro benissimo perché si amavano e mi ricordavano che quell’amore – inequivocabile – scaldava il mondo anche senza di me.

E ci sono giorni in cui penso che non mi sentirò al caldo mai più, e ci sono giorni in cui mi domando se mi sentirò mai più al sicuro, e ci sono giorni in cui non ha importanza, e ci sono giorni in cui mi chiedo quante volte posso ancora spezzarmi il cuore da sola, e ci sono giorni in cui va tutto bene, tutto mi appartiene e io non sono di nessuno, come diceva Nina Berberova.

Giorni in cui mi sento eccezionale, giorni in cui mi sento una sfigata terminale, giorni signore prendimi, giorni spavaldi e buffi e lisci, senza pieghe in cui nascondersi.

Giorni in cui non mi chiedo un cazzo perché non ho neanche il tempo di andare in bagno in santa pace. Giorni tersi, giorni pigri, giorni elettrici.

E ci sono giorni in cui penso a E. e L. quella sera di maggio, e li ringrazio fortissimo per essere quello che sono, per esserlo stati davanti agli occhi di una ragazza in una bolla di neve.

E ci sono giorni di parole, giorni di musica, giorni di silenzio. Ci sono giorni.

Righe tracciate nella sabbia, da non oltrepassare più. Coraggio, e vulnerabilità con cui scendere a patti. Cerchi nell’acqua, che si allargano fino a sfiorarti. Notti senza sonno. Mani tese, che mi hanno tenuta mentre cadevo. Di persone che a volte secondo me manco lo sanno, che cosa hanno significato per me le loro parole, la loro presenza, un sorriso o un messaggio. Io spero di sì. Spero che lo sappiano, che cosa hanno significato per me, anche quando ero un po’ matta e non sapevo dirlo.

Adesso il freddo c’è davvero. E forse questo aiuta a riequilibrare la differenza di temperatura tra dentro e fuori. Metto un cappello, tiro su la zip del piumino, mi guardo allo specchio prima di uscire. Rossetto. Biondità. Faccia del sonno.

Con tutte le cicatrici e i limiti del caso, ci sono io. Ci sono ancora.

2 thoughts on “Love is everywhere, beware

  1. Andre

    Sono felice tua sia tornata, anche se non sei mai andata via, lo sai. 🙂

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    1. incorporella

      Tu pure, che sei rimasto ad aspettare, sei un cuore d’oro.

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