My best Sunday dress

Le suggestioni arrivano da tutte le parti.

Dalle immagini che non ti mollano, dagli articoli tipo questo, dai frammenti che raccogli per caso, parlando con le persone.

Scrivi? Mi chiedono gli amici, stai scrivendo? È tanto che non posti sul blog.

La verità è che io scrivo sempre, ma non sempre è necessario che qualcuno lo sappia.

Anzi, c’è una cosa che mi piace tanto ultimamente, in certe sere tardi, mentre entra l’aria fresca da fuori e io mi accendo un’altra sigaretta e mi redarguisco severa – dài, questa è l’ultima, però.

Il pensiero di fare un po’ il cazzo che mi pare, tanto, penso, questa merda non la leggerà mai nessuno.

Magari a qualcuno questo pensiero farebbe tristezza o scoramento, a me no, non adesso.

Non che io sia diventata un essere zen e superiore, anzi. Se c’è una verità che vedo ripetersi giorno dopo giorno, è che tutti abbiamo il bisogno profondo di essere visti, ascoltati, amati.
Che sia attraverso le storie che raccontiamo, le immagini che mostriamo di noi, la narrazione di quello che ci succede e che ci è successo – di chi siamo state, prima che la vita ci facesse ballare, fuori tempo e controvoglia, anche se alla fine abbiamo finito per divertirci lo stesso.

Però ci sono due cose che mi hanno un po’ portata a dire, sai che c’è? Magari me ne sto zitta per un po’.

[Ne parlavo con Ivan l’altro giorno, e qui tra l’altro colgo l’occasione per dirvi che secondo me la newsletter di Ivan è qualcosa che vale sempre la pena di leggere, quando ha tempo e voglia di scriverla.
Lui non è uno che scrive a vuoto per tappare dei buchi, anzi. Sembra che non c’entri un cazzo con quello di cui stiamo parlando, ma non è vero. Comunque, se vi fidate di me, vi iscrivete qui].

Dicevamo, due cose.

Una: il tema caldo del momento. Quello su cui tutti si sentono in diritto/dovere di articolare una tesi e prendere una posizione. Oh, che poi: benissimo. Meno male che prendiamo delle posizioni – soprattutto se sono quelle giuste, anche se, di ‘sti tempi bui, non puoi essere più sicura di niente e di nessuno.

È che io non ce la faccio tanto a starci dietro, a scrivere un papiro al riguardo e a essere sicura di tutto. Tempo che ho una posizione certa e una tesi inconfutabile, l’argomento è già cambiato.

Ma soprattutto, in un mare di opinioni, la mia conta davvero qualcosa? Merita di essere messa nero su bianco? Secondo me, il 99% delle volte, no.

Due: questa è più sottile, mi ci ha fatto riflettere questo post, ed è più difficile da riassumere, ma ci provo.

Nell’ultimo anno, mi sono sempre più sentita come una a cui tutti stanno cercando di vendere qualcosa. Che fosse un prodotto, uno stile di vita, un’immagine.

Allora, mettiamo le cose in chiaro: io sono dodici anni che lavoro in negozio. L’atto in sé di vendere per me non ha nulla di immorale, anzi. E meno male che ci sono sempre nuovi modi, più interessanti e creativi, per farlo.

Però io a volte vorrei solo che mi si raccontassero delle cose. E invece mi sembra di essere finita su un canale gigante di televendite dei materassi. Eppure, per la prima volta [che io stia maturando, alla buon’ora?] questa sensazione non mi ha spinta a fare una riflessione sugli altri, ma su di me.

Quello che ho deciso, è che vorrei essere capace di fare quello che mi piace – raccontare. Anche scemenze, ma nei tempi e nei modi in cui riesco a sentirle mie.

Ho il privilegio di non essere qua sopra per pagarmi le bollette: e, per quanto io mi renda conto che cose come la continuità e gli argomenti di interesse pubblico siano più importanti del mio ombelico, a volte proprio non ho niente di furbo da dire al riguardo, e non ho voglia di stare qua a menare il can per l’aia perché me l’ha detto il calendario editoriale.

E mentre metto nero su bianco questi due punti, mi rendo conto che poi sono uno solo.

Questo blog oggi è nuovo e molto più ordinato.

Mi piace tantissimo con questo vestito della domenica, e non smetterò mai di essere grata ad Alessia, che sapeva esattamente cosa fare e come anche quando io ero lì imbambolata con le dita nel naso e l’ansia da prestazione.

E non solo perché, essendo mia BFF da millenni, conosce i miei gusti e sa dove andare a parare. Ma perché questo è il suo lavoro, signora mia, e lo fa con bravura, amore e competenza.

Oltretutto è tipo la maghella delle password, una cosa di lei che non sapevo e che mi tornerà utile anche in futuro.

L’altra persona che ha contribuito in tempi record e con pazienza e dedizione a questa nuova Incorporella, è l’Orso, che mi ha regalato foto e ritratti e grafiche e anche pareri, rispondendo ai miei richiami da una stanza all’altra con inusitata celerità.

In tutta questa bravura altrui, adesso tocca a me.

E spero di essere capace ad aprire la porta, a fare uscire parole e storie che valgano la pena, a parlare di me senza vomitarmi addosso.

Poi, oh, se non ci riuscissi, c’è sempre il tasto unfollow.

8 thoughts on “My best Sunday dress

  1. Chiara

    alla tua verissima frase “tutti abbiamo il bisogno profondo di essere visti, ascoltati, amati”, aggiungo un aggettivo, che è “riconosciuti”…figo figo il sito nuovo!

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    1. incorporella

      Anche riconosciuti, assolutamente!
      Il mio obiettivo sarebbe fare pace con questo bisogno, continuando a divertirmi nel frattempo: mo vediamo se ci riesco!

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  2. Carrie

    Anche io vorrei leggere più storie. Anche io cerco raccontatori e non venditori.
    Saggia come sempre, amica bella!

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    1. incorporella

      Perché senza storie, che vita sarebbe…

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  3. momo

    E allora inboccaallupo!
    Quanto a me, qui, ti si segue senza se e ma.

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    1. incorporella

      E che dire se non crepi, grazie, sono contentissima! <3

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  4. Andre

    Ed io sarò sempre qui a seguirti, puntuale, dal Mar Ligure a Superga, dal pesto alla bagnacauda. 😉

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    1. incorporella

      Perché sei un tesoro, grande così! <3

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