Madeleine de Proust

Quella sera che diluviava pazzamente e io pensavo ai cibi delle nonne.

Le ginevrine e i sukai nel barattolo di vetro pesante, quello che ora io uso per le capsule della nespresso.

Il krapfen piccolo pieno di crema, appena fritto, a scolare l’olio sulla carta del pane.

I capelli d’angelo, asciutti, conditi con burro giallo e concentrato di pomodoro. Andavo a mangiarli nel garage, all’ombra, seduta su un vecchio scolapiatti, appoggiata ad un ceppo di legno, nel piatto bianco con il bordo rosso. Lei si sedeva sulle scale e sorrideva, una sigaretta al mentolo fra le dita con lo smalto rosso.

I ravioli dolci col ragù. Quel sapore perfetto di cioccolato, ricotta, cannella e scorza di limone, che nessuno di noi è mai riuscito a ricreare con la stessa precisione. Eppure c’è la ricetta scritta di suo pugno, nel corsivo elegante mai dimenticato. La mattina di Natale, lei dirigeva tutti, come un’orchestra, tacco dodici e messa in piega, Napoleone con un lieve sentore di borotalco e lo chemisier che cadeva perfetto.

I gamberoni alla griglia, comprati insieme al mercato di piazza Carlina e pagati come una parure, mangiati noi due sole sporcandoci le dita. Avevo dato l’ultimo esame, i miei ventitrè anni e tutta la vita davanti, un pezzo consistente, almeno, il tavolo rotondo apparecchiato per metà, ci bastava, non c’era bisogno di mettersi in ghingheri quando si trattava di me e lei e un barattolo gigante di maionese Calvè.

Il chinotto e l’aranciata amara. Ci sono nonne da succo di frutta, la mia era una nonna da gusti decisi, non indulgeva in dolcezze non necessarie, ma non lesinava sulle bollicine.

Il crodino e la coca cola. L’acqua brillante. Ai piccoli si può dare quello che piace ai grandi, nel bicchiere di vetro, perché imparino a fare attenzione, perché sappiano che le cose, a volte, si rompono.

Poi c’era il furto controllato, piccole mani contro lesti cucchiai di legno: l’agnolotto crudo, l’impasto della torta, la frittella appena spadellata a temperatura nucleare.

Cucchiai da portata d’alluminio, saliere a forma di cigno, pentole ammaccate senza speciali doppi fondi né moderne innovazioni, in cui i gusti si mescolavano sempre nel modo giusto. Il tappo di sughero tagliato a metà e poi imbullonato al manico del coperchio, quando ormai l’apposito materiale isolante si era rotto da un po’.

Il pane secco mai buttato via, e riutilizzato per polpettoni o torte o misteriose magie gastronomiche.
C’era tutta una liturgia di oggetti, di gesti, di direttive indirizzate verso i vari membri della famiglia per limitare, almeno un poco, la loro strutturale inutilità.

Gratta il formaggio. Riempi l’oliera. Porta il pane in tavola.

(E l’insalata asciugata avvolgendola nello strofinaccio e poi scuotendola, sul balcone). 

Io che non cucino se non per necessità basilari, ma ho dentro me tutti questi pezzetti che messi insieme fanno immagini e ricordi, che mi raccontano come eravamo e come erano loro, c’è tutta una famiglia e il ricordo di un’estate dentro la bustina di idrolitina sciolta nell’acqua del rubinetto in montagna – quell’acqua che scendeva così fresca e pesante che ti sembrava quasi di morderla, nella sete del mezzogiorno.

Un po’ di mesi fa ho letto un articolo molto bello, su Internazionale. Si intitolava “A dieta per essere immortali“, e l’autrice è una dietologa canadese, Michelle Allison (non l’ho più trovato in italiano, ma la versione originale potete leggerla qui ). Una frase mi ha colpito, e diceva:

E senza risposte facili o certe,ogni volta che mangiamo qualcosa è come se facessimo un atto di fede.

Ecco, il punto dell’articolo era poi un altro, ma io penso alla fiducia con cui chiudevo gli occhi e assaggiavo quello che le nonne mi mettevano in bocca o nel piatto, mi dicevano mangia, assaggialo, è buono, o non mi dicevano niente, perché sapevano che era scontato, che in quel cibo c’era molto di più di un insieme impeccabile di sapori.

C’era il loro tempo, c’era il loro amore, c’era la festa e c’era il pane quotidiano.

E c’era quel vecchio logorroico di Marcel Proust che mentre scrivevo questo post mi guardava dall’alto e bofonchiava, a me vieni a raccontarla, ragazzina? Che l’ho detta meglio e più lungamente assai, e ben prima di te?

Il burro non farà bene alle arterie, ma come li condisce lui, i ricordi, signora mia.

someday you will find me, caught beneath the landslide

Quando avevo tredici anni, alla fine della terza media, i miei genitori mi hanno mandata per la prima volta in vacanza studio in Inghilterra.

Avevo una paura porca.

Per me la scuola media non è stata esattamente un’esperienza da sballo.

Avevo un anno in meno di tutti i miei compagni di classe, il che, a dodici anni, si traduce nel giocare ancora a Barbie quando le tue compagne cominciano a fare i pompini (true story).

Ho pochissimi ricordi, e molto vaghi, di quei tre anni nel loro insieme.

Un giorno, a seguito di non so più quale fatto di cronaca, l’Orso mi ha chiesto: ma tu sei stata oggetto di bullismo da bambina? (L’Orso, ricordiamolo, ha visto il peggio delle mie foto di quegli anni, la sua domanda è più che legittima. C’avevo proprio l’aspetto tipico di quelle che vengono lasciate un trimestre con la faccia incastrata nel cesso, con tanto di occhiali e maglione peruviano con bamboline applicate, che ovviamente adoravo).

Ho frugato nella mia lacunosa memoria di allora e gli ho risposto: sì, probabilmente sì, ma non me ne sono mai accorta.
Con il senno della vecchia signora che sono, mi rendo conto che è più che probabile essere stata oggetto, quanto meno, di scherno e dileggio, di prese in giro ad ampio raggio. Ma io vivevo in un’altra realtà, parallela ma separata in maniera netta da quelle aule e quelle ricreazioni.
C’era la mia famiglia, sempre presente, i Nelli, le nonne, cuginanza varia, zii di sangue e zii d’elezione, una profusione d’amore che mi riverberava sempre addosso, una protezione ad ampio spettro contro la dura legge del gol.
Avevo i libri, soprattutto: il magico mondo dal quale non uscivo mai, se non per cause di forza maggiore. Chi ha bisogno del mondo reale quando c’è la letteratura?

C’era qualche amicizia, sporadica, particelle di sodio in acqua lete, qualche affetto residuo dalla scuola elementare, un po’ trascinato a forza, ma abbastanza per non farmi sentire sola.

A me, in quei primi di luglio mentre facevo la valigia, la vacanza studio in Inghilterra non sembrava un’idea così geniale – per dire, quando della vita non sai un cazzo.
Pensavo di non averne bisogno. Sì, certo, Londra l’avevo vista con i miei genitori e subito amata pazzamente, ma due settimane due con gente che praticamente non avevo mai visto, a fare cose che boh, cosa si fa a parte imparare l’inglese? Avrei poi scoperto che poi si fa tutto tranne imparare l’inglese, volendo, ma.

Sì, ero un po’ contenta, ma se mi avessero detto che era saltato tutto all’ultimo minuto, avrei fatto spallucce, mi sarei dispiaciuta un po’ e poi mi sarei ributtata di testa in qualche Gaia Junior o nell’ascolto ossessivo di Use Your Illusion.

Arrivata a Caselle, con la mia Samsonite lilla nuova fiammante, ero stata presa proprio un po’ dal panico. I Nelli, nella loro infinita saggezza, mi hanno baciata, fatto due raccomandazioni, affidata a chi di dovere e buttata nella mischia a calci in culo, senza girarsi indietro. Forse con qualche palpitazione, ma certi di aver fatto la cosa giusta, e infatti.

In quella vacanza ho conosciuto alcuni tra i migliori amici che avrò mai nella vita, ma non solo. Ho trovato la persona che ero, nel mondo reale, fuori dai libri e dalle cuffie del walkman.

Ho scoperto che, con le persone giuste, era facile essere me. Ridere di tutto, ma dei miei limiti e dei miei difetti in primis. Fare casino. Essere scema. Condividere i famosi discorsi esistenziali dei tredici anni alle due di notte, lacrime e abbracci, dediche e dichiarazioni, figure di merda e momenti di gloria.

Quando penso alla densità che aveva allora il tempo, mi chiedo dove cazzo è andata a finire, quell’intensità pazzesca, che in un pomeriggio demoliva imperi e riscriveva relazioni e ribaltava equilibri, e poi via, altro giro, altra corsa, altre cazzate inenarrabili.

Di quegli anni, mi resta per la prima volta la sensazione di essere un gruppo – perché poi, con qualche variazione, ci siamo trovati bene e abbiamo costituito un nucleo che ha messo a ferro e fuoco le strutture delle vacanze studio per sei anni consecutivi. Fino alla maggiore età, ché dopo non si poteva più, ma avremmo voluto.

Mi restano delle foto inguardabili che testimoniano tutti gli stadi dell’abbrutimento a cui una teenager può aspirare nel vano tentativo di essere alternativa.

Mi restano quaderni pieni di frasi criptiche che mi fanno ridere come una cretina anche vent’anni dopo.

Eravamo orribili e meravigliosi, rumorosi come un branco di bufali sotto LSD, grandi bevitori di Tango all’arancia e Coca Cola aromatizzata alle cose che non si trovavano in Italia, capaci di prenderci per il culo fino alla sfinimento, ma anche ferocemente amorevoli nei confronti gli uni degli altri, quando ce n’era bisogno.

Io devo molto, a quegli anni: se dovessi scegliere una cosa sola, la capacità di non prendermi troppo sul serio.

E quella di interagire con i teachers locali – che ci sembravano super maturi, ma avevano vent’anni – per ottenere qualche birra di contrabbando, passata fuori dalla finestra del pub.

Shuffle

Io sono una grande fan della funzione casuale dell’Ipod.

Forse sono anche una delle tre persone rimaste ad usare l’Ipod: io, un pony express del Malawi e una soccer mom dell’Oregon.

Le persone intorno a me usano tutte Spotify, gli hipster stanno tornando al walkman, se c’è qualcuno che ancora fa uso del discman si palesi che voglio stringergli la mano, io anche negli anni d’oro del Cd non sono mai riuscita ad ascoltarlo senza che saltasse come un canguro con il singhiozzo, l’unico modo per domarlo era giacere sul letto in uno stato di morte apparente.

L’Ipod, l’ho già detto qui, fa parte di me, come gli occhiali e il rossetto rosso: ho solo l’orrendo difetto di dimenticarmi sempre dove minchia lo metto, per cui, prima di uscire di casa, devo sempre preventivare quei dieci minuti di vana ricerca.

Dicevamo, la funzione casuale.
[Che poi un esperto di statistica mi disse che non è veramente casuale: pare che la Apple abbia dovuto modificarne le impostazioni dopo molti reclami per adeguarlo al concetto comune di casualità.
In teoria, la vera funzione casuale può farti ascoltare la stessa canzone di seguito anche sei volte, cosa che all’utente medio fa pensare a un Ipod con disturbi di personalità o posseduto dallo spirito dei Cranberries. Forse questa cosa è una leggenda metropolitana, ma io l’ho presa per buona, adesso non smentitemi, per favore, che già certezze ne ho poche].

Andare in giro con i brani in modalità shuffle può essere frustrante o perfetto, in un’ottima simbologia della vita stessa e delle mie passeggiate in solitaria sull’asfalto sabaudo. È un po’ come coltivare il pensiero magico, ma con l’ausilio della tecnologia.

Ci sono momenti di perfezione totale.

Quello che mi si è scolpito più nella memoria è stato quest’estate: sola, sulla spiaggia di Huntington Beach, l’Orso disperso in bici nei dintorni, io che non facevo niente se non guardare l’oceano e un ubriaco sulla passeggiata che speravo vivamente non mi approcciasse. Io ho questa cosa che se c’è un pazzo nel raggio di cento chilometri prima o poi arriva da me e vuole instaurare un rapporto, breve, magari, ma intenso. È come se me ne andassi in giro con su scritto Ciao, rompimi i coglioni! sulla fronte.

E poi è partita Sloop John B dei Beach Boys e io mi sono sentita così precisamente nel momento giusto, nel posto giusto, con la canzone giusta a fare la cosa giusta. Come se l’universo mi stesse facendo un high five, la telecamera immaginaria a zoomare sui miei piedi nudi e sulla felpetta antivento, il cielo dolce e azzurro e già in agguato la nostalgia del ripensarsi, nei giorni di pioggia, del rivedersi in prospettiva, quando in quel momento perfetto i pezzi del puzzle erano incastrati a dovere e c’era solo da respirare con calma e bersi il sole.

Ci sono momenti in cui dici, vabbè però allora vaffanculo, se devi fare così. Ma non mandi avanti, no. Bevi l’amaro calice fino in fondo, l’abbiamo fatto tutti, nevvero?
La canzone più straziante per il momento in cui affondi nella pauta ma non vuoi emergerne, anzi: vuoi che la mota ti sommerga e i dolori della giovane Werthera abbiano fine, e tutti piangano al tuo funerale e dicano che bella che eri e quanto t’amavano e quanto mancherai al mondo, che di sicuro non sarà più lo stesso posto di prima.

Mediamente questo è quando ti lascia il fidanzato, e io non facevo eccezione, in quell’aprile di anni e anni fa – che aprile è il mese più crudele s’era già detto, del resto.

La canzone in questione era Christopher’s River dei Biffy Clyro e le panchine di Piazza Vittorio il posto giusto per sciogliersi in lacrime, visto che, notoriamente, garantiscono la privacy necessaria a straziarsi di ricordi d’amore perduto e ineluttabilità di un futuro fatto di solitudine.

Mai una Katy Perry o un trashone anni 80 quando servono.

La funzione casuale, inoltre, sopperisce alla mia naturale inabilità di fare le playlist. Oh, ci ho provato, a mettermi lì con tutte le mie migliori intenzioni, ma niente: mi areno. Le mie playlist arrivano al massimo a sei canzoni. Poi mi stufo, mi demotivo, mi perplimo.

La playlist pianifica un po’ come ti sentirai in quel momento, quando schiaccerai play e comincerai a fare le cose, ma io che ne so?

Io non so manco come sto adesso, se non me lo dice una canzone.

 

Non si va via senza salutare

E anche la famiglia bella ha lasciato la casa di fronte.

I primi a cedere sono stati gli ingegneri dell’ultimo piano.

No more grigliate in balcone e karaoke, no more tentativi di limonamento con l’unico mammifero vagamente femmina presente al festone di Capodanno. È arrivata la coppia giovane&seria, con le tende di plastica bianca per proteggere basilico e bucato.

Non è che io provi odio a prescindere per le coppie giovani&serie, solo perché noi siamo una coppia agée & cazzara. Le tende di plastica bianca, quelle sì,  un po’ le odio, anche perché nei giorni di vento sembra di stare sulla rocca di Gibilterra durante un maremoto, ma senza la spuma e il romanticismo, solo col fragore del PVC che si schianta. Però insomma, ognuno nel suo balcone fa un po’ come vuole.

È che mi ero affezionata ai politecnici fuori sede, ne apprezzavo il candore e lo slippone Navigare scelto da mamma e arrivato col pacco da giù.
Li osservavo pensosi e ciabattanti nel caldo di luglio, nella pausa sigaretta fra un manuale di termostatica applicata e uno di geofisica della brugola, li vedevo tremare sotto le nevi eterne dell’inverno sabaudo, pieni di nostalgia per la patria assolata e fragrante.
[Che poi magari erano della Val Brembana, eh, è che per me i politecnici fuorisede sono sempre salentini, per definizione].

La famiglia del terzo piano, in compenso, mi dava un sacco di soddisfazioni. I figli, transitanti nell’adolescenza con intemperanze controllate, la nonna che li rimetteva in riga a suon di pasta al pomodoro, il balcone strapieno di piante con il gatto che tendeva gli agguati ai fottuti piccioni.

Le feste nei weekend che c’ho casa libera, gli amici giovani con i look anni 90 che si affaccendavano in cucina tra una moretti e una viennetta.

Poi un giorno dal balcone sono sparite tutte le piante, e il colpo d’occhio è stato subito straniante. Via il basilico, il geranio, il timo, il ficus, la menta piperita, il verde generico e i fiori di lillà. Via il gatto. Persiane chiuse. Ho pensato, sono andati in vacanza. Hanno transumato le piante nella vasca perché non morissero di sete. E li ho pensati tutti in viaggio tipo a Mykonos, o sulle Dolomiti, con anche il gatto nella gabbietta e la nonna che redarguiva i camerieri. Il papà spettinato che prendeva la mano della mamma e le diceva, dai che abbiamo fatto bene a fare le vacanze a giugno, e vedrai che le piante sopravvivono. E lei che allungava i piedi sull’erba fresca, guardava il tramonto e beveva un altro sorso di Traminer (più le Dolomiti che Mykonos, a ricorrere nell’immagine che avevo).

Sarebbero tornati abbronzati, il figlio grande malmostoso nel suo scavallamento nell’età adulta, il figlio piccolo sempre meno piccolo ma ancora più cazzaro e più gentilmente turbolento, la nonna solida, il gatto altezzoso fra i vasi e i voltatili.

Invece un giorno si sono aperte le persiane e non c’era più l’orologio a muro dell’Ikea uguale al nostro – e a quello di milioni di altri italiani. Non c’era più il tavolo con la cerata, non le tende né il bordo del letto che si intravedeva.

Sono arrivati degli operai che hanno iniziato, senza riguardo alcuno, a trapanare i pavimenti.

Ora, io sono anche un po’ sensibile all’argomento, perché l’estate scorsa i miei vicini di casa hanno trapanato pavimenti, pareti, soffitti e maròni da maggio a ottobre (non sto scherzando, non è un’iperbole, giuro. In più mattinate di delirio ho valutato il trasferimento come unica opzione possibile per non diventare completamente pazza. Oltretutto la loro carrucola passava sui fili tirati dal mio balcone, che ho dovuto gentilmente rimuovere, e quindi io da maggio a ottobre ho steso le lenzuola in salotto).

Non saprò mai più niente della famiglia bella della casa di fronte: si sono trasferiti e i loro figli faranno feste altrove.

Mi resta solo il fumatore solitario del primo piano, l’unico vero Marlboro Man della mia esistenza, l’uomo che sfida i geli eterni di Winterfell alle dieci di sera, armato solo di ciabatte di panno e accendino.

Che poi uno si affeziona, anche l’Orso ci è rimasto male.

Se cambio prospettiva, ovvero balcone, l’unico motivo di interesse sono i bulgari pazzi per il parcheggio.

I bulgari sono da me così chiamati non perché vadano in giro con dei fuseaux leopardati in testa parodiando Aldo, Giovanni e Giacomo, ma perché hanno questa macchina con targa, appunto, della Bulgaria, che amano più della vita stessa. La parcheggiano esclusivamente nel raggio di venti metri dal loro portone. Se c’è posto solo, che ne so, al fondo della via, la lasciano in doppia fila e allertano alcune vedette per dare l’allarme appena si libera un posto vicino a casa. Penso che facciano i turni 24/7, chiavi alla mano.

Un signore del clan della Sacra Ruota una volta ha scavalcato la finestra di casa  – per sua fortuna stanno al pianterreno – a torso nudo, in pantaloncini e infradito, durante i giorni della merla, per correre a parcheggiare, con uno scatto da centometrista. L’ho ammirato in muta contemplazione dall’interno del mio bozzolo di piumino – sciarpa -cappello – pelle d’orso – scaldino De Longhi sotto le ascelle.

Un’altra volta l’ho visto puntare uno che andava via, spararsi una retro ai trecento all’ora, scendere di corsa dalla macchina in folle, terrorizzare una signora che stava parcheggiando nello spazio che si era appena liberato – incauta donna – battendole vigorose manate sul cofano e gridando è mio questo posto!

Non di rado si possono osservare donne, bambini, cani addestrati, amici prezzolati e vecchie zie invalide di vedetta nel tratto di marciapiede libero, che presidiano il posteggio in attesa dell’arrivo della sacra vettura.

Una volta l’Orso ha lasciato la macchina ferma in zona rossa per più di una settimana e pensavo gliel’avrebbero fatta brillare con il tritolo.

Secondo me dovrebbero fare un crowfunding per un garage, anzi, quasi quasi glielo propongo.

Le avventure legate al logorio del parcheggiatore moderno hanno un loro fascino, ne converrete, ma il mio cuore è con la famiglia bella. Ad averlo saputo, che stavano traslocando, gli avrei fatto almeno un ciao di nascosto con la mano.

E invece.

 

 

Olympia

Ho letto un libro di quelli di cui non ha parlato ancora nessuno, che nessuno mi ha consigliato, che volevo mettere su anobii e non c’era neanche la scheda già fatta, figurati.

Il libro si intitola “13 modi di vedere una ragazza grassa”, l’ha scritto Mona Awad, e l’ha tradotto Stefania Bertola.

L’ho preso d’impulso, mi piaceva la copertina, l’ho letto e non ho più smesso di pensarci. Da quando l’ho letto ne ho parlato ad almeno 10 persone diverse (forse 13, ha-ha) e mi sono resa conto che mai con nessuno, forse (tranne che con l’Orso, asciugato al riguardo per circa due ore di cena anniversariale) sono riuscita a focalizzare esattamente che cosa, di quel libro, mi è rimasto così impresso da non riuscire più a smettere di pensarci.

È diventato uno dei miei libri preferitissimi del cuore? No.

La storia è piuttosto semplice. Lizzie è un’adolescente canadese, riflessiva, un po’ dark – intellettuale, sovrappeso – parecchio sovrappeso, in realtà – che decide di dimagrire. Per piacere, per non essere più imbarazzata dal suo corpo, per trovare i vestiti che le piacciono, per essere amata.
Lizzie [spoiler] dimagrisce. Ma nella sua testa continuerà sempre ad essere una ragazza grassa che cerca di essere amata ed è convinta di non meritarselo. A nulla le serve cambiare nome, diventare di volta in volta Liz, Beth, Liza, Elizabeth.

Il peso specifico del suo corpo, e il peso degli altri, soprattutto delle altre, restano per tutto il libro, narrato quasi sempre in prima persona, l’unico metro di giudizio attraverso il quale valutare il mondo, il merito delle persone, il diritto alla felicità.

Ci sono altri temi importanti. Il rapporto con la madre, per esempio, è fortissimo e commovente e spesso doloroso; il padre ombra, che non c’è, poi torna, ma sempre figura di sfondo; Mel, l’amica di sempre, anche lei in lotta con il suo corpo; Tom, l’uomo con cui vivrà per parecchio tempo, che a tratti prenderà lui la parola per raccontare questa strana storia d’amore.

Ma in questi tredici capitoli, quello su cui la mia testa continuava a tornare era il rapporto con il cibo, e con il peso.

Questo libro mi ha raccontato di come il cibo sia spesso il solo strumento quotidiano per raccontare il dolore delle donne.

Il cibo visto come nemico, come alleato, come mostro nell’armadio, come amante segreto nelle notti di luna. Lizzie non soffre di un disturbo dell’alimentazione in senso stretto, non è il racconto di un’anoressia o di una bulimia. È il racconto di una donna che nell’arco della sua vita non riesce a darsi un valore oggettivo se non attraverso un’immagine esterna, distorta, atrofizzata dagli stereotipi.

Questo libro, per me, racconta una realtà silenziosa e segreta di tante donne di cui non sapremo mai nulla, di cui vedremo corpi normali e vite regolari, relazioni più o meno soddisfacenti, unghie smaltate con cura e insalate a pranzo e pizze la domenica.
Donne il cui dolore non conosceremo, non intuiremo mai. Perché è un dolore domestico, acquietato, che le morde solo nel rito della bilancia al mattino presto prima che gli altri si sveglino, nella luce impietosa di un camerino, prima di una festa, nell’impercettibile tremolio della riga di eyeliner.

Per me questo libro parla di loro.

Nel lontano 1996 è uscito un album ora molto dimenticato: loro erano i Lush, l’album si chiamava Lovelife, e all’interno c’era una canzone che si chiama Olympia e che è tuttora una delle mie canzoni del cuore.

Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?
Will I ever have to say the word
And instantly I’ll be adored?
Could I ever deign to have the look
Instead of have to read a book?
Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?

Tutte avremmo voluto essere Olympia. Io volevo essere Olympia, soprattutto a 16 anni. Olympia mangia cioccolata e marmalade e resta bella, meravigliosa, accarezza gatti e si muove pigra, è la ragazza perfetta.

Ascolto questa canzone vent’anni dopo, leggo libri che raccontano cose che sono schiaffi in faccia, e penso che forse neanche Olympia è mai stata Olympia, perché la ragazza perfetta non esiste.

E quando la canzone va avanti, verso l’inevitabile fine, e ascolto

In chaos of our lives
Can we ever find the time
To cherish feeling fine
And in the aftermath of pain
Can the balance be regained?
Can we ever be the same?

mi dico che io quel tempo l’ho trovato, io sono stata fortunata.

Non so se sono stata brava. O se forse sono state più brave le persone che ho avuto intorno, a proteggermi e rendermi forte e ad amarmi per quella che ero, che sono, e se ho avuto l’immenso culo di avere un buon sistema immunitario emozionale, per cui ad un certo punto, al fondo del baratro, c’è sempre quella parte di me che dice, ok, adesso basta tragedie però. Whatever. Ed esco di casa e ricomincio a ridere e magari mi mangio pure un gelato, così, solo perché ne ho voglia.

La risposta che non ho, la risposta che non mi so dare, è la chiave che sta al fondo di tutto, il motivo primo e ultimo per cui tutte le battaglie più tremende le combattiamo sul corpo delle donne, misurandolo, martoriandolo, giudicandolo una e mille volte al giorno, il proprio, quello altrui, quello delle amiche e quello della sconosciuta, quello della celebrity e quello della vicina di casa.

Donne che odiano il proprio corpo, o anche solo donne che lo sopportano a malapena, che lo cazziano in continuazione, che lo criticano, che lo affamano, che lo appesantiscono, che lo ignorano come se non fosse veramente parte di loro, ma un parente scomodo da tenere nascosto.
Il corpo delle donne è il tavolo su cui si battono i pugni per avere ragione in una discussione sulla morale e sull’etica e sul livello di civiltà, è l’oggetto utile se serve ad ospitare qualcosa – desideri, figli, accudimento, bellezza.
Il corpo delle donne dimostra un valore se raggiunge degli obiettivi, ma è anche sintomo di mancanze etiche se non si conforma a dei canoni.

Parlo di un libro ma parlo anche, in maniera indiretta, delle donne e delle ragazze che ho conosciuto, o solo sfiorato nella mia vita. Quelle che mangiavano i biscotti di nascosto di notte in vacanza, dopo aver saltato la cena. Quelle che si sentono in colpa per aver mangiato carboidrati due pasti di fila, manco avessero dato fuoco ad un orfanotrofio. Quelle che finché il loro culo non sarà così, il loro naso cosà, le loro tette cosò, beh, allora, ovviamente, si meriteranno il peggio, e niente amore mai

[che poi, se l’amore fosse una meritocrazia, signora mia. ma magari, dico io, se amassimo solo chi se lo merita. di questo parliamo un’altra volta magari, dài].

e i cinque chili in meno, la pancia piatta, il seno grosso, le labbra carnose, i capelli fluenti, il culo sodo, i muscoli definiti, la noia suprema del dettaglio che da semplice caratteristica in un mare di caratteristiche diventa la chiave della felicità perfetta, assoluta, e pazienza per i morti che ci lasciamo sulla strada per raggiungerla, ché se non la raggiungiamo, è colpa nostra. Che siamo tarate e difettose o troppo pigre, o troppo o troppo poco qualcosa a caso, tanto pur di darci addosso possiamo convincerci di tutto.

Dei tredici modi di vedere una ragazza, grassa è quello che Lizzie sceglie per sé stessa per quasi tutta la sua vita. Per esternare un senso di inadeguatezza, e di incapacità di cambiare davvero idea, nel profondo, su quello che è il suo valore.

E allora forse non riesco a smettere di pensare a queste 224 pagine, perché hanno raccontato un pezzo di realtà che è vicina a tutte noi, che vorrei cambiare, che vorremmo –  uso il plurale come un augurio – cambiare.

E che forse ci mette tanto a cambiare perché è in parte segreta, coccolata come un fiore malvagio e prezioso, sotto la patina delle vite giuste, dell’autoironia un po’ crudele, delle ragazze che sembrano Olympia e che forse non lo saranno mai.

Perché poi, in fondo, per tendere verso l’infinito e oltre, la perfezione, l’ideale a cui aderire, lo stereotipo bello e impossibile, è più una zavorra che un trampolino.

And now, time to switch off.

Dieci cose del Salone

  1. Ci ho passato circa 37 ore quasi consecutive e non sono riuscita a vedere mezzo stand. Spero che le novità editoriali mi si siano trasmesse per osmosi, di avere le visioni nei mesi a venire, di nuove copertine imperdibili e storie abbacinanti, ché non ho sfogliato mezzo catalogo.
  2. Con un cartellino al collo, ti chiedono la qualunque. Scusi, dov’è la sala Matera? Senta, sa mica se al bar Autogrill prendono i buoni pasto? Ma la presentazione del nuovo libro di Franca Maria Del Ponte per la Sarcazzo Edizioni? Ma Anaïs Nin dov’è? C’è coda in bagno? Chi ha ucciso Laura Palmer?
  3. Signore impavide con tacchi a spillo, plateau, sandali  gioiello, ditemi la verità: avevate le Havaianas nella borsa, vero? Se la risposta è no, e non siete morte prima di arrivare alla metro, allora vi prego, quando sarà ora, donate il vostro corpo alla scienza perché io voglio sapere come cazzo avete fatto.
  4. Al mattino criogenesi, alla sera fusione nucleare. Il concetto di temperatura ottimale, all’interno del Lingotto, andrebbe un po’ rivisto.
  5. Il vero busillis, il segreto che passa di bocca in bocca tra i librai e li fa fremere di emozione e gratitudine, è l’ubicazione esatta del bagno un po’ imboscato dove non c’è quasi mai coda. Altro che la lochèscion misteriosa del rave letterario di Baricco e Bianconi.
  6. Il cliente lo fai felice quando gli presti la sedia al bookshop, mentre fa la fila per l’ingresso. Non di trame né di storie ha bisogno il lettore affranto, ma di un supporto per le stanche membra. Prossimo partner, suggerisco Eminflex. O uno sgabello pieghevole omaggio ogni cinquanta euro di libri acquistati, và che ti ho risolto la crisi dell’editoria.
  7. Facce note intraviste a pacchi nella folla, che ad un certo punto della giornata non sai se sono clienti, premi Nobel o il tuo compagno di banco delle elementari. Nel dubbio, sorridere, abbozzare un saluto con la mano e sgattaiolare via fra le pile di De Giovanni e Sepulveda in cerca di un riparo.
  8. Ad un certo punto ero talmente fusa che alla domanda “Scusi, ce l’avete la Carta del Docente?” mi sono messa a pensare per un minuto buono chi cazzo l’avesse scritta, ‘sta carta del docente, e se era un saggio pedagogico, e chi l’aveva pubblicata, e se magari in qualche anfratto ce n’era rimasta una copia.
  9. Io comunque se posso scegliere l’8 X 1000 lo do alla Birkenstock.
  10. I ragazzi dell’alternanza scuola/lavoro, abbastanza equamente divisi in quelli che cercavano la fuga a fine di baccaglio reciproco tra il banco degli Adelphi e lo sgabuzzino dei carrelli, e quelli che invece proprio li vedevi che erano lì per i libri, che li accarezzavano con quel gesto furtivo che io conosco bene, che quando affidavi loro un compito, per quanto palloso e stancante, non vedevano l’ora di farlo e di esserne parte. Le loro vite, quelle che hanno e che sognano per domani – raccontate a frammenti tra un bookshop e l’altro. Io mi sono sentita molto vecchia zia, penso che comunque sia un ruolo che mi doni.

E niente, faccio la spavalda che ci ride sopra, ma questi giorni sono stati un delirio di energia purissima. Li ho passati alla Piazza dei Lettori, al Padiglione 3, in compagnia dei librai di Co.L.T.I., che è il consorzio delle librerie torinesi indipendenti (sì, è un acronimo, non è che ce la tiriamo poi così tanto).
Venticinque librerie, milioni di idee, di competenze, di inclinazioni. Sorprese e conferme, nel lavorare insieme, persone nuove e non, ciascuna con una faccia adorabile e stanca, e io nel mezzo, ad assorbire tutto, cercando di restituire anche qualcosa.

Che viene da dire, a vederlo da fuori, signori, sono solo libri, vendeteli e non fateci poi sopra tutto ‘sto cinematografo. E invece ti ritrovi insieme e capisci che non sono solo libri, non solo per me, non solo per noi.
C’è dietro quella famosa cosa di cui si parla sempre, di darsi un senso, di scoprire cosa sai fare, di scoprire che cosa vuoi fare, e come. Di alzare la mano e dire, ehi, ci siamo, ci stiamo mettendo la faccia, ci stiamo mettendo fatica e gioia ed entusiasmo e un po’ di rabbia, anche, quando ci dicono che non serviamo a niente perché tanto c’è l’internèt, dove ti fanno pure lo sconto.
Io credo invece che esserci stati, in quello spazio grande così, con quella torre perfetta per i selfie, con le nostre risate e la nostra stanchezza e le corse alla ricerca del titolo richiesto e perduto, abbia forse raccontato, a chi passava di lì, un pezzo della nostra storia.
E a chi passava di lì, probabilmente, piacciono le storie.
Ecco: spero che gli siamo piaciuti anche noi. Perché secondo me eravamo bellissimi.

When the stars make you drool just like a pasta fazool

I momenti salienti delle mie vacanze con l’Orso sono sempre connotati da una certa aura di tragicità eschilea nel momento in cui vengono vissuti, salvo poi diventare affettuosi ricordi ad appena poche ore dall’accaduto (a volte anche meno).

Ecco la top three del nostro ultimo viaggio, che, per amore di verità, è stato particolarmente affettuoso e rilassato, nella nostra personalissima media. Per citare il mio saggio compagno, “Ehi! È stato il primo viaggio in cui non hai mai pianto!”.

  1. L’importante è partire col piede giusto. Alle 4 del mattino sotto una pioggia torrenziale. Arrivare davanti al parcheggio prenotato e già pagato, e rendersi conto che la scritta “aperto 24 ore su 24” mente spudoratamente. Trovarsi fermi sotto la pioggia davanti al cancello, in compagnia dei coniugi Pautasso. Lì io, che quando viaggio divento la donna più ansiosa del pianeta terra e se potessi dormirei direttamente in aeroporto la sera prima, ho avuto un cedimento strutturale che si è tradotto in un monologo di anatemi e bestemmie, non propriamente dirette verso l’Orso, ma, sotto sotto, anche, perché il parcheggio l’aveva scelto e prenotato lui. Abbiamo fatto il nostro ingresso a Caselle lividi, umidi e malumoratissimi. In coda al bar però abbiamo limonato, quindi tutto ok.
  2. Ne uccide più il selfie che la spada. Io garrula nel vento sotto la Statua della Libertà, circondata da gente in posa, il mio gene tacky che si risveglia, e sì: vorrei essere una di loro, delle portoricane che fanno finta di raddrizzare la torre di Pisa, il mio sogno proibito è un selfie stick. L’Orso invece è del partito del fotografo intimista, quelli che nelle foto le persone le rovinano, solo muri e crepe nel terreno, se c’è una presenza umana almeno che sia uno sconosciuto ignaro. Il suo unico cedimento sentimentale sono i gabbiani, che ama, per motivi a me ignoti (a questo proposito citerei un litigio vintage del 2009 a Brighton, quando per fotografare i gabbiani è salito con le infradito ai piedi sulle impalcature al decimo piano: la prima vacanza insieme e tuttora uno dei momenti più alti della nostra relazione litigatoria). Il selfie, per l’Orso, è la forma più bassa dell’espressione umana. Io lo so, eh. Ma quando vengo posseduta dal demone Alpitour, ci provo sempre. “Dai, facciamoci un selfie con la Statua della Libertà!“. Mi ha guardata con disprezzo. “Fattelo tu” (e infatti poi l’ho fatto). Io mi sono sentita come Mimì Metallugico ferito nell’onore. L’Eleonora Duse che mi alberga dentro si è inserita a gamba tesa nella discussione, e da lì è stato un attimo degenerare: sei uno snob, sei una rompicoglioni, sei un poser, sei sempre la solita esagerata, perché fai così, no perché tu fai così, che a guardarci da fuori (e a capire la lingua) forse sembravamo uno sketch sperimentale di Broadway o più banalmente due imbecilli che avevano appena fatto 6.379,43 km per litigare per un selfie. Selfie che in teoria doveva sancire l’amore coniugale e la gioia di stare insieme in luoghi esotici, peraltro. Il tutto è culminato nella frase “Ecco! È già finito l’idillio!“, detta dall’Orso con sopracciglio sconsolato e sguardo perso nel vuoto di Two Dots. L’Orso è bravissimo a litigare giocando ai giochi scemi sul cellulare, è il suo personalissimo modo per mettere le distanze con quanto sta succedendo, come a dire: sì, ok, io c’ero, ma in realtà mi stavo impegnando a battere un record. Comunque mezz’ora dopo stavamo già limonando nel negozio dei souvenir.
  3. Si può discutere solo sulle cose veramente importanti, tipo dove andare a cena. Sottotitolo: è tutta colpa di Yelp! Location: il Rockfeller Center, che, con la sua maestosa sontuosità, si presta particolarmente ad essere teatro di drammi di matrice culinaria. Io volevo mangiare mac and cheese (lo so, sono una donna dai gusti raffinati). Ho espresso questa preferenza rispondendo a precisa domanda (cito testualmente: che cosa vuoi mangiare per cena?), ma il primo risultato della ricerca sul motore della discordia è stato un locale che non c’entrava niente, una roba tipo i Dos Toros Hermanos. Al che l’Orso si è illuminato: andiamo a mangiare messicano? L’inizio della fine. Ecco, allora se devi sempre decidere tu che cazzo mi chiedi. Ma no, io te l’ho chiesto perché possiamo andare dove vuoi tu. Ma io ti ho detto mac and cheese, mica messicano. Bom, e allora andiamo a cercare mac and cheese. E allora non chiedermi se voglio mangiare messicano se ti ho già risposto. Ma sì, era una proposta. E allora facciamo come vuoi tu. No, adesso facciamo come vuoi tu. Allora cerca un posto. Non ci sono posti. Certo, siamo a New York e ci sono solo ristoranti messicani. No, guarda anche tu! (Questa era chiaramente una finta. L’Orso non mi lascia in mano il suo cellulare durante una ricerca manco morto, forse solo se gli mozzassero i pollici e gli indici e dovessi googlare un chirurgo che glieli riattacchi). No ma figurati guarda tu. No, guarda tu. (Sottotesto: anche se chiaramente non sei capace). Ad libitum sfumando. Credo che un gruppo di coreani in vacanza ci abbia ripreso e adesso in Oriente siamo tipo delle star, come George e Mildred ma più mediterranei. Abbiamo danzato tutto il minuetto che va dalla lieve irritazione fino al divorzio per colpa, tutte le sfumature del vaffanculo ci si sono schierate davanti agli occhi come un catalogo Pantone. Abbiamo recuperato in corner quando abbiamo capito che il rischio era di incazzarci così tanto da rinunciare alla cena per mero puntiglio. Abbiamo ripiegato su un Hamburger Heaven a caso, la panza ha delle ragioni che la ragione non conosce.

E niente, questi siamo noi. Siamo proprio noi. Per quello che ne so io, questo è l’amore vero. Quello che ti fa incazzare e poi ti fa anche ridere e poi ti fa di nuovo incazzare e poi lo scrivi sul blog e l’Orso dice dai però, non puoi raccontare i cazzi nostri a tutti. Perché non metti una di quelle bello foto che ho fatto io, in cui si vede mezzo comignolo e uno scampolo di gabbiano?

[Sul raccontare l’amore poi c’è questo corso qua che tengo il 13 maggio da Zandegù. Lì si fa sul serio, dal primo sguardo verso l’infinito e oltre, mica solo le discussioni sceme in terra straniera].