sanremo “è da truzzi” ovvero dei traumi infantili

Io sanremo da bambina non l’ho mai guardato. E avrei voluto tantissimo.

Ma i miei si son sempre rifiutati perché, dicevano, “è da truzzi”.

In casa Incorporella c’è sempre stata questa lunga, lunghissima lista di cose che io avrei desiderato avere/fare/vedere ma non si poteva, perché?

“È da truzzi”.

La lista includeva cose fondamentali per una bambina, tra cui i buchi alle orecchie, il mercante in fiera/la tombolata di capodanno, il carnevale in piazza, e, appunto, Sanremo.

Ma chi erano i truzzi per i miei genitori? Beh, la fisionomia del truzzo non si è mai ben spiegata. Poteva essere un uomo in pinocchietti e calzini, ma anche un portatore sano di mocassino di velluto. Giovane, vecchio, originario del su e del giù del mondo. Più maschio che femmina, a dirla tutta, ma sono state evocate anche donne truzze, negli anni.

La saggezza dell’età mi porta a considerare questo giudizio come una frase in codice usata dai Nelli per designare le cose che non piacevano a loro, che non avevano voglia di fare: se dicessi che non li comprendo, mentirei. Avrebbero potuto inventarsi mille scuse diverse, invece si nascondevano dietro l’egida dell’anti-truzz.

Che poi Sanremo negli anni 80 cosa non era?

Baudo, la Carrà, Ranieri, i vestiti bomboniera, chili di lacca alla faccia del buco dell’ozono. Forse avrei dovuto denunciare i miei per crudeltà mentale, invece mi limitavo ad invidiare da morire la mia amichetta Silvana che godeva del privilegio assoluto di essere la più giovane discendente di una dinastia di sanremisti ferventi, e Sanremo lo vedeva in diretta (fino alla fine! stando alzata fino a tardi anche di giovedì!), lo videoregistrava e infine spacciava cassette con il personalissimo “best of”, che io avidamente accettavo, come una mendicante in attesa delle briciole di un banchetto.

La finalissima poi diventava un evento paragonabile ad un natale avellinese, in casa di Silvana si riunivano generazioni di prozii e cuginetti, amici di famiglia ed altri eletti (tra cui io non figuravo mai perché i miei genitori declinavano sempre l’invito, bastardi!), a suon di frappe e peperonata e accese discussioni a tema che spaziavano dalle eccentricità della Oxa al farfallino di Baudo.

Ricordo ancora come uno dei miei pezzi preferiti dell’agognata Silvana – compilation l’indimenticabile “La notte delle favole” di Tania Tedesco (se la cercate su youtube c’è e potrete rendervi conto di persona quale livello di perversione musicale può innescarsi in una bambina di otto anni completamente digiuna di melodico italiano), che riascoltavo per ore, vestendo e rivestendo le mie barbie con i vestiti più spumosi possibili, perché sì, io non potevo guardarlo, ma mi prendevo una gran rivincita poi nella solitudine della mia stanzetta, dove le mie bionde bambole americane potevano addirittura partecipare a Sanremo, cantando tutte “La notte delle favole”, e qualcuna anche “Perdere l’amore” e “Mi manchi” con invidiabili tonalità baritonali, per cui alla fine i miei giochi assomigliavano sempre più a Priscilla la regina del deserto che non a Sanremo,  ma tant’è.

Poi sono diventata un’adolescente wannabe punk (lo so che sembra assurdo, ma è stato proprio così, da un giorno all’altro ho dismesso i panni a fiorellini dell’Incorporella junior romanticona e ho iniziato a girare con la catena al collo) e ho smesso di desiderare Sanremo.

(per la cronaca, Silvana era diventata un’intellettuale fricchettona e snobbava il festival con dure parole di condanna, salvo poi farsi beccare a canticchiare a mezza voce il ritornello dei Jalisse. Ma io la capivo, il sangue non è acqua, e per quanto puoi staccare il posterone di Eros Ramazzotti da sopra il letto e sostituirlo con Che Guevara, alla prima grande delusione d’amore tornerai a mettere nel walkman “Adesso tu”, mica Bandiera Rossa).

Man mano che crescevo, ho smesso di guardare la televisione, eccezion fatta per Un Posto al Sole, che ho seguito per anni e che mi ha dato una napoletanità di fondo del tutto inspiegabile ma non per questo meno sentita (e non sono parole mie, me l’hanno detto genti di stirpe campana certificata).

Adesso che galoppo verso l’anzianità, ho deciso che, no, vaffanculo, io Sanremo lo devo vedere.

La verità è che in certi momenti l’ho trovato così imbarazzante da dover cambiare canale. E che in altri momenti mi sono addormentata. E che ho capito che non puoi “guardare Sanremo” e basta.

Mentre c’è la tele accesa con il festival che si dipana in tutta la sua inquietante italianità tu devi trovarti altro da fare, stirare, un supermetico, il nintendo ds, cucinare una torta, anche trombare se vuoi (il rischio è solo che se intercetti anche solo un breve scorcio sale e pepe del maestro Peppe Vessicchio ti si azzera la libido per i prossimi sessant’anni e ciao).

Sanremo non lo si può “guardare” davvero, a meno che tu non sia imparentato con la famiglia di Silvana, il che non è da escludere del tutto, visto che contavano rami di triscugini da Caselette a New York passando per Algeri, Tokyo e Cinisello Balsamo.

E la triste verità è che mi trovo a dover dare ragione a babbo e mamma Incorporelli: Sanremo per la maggior parte del tempo è una palla atroce.

Oppure, per dirla in codice, “è da truzzi”.

3 thoughts on “sanremo “è da truzzi” ovvero dei traumi infantili

  1. erodaria

    sono venuta a sbirciare il debutto del blog di incorporella 🙂

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      1. erodaria

        invece anche nel primo post c’è tantissimo di condivisibile!

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