Il viaggio fin qui

Un giorno una ragazza mi ha scritto su Facebook e mi ha chiesto, fra le altre cose: ma sul tuo blog non c’è un post in cui racconti come hai cominciato a fare la libraia? Perché a me piacerebbe tanto fare il tuo lavoro, e non so da dove partire.

Lì ho pensato: è vero, non c’è. Magari lo scrivo.

E più pensavo a quello che dovevo scrivere, più le mie risposte mi portavano a delle domande. Che non c’entravano niente, in sé, con la nuda cronaca degli eventi. Erano domande più profonde, più difficili da sciogliere.

Premessa numero uno: io non sono mai stata una brava nei percorsi lineari. Io alle cose normali ci arrivo sempre facendo la strada lunga, storta, pestando le merde, con la cartina al contrario. In tutti gli ambiti della mia vita: per arrivare in un posto, mi devo perdere. Il che è strano, perché invece per strada ho un ottimo senso dell’orientamento, ma insomma, sarà il contrappasso.

Premessa numero due: io non mi vergogno del mio percorso, anzi. rispondo sempre con dovizia di particolari e una discreta logorrea a chi mi chiede come sono arrivata fin qui. Non mento, non edulcoro, anche perché, in tutti i miei errori, non ho poi mica ammazzato nessuno. Sono scesa a patti con la mia fallibilità, che è, peraltro, molto più alta della media (per dire: a scuola? Bocciata. Patente? Bocciata, presa poi al secondo tentativo il giorno che mi scadeva il foglio rosa. Colloqui di lavoro fallimentari? Innumerevoli. Ad libitum, sfumando).

E però.

C’è un po’ questa tendenza, mi pare, a raccontare il fallimento come anticamera inevitabile del successo. Il che va benissimo: sbagliando si impara e un sacco di persone sono molto in alto, adesso, dopo essere state parecchio in basso.

Non bisogna vergognarsi dei propri sbagli eccetera.

Quello che ha iniziato a risuonarmi falso, in tutta quest’apologia del fallimento, è che le storie – giustamente – raccontate del per aspera ad astra tendono a lasciare nell’ombra tutte le altre, quelle del per aspera ad ancora più aspera, o quelle del per aspera ad mediocritatem, che sono poi, fatemelo dire, la maggioranza.

Ora, la mia non è – mi pare ovvio – una storia di successo à la J.K.Rowling, per cui non credo che ci sia il rischio di fare proselitismi estremi con gente che apre librerie in posti sperduti indebitandosi e poi viene  a citofonarmi a casa, vestita di stracci e cartelle Equitalia, accusandomi di aver detto che si faceva così.

Però, mi pare, non è neanche il modo giusto per imparare a vendere libri. È, semplicemente, stato il mio modo. Ma non lo consiglierei a nessuno, né potrei giurare che funzioni per qualcun altro.

E l’idea di mettermi qui, raccontare i miei disastri in maniera propedeutica, facendo la simpatica umorista sulle mie inettitudini, concludendo che è tutto bene quel che finisce bene e infatti eccomi qua a fare il mestiere più bello del mondo, mi pare non renda giustizia a niente.

Quando si commettono errori gravi nell’ambito del mettersi in proprio, come prima cosa si perdono un sacco di soldi. Ma un sacco. E, se siete abbastanza fortunati da non aver mai avuto grossi cazzi con i soldi, lasciatemi dire che è un pensiero che si inghiotte tutto il resto e non lascia spazio a niente altro. Datemi mille drammi d’amore, palate di cellulite fin sui lobi delle orecchie, dilemmi esistenziali che in confronto Amleto era uno zarro dell’autoscontro, piuttosto. L’altro giorno con la mia amica Frankie ripensavamo a un dato periodo di sfiga nera monetaria, e ci siamo rese conto che, con la terza socia bionda, quando ci vedevamo parlavamo solo di quello. Ci sentivamo tristi, prigioniere, esauste.

Insieme a tanti soldi, perdi anche autostima, orgoglio, indipendenza. E sono cose che è dura recuperare. Poi impari anche che i soldi vanno e vengono, e che la cosa più importante è la salute, ti trovi a ribadire l’ovvio anche per ridimensionare certe voragini che ti si spalancano dentro. Però, ecco, proprio a dire che tanto non importa e vissero felici e contenti, no.

In questi mesi si è parlato un sacco della responsabilità di quello che pubblichi online: ci sono stati post, ma anche semplici chiacchierate intorno ad un tavolo. Quando scegli di rendere pubblici i tuoi pensieri e la tua vita, per quanto piccolo possa essere il tuo bacino di lettori – come nel mio caso – ti ritrovi a controllare bene quello che hai scritto, a rileggerlo dieci volte più una, cercando di non lasciare spazio a fraintendimenti. Un po’ perché non hai voglia di processi alle intenzioni – che sono una delle abitudini più fastidiose dell’internet – e un po’ anche perché il fatto che tu possa scrivere qualsiasi cosa non implica che tu debba farlo.

Ed è per questo che quando mi è stata chiesto in maniera diretta e gentile di raccontare come sono arrivata a fare quello che faccio in maniera soddisfacente e professionale, ho capito che l’unica risposta onesta è, non lo so. Io ho fatto così, ma se riesci a non farlo anche tu, è meglio.

Il mio viaggio fin qui è fatto di inciampi e di errori, e non è il paradigma di niente se non della mia storia, né può essere decontestualizzato. Se può servire a qualcuno, forse, è solo per chi ha già fatto i suoi sbagli, e magari è ancora lì nella pauta fino al collo che si sente un coglione. Allora lì posso dire, non preoccuparti, ci sono finita anche io, poi passa. Ribadire – di nuovo – l’ovvio, magari strappare un sorriso, magari attenuare una solitudine.

Poi in realtà ci sono delle cose che mi sentirei di consigliare a una persona che vuole fare la libraia, eh. Non è che sono proprio così fagiana da non aver imparato niente [qua lo scrivo incrociando le dita perché non si palesino colleghi e clienti a dissentire con il dito di mogano]. E non è detto che non le scriva, un giorno o l’altro.

Una cosa del tipo: tutto quello che avrei dovuto sapere, ma che ovviamente non sapevo, perché quando una nasce storta e si incammina con piedi a banana lungo gli imperscrutabili sentieri della vita, l’unica cosa che si porta appresso è quel cazzo di senno di poi.

 

 

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Raccontarla giusta

Quand’è che una roba esce dalla tua testa e diventa vera?

Di solito, per me, quando decido di raccontarla.

E questa è un’arma a doppio taglio, perché una volta che l’hai tirata fuori, non hai più scuse. Certo, puoi sempre abbandonarla in autostrada, ma di solito tornerà a visitarti quando meno te l’aspetti e a dirti, ehi, ti sarai mica dimenticata di me?

La cosa che ti devi chiedere prima di dar fiato alle trombe, quindi, è: mi voglio accollare quest’impresa?

Tutto nasce nel 2014 con un quaderno verde, in un’aula dove – per la prima volta – inizio a seguire un corso di scrittura.

Sui corsi di scrittura se ne dicono un sacco, la mia è: se vi piace scrivere, seguiteli. Non diventerete Hemingway se non lo siete, ma passerete del tempo speso bene, imparando cose che magari un giorno vi saranno utili, insieme a persone che hanno in comune con voi almeno quella cosa lì – la fascinazione per le storie, che sembra una cosa piccola, e invece è enorme.

Io, per esempio, credo di essere fatta almeno al 70% di fascinazione per le storie, il resto è stupidera e ciccetta.

Il corso è questo – c’è ancora, dire che vi consiglio di seguirlo è ridondante, ma la ridondanza ci piace e quindi ciapa.

Dopo quel corso ne sono venuti altri, sempre con Marco Lazzarotto, il Maestro per gli amici: insieme ai corsi, sono arrivate persone belle, collaborazioni, cene con fiumi di vino rosso, foto discutibili, partite a Pictionary all’ultimo sangue, danze e trenini.

Adesso, è arrivato anche un eBook [e lo trovate esattamente qui].

Il libro ha avuto una gestazione lunga, ma non troppo: un giorno, circa un annetto e mezzo fa, sotto i portici di piazza Statuto, mi sono trovata con Marianna e Marco, abbiamo ordinato uno spritz (l’alcool è sempre omaggio ai grandi avvinazzati della storia della letteratura, mica altro) e io ho detto: ma se io mettessi in bella tutti gli appunti che ho preso a lezione con te, e tu, Marco, li riguardassi e li integrassi con il tuo sommo sapere, poi tu, Marianna, ci staresti a pubblicarli con Zandegù, o vi sembra un’idea del menga?

Ecco, da quel momento, l’idea è diventata una cosa vera, che coinvolgeva altre persone, che c’era. Che non si poteva più accantonare, che reclamava cura e spazio nelle nostre vite.

Scrivere a quattro mani significa mettere insieme tante cose: idee, voci, tempistiche, scadenze.
E poi: un manuale. Vuoi fare una cosa seria – mica puoi scrivere cazzate, ma vuoi anche che le persone leggano volentieri quello che hai scritto, non tediarle dall’alto di una cattedra.

Per questo, chiacchierando con Marco, ci stiamo resi conto che la formula più giusta per noi era proprio quella del dialogo, per non parlarci addosso, per rendere l’idea di quello che è in definitiva proprio il succo del manuale. Le cose che vorresti sapere, ma che magari non hai modo di chiedere, perché un Lazzarotto portatile da scrivania non l’hanno ancora inventato.

Ci abbiamo messo dentro gli esempi – letterari, ma anche no – di storie e strutture che ci piacciono e ci ispirano, le cose che hanno funzionato per noi, le Grandi Verità che chi vuole raccontare, prima o poi, si trova davanti e incide sulla pietra per non scordarle più.

Mi piace pensare che ci abbiamo messo anche quel clima di confronto e curiosità che per me ha fatto la differenza: perché, diciamolo, la paura più grossa che avevo in quella primavera del 2014, era di ritrovarmi in un’enclave di pomposi intellettualoni con un pennino infilato nel sedere, che mi avrebbero giudicata ogni volta che facevo una domanda banale.

Comunque, le domande le ho fatte tutte io. Senza imbarazzi. Anche quelle sceme.

Perché quando decidi di raccontarla, quella roba che ti frulla nella testa, allora diventa vera, e non sai mai come andrà a finire: quindi meglio attrezzarsi per raccontarla giusta.

Stanno stretti sotto i letti

Ok, l’ho fatto. Un piovoso pomeriggio di novembre, mi sono recata ala visione pomeridiana della nota pellicola cinematografica IT, tratta dall’omonimo romanzo del grande Stephen King.

Libro mito assoluto, aspettative… beh. le aspettative non erano né alte né basse. più che aspettative erano preghiere. Fa’ che non sia una cagata pazzesca.

Ho cercato di leggere meno recensioni e commenti possibili, prima. Dal momento che non vivo in una baita in Val Chiusella, qualcosa mi è capitato sotto gli occhi, qua e là.

Il fatto è che non volevo fare la nerd oltranzista che va a vedere un film a chiappe strette perché parte dal presupposto che il libro è sempre meglio. Libro e film sono due linguaggi completamente diversi, aspettarsi la stessa cosa è demenziale.

Ma, del resto, se vai a vedere un film tratto da un libro che hai riletto decine di volte, e che sai quasi a memoria, e che hai amato come si amano solo certe storie di inaudita potenza che porti conficcate nel cuore ovunque tu vada, per forza il rischio cagata pazzesca è dietro l’angolo.

Oltretutto stiamo parlando di un libro che ha più di 1300 pagine. Già dividendolo in due, è una botta di materiale non indifferente. Materiale incandescente, tra l’altro.

Allora, il film mi è piaciuto?

Mah, sì. Ha una chiave molto più horror rispetto al libro, mi è sembrato.

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Artwork bellone fatto dall’Orso, AKA Aleroundyou

[Oh, da qua ci si addentra in due territori pericolosi. Quello dell’opinione personale, che è la mia: non sono Morandini né voglio esserlo, quindi se vi sembra che dica cagate, fatevene una ragione.

Il secondo territorio è quello degli spoiler: se non avete ancora visto il film/letto il libro, chiudete tutto e andate a fare altro. A meno che non ve ne freghi niente di scoprire cose che non sapevate succedessero, in quel caso ok. Non voglio scene in stile “Beth muore!“. ]

Diciamo che, se il romanzo It è per me un capolavoro, il film è un buon horror, ma non diventerà uno dei miei film culto da rivedere ciclicamente con amore e struggimento – come mi capita, per esempio, con i vari Harry Potter.

Cose che mi sono piaciute assai:

  • il cast. I ragazzini sono scelti benissimo, Ben è un ravioletto al vapore ripieno di burro e tenerezza, me lo sarei portato a casa in una scatola seduta stante, per dire. Bill Skarsgård è un ottimo Pennywise, persino Bev con i capelli corti m’è piaciuta.
  • Derry. La ricostruzione della città, e dell’atmosfera, è riuscita benissimo. La casa di Neibolt Street, i Barren, l’orrido Paul Bunyan di plastica: ci siamo, siamo lì, e guardati le spalle e non ascoltare le voci che vengono su dallo scarico del lavandino.

Cose su cui pensavo di aver da ridire e invece no:

  • l’ambientazione anni 80. È vero, resto fan di quegli anni 50 col frappè nel bicchiere di vetro e la ciliegina, ma alla fine, se entriamo un attimo nell’ottica di questo eterno revival dell’Era Del Mullet, il fatto che si svolga nel 1988 non toglie nulla alla forza della storia
  • la preponderanza della figura del clown rispetto alle altre incarnazioni di It. Per quanto la caratteristica di mostrarsi in maniera diversa attingendo alle paure più profonde del singolo, sia sicuramente una delle cose più caratterizzanti di It, è anche vero che, cambiando di continuo mostro in un film di due ore, si rischia di mandare in confusione lo spettatore. O almeno, è molto più difficile far passare che il clown, il lebbroso, l’uccello gigante, i bambini morti annegati e tutta l’allegra compagnia degli orrori sono la stessa cosa.
    In più, come già detto, il Pennywise attuale è strepitoso, quindi sfruttarlo al massimo è legittimo.
  • Bill che va a cercare Georgie perché non ne hanno mai ritrovato il cadavere. Questa è chiaramente un po’ una minchiata, ma secondo me c’era l’esigenza di spiegare in fretta perché ‘sti sette stolti stanno a sguazzare nelle fogne tutta l’estate.

Cose che mi sono chiesta: ma dove cazzo sono finite? Perché le hanno epurate così? Cosa gli costava lasciarle?

  • l’inalatore di Ed. Sì, compare, ma non è il feticcio salvifico del ragazzino -ipocondriaco per procura. È solo uno dei tanti gadget sanitari che si porta dietro.  Sembra quasi che a metà film regista e sceneggiatori si siano guardati e abbiano detto, oh merda, ci siamo scordati l’inalatore! E l’abbiano ficcato in una scena a caso.
    Mentre invece, cazzo, l’inalatore di Ed! Che diventa arma, grazie alla sua immaginazione. Scusate ma io sull’inalatore di Ed non transigo.
  • il papà di Mike. Non pervenuto. L’uomo che insegnerà al figlio la storia di Derry, e che è forse l’unico adulto ad avere un’intuizione vaghissima dell’esistenza di It, non c’è. Mike è orfano (?) e vive con dei rudi braccianti in una fattoria la cui economia si regge sullo sparare in testa alle pecore.
  • la fionda di Bev. Passi tagliare tutto il pippone sulla pallottola d’argento, avendo eliminato l’apparizione del licantropo etc, ma la fionda di Bev – malamente rimpiazzata dalla pistola ammazza-pecore dell’improvvisamente orfano Mike – secondo me ci stava anche senza dietrologie.
  • la capacità dei Perdenti di sconfiggere It attingendo alle cose che amano e che, alla fine, nel senso più profondo della storia, sono quelle che ti salvano dalla paura e dalla follia. Io questo nel film non ce l’ho proprio trovato, e mi è dispiaciuto.

Momenti WTF???

  • il padre di Henry Bowers che è anche lo sceriffo (tra l’altro, visto in un totale di tre scene, in una è zitto, in una sbraita, nell’ultima muore). Ma perché? Ma cos’è quest’avanzamento di carriera del vecchio sbronzone che vive di espedienti?
  • la donna-mostro, un po’ quadro di Modigliani, che terrorizza Stan. Ma da dove l’hanno tirata fuori? C’è qualche teoria accreditata che io non so? Illuminatemi.

Ecco, e poi la cosa più stronzissima di tutte che io proprio lì stavo per alzarmi nel buio del cinema e dare sfogo al mio sdegno con effetti speciali, tipo prendendo a borsettate la signorina dei pop corn.

BEVERLY CHE VIENE RAPITA DA IT. SALVATA. E RISVEGLIATA CON UN BACIO.

No, cioè, questa era proprio gratuita e inutile e anche se c’è un vago collegamento – presumo – con il rapimento di Audra nella parte relativa all’età adulta, comunque, no. Non puoi prendere Bev e farla diventare una qualsiasi damigella in difficoltà.

Capisco tagliare la scena di sesso di gruppo tra minorenni, che nel libro è resa in maniera ineccepibile, ma poteva essere troppo difficile sullo schermo. Però non si può dimenticare che è Bev che, con forza, tiene unito il gruppo e restituisce ai Perdenti un senso nel momento in cui tutto sembra perduto.

Per me quella scena lì, di lei appesa come un salame, inerte, impotente, che attende l’arrivo dei baldi giovani, proprio devono toglierla e mandare una lettera di scuse al mondo.

Per il resto, sono contenta di aver visto It al cinema – certo, peccatone per il doppiaggio, in lingua originale c’era ma non era compatibile con gli orari e gli impegni della cumpa Incorporella. Se mi chiedessero, vale la pena di andarlo a vedere, avendo letto il libro? Direi, sì. Puoi godertelo.

Ma il libro, come sappiamo, è un’altra storia.

Non per modo di dire, ma nel senso che parla proprio di altro, secondo me.

Parla del nostro amore – per le cose e le persone – che ci tiene vivi e vegeti e forti e combattenti anche quando siamo minuscoli, spaventati, laceri, nascosti.

Quel potere, quella magia, quella capacità di salvarsi e salvare gli altri, gridando con la voce del Poliziotto Irlandese, o nominando una a una le diverse specie di uccelli, o raccontando che sì, stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti, ecco, di tutto questo io nel film ho trovato solo tracce debolissime. E mi dispiace, perché è un’occasione perduta.

[Comunque io di It e del significato che ha per me ne avevo già parlato, in parte, qui. Mi ripeto? Oh yes. E del resto, c’ho una certa].

I Nelli alle Crociate

[Questo post è sponsorizzato da Metodo Gattini. Per saperne di più, fai finta di niente e aspetta che passi]

A casa mia, ci piace l’enigmistica.

Da generazioni: non ricordo di aver mai vagato per casa di mia nonna Banana senza imbattermi in qualche Settimana Enigmistica o Domenica Quiz compilata da più mani diverse.

Noi bambine cominciavamo con i classici: unisci i puntini, colora gli spazi, disegna i baffi a Gabriella Golia in copertina. Trova le differenze, risolvi le indagini di Leo, personalizza le barzellette, contrassegnando con una freccia i personaggi della famiglia corrispondenti. Tipo: generalmente la tettona svampita sull’isola deserta era qualche fidanzata (o ex) di mio zio Bobo, la moglie col mattarello mia nonna, il travet vessato mio papà e mia mamma la spendacciona carica di pacchi. Più varie ed eventuali.

Dei quesiti della Susi, a memoria d’uomo, nessuno ci ha mai capito una mazza, anzi, a volte se ne disquisiva tra il cotechino e il purè e mai una volta che fossimo tutti d’accordo.

Con il tempo e l’esperienza, ho scalato le vette degli schemi semplici, e, ad oggi, faccio un solo tipo di cruciverba: quelli ermetici. Triploverbi, cruciermetici con trasferimenti, megaermetici, però quelli. Per questo, ad oggi, il mio giornalino preferito, con buona pace dei puristi, è la Domenica Quiz Mese, che ha tanti tanti ermetici, e tutto il resto chissene.

Di recente, ho imparato a fare l’ensoverba, ma non so ancora se sarà un amore duraturo.

Mi rendo conto che sto toccando punte di sfiga inaudite, ma, whatever.

Dei rebus non ci ho mai capito una sega, per inciso: questo per dire che, quando qualcuno prova ad appiopparmi dell’intelligenza fuori luogo a causa di questo mio guilty pleasure, ci tengo a precisare che gli enigmisti veramente intelligenti sanno fare i rebus, e io no.

[Nemmeno gli anagrammi. E il sudoku. Non sono brava neanche ad essere nerd].

Della Settimana Enigmistica prediligo le cornici concentriche e il bersaglio: ma gli ermetici della Domenica Quiz per me restano il top.

La vera campionessa, comunque, è mia mamma.

Mia mamma è così spavalda che fa le parole crociate a penna.

Provo un brivido a metterlo così, nero su bianco. Io solo matita e gomma e frequenti cancellature e grandi porconi. Mio papà anche. Sulle matite poi si può aprire una grande parentesi.

Le matite, a memoria storica, dai tempi di mia nonna Mary, non si buttano. Si usano finché sono sono lunghe pochi millimetri, che per scrivere devi tenerle fra le unghie e puoi temperarle solo con attrezzi da cesellatore medievale, e poi si ripongono in apposite scatole, dove stanno a riposare finché i tuoi eredi non le ritroveranno. Se i tuoi eredi hanno più buon senso di te, le butteranno.
Ovviamente, essendo il patrimonio genetico quel che è, i tuoi eredi non le butteranno. Rimpolperanno le scatole di nuovi cadaveri di matitina e le lasceranno lì, in attesa che gli archeologi del futuro le ritrovino e si domandino come e perché.

Io ho una pericolosa tendenza alla conservazione delle matitine. Il gene Scopello ha annacquato l’istinto, ma non troppo. Inutile dire che l’Orso mi schernisce non poco, quando mi vede impugnare una matitina tra pollice e indice cercando di temperarla, in evidente spregio a tutte le leggi della fisica.

La regola inoppugnabile dell’enigmistica chez Incorporelli, è che le risposte non si cercano su Google. Mai. Forse solo di nascosto a tarda notte chiusi in bagno, sudando, con enormi sensi di colpa.

Puoi chiedere un aiuto a chi ti sta accanto, fare sondaggi fra i conoscenti, telefonare alla zia ex professoressa – che è un po’ una versione beta di Google, a ben pensarci. Il codice d’onore dell’enigmista lo consente, ma ricorrere al motore di ricerca dell’Intenet è un’onta, che nessuna gomma può cancellare.

In caso di disperazione, babbo Nello ricorre all’enciclopedia, quella di carta in seicento volumi. Scartabella, suda, ravana fra le definizioni e scopre informazioni casuali che non c’entrano niente con la soluzione ma che ricicla poi in occasioni mondane. Fingendo tra l’altro che siano informazioni alla portata di tutti, e ignorante tu che non lo sai.

Ecco una sua frase tipo:

“Ma come, non sai che cos’è un succiacapre? Ma dài! Il nottolone! Ma insomma!”.

Quando il superermetico è finito, io generalmente ho tre tipi di risultati:

  1. parole che so, che ho intenzionalmente scritto e che corrispondono a realtà
  2. parole che sono chiaramente sbagliate e non esistono, tipo “abursalengo”
  3. parole che sono sicura siano sbagliate, ma che a quel punto vado a controllare nelle soluzioni e scopro essere giuste. Lì le googlo, pensando “così la prossima volta lo so”, ma tipicamente, la volta dopo, mi sono di nuovo dimenticata che cosa vuol dire “trozza” o “saluen” o “comneni” e quindi ciccia

Forse è proprio a causa di questi epiloghi reiterati che sono affezionata all’enigmistica: mi diverte, mi intrattiene, e mi sembra anche paradigmatica di un po’ tutti gli ambiti della mia esistenza.

You can’t shut off the risk and the pain without losing the love that remains

L’altro giorno parlavo con Marianna della fiducia.

Sì, ci piace scegliere temi leggeri quando beviamo un caffè nella luce della Zandesede.

(Non è vero, parliamo anche di vestiti di ASOS e dei pettorali del dottor Karev, ma, via, immaginateci un po’ intellettuali, per una volta).

Io su questa cosa della fiducia ci ho passato un sacco di tempo, a farmi filmoni mentali e a sviscerare i pro e i contro con esempi pratici, che spaziavano dalla letteratura a Un Posto al Sole alla trisnonna della portinaia.

La sola conclusione a cui sono giunta, è che ci sono persone che si fidano e persone che no. Credo che nasciamo così, in un modo o nell’altro.

Io sono una che di base si fida.

Mi fido da boccalona, eh: mi fido del signore della Nespresso che mi dice che la nuova limited edition cacca di babbuino e chicchi del Venezuela è buonissima, mi fido dell’ammorbidente che col suo magico profumo mi trasmigra in Provenza. Mi fido del fondotinta che renderà la mia faccia uguale a quella di una modella sedicenne cresciuta tra i campi di grano dell’Oklahoma. Mi fido di chi mi ha detto “non sei tu, sono io“, ma anche “è la prima volta che mi capita” e persino “ma no ti giuro non è successo niente, è solo un’amica”.

Mi fido del signore della telefonia che mi fa firmare un contratto capestro di settecentoventidue mesi a soli quarantanoveenovantanove euri al mese con prelazione sui primogeniti miei e delle generazioni a venire, per avere in omaggio un Huawei usato e trentasei minuti di conversazione al bimestre.

Nella vita e nel lavoro, fidarmi mi è costato caro. Specialmente in termini di autostima: perché quando ti accorgi che sì, ok, la gente è stronza, ma soprattutto tu sei scema, trovarti una giustificazione che non ti faccia vergognare di te non è semplice.

Eppure.

Alla fine della fiera, non farei cambio. Mi piace pensare che una parte di me, rappresentata graficamente come una contadinella in salopette che tiene al guinzaglio un pony-unicorno, resti convinta della fondamentale bontà delle persone. Che sì, ci sono un sacco di malintenzionati, ma in fondo a fidarsi ci guadagni sempre di più che a guardare tutti in cagnesco tipo Scrooge con la gastrite.

Mio papà mi ha sempre ripetuto che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Ma la cosa non ha attecchito, anche perché è detta da uno che ha fatto entrare in casa gli Hare Krishna e ha comprato tipo quattro libri sull’illuminazione e il bodhisattvayana solo perché gli facevano tenerezza, perciò.

E sì: anche io, dopo l’ennesima inculata con la sabbia, mi sono guardata allo specchio, ho alzato i pugni al cielo e ho giurato al cospetto degli dèi e degli uomini che mo basta, sarei diventata la regina delle nevi, cuore di pietra e sguardo di ghiaccio, sempre all’erta fra le insidie della giungla metropolitana. Poi sono uscita di casa, uno mi ha detto Dai guarda! Un porcellino a pois che vola! E io mi sono ritrovata col naso in su a cercarlo fra le cime dei platani.

La verità è che le inculate bruciano e te le ricordi meglio, ma se poi fai veramente il conto è più quello che hai guadagnato fidandoti che non quello che hai perso.

Il fatto è che io credo che la fiducia sia gratis.
Nelle relazioni umane e in quelle amorose soprattutto. La fiducia si guadagna ma fino ad un certo punto: perché se tu credi nella persona che hai davanti, non ti servono poi molte dimostrazioni, e vale anche il contrario. Se navighi a vista nel mare del sospetto, ogni indizio punterà contro.

Poi dipende anche un po’ da come vuoi (o sai) vivere. Io trovo che dubitare sempre delle reali intenzioni di chiunque sia una fatica terribile.

Né sono poi così convinta che questa fatica ti tuteli veramente. Non credo che lo stress del vivere sempre sul chi va là alla fine si traduca davvero in una vita priva di delusioni e amarezza. Anche perché forse – forse – l’amarezza più bruciante è proprio il senso di solitudine profonda che ti accompagna costantemente quando pensi che non puoi fidarti davvero di nessuno.

La vera saggezza, mi pare, è prendere atto di questa fiducia tradita, accettarla per quello che è senza negarla, rigare la macchina del soggetto in questione con un punteruolo da ghiaccio che fa subito Sharon Stone, e poi andare oltre.

Archiviarla, non dimenticarla – sul dimenticare i torti, mi spiace ma non ho mai imparato. Sono campionessa in carica di recriminazioni: fiduciosa sì, ma cagacazzo di più.

E non farla scontare a chi verrà dopo. Non farla scontare a te stessa. Tienila viva, la boccalona in salopette.

Ma se non sei capace di fidarti? Come impari?

Ecco, io non ne ho idea. Però magari comincia col dare retta a una promoter, le nuove merendine variegate menta e gorgonzola potrebbero davvero essere buonissime.

a che serve la vita?

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Siamo tutti figli di un grande malinteso, quello che l’amore, il vero amore, sia la panacea universale di tutti mali. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’amore non basta un cazzo.
Una vita come tante non è un romanzo come tanti. Ho aspettato molto leggerlo, non, come si potrebbe pensare, perché la sua mole (1091 pagine) mi spaventava, ma soprattutto perché mi era stato detto che era un romanzo sconvolgente.

Lo è, sotto tutti i punti di vista.

Non è il più bel libro che io abbia mai letto in vita mia, e non è nemmeno diventato il mio libro preferito: ma sicuramente, ad oggi, mi viene da dire che, se vi considerate “lettori forti” – che è una definizione delle palle, ma non me ne viene in mente un’altra abbastanza calzante – questo è un romanzo da cui non potete prescindere.

Amare una persona che non si ama è un po’ come stare seduta davanti a un palazzo che sta crollando. Non c’è assolutamente nulla che tu possa fare per tenerlo in piedi. Non sei Wonder Woman, non sei dio. Non sei un cazzo. Ma del resto, non è mica colpa del palazzo, se sta crollando. Ci sono alla base anni di incuria, fondamenta sbagliate, errori strutturali.

Cosa puoi fare?

Allerti la protezione civile, cerchi di evacuare chi c’è dentro, stai pronta a scavare tra le macerie, per salvare quello che è sopravvissuto.
Ti allontani.
Non vuoi, non puoi, morire schiacciata sotto un cornicione. Sarebbe un sacrificio perfettamente inutile.

Fuori dalle metafore ardite, c’è il quotidiano, che è, quasi sempre, quello spazio in bilico tra tempo e sentimenti in cui fai il meglio che puoi, in cui sei viva e ti muovi e tuo malgrado procedi, sbattendo il naso tutti i giorni contro i tuoi limiti ma anche sorridendo nel sole dei momenti belli, perché la vita non è solo terremoto e tempesta, per la maggior parte di noi.

Ami come sai. Scendi a patti con la tu fallibilità, e speri sempre per il meglio.

Ci sono libri che sono come lame che tagliano in profondità, pagina dopo pagina. Ti causano dolore, ma da quei tagli entra anche la bellezza, ed è per questo che vai avanti, rapita, incantata. Puoi permettertelo: è letteratura.

Il libro di Hanya Yanagihara, per me, racconta l’amore come lo conosciamo quando ci liberiamo del pregiudizio di ciò che l’amore dovrebbe essere.

Perché se è vero, come dicevo prima, che l’amore in sé non è mai abbastanza, è vero anche che contiene una forza purissima, che è motore di un sacco di cose belle.

L’amore non può guarire chi è profondamente danneggiato: ma può, senza dubbio, attutire il dolore. Renderlo sopportabile, metterlo in un angolo e farlo tacere, per un po’.

La storia di Willem e Jude, non è, per fortuna, la mia storia: ha abissi che non conosco, ma la cui forza narrativa ha fatto il suo sporco lavoro, e mi ha messa davanti a tanti nodi miei, personalissimi, di cui non si parla ad alta voce, nemmeno al buio, nemmeno in segreto.

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Non c’è una formula per imparare a farlo, ma se dovessi raccontarvelo, come lo faccio io, che sono molto meno brava di Willem, vi direi che si fa come tutto il resto: un pezzo alla volta, senza arrendersi, senza dimenticarsi di ridere, lasciando che le lacrime vengano quando è il caso, anche se sappiamo bene che non si piange nel baseball.

Accettando anche il fatto che potrebbe non servire a niente: ma tu, tu non lo fai perché serva. Lo fai per istinto, per scelta, perché non sai fare altrimenti, per necessità.

Perché ti rende felice, amare una persona per quanto inutilmente, contribuisce all’equilibrio del mondo e al tuo, perché anche chi non sa volersi bene merita di essere amato, anche se cristiddio non capirà mai perché e non vorrà crederci, pazienza.

Se fossi una persona diversa, forse direi che ciò che è accaduto è una metafora della vita: le cose si rompono, a volte si aggiustano, e ci rendiamo conto che, per quanti danni possiamo subire, la vita ci ricompensa quasi sempre, spesso in modo meraviglioso.

A pensarci bene…forse sono proprio quel genere di persona.

 

N.B. – Tra i tanti motivi che avevo per leggere questo libro c’era il consiglio di Massimo, che lui libri innocui mai. Avevo paura di leggerlo, lui aveva paura della mia reazione. Che sia messo agli atti: nessun libraio è stato maltrattato per la stesura di questo post.

I solemnly swear that I’m up to no good

Il freddino arriva di notte e ti fa chiudere la finestra e so che c’è chi prova sollievo ma io no, solo l’agrodolce malinconia di settembre.

Vorrei dire che settembre è una merda ma non ci riesco. Mi dà di gomito con i suoi colori, mi solletica con i suoi cieli azzurri, mi sprona con la sua arietta: hop, hop, hop, sembra dire, dai che ce la fai, con ‘sto culone. Shake it.

Settembre è un maledetto istruttore di ginnastica dolce, che vorresti odiarlo, ma non ce la fai: sorride, non ti chiede troppo, in definitiva, solo di sgranchirti le ossa e rimetterti al lavoro, un po’, gradatamente, fa bene alle articolazioni, rilascia le endorfine, in fondo sai che ha ragione, ma chi c’ha voglia?

Non c’è scampo dai ricordi, a settembre.

Ogni foglia che cade sui viali è un primo giorno di scuola con lo zainetto – dei Puffi, di Barbie, Invicta Fluo – sulle spalle, senza dare le mani a chi ti accompagna, imparare la strada da sola, e ricordarla da un anno all’altro con minime, graduali variazioni.
I quaderni nuovi e in cancellino Pelikan con la punta bianca, la quiete prima dello scempio sotto forma di macchie d’inchiostro in ogni dove.
Ogni anno una stilografica nuova, le mangiucchiavo talmente tanto che una volta mi sono fatta esplodere una cartuccia di inchiostro rosso in bocca e alla maestra è venuto un infarto, oddio la bambina vomita sangue e continua imperterrita a scrivere i pensierini, martire dell’educazione elementare.
La tragedia si è ripetuta a casa, mia mamma ha trovata il fazzoletto imbevuto di macchie rosse appallottolato a caso in una tasca di lato, ma cosa ti è successo oggi a scuola? Niente, il solito, perché? The perks of having una figlia scema.

I primi di settembre noi si era ancora al mare in Romagna, e quest’anno ci sono tornata per una breve vacanza da figlia, la Nelli Posse alla riscossa.

Se ne sentono tante di critiche alle vacanze in Romagna, io le leggo e subito mi incazzo, poi subentra la certezza che se la vacanza di riviera la disprezzi è perché lì non ne hai mai fatte di felici, e allora, sai che c’è, mi spiace per te, ma tantissimo, perché la dolcezza felice di una vacanza a Riccione – o di più vacanze, una dopo l’altra sgranate come chicchi d’uva soda e golosa – te la porti dietro come riserva di gioia per una vita intera.

Dopo quindici anni, ho messo i piedi sulla sabbia fine e morbida come borotalco, e mi sono sentita a casa, ché tutti abbiamo bisogno di un posto dove sentirci a casa lontano da casa, e il mio era lì, nell’odore di salsedine, oleandro e bomboloni.

Perché ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore, e che ogni tanto gli fa sentire l’onda: quella canzone che tutti ben sappiamo la ascoltavo l’estate che era uscita proprio mentre ci andavo, a quel mare, dopo lo svincolo tragico di Borgo Panigale che allunga sempre il viaggio proprio quando ti sembra che dai, ci sei quasi.

Ecco, settembre mi sta sul culo perché è il mare, ma anche partire, dal mare, e tornare a casa e dover essere bella pimpante e promettere che quest’anno ci proverai, a non masticare tutte le penne e le matite e i pennarelli e gli stinchi dei tuoi compagnucci di classe come un ruminante impazzito.

Allora facciamo che io settembre e i suoi piani per il futuro li ignoro. Faccio finta che non esistano. Mi rifiuto di avere buoni propositi e di sgambettare lietamente sul sentiero della produttività. Me ne sto qua seduta e ascolto l’eco dell’onda che ho ancora dentro. Vado in cerca di storie. Faccio il pieno, ancora un po’, della luce limpida della sera.

Voi andate pure avanti, eh: io dieci minuti e arrivo.