Aspetta primavera, Beatrina

Allora, l’idea di fondo era di scrivere un post motivazional – sentimentale che partiva con “ho imparato che”.

Ma la verità è che la sola cosa che ho imparato è che non imparo mai un cazzo. Altro che frasi topiche e citazioni di Joe Strummer, la sola frase che mi sarebbe stata bene tatuata addosso è, appunto, “Non imparo mai”. O “I never learn”, così lo capivano anche all’estero.

Ok, ammettiamolo, forse non ho imparato granché, ma qualcosa in questo tempo del cazzo che sta alle mie spalle l’ho capito.

Tra un mese scarso compio quarant’anni, non ho raggiunto grandi traguardi, forse l’unica cosa che posso essere è un bell’esempio per le vostre figlie, da indicare e dire ehi, la vedi quella? Beh, se riesci a non diventare così è meglio.

Però anche sticazzi, è la mia vita, non una corsa campestre.

Ho capito che la cosa da salvare del punk rock ascoltato in cuffia a 14 anni è anche saper dire vaffanculo quando ce n’è bisogno. Vaffanculo ai bilanci, ai propositi, alle aspettative, alle narrazioni che salvano capra e cavoli – e che, a dirla tutta, poi te le ritrovi appiccicate addosso come un maglione che prude. Le cose che possono valere un po’ per tutti, difficilmente valgono qualcosa di importante davvero anche per te.

Ho capito che ai dolori della vita, al dolore in generale, ci devi passare attraverso.

No scorciatoie, no saggezza, no tutto vedrai serve a qualcosa. È solo un dolore da cui non puoi scappare. E che con buone probabilità non ti sarà mai utile, a poterlo evitare l’avremmo fatto, ma.

Qualsiasi cosa te lo faccia sentire un po’ meno, è solo un modo per ritardare l’inevitabile. Il dolore è paziente, sta lì. ti aspetta anche mille anni e poi tanto arriva.

Quindi tanto vale mettersi l’anima in pace e affrontare questa via crucis. Che ha modi e tempi suoi, pause, interruzioni, ritorni. Quando finisce? E chi può dirlo? Pare che una condizione papabile sia la primavera, quindi che dire, aspettiamo primavera.

Che poi la primavera sia una stagione dell’animo più che del meteo, è anche un’altra teoria che mi sento di appoggiare, ma ormai non scommetto più a cuor leggero su niente.

Ho capito che ci sono dolori fisiologici, e che sono i più grandi ma anche quelli che riesci ad accettare – l’ineluttabilità del lutto, per dire. I dolori che invece non ti vanno giù sono quelli causati con consapevolezza e coscienza dalle altre persone. Quelli evitabili, potenzialmente, quelli che insomma, bastava metterci un po’ di cuore o cervello – a non avere la coordinazione necessaria per usarli entrambi – per renderli meno orrendi, e invece.

Ma l’altra grande illuminazione dopo la scoperta dell’acqua calda è che nella vita non è che ti arriva quello che ti meriti: ti becchi quel che ti becchi. E ci fai i conti come sai e con grandi dosi di alka seltzer (o magnesia bisurata, se vogliamo essere retrò).

Niente bilanci, quindi, aspettative ridotte al minimo. Ma forse l’unica cosa che puoi legittimamente chiederti è: sto facendo meglio che posso? E non sempre è un meglio assoluto. È un meglio storto e sgraziato e zoppicante. L’importante, credo, è non lasciare che il dolore attraversato e le palate in faccia ti facciano diventare peggio di quanto tu sia mai stata, perché mai, mai, il male (presumibilmente) ricevuto è una giustificazione per perpetrare la meschinità.

Che sembra una banalità, e forse lo è, ma non credo che l’abbiamo interiorizzata poi molto, generazionalmente parlando.

Perché alla fine, sotto la patina e i filtri e l’attenzione spasmodica a non dire niente che sia contestabile, nessuno è diventato migliore: siamo solo i vecchi pezzi di merda, abbelliti e giustificati con didascalie e storytelling. Insomma, secondo me questa cosa del sano egoismo ci è scappata un po’ di mano.

L’altra cosa che ho capito è che non puoi vincere contro le persone a cui non frega un cazzo di niente, quelle disposte a calpestare tutto pur di sentirsi bene. E se dopo quest’affermazione vi aspettate qualcosa che riscatti questa consapevolezza, non c’è. Non si indora la pillola. Non puoi vincere. Stacce.

Hai da accettare la tua vulnerabilità, perché sei fatta così. Anche la versione migliore di te stessa a cui idealmente aspirare, ha questo baco nel sistema. Non sai vivere una vita la cui missione è proteggerti. Torniamo al dolore e al non imparare mai. Ma anche un po’ alla corsa campestre.

E forse vent’anni fa ti saresti immaginata diversa, avresti desiderato qualcosa di più epico e scintillante. Ma vent’anni sembran pochi, poi ti volti a guardare e non li trovi più, cantava un tizio.

Questo è il posto in cui sei adesso, e che ti ci abbia portato il destino, le scelte di merda, l’ira funesta di Pallade Atena per colpa della tua hybris conta fino a un certo punto.

Non si può guardare sempre indietro, bisognerebbe guardare avanti, ma avanti è un posto lontano e nebuloso, quindi la cosa che ho capito è che per il momento mi basta stare attenta a dove metto i piedi. Alzando ogni tanto lo sguardo verso il cielo, che sia per imprecare o per pura poesia non importa, tanto in questo pezzo del film non c’è il parlato, solo una canzone delle mie preferite.

E va bene così.

6 thoughts on “Aspetta primavera, Beatrina

  1. angela

    alle mie due figliole più che altro dico di cercare di essere almeno un po’ come te.
    il concetto di “grandi traguardi” ė molto opinabile: se era la testa (ché il cuore fa sdolcinato) dei frequentatori del blog, quanto meno sono tanti(ssimi).

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    1. incorporella

      Beh, non posso fare altro che non sia ammettere che questa cosa mi commuove fino all’ultima delle mie stanche ossa <3

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  2. gynekiller

    posso contribuire solo con un pochino di confort food e tanta fierezza di madre…

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    1. incorporella

      Entrambe le cose super importanti per me!

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  3. Claudia

    bellissimo e risuona tanto

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    1. incorporella

      Grazie, tutte le volte che passate di qua e mi leggete mi sembra un miracolo.

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