Adrimer

[Disclaimer: l’hotel Adrimer esiste veramente, anche se non ci sono mai stata. La borsa gialla anche, l’ho vista su una spiaggia un pomeriggio di luglio, tra un lettino e un ombrellone, mentre la sua proprietaria non c’era. Il resto me lo sono inventato].

Nel sogno, corre. Corre sempre. A volte con gioia, a volte, più spesso, terrorizzata.
Corre sul bordo di un promontorio, e guarda giù, e a volte, sempre nello stesso sogno, per stanchezza apre le braccia e si lascia cadere. Cade a picco verso il mare, poi ad un certo punto, vola.

È perché sai che alla fine te la cavi sempre, le diceva Ettore, che non era psicologo, ma avrebbe voluto, invece nella vita stipulava polizze. Lei gli raccontava i suoi sogni e lui li scomponeva fino a trovare una risposta che la facesse uscire bene.
Ma lei faceva fatica a riconoscersi, in quella versione di sé sempre un po’ più forte o un po’ più sicura di come si sentisse in realtà.

È arrivata al mare da pochi giorni e già le sembra di esserci da mesi.
È stata un’idea del cazzo, si dice. Tutto grida, al mare.

Grida di tenerezza e notti in cui fa freddo ma non te ne accorgi, di sguardi che ti tagliano le gambe, di tramonti in dissolvenza al suono di canzoni orrende che ricorderai con affetto e riascolterai di nascosto, per ritrovare quella morsa allo stomaco che una volta esisteva, e adesso si è trasformata in un ottuso rimpianto di cose morte.

Non sa quando sia successo, esattamente, che il suo corpo è diventato quella bestia urlante, bisognosa d’amore e d’attenzione e di un tocco tranquillizzante.
A vederlo da fuori, è il solito funzionante ammasso di materia, equamente suddiviso in spigoli e morbidezze, non sempre tutti al posto giusto, ma, insomma.
A vederla da fuori.

Il problema è che lei da fuori si vede benissimo, proprio come tutti gli altri, è quando si cade dentro che trattiene il respiro e chiude le palpebre, perché tutto è gomitolo di spine, e vuoti assoluti dove si presume che ci siano pieni, e muri di mattoni dove un tempo c’erano stanze.

È a vederlo da dentro, che il suo corpo grida, e lei lo tiene buono come un bambino disturbato che non si sa gestire, mentre prende il resto dal panettiere, mentre si spalma la crema sulle gambe, mentre aspetta il verde per attraversare e si chiede, se mi buttassi in mezzo alla strada ora, in mezzo a questa statale trafficata, che cosa succederebbe? Morirei? Causerei solo un grande spavento alla signora al volante della vecchia Punto, le rovinerei la vita per sempre? Non se lo merita, la signora della Punto, con i suoi capelli di un rosso chimico e il mollettone a fiori.

Mentre pensa, aspetta il verde, alla fine lei è un animale docile, è la figlia delle buone abitudini,  sa muoversi nei perimetri tracciati a terra col gesso.

Ettore l’aveva poi lasciata per un’altra, con cui si era sposato.
Aveva insistito per vederla e per farglielo di persona, l’annuncio per quel matrimonio in bianco e blu. E le aveva anche detto grazie, perché forse senza di te non avrei capito esattamente che cosa volevo dalla vita, sono felice di averti incontrata. E amata, forse.

Vaffanculo, avrebbe dovuto rispondere lei, tu e le tue interpretazioni dei sogni del cazzo, i tuoi annunci formali e il tuo revisionismo storico di quello che siamo stati, ma sarebbe stato solo un puntiglio, per quel forse buttato lì, magari per ripicca, magari per cementare la sua certezza di essere nel giusto, per quell’onestà pulita e limpida a tutti i costi.

L’aveva invece guardato con un sorriso falso e assente, era specialista in sorrisi falsi e assenti, li aveva perfezionati nel corso di una vita, erano la sua arma segreta, la sua durlindana, la sua gioiosa.

Tutto va come deve andare, gli aveva risposto, e in quella frase fatta c’era il suo disprezzo tondo e intero per quel maschio inerte e privo di fantasia. Ma lui non se n’era accorto, aveva avuto solo una breve esitazione, un guizzo di perplessità, e poi si era accomodato nella risposta rassicurante, in cui tutto era a posto e la sua vita nuova poteva proseguire sotto i migliori auspici.

Mentre lui si allontanava, lei aveva continuato a bere dalla cannuccia del suo gin tonic, pensando che forse era una benedizione non essere stata davvero amata da uno così, e anche se un po’ bruciava lo stesso, non era nemmeno una vera ferita, solo una sbucciatura, e a versarci sopra l’alcool sarebbe guarita in fretta, senza lasciare neanche un segno.

Per andare al mare usa una vecchia borsa da spiaggia di sua nonna. La borsa è gialla, plasticosa, ha un disegno di palme stilizzate ed è sponsorizzata dall’hotel Adrimer.

Come quella borsa sia finita in possesso di sua nonna, non è dato sapersi, visto che lì hanno sempre avuto la casa: la casa che conosce a memoria, di cui in inverno evoca le piastrelle scheggiate, i rami dell’oleandro nel cortiletto, la bombola a gas sotto il lavello.

Usa la sua borsa da vecchia signora con orgoglio, e ogni tanto, dal taschino, fuoriesce un alito lieve di Air du Temps, ed è subito una rotonda sul mare, lei che attinge alla bottiglietta di succo di frutta mentre la nonna dà l’ultimo tiro di Muratti e poi la spegne nel posacenere di latta, le unghie scarlatte, l’orologio d’oro che tintinna al polso.

Dopo Ettore c’era stato Davide, che avrebbe però dovuto chiamarsi Achille, per lo scempio che aveva fatto del cadavere di Ettore che ancora albergava in alcune notti di incertezza.

Se con Ettore era durata poco ma pur sempre troppo, con Davide era stato un lampo: intenso, luminoso, già sparito.

L’aveva conosciuto una sera a cena da amici. C’era stata la scusa di un vecchio libro fuori catalogo che lei aveva citato con rammarico, perso in chissà quale trasloco, e lui aveva detto guarda che secondo me ce l’ho, se vuoi rileggerlo te lo porto.

Gliel’aveva portato davvero, si erano dati appuntamento in un orario di mezzo servizio, non veramente aperitivo, non veramente cena, in modo da potersela risolvere con un caffè e tanti saluti, nel caso. Lei era arrivata in anticipo, lo aspettava davanti al bar, l’aveva visto parcheggiare proprio di fronte, e nel momento in cui aveva spento la macchina e stava per scendere si era scatenato il diluvio, uno di quei diluvi tragici tipo doccia tropicale che da un po’ di anni costellavano la tarda primavera.

E lui aveva alzato gli occhi e le mani al cielo da dentro l’abitacolo, in un gesto stereotipato di disperazione, guardandola che lo aspettava in piedi al riparo del portico, e poi aveva fatto una cosa.
Si era messo il libro sotto la camicia ed era uscito dalla macchina di corsa, infradiciandosi in pochi metri, franandole addosso mentre lei rideva e diceva, il libro, si sarà mica rovinato il libro?

Bella ingrata che sei, aveva detto, io affronto il tifone per non essere in ritardo, e tu ti preoccupi del libro?

Tu ti puoi asciugare, il libro si rovina, aveva risposto lei, sollevandogli la camicia e controllando lo stato del prezioso volume, senza pensare a quel gesto quasi coniugale fra due mezzi sconosciuti di cui una era lei, perché l’emozione di rivedere quella copertina, e riavere fra le mani quella storia tanto amata da ragazzetta aveva sopraffatto per un attimo il suo naturale senso della discrezione.

Il caffè era diventato un aperitivo, e una cena, e la sera si era stemperata in una notte, e il mattino dopo salutarsi era stata una cosa un po’ rigida e difficile, di quelle che ti senti la bocca piena di cartone anziché parole, non sai che cosa vuoi chiedere, non sai che cosa vuoi sapere.

Mai avrebbe pensato di rimpiangere una sera di pioggia torrenziale in città, mentre davanti agli occhi aveva l’azzurro del cielo e del mare fusi come un blocco splendido, ecco.

Perché con Davide era andata avanti un po’, e poi basta, e non era colpa di nessuno, no, se certe cose anziché esplodere implodono, e l’ultimo messaggio che gli aveva mandato era stato solo, devo restituirti il libro, dimmi se vuoi che te lo lasci da qualche parte. Lui aveva risposto, tienilo pure, non è importante.

A lei sembrava importante, invece, perché da quel libro, che un tempo era stato fra la sua pelle e la sua camicia, era come se si fosse aperta una voragine, era lì che le cose avevano iniziato a scollarsi dai bordi che lei, nel corso degli anni, aveva ripiegato e fatto aderire con tanta cura.

Mentre appoggia il libro sulla sabbia e si incammina verso il mare non sa dirsi se la voragine si è spalancata perché una persona, per breve tempo, ha occupato quello spazio, e d’improvviso non c’è stata poi più, ed è fisiologico sentirne la mancanza.
O se invece è qualcosa che inizia e finisce con lei stessa, con l’occasione che ha avuto di vedersi da dentro e non da fuori, per la fame improvvisa che le è venuta, come una santa ascetica che per la prima volta dopo anni di digiuno affonda la lingua in un gelato con la panna, e non riesce più a fermarsi, e piange di gioia e di voglia per quell’inattesa sensazione di dolcezza.

Non è più così giovane. Non è ancora così vecchia. Nei giorni beige dell’inverno si scusava quasi con se stessa per l’impulso di desiderare ancora qualcosa di diverso, per sé, per la sua vita, e poi invece ha iniziato a pensare che ne aveva ancora il diritto. No, non a pensarlo. A sentirlo. Quello, è il grido, che al mare risuona più forte.

Mette i piedi nell’acqua fresca e si volta a guardarla, la borsa gialla con su scritto Adrimer, nella quale c’è un libro fuori catalogo, una crema per non bruciarsi, e tracce di un profumo che nessuno ha mai più usato.

Chiude gli occhi e si arrende, al rimpianto per le cose che non ha vissuto, al bisogno ancestrale che ne accadano ancora, alla ragazza che rideva nella pioggia, al suo fantasma notturno che cade con il cuore in gola, ma poi improvvisamente vola.

E un passo dopo l’altro è nel mare, sente freddo ma l’unico modo che conosce per farlo passare è continuare a muoversi, è quello il segreto, e allora alza i piedi da terra, si lascia andare, inizia a nuotare.

Che poi, chissà che cazzo vorrà mai dire Adrimer, pensa.

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