Put an ocean and a river between everything, yourself and home

Quello che c’è di buono, dei giorni di merda, è che durano ventiquattr’ore come gli altri, poi passano.

Questo dobbiamo ricordarci: passano.

A livello di consolazione, è un po’ grattare il fondo del barile, purtuttavia.

Facciamo meglio che possiamo col poco che abbiamo.

Navighiamo a vista e cerchiamo di essere buoni marinai durante le tempeste.

Arriva anche il momento in cui ti arrendi e ti rendi conto che arrendersi non è sempre perdere, a volte è accogliere. Per come sono fatta io, dire ok mi arrendo è così poco da me che devo controllare che nella stanza non ci sia qualcun altro che potrebbe averlo detto, ma io ero distratta e l’ho scambiato per me.

A volte sei molto stanca e ti arrendi a ciò che non puoi cambiare, a ciò che non puoi migliorare, al trapano l’unica mattina che puoi dormire, al caffè che ti si versa addosso.

Ti affacci al balcone e dici, ok adesso piango, scende una sola lacrima di stizza e ti viene da ridere. Che a me questa cosa che poi mi viene da ridere, è quello che mi salva e mi frega allo stesso tempo.

Questo cuore sarà poi davvero un uovo di drago, allora, che ti devo dire, mi arrendo anche a questa cosa che forse è cristallo e forse pietra, bene così.

La mia vita e l’idraulica forse alla fine si assomigliano. Devi spaccare tutto per scoprire dov’è la perdita.

In questi tempi di sereno variabile, mi viene da dire, non vale la pena guardarsi indietro, guardare avanti per carità, facciamo un’approssimazione minima, un metro per volta, va bene? Secondo me un metro per volta è una buona misura.

Ci sono questi pianeti che si chiamano pianeti oculari, è una cosa che ho letto.

Sono pianeti che sono stati scoperti abbastanza di recente – scoperti o classificati, non so bene, c’è un astronomo in sala?

A quanto ho capito, sono pianeti che orbitano in una maniera così particolare che alla fine hanno solo due opzioni, da un lato notte buia e gelida, dall’altro giorni abbacinanti e infuocati, divisi da una perfetta striscia di crepuscolo.

È facile identificarsi in un pianeta oculare, come è facile identificarsi in una canzone, o in una frase perfetta, o in quell’immagine di te che sembrava bellissima proiettata in una foto in cui sorridevi e non guardavi.

Più difficile è accettare la complessità, la bizzarria, l’assoluta mancanza di una risposta quando tutto quello che vorresti sono delle linee guida, un colpetto ben assestato che ti dica che il vivere non è poi del tutto lasciato al caso, che c’era un motivo e che tu dopo tante testate quel motivo lo puoi comprendere.

Ma del resto, se fosse facile lo farebbero tutti.

Noi da queste parti guardiamo le luci sul fiume.

Diciamo più stronzate possibile, non cediamo alla tristezza se non per il tempo strettamente necessario, rileggiamo libri molto amati, scriviamo sulle tovagliette, ci addormentiamo sulle amache, ci diciamo la verità, impariamo a proteggerci, continuiamo a stupirci.

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