You can’t shut off the risk and the pain without losing the love that remains

L’altro giorno parlavo con Marianna della fiducia.

Sì, ci piace scegliere temi leggeri quando beviamo un caffè nella luce della Zandesede.

(Non è vero, parliamo anche di vestiti di ASOS e dei pettorali del dottor Karev, ma, via, immaginateci un po’ intellettuali, per una volta).

Io su questa cosa della fiducia ci ho passato un sacco di tempo, a farmi filmoni mentali e a sviscerare i pro e i contro con esempi pratici, che spaziavano dalla letteratura a Un Posto al Sole alla trisnonna della portinaia.

La sola conclusione a cui sono giunta, è che ci sono persone che si fidano e persone che no. Credo che nasciamo così, in un modo o nell’altro.

Io sono una che di base si fida.

Mi fido da boccalona, eh: mi fido del signore della Nespresso che mi dice che la nuova limited edition cacca di babbuino e chicchi del Venezuela è buonissima, mi fido dell’ammorbidente che col suo magico profumo mi trasmigra in Provenza. Mi fido del fondotinta che renderà la mia faccia uguale a quella di una modella sedicenne cresciuta tra i campi di grano dell’Oklahoma. Mi fido di chi mi ha detto “non sei tu, sono io“, ma anche “è la prima volta che mi capita” e persino “ma no ti giuro non è successo niente, è solo un’amica”.

Mi fido del signore della telefonia che mi fa firmare un contratto capestro di settecentoventidue mesi a soli quarantanoveenovantanove euri al mese con prelazione sui primogeniti miei e delle generazioni a venire, per avere in omaggio un Huawei usato e trentasei minuti di conversazione al bimestre.

Nella vita e nel lavoro, fidarmi mi è costato caro. Specialmente in termini di autostima: perché quando ti accorgi che sì, ok, la gente è stronza, ma soprattutto tu sei scema, trovarti una giustificazione che non ti faccia vergognare di te non è semplice.

Eppure.

Alla fine della fiera, non farei cambio. Mi piace pensare che una parte di me, rappresentata graficamente come una contadinella in salopette che tiene al guinzaglio un pony-unicorno, resti convinta della fondamentale bontà delle persone. Che sì, ci sono un sacco di malintenzionati, ma in fondo a fidarsi ci guadagni sempre di più che a guardare tutti in cagnesco tipo Scrooge con la gastrite.

Mio papà mi ha sempre ripetuto che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Ma la cosa non ha attecchito, anche perché è detta da uno che ha fatto entrare in casa gli Hare Krishna e ha comprato tipo quattro libri sull’illuminazione e il bodhisattvayana solo perché gli facevano tenerezza, perciò.

E sì: anche io, dopo l’ennesima inculata con la sabbia, mi sono guardata allo specchio, ho alzato i pugni al cielo e ho giurato al cospetto degli dèi e degli uomini che mo basta, sarei diventata la regina delle nevi, cuore di pietra e sguardo di ghiaccio, sempre all’erta fra le insidie della giungla metropolitana. Poi sono uscita di casa, uno mi ha detto Dai guarda! Un porcellino a pois che vola! E io mi sono ritrovata col naso in su a cercarlo fra le cime dei platani.

La verità è che le inculate bruciano e te le ricordi meglio, ma se poi fai veramente il conto è più quello che hai guadagnato fidandoti che non quello che hai perso.

Il fatto è che io credo che la fiducia sia gratis.
Nelle relazioni umane e in quelle amorose soprattutto. La fiducia si guadagna ma fino ad un certo punto: perché se tu credi nella persona che hai davanti, non ti servono poi molte dimostrazioni, e vale anche il contrario. Se navighi a vista nel mare del sospetto, ogni indizio punterà contro.

Poi dipende anche un po’ da come vuoi (o sai) vivere. Io trovo che dubitare sempre delle reali intenzioni di chiunque sia una fatica terribile.

Né sono poi così convinta che questa fatica ti tuteli veramente. Non credo che lo stress del vivere sempre sul chi va là alla fine si traduca davvero in una vita priva di delusioni e amarezza. Anche perché forse – forse – l’amarezza più bruciante è proprio il senso di solitudine profonda che ti accompagna costantemente quando pensi che non puoi fidarti davvero di nessuno.

La vera saggezza, mi pare, è prendere atto di questa fiducia tradita, accettarla per quello che è senza negarla, rigare la macchina del soggetto in questione con un punteruolo da ghiaccio che fa subito Sharon Stone, e poi andare oltre.

Archiviarla, non dimenticarla – sul dimenticare i torti, mi spiace ma non ho mai imparato. Sono campionessa in carica di recriminazioni: fiduciosa sì, ma cagacazzo di più.

E non farla scontare a chi verrà dopo. Non farla scontare a te stessa. Tienila viva, la boccalona in salopette.

Ma se non sei capace di fidarti? Come impari?

Ecco, io non ne ho idea. Però magari comincia col dare retta a una promoter, le nuove merendine variegate menta e gorgonzola potrebbero davvero essere buonissime.

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a che serve la vita?

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Siamo tutti figli di un grande malinteso, quello che l’amore, il vero amore, sia la panacea universale di tutti mali. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’amore non basta un cazzo.
Una vita come tante non è un romanzo come tanti. Ho aspettato molto leggerlo, non, come si potrebbe pensare, perché la sua mole (1091 pagine) mi spaventava, ma soprattutto perché mi era stato detto che era un romanzo sconvolgente.

Lo è, sotto tutti i punti di vista.

Non è il più bel libro che io abbia mai letto in vita mia, e non è nemmeno diventato il mio libro preferito: ma sicuramente, ad oggi, mi viene da dire che, se vi considerate “lettori forti” – che è una definizione delle palle, ma non me ne viene in mente un’altra abbastanza calzante – questo è un romanzo da cui non potete prescindere.

Amare una persona che non si ama è un po’ come stare seduta davanti a un palazzo che sta crollando. Non c’è assolutamente nulla che tu possa fare per tenerlo in piedi. Non sei Wonder Woman, non sei dio. Non sei un cazzo. Ma del resto, non è mica colpa del palazzo, se sta crollando. Ci sono alla base anni di incuria, fondamenta sbagliate, errori strutturali.

Cosa puoi fare?

Allerti la protezione civile, cerchi di evacuare chi c’è dentro, stai pronta a scavare tra le macerie, per salvare quello che è sopravvissuto.
Ti allontani.
Non vuoi, non puoi, morire schiacciata sotto un cornicione. Sarebbe un sacrificio perfettamente inutile.

Fuori dalle metafore ardite, c’è il quotidiano, che è, quasi sempre, quello spazio in bilico tra tempo e sentimenti in cui fai il meglio che puoi, in cui sei viva e ti muovi e tuo malgrado procedi, sbattendo il naso tutti i giorni contro i tuoi limiti ma anche sorridendo nel sole dei momenti belli, perché la vita non è solo terremoto e tempesta, per la maggior parte di noi.

Ami come sai. Scendi a patti con la tu fallibilità, e speri sempre per il meglio.

Ci sono libri che sono come lame che tagliano in profondità, pagina dopo pagina. Ti causano dolore, ma da quei tagli entra anche la bellezza, ed è per questo che vai avanti, rapita, incantata. Puoi permettertelo: è letteratura.

Il libro di Hanya Yanagihara, per me, racconta l’amore come lo conosciamo quando ci liberiamo del pregiudizio di ciò che l’amore dovrebbe essere.

Perché se è vero, come dicevo prima, che l’amore in sé non è mai abbastanza, è vero anche che contiene una forza purissima, che è motore di un sacco di cose belle.

L’amore non può guarire chi è profondamente danneggiato: ma può, senza dubbio, attutire il dolore. Renderlo sopportabile, metterlo in un angolo e farlo tacere, per un po’.

La storia di Willem e Jude, non è, per fortuna, la mia storia: ha abissi che non conosco, ma la cui forza narrativa ha fatto il suo sporco lavoro, e mi ha messa davanti a tanti nodi miei, personalissimi, di cui non si parla ad alta voce, nemmeno al buio, nemmeno in segreto.

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Non c’è una formula per imparare a farlo, ma se dovessi raccontarvelo, come lo faccio io, che sono molto meno brava di Willem, vi direi che si fa come tutto il resto: un pezzo alla volta, senza arrendersi, senza dimenticarsi di ridere, lasciando che le lacrime vengano quando è il caso, anche se sappiamo bene che non si piange nel baseball.

Accettando anche il fatto che potrebbe non servire a niente: ma tu, tu non lo fai perché serva. Lo fai per istinto, per scelta, perché non sai fare altrimenti, per necessità.

Perché ti rende felice, amare una persona per quanto inutilmente, contribuisce all’equilibrio del mondo e al tuo, perché anche chi non sa volersi bene merita di essere amato, anche se cristiddio non capirà mai perché e non vorrà crederci, pazienza.

Se fossi una persona diversa, forse direi che ciò che è accaduto è una metafora della vita: le cose si rompono, a volte si aggiustano, e ci rendiamo conto che, per quanti danni possiamo subire, la vita ci ricompensa quasi sempre, spesso in modo meraviglioso.

A pensarci bene…forse sono proprio quel genere di persona.

 

N.B. – Tra i tanti motivi che avevo per leggere questo libro c’era il consiglio di Massimo, che lui libri innocui mai. Avevo paura di leggerlo, lui aveva paura della mia reazione. Che sia messo agli atti: nessun libraio è stato maltrattato per la stesura di questo post.

I solemnly swear that I’m up to no good

Il freddino arriva di notte e ti fa chiudere la finestra e so che c’è chi prova sollievo ma io no, solo l’agrodolce malinconia di settembre.

Vorrei dire che settembre è una merda ma non ci riesco. Mi dà di gomito con i suoi colori, mi solletica con i suoi cieli azzurri, mi sprona con la sua arietta: hop, hop, hop, sembra dire, dai che ce la fai, con ‘sto culone. Shake it.

Settembre è un maledetto istruttore di ginnastica dolce, che vorresti odiarlo, ma non ce la fai: sorride, non ti chiede troppo, in definitiva, solo di sgranchirti le ossa e rimetterti al lavoro, un po’, gradatamente, fa bene alle articolazioni, rilascia le endorfine, in fondo sai che ha ragione, ma chi c’ha voglia?

Non c’è scampo dai ricordi, a settembre.

Ogni foglia che cade sui viali è un primo giorno di scuola con lo zainetto – dei Puffi, di Barbie, Invicta Fluo – sulle spalle, senza dare le mani a chi ti accompagna, imparare la strada da sola, e ricordarla da un anno all’altro con minime, graduali variazioni.
I quaderni nuovi e in cancellino Pelikan con la punta bianca, la quiete prima dello scempio sotto forma di macchie d’inchiostro in ogni dove.
Ogni anno una stilografica nuova, le mangiucchiavo talmente tanto che una volta mi sono fatta esplodere una cartuccia di inchiostro rosso in bocca e alla maestra è venuto un infarto, oddio la bambina vomita sangue e continua imperterrita a scrivere i pensierini, martire dell’educazione elementare.
La tragedia si è ripetuta a casa, mia mamma ha trovata il fazzoletto imbevuto di macchie rosse appallottolato a caso in una tasca di lato, ma cosa ti è successo oggi a scuola? Niente, il solito, perché? The perks of having una figlia scema.

I primi di settembre noi si era ancora al mare in Romagna, e quest’anno ci sono tornata per una breve vacanza da figlia, la Nelli Posse alla riscossa.

Se ne sentono tante di critiche alle vacanze in Romagna, io le leggo e subito mi incazzo, poi subentra la certezza che se la vacanza di riviera la disprezzi è perché lì non ne hai mai fatte di felici, e allora, sai che c’è, mi spiace per te, ma tantissimo, perché la dolcezza felice di una vacanza a Riccione – o di più vacanze, una dopo l’altra sgranate come chicchi d’uva soda e golosa – te la porti dietro come riserva di gioia per una vita intera.

Dopo quindici anni, ho messo i piedi sulla sabbia fine e morbida come borotalco, e mi sono sentita a casa, ché tutti abbiamo bisogno di un posto dove sentirci a casa lontano da casa, e il mio era lì, nell’odore di salsedine, oleandro e bomboloni.

Perché ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore, e che ogni tanto gli fa sentire l’onda: quella canzone che tutti ben sappiamo la ascoltavo l’estate che era uscita proprio mentre ci andavo, a quel mare, dopo lo svincolo tragico di Borgo Panigale che allunga sempre il viaggio proprio quando ti sembra che dai, ci sei quasi.

Ecco, settembre mi sta sul culo perché è il mare, ma anche partire, dal mare, e tornare a casa e dover essere bella pimpante e promettere che quest’anno ci proverai, a non masticare tutte le penne e le matite e i pennarelli e gli stinchi dei tuoi compagnucci di classe come un ruminante impazzito.

Allora facciamo che io settembre e i suoi piani per il futuro li ignoro. Faccio finta che non esistano. Mi rifiuto di avere buoni propositi e di sgambettare lietamente sul sentiero della produttività. Me ne sto qua seduta e ascolto l’eco dell’onda che ho ancora dentro. Vado in cerca di storie. Faccio il pieno, ancora un po’, della luce limpida della sera.

Voi andate pure avanti, eh: io dieci minuti e arrivo.

Madeleine de Proust

Quella sera che diluviava pazzamente e io pensavo ai cibi delle nonne.

Le ginevrine e i sukai nel barattolo di vetro pesante, quello che ora io uso per le capsule della nespresso.

Il krapfen piccolo pieno di crema, appena fritto, a scolare l’olio sulla carta del pane.

I capelli d’angelo, asciutti, conditi con burro giallo e concentrato di pomodoro. Andavo a mangiarli nel garage, all’ombra, seduta su un vecchio scolapiatti, appoggiata ad un ceppo di legno, nel piatto bianco con il bordo rosso. Lei si sedeva sulle scale e sorrideva, una sigaretta al mentolo fra le dita con lo smalto rosso.

I ravioli dolci col ragù. Quel sapore perfetto di cioccolato, ricotta, cannella e scorza di limone, che nessuno di noi è mai riuscito a ricreare con la stessa precisione. Eppure c’è la ricetta scritta di suo pugno, nel corsivo elegante mai dimenticato. La mattina di Natale, lei dirigeva tutti, come un’orchestra, tacco dodici e messa in piega, Napoleone con un lieve sentore di borotalco e lo chemisier che cadeva perfetto.

I gamberoni alla griglia, comprati insieme al mercato di piazza Carlina e pagati come una parure, mangiati noi due sole sporcandoci le dita. Avevo dato l’ultimo esame, i miei ventitrè anni e tutta la vita davanti, un pezzo consistente, almeno, il tavolo rotondo apparecchiato per metà, ci bastava, non c’era bisogno di mettersi in ghingheri quando si trattava di me e lei e un barattolo gigante di maionese Calvè.

Il chinotto e l’aranciata amara. Ci sono nonne da succo di frutta, la mia era una nonna da gusti decisi, non indulgeva in dolcezze non necessarie, ma non lesinava sulle bollicine.

Il crodino e la coca cola. L’acqua brillante. Ai piccoli si può dare quello che piace ai grandi, nel bicchiere di vetro, perché imparino a fare attenzione, perché sappiano che le cose, a volte, si rompono.

Poi c’era il furto controllato, piccole mani contro lesti cucchiai di legno: l’agnolotto crudo, l’impasto della torta, la frittella appena spadellata a temperatura nucleare.

Cucchiai da portata d’alluminio, saliere a forma di cigno, pentole ammaccate senza speciali doppi fondi né moderne innovazioni, in cui i gusti si mescolavano sempre nel modo giusto. Il tappo di sughero tagliato a metà e poi imbullonato al manico del coperchio, quando ormai l’apposito materiale isolante si era rotto da un po’.

Il pane secco mai buttato via, e riutilizzato per polpettoni o torte o misteriose magie gastronomiche.
C’era tutta una liturgia di oggetti, di gesti, di direttive indirizzate verso i vari membri della famiglia per limitare, almeno un poco, la loro strutturale inutilità.

Gratta il formaggio. Riempi l’oliera. Porta il pane in tavola.

(E l’insalata asciugata avvolgendola nello strofinaccio e poi scuotendola, sul balcone). 

Io che non cucino se non per necessità basilari, ma ho dentro me tutti questi pezzetti che messi insieme fanno immagini e ricordi, che mi raccontano come eravamo e come erano loro, c’è tutta una famiglia e il ricordo di un’estate dentro la bustina di idrolitina sciolta nell’acqua del rubinetto in montagna – quell’acqua che scendeva così fresca e pesante che ti sembrava quasi di morderla, nella sete del mezzogiorno.

Un po’ di mesi fa ho letto un articolo molto bello, su Internazionale. Si intitolava “A dieta per essere immortali“, e l’autrice è una dietologa canadese, Michelle Allison (non l’ho più trovato in italiano, ma la versione originale potete leggerla qui ). Una frase mi ha colpito, e diceva:

E senza risposte facili o certe,ogni volta che mangiamo qualcosa è come se facessimo un atto di fede.

Ecco, il punto dell’articolo era poi un altro, ma io penso alla fiducia con cui chiudevo gli occhi e assaggiavo quello che le nonne mi mettevano in bocca o nel piatto, mi dicevano mangia, assaggialo, è buono, o non mi dicevano niente, perché sapevano che era scontato, che in quel cibo c’era molto di più di un insieme impeccabile di sapori.

C’era il loro tempo, c’era il loro amore, c’era la festa e c’era il pane quotidiano.

E c’era quel vecchio logorroico di Marcel Proust che mentre scrivevo questo post mi guardava dall’alto e bofonchiava, a me vieni a raccontarla, ragazzina? Che l’ho detta meglio e più lungamente assai, e ben prima di te?

Il burro non farà bene alle arterie, ma come li condisce lui, i ricordi, signora mia.

someday you will find me, caught beneath the landslide

Quando avevo tredici anni, alla fine della terza media, i miei genitori mi hanno mandata per la prima volta in vacanza studio in Inghilterra.

Avevo una paura porca.

Per me la scuola media non è stata esattamente un’esperienza da sballo.

Avevo un anno in meno di tutti i miei compagni di classe, il che, a dodici anni, si traduce nel giocare ancora a Barbie quando le tue compagne cominciano a fare i pompini (true story).

Ho pochissimi ricordi, e molto vaghi, di quei tre anni nel loro insieme.

Un giorno, a seguito di non so più quale fatto di cronaca, l’Orso mi ha chiesto: ma tu sei stata oggetto di bullismo da bambina? (L’Orso, ricordiamolo, ha visto il peggio delle mie foto di quegli anni, la sua domanda è più che legittima. C’avevo proprio l’aspetto tipico di quelle che vengono lasciate un trimestre con la faccia incastrata nel cesso, con tanto di occhiali e maglione peruviano con bamboline applicate, che ovviamente adoravo).

Ho frugato nella mia lacunosa memoria di allora e gli ho risposto: sì, probabilmente sì, ma non me ne sono mai accorta.
Con il senno della vecchia signora che sono, mi rendo conto che è più che probabile essere stata oggetto, quanto meno, di scherno e dileggio, di prese in giro ad ampio raggio. Ma io vivevo in un’altra realtà, parallela ma separata in maniera netta da quelle aule e quelle ricreazioni.
C’era la mia famiglia, sempre presente, i Nelli, le nonne, cuginanza varia, zii di sangue e zii d’elezione, una profusione d’amore che mi riverberava sempre addosso, una protezione ad ampio spettro contro la dura legge del gol.
Avevo i libri, soprattutto: il magico mondo dal quale non uscivo mai, se non per cause di forza maggiore. Chi ha bisogno del mondo reale quando c’è la letteratura?

C’era qualche amicizia, sporadica, particelle di sodio in acqua lete, qualche affetto residuo dalla scuola elementare, un po’ trascinato a forza, ma abbastanza per non farmi sentire sola.

A me, in quei primi di luglio mentre facevo la valigia, la vacanza studio in Inghilterra non sembrava un’idea così geniale – per dire, quando della vita non sai un cazzo.
Pensavo di non averne bisogno. Sì, certo, Londra l’avevo vista con i miei genitori e subito amata pazzamente, ma due settimane due con gente che praticamente non avevo mai visto, a fare cose che boh, cosa si fa a parte imparare l’inglese? Avrei poi scoperto che poi si fa tutto tranne imparare l’inglese, volendo, ma.

Sì, ero un po’ contenta, ma se mi avessero detto che era saltato tutto all’ultimo minuto, avrei fatto spallucce, mi sarei dispiaciuta un po’ e poi mi sarei ributtata di testa in qualche Gaia Junior o nell’ascolto ossessivo di Use Your Illusion.

Arrivata a Caselle, con la mia Samsonite lilla nuova fiammante, ero stata presa proprio un po’ dal panico. I Nelli, nella loro infinita saggezza, mi hanno baciata, fatto due raccomandazioni, affidata a chi di dovere e buttata nella mischia a calci in culo, senza girarsi indietro. Forse con qualche palpitazione, ma certi di aver fatto la cosa giusta, e infatti.

In quella vacanza ho conosciuto alcuni tra i migliori amici che avrò mai nella vita, ma non solo. Ho trovato la persona che ero, nel mondo reale, fuori dai libri e dalle cuffie del walkman.

Ho scoperto che, con le persone giuste, era facile essere me. Ridere di tutto, ma dei miei limiti e dei miei difetti in primis. Fare casino. Essere scema. Condividere i famosi discorsi esistenziali dei tredici anni alle due di notte, lacrime e abbracci, dediche e dichiarazioni, figure di merda e momenti di gloria.

Quando penso alla densità che aveva allora il tempo, mi chiedo dove cazzo è andata a finire, quell’intensità pazzesca, che in un pomeriggio demoliva imperi e riscriveva relazioni e ribaltava equilibri, e poi via, altro giro, altra corsa, altre cazzate inenarrabili.

Di quegli anni, mi resta per la prima volta la sensazione di essere un gruppo – perché poi, con qualche variazione, ci siamo trovati bene e abbiamo costituito un nucleo che ha messo a ferro e fuoco le strutture delle vacanze studio per sei anni consecutivi. Fino alla maggiore età, ché dopo non si poteva più, ma avremmo voluto.

Mi restano delle foto inguardabili che testimoniano tutti gli stadi dell’abbrutimento a cui una teenager può aspirare nel vano tentativo di essere alternativa.

Mi restano quaderni pieni di frasi criptiche che mi fanno ridere come una cretina anche vent’anni dopo.

Eravamo orribili e meravigliosi, rumorosi come un branco di bufali sotto LSD, grandi bevitori di Tango all’arancia e Coca Cola aromatizzata alle cose che non si trovavano in Italia, capaci di prenderci per il culo fino alla sfinimento, ma anche ferocemente amorevoli nei confronti gli uni degli altri, quando ce n’era bisogno.

Io devo molto, a quegli anni: se dovessi scegliere una cosa sola, la capacità di non prendermi troppo sul serio.

E quella di interagire con i teachers locali – che ci sembravano super maturi, ma avevano vent’anni – per ottenere qualche birra di contrabbando, passata fuori dalla finestra del pub.

Shuffle

Io sono una grande fan della funzione casuale dell’Ipod.

Forse sono anche una delle tre persone rimaste ad usare l’Ipod: io, un pony express del Malawi e una soccer mom dell’Oregon.

Le persone intorno a me usano tutte Spotify, gli hipster stanno tornando al walkman, se c’è qualcuno che ancora fa uso del discman si palesi che voglio stringergli la mano, io anche negli anni d’oro del Cd non sono mai riuscita ad ascoltarlo senza che saltasse come un canguro con il singhiozzo, l’unico modo per domarlo era giacere sul letto in uno stato di morte apparente.

L’Ipod, l’ho già detto qui, fa parte di me, come gli occhiali e il rossetto rosso: ho solo l’orrendo difetto di dimenticarmi sempre dove minchia lo metto, per cui, prima di uscire di casa, devo sempre preventivare quei dieci minuti di vana ricerca.

Dicevamo, la funzione casuale.
[Che poi un esperto di statistica mi disse che non è veramente casuale: pare che la Apple abbia dovuto modificarne le impostazioni dopo molti reclami per adeguarlo al concetto comune di casualità.
In teoria, la vera funzione casuale può farti ascoltare la stessa canzone di seguito anche sei volte, cosa che all’utente medio fa pensare a un Ipod con disturbi di personalità o posseduto dallo spirito dei Cranberries. Forse questa cosa è una leggenda metropolitana, ma io l’ho presa per buona, adesso non smentitemi, per favore, che già certezze ne ho poche].

Andare in giro con i brani in modalità shuffle può essere frustrante o perfetto, in un’ottima simbologia della vita stessa e delle mie passeggiate in solitaria sull’asfalto sabaudo. È un po’ come coltivare il pensiero magico, ma con l’ausilio della tecnologia.

Ci sono momenti di perfezione totale.

Quello che mi si è scolpito più nella memoria è stato quest’estate: sola, sulla spiaggia di Huntington Beach, l’Orso disperso in bici nei dintorni, io che non facevo niente se non guardare l’oceano e un ubriaco sulla passeggiata che speravo vivamente non mi approcciasse. Io ho questa cosa che se c’è un pazzo nel raggio di cento chilometri prima o poi arriva da me e vuole instaurare un rapporto, breve, magari, ma intenso. È come se me ne andassi in giro con su scritto Ciao, rompimi i coglioni! sulla fronte.

E poi è partita Sloop John B dei Beach Boys e io mi sono sentita così precisamente nel momento giusto, nel posto giusto, con la canzone giusta a fare la cosa giusta. Come se l’universo mi stesse facendo un high five, la telecamera immaginaria a zoomare sui miei piedi nudi e sulla felpetta antivento, il cielo dolce e azzurro e già in agguato la nostalgia del ripensarsi, nei giorni di pioggia, del rivedersi in prospettiva, quando in quel momento perfetto i pezzi del puzzle erano incastrati a dovere e c’era solo da respirare con calma e bersi il sole.

Ci sono momenti in cui dici, vabbè però allora vaffanculo, se devi fare così. Ma non mandi avanti, no. Bevi l’amaro calice fino in fondo, l’abbiamo fatto tutti, nevvero?
La canzone più straziante per il momento in cui affondi nella pauta ma non vuoi emergerne, anzi: vuoi che la mota ti sommerga e i dolori della giovane Werthera abbiano fine, e tutti piangano al tuo funerale e dicano che bella che eri e quanto t’amavano e quanto mancherai al mondo, che di sicuro non sarà più lo stesso posto di prima.

Mediamente questo è quando ti lascia il fidanzato, e io non facevo eccezione, in quell’aprile di anni e anni fa – che aprile è il mese più crudele s’era già detto, del resto.

La canzone in questione era Christopher’s River dei Biffy Clyro e le panchine di Piazza Vittorio il posto giusto per sciogliersi in lacrime, visto che, notoriamente, garantiscono la privacy necessaria a straziarsi di ricordi d’amore perduto e ineluttabilità di un futuro fatto di solitudine.

Mai una Katy Perry o un trashone anni 80 quando servono.

La funzione casuale, inoltre, sopperisce alla mia naturale inabilità di fare le playlist. Oh, ci ho provato, a mettermi lì con tutte le mie migliori intenzioni, ma niente: mi areno. Le mie playlist arrivano al massimo a sei canzoni. Poi mi stufo, mi demotivo, mi perplimo.

La playlist pianifica un po’ come ti sentirai in quel momento, quando schiaccerai play e comincerai a fare le cose, ma io che ne so?

Io non so manco come sto adesso, se non me lo dice una canzone.

 

Non si va via senza salutare

E anche la famiglia bella ha lasciato la casa di fronte.

I primi a cedere sono stati gli ingegneri dell’ultimo piano.

No more grigliate in balcone e karaoke, no more tentativi di limonamento con l’unico mammifero vagamente femmina presente al festone di Capodanno. È arrivata la coppia giovane&seria, con le tende di plastica bianca per proteggere basilico e bucato.

Non è che io provi odio a prescindere per le coppie giovani&serie, solo perché noi siamo una coppia agée & cazzara. Le tende di plastica bianca, quelle sì,  un po’ le odio, anche perché nei giorni di vento sembra di stare sulla rocca di Gibilterra durante un maremoto, ma senza la spuma e il romanticismo, solo col fragore del PVC che si schianta. Però insomma, ognuno nel suo balcone fa un po’ come vuole.

È che mi ero affezionata ai politecnici fuori sede, ne apprezzavo il candore e lo slippone Navigare scelto da mamma e arrivato col pacco da giù.
Li osservavo pensosi e ciabattanti nel caldo di luglio, nella pausa sigaretta fra un manuale di termostatica applicata e uno di geofisica della brugola, li vedevo tremare sotto le nevi eterne dell’inverno sabaudo, pieni di nostalgia per la patria assolata e fragrante.
[Che poi magari erano della Val Brembana, eh, è che per me i politecnici fuorisede sono sempre salentini, per definizione].

La famiglia del terzo piano, in compenso, mi dava un sacco di soddisfazioni. I figli, transitanti nell’adolescenza con intemperanze controllate, la nonna che li rimetteva in riga a suon di pasta al pomodoro, il balcone strapieno di piante con il gatto che tendeva gli agguati ai fottuti piccioni.

Le feste nei weekend che c’ho casa libera, gli amici giovani con i look anni 90 che si affaccendavano in cucina tra una moretti e una viennetta.

Poi un giorno dal balcone sono sparite tutte le piante, e il colpo d’occhio è stato subito straniante. Via il basilico, il geranio, il timo, il ficus, la menta piperita, il verde generico e i fiori di lillà. Via il gatto. Persiane chiuse. Ho pensato, sono andati in vacanza. Hanno transumato le piante nella vasca perché non morissero di sete. E li ho pensati tutti in viaggio tipo a Mykonos, o sulle Dolomiti, con anche il gatto nella gabbietta e la nonna che redarguiva i camerieri. Il papà spettinato che prendeva la mano della mamma e le diceva, dai che abbiamo fatto bene a fare le vacanze a giugno, e vedrai che le piante sopravvivono. E lei che allungava i piedi sull’erba fresca, guardava il tramonto e beveva un altro sorso di Traminer (più le Dolomiti che Mykonos, a ricorrere nell’immagine che avevo).

Sarebbero tornati abbronzati, il figlio grande malmostoso nel suo scavallamento nell’età adulta, il figlio piccolo sempre meno piccolo ma ancora più cazzaro e più gentilmente turbolento, la nonna solida, il gatto altezzoso fra i vasi e i voltatili.

Invece un giorno si sono aperte le persiane e non c’era più l’orologio a muro dell’Ikea uguale al nostro – e a quello di milioni di altri italiani. Non c’era più il tavolo con la cerata, non le tende né il bordo del letto che si intravedeva.

Sono arrivati degli operai che hanno iniziato, senza riguardo alcuno, a trapanare i pavimenti.

Ora, io sono anche un po’ sensibile all’argomento, perché l’estate scorsa i miei vicini di casa hanno trapanato pavimenti, pareti, soffitti e maròni da maggio a ottobre (non sto scherzando, non è un’iperbole, giuro. In più mattinate di delirio ho valutato il trasferimento come unica opzione possibile per non diventare completamente pazza. Oltretutto la loro carrucola passava sui fili tirati dal mio balcone, che ho dovuto gentilmente rimuovere, e quindi io da maggio a ottobre ho steso le lenzuola in salotto).

Non saprò mai più niente della famiglia bella della casa di fronte: si sono trasferiti e i loro figli faranno feste altrove.

Mi resta solo il fumatore solitario del primo piano, l’unico vero Marlboro Man della mia esistenza, l’uomo che sfida i geli eterni di Winterfell alle dieci di sera, armato solo di ciabatte di panno e accendino.

Che poi uno si affeziona, anche l’Orso ci è rimasto male.

Se cambio prospettiva, ovvero balcone, l’unico motivo di interesse sono i bulgari pazzi per il parcheggio.

I bulgari sono da me così chiamati non perché vadano in giro con dei fuseaux leopardati in testa parodiando Aldo, Giovanni e Giacomo, ma perché hanno questa macchina con targa, appunto, della Bulgaria, che amano più della vita stessa. La parcheggiano esclusivamente nel raggio di venti metri dal loro portone. Se c’è posto solo, che ne so, al fondo della via, la lasciano in doppia fila e allertano alcune vedette per dare l’allarme appena si libera un posto vicino a casa. Penso che facciano i turni 24/7, chiavi alla mano.

Un signore del clan della Sacra Ruota una volta ha scavalcato la finestra di casa  – per sua fortuna stanno al pianterreno – a torso nudo, in pantaloncini e infradito, durante i giorni della merla, per correre a parcheggiare, con uno scatto da centometrista. L’ho ammirato in muta contemplazione dall’interno del mio bozzolo di piumino – sciarpa -cappello – pelle d’orso – scaldino De Longhi sotto le ascelle.

Un’altra volta l’ho visto puntare uno che andava via, spararsi una retro ai trecento all’ora, scendere di corsa dalla macchina in folle, terrorizzare una signora che stava parcheggiando nello spazio che si era appena liberato – incauta donna – battendole vigorose manate sul cofano e gridando è mio questo posto!

Non di rado si possono osservare donne, bambini, cani addestrati, amici prezzolati e vecchie zie invalide di vedetta nel tratto di marciapiede libero, che presidiano il posteggio in attesa dell’arrivo della sacra vettura.

Una volta l’Orso ha lasciato la macchina ferma in zona rossa per più di una settimana e pensavo gliel’avrebbero fatta brillare con il tritolo.

Secondo me dovrebbero fare un crowfunding per un garage, anzi, quasi quasi glielo propongo.

Le avventure legate al logorio del parcheggiatore moderno hanno un loro fascino, ne converrete, ma il mio cuore è con la famiglia bella. Ad averlo saputo, che stavano traslocando, gli avrei fatto almeno un ciao di nascosto con la mano.

E invece.