turning mistakes into gold

Non sono veramente le persone a spezzarti il cuore.

È la vita con i suoi disegni imperscrutabili e le sue regole maldestre.

Se te la cavi con solo una punta di amaro, e per il resto continui a credere nel buono, allora avrai vinto contro la parte peggiore di te stessa, quella che ti voleva grigia e incapace di sorrisi no matter what.

Quando stai tanto da sola impari a dirti più spesso la verità, a darti risposte più schiette, tanto cosa vuoi far finta che qua ci siamo solo io e te.

Di me stessa so che amo le possibilità più delle probabilità, e che essere inquieta, a volte, è solo una strampalata forma dell’essere viva.

Il primo sguardo nello specchio, al mattino, è il momento in cui inequivocabilmente sai chi sei. Fuori dai denti e dai filtri. Fuori dalla facile adulazione e dalla consolazione dolce del crederti migliore, in certe luci o in certi occhi.

Nei giorni migliori lascio indietro tutto quello che non ho capito, quello che ho frainteso, quello che avrei potuto fare meglio – che poi nel mio caso la risposta quest’ultima domanda inespressa è inequivocabilmente “ogni singola cazzo di cosa che ho provato nella vita”.

Mi lavo i denti e mi preparo per quello che verrà. Con la mia armatura di latta, il mio cuore di paglia, le mie mani di neve.

Mi preparo con le dita incrociate la ragionevole certezza che non sarò mai del tutto pronta né adeguata, ma che il mio peggior difetto è stata la paura, non i fallimenti che ho collezionato. Pensando che ho sempre cercato di comportarmi bene, perché quello è stato l’insegnamento numero uno della mia matta, solida famiglia.

Penso a tutte le cose che vorrei fare, quelle che non posso o non riesco o non so, le scompongo in minuscoli pezzi, le spargo come briciole in questo giorno che viene, e una alla volta, alla sera, prima di dormire, le raccolgo. Cerco di dare loro una forma morbida, che mi faccia compagnia sul cuscino, sotto le coperte, che mi accompagni nei sogni dove prenderà la forma di un drago o di un fiore o del ponte di una nave.

Poi, con un po’ di fortuna e di ritardo, mi addormento.

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