And the world is etched upon your heart

Stanotte ho sognato la mano di Vitto quando era bambina, minuscola e calda nella mia, sempre un po’ pronta a sgusciare fuori.

Ho pensato che una delle prima cose che si prende l’età adulta è la forma piccola del nostro corpo, la possibilità di essere accudite e vezzeggiate e prese per mano senza sforzo apparente.

Non lo sai, semplicemente non lo sai, quanto poco scontato è avere un corpo che viene amato, nutrito, accolto.

È solo una delle cose che non sappiamo.
Le cose che non sappiamo sono quelle che ci feriscono, pronte a mordere come aspidi nascosti sotto la sabbia.

Le cose che non sappiamo sono quelle che ci salvano, le cose che non sappiamo sono quelle che ci guariscono.

Non sappiamo quando la somma dei nostri piccoli dispiaceri diventerà un dolore vero, e possiamo continuare a accumularli e accantonarli e farli andare uno per volta, e allora magari a un certo punto, in attesa della brutta botta, sapremo che mentre guardavamo altrove sono semplicemente passati.

Le cose che non sappiamo sono quanto diventeranno grandi le nostre mani, quante cose potranno contenere, e lasciar andare, quali carezze vi sono nascoste, quando le chiuderemo per non sentirle vuote.

Le cose che non sappiamo adesso, ora qui seduti davanti a uno schermo mentre il mondo fuori non risponde più alle regole che conoscevamo, fanno paura, destabilizzano, riempiono d’angoscia i nostri minuti. Le cose che non sappiamo, a un certo punto le sapremo. Questa è la cosa che mi dico, mettendo un piede davanti all’altro in questa nebbia, e mi rifiuto di cedere allo sconforto.

Perché ci sono anche le cose che sappiamo, quelle belle, quelle che abbiamo imparato quando avevamo ancora mani piccole e grandi speranze.

Sappiamo leggere, scrivere, imparare. Sappiamo la differenza tra il bene e il male, sappiamo il colore dei nostri occhi, i lineamenti che compongono i nostri volti e quelli cari al nostro cuore, sappiamo chi siamo. Sappiamo la fatica ma sappiamo anche la gioia. Sappiamo ridere di noi e delle cose storte che a volte ci tagliano, quando passiamo loro accanto. Sappiamo che i tagli si rimarginano, che le cicatrici, l’ho già detto, fanno male solo quando piove.

Sappiamo – e questo me lo disse Vi una mattina di tanto tempo fa durante una colazione al parco – che i giorni brutti durano lo stesso numero di ore dei giorni belli: può essere una consolazione, può essere un buon punto da cui partire.

Sappiamo la strada di casa, sappiamo leggere le indicazioni sulla mappa -quasi. Sappiamo anche che perdersi, spesso, non è la fine del mondo. I migliori di noi sanno cadere: gli altri, hanno imparato a rialzarsi in fretta sperando che nessuno abbia visto mentre battevano una culata. Sappiamo anche che, se qualcuno ci ha visto, poi se ne dimentica. E che ci potrà essere anche chi, quando cadi, viene vicino per aiutarti a tirarti su, ti chiede come stai, se va tutto bene. Ti passa la borsa del ghiaccio e mente, tranquilla che non se ne è accorto nessuno.

Le cose che sappiamo, a volte, non servono a niente: non addolciscono la realtà, non parano gli urti. Ma custodiscono il segreto del tempo che passa, che ci vede ancora qua a raccontarci i nostri giorni, a costruire un dialogo, a tenerci stretti anche se non ci vediamo mai, anche con la fottuta mascherina e il fottuto metro di distanza e le fottute videochiamate del cazzo.

Le cose che sappiamo e quelle che non sappiamo le mettiamo sulla bilancia e cerchiamo di farle stare in equilibrio, le diciamo forte, le teniamo per noi, le rielaboriamo mentre non riusciamo a dormire, le buttiamo nei sogni con forme diverse – io non tanto, ché ci ho l’inconscio didascalico e per me un serpente sarà sempre un serpente, ma magari invece voi siete più evoluti di me, che dire, ve lo auguro.

Accendiamo le nostre luci, diciamo le nostre piccole stupide cose, coltiviamo le nostre speranze come piantine nel bicchiere, facciamo meglio che possiamo con quello che abbiamo. Chiudiamo fuori il mondo quando grida troppo forte. Diamo fondo ai prosecchi, leggiamo poesie. Scegliamo le nostre colonne sonore. Laviamoci le mani. Accettiamo il fatto di non avere sempre un’opinione sensata e che a volte, semplicemente, non sappiamo che minchia dire e allora stiamo zitti o cantiamo una canzone. Mettiamo la canottiera quando fa freddo.

Restiamo vivi, cazzo. In tutti i sensi possibili.

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