Once upon a house.

Quando ero bambina, abitavamo in una casa vecchia, su Corso Regina, e la mia camera dava sulla ferrovia.

Dal lato del corso, passavano le macchine, e soprattutto i tram. Li guardavo arrivare e sparire nel sottopassaggio, come pesci arancioni.

La casa di Corso Regina aveva finestre luminose, soffitti altissimi e vecchi parquet, sui quali correvo scalza piantandomi le spine nel piede, che poi andavano tolte con la pinzetta o l’ago e una smisurata dose di lamentazioni e aggrappamenti di tende.

Il nostro cortile, a differenza degli altri, era rustico e selvaggio, non era mai stato rifatto, l’avevano colonizzato i gatti e per questo motivo mia mamma non ci andava mai. Qualsiasi cosa cadesse in cortile, lì restava.

Mio papà era il coraggioso recuperatore di mutande, ogni tanto lo accompagnavo, e camminavo sul porfido spezzato con la sensazione che qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro. Non succedeva mai niente. Guardavo in alto e ci mettevo un po’ a riconoscere il mio balcone, la mia camera con le tende dei Mini Pony, l’armadio rosso degli stracci e detersivi.

Nel cortile c’era un solitario albero, un po’ triste, gracile, ma resistente. Una mattina, mi sono svegliata e mi sono messa a fare colazione con mia nonna, che per qualche motivo quella notte aveva dormito da noi – era strano, perché a mia nonna è sempre piaciuto moltissimo starsene a casa sua.

Hanno iniziato a tagliare rami all’albero, mia nonna ha detto, oh guarda, lo stanno potando. Invece no, l’hanno proprio abbattuto, e non ne hanno mai più piantato uno. Magari l’albero era malato o morto, ma noi ci siamo rimaste malissimo lo stesso.

Prima che ridipingessero l’androne, c’era una scritta sul muro, a matita rossa, con una freccia che indicava la porta della cantina. La scritta diceva: rifugio.

Durante i bombardamenti, mi dicevano, le persone scendevano dai loro appartamenti, a qualsiasi ora del giorno e della notte, seguivano la scritta e andavano in cantina, ad aspettare che passasse.
Io ho sempre odiato le cantine, e quella in particolare era proprio la cantina paurosa e umida dei racconti dell’orrore, con i pavimenti di terra battuta e la lampadina fioca che tremolava ed erano più le ombre che creava che non quelle che svelasse.

E pensavo a quelle bambine come me, che nel cuore della notte, in pigiama, scendevano in quell’oscurità puzzolente di muffa e la chiamavano rifugio, perché era meglio, in quel momento, dei loro letti.

Quando mi svegliavo di notte, nel buio, dopo un brutto sogno o di soprassalto senza nessun motivo apparente, e avevo paura, aspettavo che passasse un treno. Aspettavo il rumore dei convogli sulle rotaie, e nel mentre facevo pace con le ombre. Sapevo che i treni sarebbero passati, prima o poi, che fuori c’era un mondo amico di cose precise che succedevano con regolarità, e mentre aspettavo, spesso, mi riaddormentavo senza accorgermene.

[Poi c’erano anche quelle notti da rompicoglioni hard core, nelle quali mi buttavo in mezzo ai miei genitori carica di peluches e non mi schiodavo più fino al mattino. Su quelle, se siamo tutti d’accordo, glisserei].

È strano, ma comune, come le case nelle quali abbiamo abitato tornino nei nostri sogni.

Con i loro scricchiolii, la luce, le svolte impreviste che nel sogno cambiano e si fondono con altre case e altri ricordi, con i corridoi che diventano passerelle verso il mare, e poi ridiventano stanze.

E mentre ci cammino, a volte, ritrovo anche quelle sensazioni di allora, spogliate dalla consapevolezza dell’età adulta, la pura dell’ombra che sembra muoversi e mordere, la meraviglia di una scatola nell’armadio con dentro un gioco dimenticato e creduto perso, un vecchio vestito che ero sicura di aver buttato via, e invece bastava aprire un cassetto di un mobile che non esiste più.

A volte apro la cassetta della posta, e ci sono dentro un sacco di lettere, di persone una volta fondamentali, che non ho mai più sentito.

A volte l’inconscio è didascalico, il mio in particolare.

E ci sono volte in cui passo per il corso, sbuco in macchina dal vecchio sottopassaggio e mi giro a guardare quelle finestre, basta un attimo a riconoscerle, e mi sembra, correggetemi se sbaglio, che se provassi ad aprire la porta con le vecchie chiavi, ritroverei tutto ancora lì, la stessa tappezzeria, lo stesso divano a fiori, il telefono a disco sul tavolino dell’ingresso da quale ascoltare le favole, l’oroscopo e l’ora esatta.

E ci sono volte in cui mi dimentico di guardare, non ci faccio caso, passo e basta, perché le cose che sono nostre, lo sono in maniera talmente profonda che non abbiamo bisogno di vederle. Sappiamo di averle. Sappiamo di poterci tornare.

Non vanno da nessuna parte.

Sono lì.

2 thoughts on “Once upon a house.

  1. gynekiller

    a me un pochino mi mancano, quelle notti da rompicoglioni hard-core. solo un pochino…

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    1. incorporella

      È solo che adesso dovrei portare pure l’Orso… 😉

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