Frustrated, Incorporated

Dice che ci vogliono ventun giorni a farsi un’abitudine.

Ventun giorni per imparare a mangiare la verdura, per mettersi il contorno occhi ogni mattina, per ricordarsi di dire le preghiere prima di andare a dormire.

Dice che se resisti per ventun giorni ce l’hai fatta.

Dice che una volta al mese si rinnovano tutte le cellule epiteliali che abbiamo. Piccoli serpenti crescono.

Ma allora, questa memoria dei gesti che ci portiamo addosso, com’è che la spieghi? Non sa, non risponde.

È passato un anno dall’ultima festa, e dovrei essermi abituata – sono ben più di ventun giorni, sono dodici cambi di pelle, sono quattro stagioni, svariati centimetri di capelli, passi macinati su queste strade a non finire, e allora com’è che non mi sono ancora abituata, com’è che quest’apocalisse imprevista mi sta ancora stretta addosso come un jeans a vita alta dopo il pranzo di Natale? Non sa, non risponde.

A dispetto delle teorie e delle cellule di cui per carità non voglio mettere in dubbio la precisione, credo di non essere fatta per abituarmi a tutto, né per dimenticare. Che non vuol dire niente di buono e niente di male – non è una caratteristica morale, è solo una curiosa circostanza di me, come i nei a coppie o l’allegria involontaria o il fatto che non so muovermi nello spazio senza andare a sbattere contro porte, spigoli, stipiti, maniglie e passanti occasionali.

Dimenticare quello che eravamo, la nonchalance con cui ci stringevamo nei corridoi bui quando le feste erano solo un botto di gente intasata in spazi troppo piccoli. Dimenticare i bicchieri scambiati, le sigarette accese per gli altri, gli abbracci euforici, farsi largo fra la folla.

I concerti disordinati che non cominciano mai e finiscono sempre troppo in fretta, le ore piccole sui marciapiedi. Avere sonno con la schiena appoggiata a una saracinesca e continuare a parlare. Trascinare i discorsi, stringersi in una macchina, prendimi per mano anche se non so chi sei, il ghiaccio che si scioglie nei bicchieri mentre alzi gli occhi e guardi le stelle attraverso un pergolato e sei felice che non abbia piovuto, ma anche stasera sto a casa perché non ho voglia di uscire, anche essere pigri è stato dolce, nel mondo prima.

Dice, ho solo paura che quando usciremo, lo spirito, i luoghi, siano cambiati troppo e per sempre, si dissolvano, spariscano, per incuria, per impotenza.

Dice, noi non cediamo allo sconforto.

Solo certe sere, certe primavere, è più difficile, mentre luci elettriche ti bruciano sottopelle, e sei stufa di essere brava, e sei stufa di essere paziente, e senza nulla togliere a nessuno, hai solo voglia di riavere indietro quello che ti ricordi benissimo, quello che le tue cellule sanno ancora riprodurre alla perfezione.

Solo certe mattine, certi pomeriggi con attimi di luce splendente che si riflette sul fiume, e mentre l’ora è blu e i lampioni non si sono ancora accesi, ti sembra che l’imperativo categorico sia non solo sopravvivere, ma stare viva.

E quindi, dice, alla fine l’hai capito o no se bastano ‘sti cazzo di ventun giorni? Non sa, non risponde.

2 thoughts on “Frustrated, Incorporated

  1. Gabriella

    Bea! Meravigliosa! Vorrei essere capace anche io di scrivere così. Hai ragione, non per tutto bastano 21 giorni. Io non ho ancora dimenticato un amore di vent’anni fa…😱

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    1. incorporella

      Siamo fatti anche di quello, mi sa…

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