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walk the line

Per me camminare è un po’ terapia, un po’ la sola attività fisica che non mi deprime, un po’ uno scarso senso della distanza – mi sembra tutto vicino vicino, un vero spreco andarci in metro, per non parlare della macchina, che se proprio potessi non la userei mai.

Camminare è scrivermi storie nella testa, vivisezionare quei momenti storti che non mi sono ancora andati giù e che mi intasano il subconscio finché proprio non li ho smontati e rimontati e ho capito come mettere tutti i pezzi perché funzionino, a volte non c’è niente da fare, ma almeno, così spezzettati, occupano meno spazio nell’anima e assomigliano a quel vecchio detto di farsene una ragione.

Camminare, per me che vivo in città e non potrei vivere altrove, è il passare delle stagioni, gli odori che fanno nostalgia, le luci che si accendono all’improvviso mentre passo come su un red carpet – grazie, grazie, troppo buoni, il successo non mi ha cambiata, sono ancora una ragazza semplice. Le vetrine a tema, il mutar di piumini e mezze maniche, la speranza di esserci finalmente liberati di quella moda delle Hogan che impazzava tempo fa, all-star borchiate ed è subito 2011.

Guardo le persone a partire dai piedi, sì, scusatemi, è un’abitudine. Quando arrivo alla faccia mi sono già fatta un’idea precisa di chi ho davanti. E vorrei fare una petizione per tutte quelle signore sui sessanta, belle ciaciotte con il loro carrello della spesa e la messa in piega con i bigodi, che indossano magliette su cui c’è scritto “Skinny Bitch” o “Sex Bomb” o “I love drugs”o “Hot as F*ck”. Possiamo fare un comitato che le protegga o quantomeno le informi, sì?

Camminare per strada è fare l’appello delle vie, dei negozi, delle nuove gestioni, della frequenza con cui viene ritirata la plastica – nel mio quartiere c’è una strana idiosincrasia per i bidoni della plastica, c’è solo la raccolta una volta a settimana di pile di sacconi sui marciapiedi, che basta un alito di vento e via, altro che Up.

Camminare è stare da sola con me stessa, litigare, fare pace, mandarmi affanculo, criticarmi, sostenermi, un matrimonio insomma, è il momento in cui ascolto quello che ho da dire e decido se mi piaccio, quanto mi piaccio, se alla fine sono scema come sembro o se ogni tanto posso crogiolarmi nella sensazione di essere un fottuto genio (poco, eh, ma sono attimi esaltanti che a tratti capitano).

Camminare è molto bello anche con le amiche o i fidanzati, ma devono essere rodati, avere una buona tenuta di strada, un passo che vada d’accordo con il mio, poche esigenze ma chiare e dichiarate. Per camminare affiatati ci vanno anni d’esperienza sul campo, io e la socia Alisia siamo cintura nera di camminate a due, dateci una scarpa comoda e non ci fermiamo più.

Sarà per questo che una delle cose che faccio e che più mi piacciono è il Litcrawling, con Zandegù (qui ci sono tutti i dettagli tecnici): perché si cammina un po’, si guarda un pezzo un po’ inedito della città, ma senza l’ingessatura della visita turistica, che ti senti quasi obbligata a fare la faccia compunta della persona seria. Semplicemente, scopri cose. Ti prendi quelle due orette per andare in giro per quartiere in cui magari normalmente non andresti, o che non guarderesti con l’occhio acceso e la faccia ammirata da apperò!

I maligni diranno che è per le birrette, ed è vero – del resto, scusate se sono umana. Ma c’è questa comunione di intenti, con la me stessa che va a piedi a zonzo per fare cose che sono solo un pretesto per andare a piedi a zonzo, e la me stessa che legge per una volta non sul divano ma in mezzo alle facce belle delle persone. Il Litcrawling insieme agli Zandezii e ai vari partecipanti, insomma, mi sembra un’occasione per aprire una porticina e far vedere al mondo un pezzetto di me che forse non tutti sanno che.

E poi va beh, ci sono le birrette.

galfrè

Dialoghi realmente accaduti – home edition

Domenica, ore 13 circa.

Io: “Orso, ho fame. Ho molta fame. Ma tu non hai fame?”.

Orso: “Mah, forse un po’. Prepariamo qualcosa?“.

Io: “Non scherzare. Mi siedo vicino al frigo e mangio tutto quello che trovo, se vuoi vieni a sederti vicino a me”.

Orso: “No, allora finisco di guardare Narcos”.

È finita a pane, salame e antipasto Galfrè, che per la sottoscritta è quello che per un tale Proust erano le madeleine.

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Talk is cheap

Cara ministra Lorenzin, cara Bea,

abbiamo lo stesso nome, e, no, non posso dire che mi faccia piacere, se per caso nella faccenda nomen/omen ci fosse mai qualcosa di veritiero.
Sulla pregevole iniziativa del Fertility Day, in queste 24 ore, è già stato detto (in maniera egregia, nella maggior parte dei casi), di tutto. E quindi potrei esimermi. Sono proprio sulla soglia dell’esenzione, e mi dico, ma sì, ma chi te lo fa fare? devi proprio sempre dire la tua? Ovvio che no.

Però vedi, questa roba qui riguarda proprio me. È personale, come dire. Me l’hai proprio mandata via raccomandata espressa assicurata posta prioritaria.

Io ho 36 anni e non ho figli.

Non li ho mai cercati. Sono fertile? Non lo so. Tutti i giorni appena sveglia prendo una pillola anticoncezionale, da sempre, da quando ho rapporti sicuri – con Orso certificato, otto anni di relazione amorevole seppur burrascosa più che disneyana, con cui convivo, entrambi lavoriamo, e lavoriamo per persone oneste, illuminate, che mai cercherebbero di usare una mia (nostra) gravidanza come scusa per silurarci.

Non ho mai provato ad avere figli.

Presumo di essermeli immaginati, in giovane età, forse più per hobby e appartenenza culturale che per istinto materno, nel corso degli anni, ogni tanto ci penso, mai abbastanza per smettere di prendere quella famosa pillola di cui sopra. Sono per mia fortuna circondata di persone, in famiglia e fra i miei amici, che non mi hanno mai fatto pressione in questo senso. Non hanno mai indagato i miei motivi reconditi, miei e dell’Orso – ci tengo a specificarlo, perché no, non sono un’ameba, non li farei per partenogenesi, né sono una virago pazza che ha sottomesso il suo compagno al suo egoismo con l’uso di armi improprie e torture psicologiche.

Semplicemente è passato il tempo, le persone intorno a me si sono riprodotte, ho fatto la conoscenza di nipoti eccezionali, creature multiformi e meravigliose che non mi hanno mai fatto scattare nessun clic. Ho amiche che rientrano nelle tipologie materne più disparate, ognuna con sua propria dignità e caratteristiche. La necessità di unirmi al club ancora non si è palesata. Vado pazza per i bambini? No, certo, proprio non si può dire, anzi, spesso, dopo serate in loro compagnia, tiro un sospiro di sollievo pensando che adesso c’è qualcuno che si puppa i loro pannolini e le loro esigenze e che quel qualcuno non sono io. Sono una persona cattiva? Non credo. Non li maltratto, mai, e sono una babysitter coi fiocchi: l’ho fatto per anni, all’università e in tempi più recenti, con reciproca soddisfazione, mia e loro. Sono un po’ Grinch più a parole che nei fatti, ammettiamolo.
Però figli non ne voglio.

Cambierò idea? Mi pentirò? Morirò sola e triste divorata da un pastore alsaziano?

Non lo so. Se sapessi prevedere il futuro, mettere un chioschetto di psychic consultant sulla spiaggia di Santa Monica e mi arricchirei divinando Oscar per le celebrità.

È tra l’altro una mia personale convinzione (e quindi del tutto opinabile e controvertibile) che questa focalizzazione sul ruolo materno assoluto e totalizzante, e centrale nella vita delle donne, sia frutto molto più della crisi economica e della scarsità dei posti di lavoro che non di una riscoperta pastorale dell’importanza della Dea Madre. Insomma, secondo me fa abbastanza comodo allo stato e alle aziende avere una schiera di mamme che scelgono di esserlo a tempo pieno, lasciando senza grandi rimpianti posti di lavoro liberi, e concentrandosi sulle gioie dell’allattamento anziché rompere il cazzo per ottenere i nidi aziendali. Ma ritengo anche che nessuno – e io meno di tutti – debba andare a dire a una donna che deve lavorare e pensare alla carriera e alla propria autonomia anziché essere felice e contenta di fare il pane in casa. È anche quello un diritto inalienabile e che va tutelato insieme agli altri. E mi piacerebbe che anche gli uomini potessero occuparsi dei figli a tempo pieno, volendo: senza essere additati o derisi o ostracizzati per questa scelta.

Ma quello che volevo davvero dire riguarda me, non le mie opinioni baravantane sugli uteri altrui.
Volevo dire che non mi sento una donna a cui manca un pezzo, e disprezzo in maniera profonda e viscerale chiunque, in maniera più o meno diretta, cerchi di insinuarlo. Che lo faccia con leggerezza, ignoranza, premeditazione: non ci sono scusanti.

Perché, se poi vogliamo dirla tutta, mi mancano un sacco di esperienze formative e meravigliose. Vivere e lavorare all’estero. Creare arte. Il paracadutismo. Viaggiare sola. Avere un animale domestico. Vincere un premio Nobel. Eccellere in uno sport (a essere onesta, mi manca pure praticarlo con costanza e determinazione, ma vabbè). Curare un orto o un giardino. Salvare vite umane. Fare la differenza in un’emergenza collettiva.

Allora, se proprio dovete rimproverarmi qualcosa, avete l’imbarazzo della scelta, voi che avete pensato questa campagna. Perché non sono andata a distribuire medicinali sulle coste, ai rifugiati della Siria, anziché stare a casa a guardare Stranger Things? Perché non ho studiato di più – e meglio – per contribuire a una cura contro il cancro? Perché non vado a dare da mangiare ai senzatetto nelle sere di novembre? Siate creativi. Ci sono milioni di cose utili e belle che una donna sana e abile di 36 anni può fare per dare un senso alla sua esistenza. Cagatemi il cazzo su quelle.

Oppure, magari, non cagatemi il cazzo e basta. Perché il corpo della donna – il MIO corpo, porchissimo giuda –  deve sempre – sempre – essere al centro di qualche discussione, immortalato sui cartelloni e sui giornali insieme a qualche slogan, oggettivarsi per fare da spunto a qualche discussione politica, essere vivisezionato nei salotti e nelle aule e nei cenacoli aulici e nelle sale parrocchiali e negli studi televisivi e nei più rappresentativi cessi della nazione?

Oh, vogliamo parlare di educazione sessuale e affettiva, ma benissimo, bellissimo, ma vengo io a fare del volontariato e a distribuire volantini, gratis, tutte le volte che volete. Vengo io a chiacchierare con le ragazzine e i ragazzini, non mi imbarazzo neanche se dicono sborra, figa, cazzo e culo, ché quello è il linguaggio di molti (lo sapevate?), e se gli parlate di pene e vagina forse smettono di ascoltare dopo il primo minuto.
Ho una mamma Scopella che lo fa da trent’anni in tutti i consultori del west, lo fa anche quando sfora dai tempi prestabiliti e torna a casa con ore e ore di straordinari non pagati, lo fa anche con chi va da lei carica di autodiagnosi e arroganza, lo fa con chi ha la minaccia della denuncia sempre in canna, lo fa con chi la ritiene un’assassina prezzolata, una donna di merda al soldo di Big Pharma, lo fa con chi le manca di rispetto e di fiducia, e lo fa bene, con pazienza e passione, perché è il suo cazzo di lavoro, e tutela le scelte delle donne anche quando non è d’accordo con loro. Sempre.

Parliamo di anticoncezionali, di malattie sessualmente trasmesse, di endometriosi, di relazioni abusive, di squilibri ormonali, di prostate, varicocele, di parti e placente, di pornografia, di eiaculazione, di falsi miti e grandi speranze, di menopausa, di secchezza vaginale, di prolassi, di gravidanze indesiderate, di infertilità, di adozioni, di omosessualità, di genitorialità consapevole, di mestruazioni, di polluzioni, parliamo di tutto, con tutti, parliamone in prima serata, nelle piazze, parliamone a tavola, parliamone in modo talmente vasto e capillare ed esaustivo che nessuno più, uomo o donna, di qualsiasi età, possa dire: non lo sapevo, non credevo, non pensavo.

[Parliamone con gente che lo fa per lavoro, magari. Con professionisti del settore, che hanno dei titoli di studio attinenti. Perché per parlarne a cazzo di cane con celebrità ripescate dai meandri del palinsesto, o con gente che si è fatta un’opinione su internet, allora possiamo anche lasciare perdere.]

Parliamo di diritti, parliamo di doveri.

Parliamo dei doveri dello stato verso le famiglie di ogni genere, composizione, etnia, dimensione. Non parliamo solo delle famiglie che vi fanno comodo, perché comunque pure quelle non è che mi sembrino proprio coccolate, eh, io ve lo dico. Mi pare che, una volta che si sono fatte (alleluja istituzionale), poi ve ne battiate un po’ le balle, di come se la cavano.

Prima di cominciare a parlarne, e mi sento in dovere di aggiungerlo, visti i toni con cui era partita la campagna ministeriale informativa al riguardo (che poi magari è partita pure per informare bene eh, io il beneficio del dubbio sulle intenzioni ve lo concedo senza problemi), ricordatevi che si va a toccare una sfera personale e intima nel senso più letterale del termine. Se perfavore si potessero evitare slogan del ventennio, ricatti morali, mercificazione dei corpi, luoghi comuni da coda in posta, discriminazioni per sesso e razza, echi di dogmi religiosi, cazzate clamorose, stigma di ogni genere, ideologie medievali, prospettive machiste, gomiti sul tavolo e dita puntate, io ve ne sarei grata.

E se non siete in grado, fate altro. Perché come si dice dalle mie parti, un bel tacer non fu mai scritto.

Perché, con buona pace delle belle intenzioni, piuttosto che una campagna passata al pubblico così, era meglio niente.

 

[nell’immagine in evidenza: foto pigiama figo con all’interno corpo istituzionalmente inutile, e pure fuori forma, signora mia!]

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Home bittersweet home

Com’è che si dice? Tornare, siamo tornati.

Tre settimane di puro godimento volate via. Mi sembra di essere partita da un quarto d’ora. Comunque la California è proprio figa come la raccontano, come l’abbiamo sognata negli anni.

Huntington Beach è il paesino proprio che avevi in mente mentre mettevi i costumi in valigia – anche se tira sempre una certa bisa, quindi scordatevi le chiappe al vento come in Romagna, a meno che non siate come gli autoctoni e allora ok, potete permettervi la panza scoperta senza rischiare colpi bassi. Huntington Beach è proprio tutta surf e ciabatte, localini e presa bene.
Riguardo al surf ho scoperto cose che nella mia abissale ignoranza, appunto, ignoravo. Mi aspettavo che fare surf, se sei capace, fosse tutto un pavoneggiarsi in bilico sull’onda, onda su onda à la Bruno Lauzi, via una l’altra. Col cazzo. L’onda giusta la aspetti per un sacco di tempo in ammollo come un capodoglio, facendo occhio a non finire nello spot di un altro surfista che è pure lui lì che aspetta, come in posta, diciamo. Non si passa davanti/addosso/di lato.
Poi, quando l’onda giusta arriva, allora lì ci va tutta la tua abilità e coordinazione, per quei sedici secondi di gloria.
Credevo che il surf fosse lo sport dei maranza e invece è quello della pazienza certosina, vedi a volte come ti sbagli.

Huntington Beach è tramonti che sembrano corretti con photoshop, costumi da bagno progettati da ingegneri sadici nei quali sembri un po’ una noce di prosciutto al pepe, un po’ una pornostar. I più casti sono a filo di capezzolo. Non ho osato uscire neanche dal camerino, e il mio senso del pudore è generalmente basso. Probabilmente sono comodissimi per allattare, non so.

San Diego è molto bella ma sembra anche un po’ finta, un po’ set della Warner. Ha gli idranti gialli. Non puoi fare sul serio con gli idranti gialli, dai! Anche lì, pochissima gente in giro per le strade, ma anche pochissima gente in generale. Tutti gentili e presi bene, sembra stata costruita apposta per farti sentire in vacanza.
L’ultimo pomeriggio sul lungomare c’era una luce dolce e intensa. Un ragazzo sul molo faceva bolle di sapone giganti che volavano verso di me, riflettendo arcobaleni. A migliaia. Ecco, un pezzo di me è rimasto lì, con i piedi a penzoloni sulle rocce a guardare le bolle di sapone che volano nel sole.

Sulla spiaggia di La Jolla (che ovviamente io e l’Orso, fedeli alla tradizione della scuola media, abbiamo chiamato tutto il tempo La Ciolla) è pieno di leoni marini che se ne stanno lì, a un metro, a tiro di selfie proprio. Non devi rompergli le palle, perché piantano certi ruggiti che insomma, non danno fiducia. Ma se non li scocci, stanno semplicemente lì, nella loro lucente degnazione, a farsi coccolare dal sole. Belli e impossibili.
A La Jolla puoi sognare di avere una casetta con terrazzo su cui sorseggiare Bloody Mary a tutte le ore, con la sabbia sui piedi scalzi e un libro in mano. A lasciare che il tempo passi con te dentro.

Tornare a casa è, come ben sappiamo, tornare a casa. L’unica vera gioia che ti accoglie è il bidet. Per tutto il resto, è soprattutto un  mix di incredulità, ricordi, foto da mettere a posto e bucati da fare. Evitare accuratamente bilancia e saldo del conto online.

The boys are back in town.

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The happiest place on earth 

Se andate a Disneyland, premuratevi di farlo con una persona a cui interessa tanto quanto voi, o rischiate di ritrovarvi come una povera stronza con le orecchie a fare la fila da sola per il Mondo sottomarino di Nemo.

Disneyland è veramente bella: ha un taglio ancora un po’ anni 50, c’è molto dell’atmosfera classica che noi tardone ricordiamo, tutto è pensato per riportarti indietro a quando eri bambina è tutto era possibile. Come forse in tutti i parchi di quest tipo, devi stare al gioco, accettare di sospendere la realtà, crederci, non andare a cercare le screpolature nella vernice.

Disneyland è come Babbo Natale: se ci credi, esiste.

Gli studi della Universal, invece, hanno l’effetto opposto: sembra che le cose esistano, ma il gioco è farti scoprire subito dopo che no, era tutta un’illusione. Ci hai creduto, faccia di velluto?

In compenso però avrete l’occasione per far espiare gli Orsi rovina-Disneyland facendoli stare due ore in coda per l’attrazione di Harry Potter, che, ammettiamolo: è stata – per entrambi – una cagata pazzesca. Qui va molto questa cosa per cui ti inchiavardano  a un sedile e ti sballottano in tutti i sensi proiettandoti intorno discese ardite e risalite verso il cielo aperto e poi giù il deserto. Bello eh, peccato che a me il 3D faccia venire da vomitare pure se sto guardando Basil L’Investigatopo sul divano di casa. Quindi ho sostanzialmente sfruttato anni di tecnologie avanzate per cercare un punto fisso da guardare (tendenzialmente un bullone del parapetto) per evitare di riproporre al mondo i resti dei miei pasti (nudi, ma con bacon).

Per il resto, Los Angeles è una città spiazzante. Ammiccante, calda ma comunque con quel vento che arriva e regala brividini, trafficata. Non sapete che cosa sia il traffico finché non avete visto la freeway come un nastro di luci intermittenti, congelato immobile a perdita d’occhio.

È bella, Los Angeles, ha un Downtown spettacolare ancora non gentrificato che forse potrebbe essere un po’ come era New York negli anni 90 prima di essere tirata a lucido.

La scritta Hollywood sta lì, sulla collina. La guardi e non ti sembra vera. Anche quando ce l’hai lì, ed è inequivocabilmente quella, ti sembra ancora uno sfondo di cartone. È strano ed emozionante.

Di gente ce n’è tantissima ma per strada non vedi nessuno. Dici, ma per statistica qualcuno che sta andando a comprare il latte lo trovo? No. Camminano solo i turisti e i barboni. I turisti sono quelli col selfie stick.

Vorrei chiedere a quelli che abitano a Los Angeles perché non passeggiano per i loro bei quartieri, che sono tutti un fiorire di vialetti e carineria. Oh, tra l’altro ho visto almeno dieci case che potevano essere quella di Brandon e Brenda: e Beverly Hills è proprio figa, non c’è niente da fare. Per strada è vietato parcheggiare la notte: se vai a trovare amici, evidentemente, parcheggi nel vialetto. O vai via subito dopo il dessert.

Ieri sera siamo andati a sentire gli Ataris al Roxy. Prima abbiamo bevuto una birra al Rainbow. Ad un certo punto sono andata in bagno, e mentre salivo le scale di moquette consunta ho pensato, dio, se queste passamanerie obsolete  potessero parlare.

A Los Angeles non è che le cose vai a vederle perché sono, ma perché ci è successo. Fantasmi di pura evocazione mitologica e rock’n’roll.

Devo ancora capirla, Los Angeles. Anche se forse c’è gente che la vive da anni e ancora non ce l’ha fatta. È una roba grossa, questo sì: è veramente una cosa che puoi provare a scalfire, ma che sa come nascondersi. Oggi ripartiamo, ma sento che vorrei tornarci, per molto più tempo, per ascoltare meglio quello che ha da dire.

E in definitiva penso che il posto più felice del mondo non è solo un posto. È una specie di somma delle parti in cui ci butti una locazione geografica, la te stessa che sta vivendo, le persone che hai intorno, ricordi, speranze, suggestioni. E  un po’ di bacon e grilled cheese.

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Santi, angeli e madonne varie.

Santa Barbara è il paradiso californiano che hai in mente quando dici – appunto – California. 
Palme, spiagge lunghe (costellate di carcasse di gabbiani, ma questo non rovina poi alla fine il panorama), gente presa bene, biciclette e signorine bionde con delle cosce della Madonna che saltellano su e giù per il lungomare senza che le loro carni sballonzolino di un centimetro.
Ho amato Santa Barbara da morire. E grazie al cazzo, potreste dire voi, a ragione.

Comunque, senza paura di essere tacciata di superficialità, sarà che non mi sono mai sentita più bionda e lontana dalle polemiche intellettuali – aprirei una parentesi sui camerieri boni. Ma proprio fighi. E, tra l’altro, un po’ per tutti i gusti. Li mettono al front desk su strada e le turiste italiane cicciottelle guardano con aria innocua i loro Orsi e dicono, oh, mangiamo qui? Segnare sotto la voce: marketing di bassissima lega, ma che funziona. Al di là di tutto, è che sono anche gentili. Sorridenti. Non che se la tirano solo perché a loro, è evidente, Madre Natura ha voluto un po’ più bene che a noi.

Già che siamo in argomento di boni e il livello della narrazione è irrimediabilmente compromesso.

Con l’Orso siamo andati allo SkateLab a Simi Valley, che è un posto fra Santa Barbara e Los Angeles, meta di pellegrinaggio per gli amanti dello skate di tutto il mondo. È veramente un posto da vedere, al di là di tutto, se poco poco vi è mai interessato il mondo dello skate. Menzione speciale per Tony, uno dei ragazzi che ci lavorano: è stato gentilissimo, ci ha riempiti di gadget, davvero mille cuori per lui.

Nello SkateLab c’è la Skateboard Hall Of Fame, un piccolo museo, e uno skatepark indoor dove fanno anche lezione ai bambini. Mentre l’Orso sbavava sui memorabilia di Jay Adams, io mi guardavo intorno incuriosita ma non proprio emozionata. Finché ad un tratto l’occhio mi è caduto su un papà-con-figlio, sorrisone, biondino, tatuatino, insomma, proprio il mio tipo. La zarra dentro di me si è risvegliata con un ruggito.

Ammazza che DILFone! Ho commentato con la grazia che mi contraddistingue. E ho anche aggiunto, pure io accompagnerei i bambini allo skatepark più volentieri, se tutti i padri sono così.

Al che l’Orso si è riscosso un attimo, mi ha guardata, ha guardato il papà figo, mi ha dato ragione. E ha aggiunto:

Comunque grazie al cazzo (reprise) che ti piace. È David Beckham.

Oh. Era proprio lui. Due domande e due risposte:

  1. È davvero bello come narra la leggenda? Sì.
  2. Posso essere davvero così fagiana da avere David Beckham a mezzo metro di distanza per dieci minuti senza riconoscerlo? Ma certo. Chi mi conosce non avrà dubbi al riguardo.

Comunque non l’ho importunato, eh. Ho solo raccolto le mie bave e me ne sono andata via mesta.
E adesso, dopo tutti i Santi e le Madonne, siamo giunti a Los Angeles.

Non mi sembra ancora vero.

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Northern Cali come Pasquetta

Siamo arrivati a Santa Cruz che ci aspettavamo il sole sfolgorante della Sunny California e c’erano i soliti 13 gradi con ventazza, proprio come a Pasquetta, abbiamo pensato: stai al sole con la felpa, sudi, te la togli, passa una nuvola e ti si ghiaccia il culo. E va beh. Gli autoctoni, imperterriti, stanno a chiappa nuda e lanciano i bambini a giocare nell’Oceano. Poi uno dice che vengono su temprati.

Due giorni interi a Santa Cruz sono troppi, bastava una tappa di mezza giornata, ma va bene, abbiamo visto altri leoni marini, mangiato sundae alla banana con fudge e panna montata, scarpinato sulla collina, attraversato il ponte di Lost Boys cagandomi un po’ (io – ma mica per i vampiri, per paura che cedessero le assi), criticato l’abitudine di tenere in veranda il divano imbottito della nonna che si riempie di muffa (sempre io), redatto una statistica sulle scarpe degli uomini americani (in breve: ciavatta, scarpa da ginnastica, scarpa massiccia, scarpa da ginnastica massiccia). Mi sono anche stirata una chiappa tra una salita e l’altra, e addormentata su una panchina al sole (ma con la felpa).

A Santa Cruz il 90% delle persone indossa un capo d’abbigliamento su cui c’è scritto “Santa Cruz”, molto utile in caso di amnesia improvvisa.

Il nostro motel ha la piscina ma proprio solo only the braves, ovvero una coppia di adolescenti messicani che si faceva scattare foto da terzi in pose amorose.

Consiglio per gli acquisti: una cena al Pono Grill, location hawaiana, con cibo medio ed economico ma locale carino, da vedere. Abbiamo fatto amicizia con una famiglia con figlia grande, e mi sono fatta trascinare nelle danze dalla mamma. Ad un certo punto mi sono accorta che tra me e la mamma, probabilmente, c’erano meno anni di differenza che tra me e la figlia, è stata un po’ una botta. Però c’era un cantante bravo con chitarra e voce tipo cantante dei Sublime che valeva la pena davvero.

E pazienza se sono una vecchia ciamporgna.