Non si va via senza salutare

E anche la famiglia bella ha lasciato la casa di fronte.

I primi a cedere sono stati gli ingegneri dell’ultimo piano.

No more grigliate in balcone e karaoke, no more tentativi di limonamento con l’unico mammifero vagamente femmina presente al festone di Capodanno. È arrivata la coppia giovane&seria, con le tende di plastica bianca per proteggere basilico e bucato.

Non è che io provi odio a prescindere per le coppie giovani&serie, solo perché noi siamo una coppia agée & cazzara. Le tende di plastica bianca, quelle sì,  un po’ le odio, anche perché nei giorni di vento sembra di stare sulla rocca di Gibilterra durante un maremoto, ma senza la spuma e il romanticismo, solo col fragore del PVC che si schianta. Però insomma, ognuno nel suo balcone fa un po’ come vuole.

È che mi ero affezionata ai politecnici fuori sede, ne apprezzavo il candore e lo slippone Navigare scelto da mamma e arrivato col pacco da giù.
Li osservavo pensosi e ciabattanti nel caldo di luglio, nella pausa sigaretta fra un manuale di termostatica applicata e uno di geofisica della brugola, li vedevo tremare sotto le nevi eterne dell’inverno sabaudo, pieni di nostalgia per la patria assolata e fragrante.
[Che poi magari erano della Val Brembana, eh, è che per me i politecnici fuorisede sono sempre salentini, per definizione].

La famiglia del terzo piano, in compenso, mi dava un sacco di soddisfazioni. I figli, transitanti nell’adolescenza con intemperanze controllate, la nonna che li rimetteva in riga a suon di pasta al pomodoro, il balcone strapieno di piante con il gatto che tendeva gli agguati ai fottuti piccioni.

Le feste nei weekend che c’ho casa libera, gli amici giovani con i look anni 90 che si affaccendavano in cucina tra una moretti e una viennetta.

Poi un giorno dal balcone sono sparite tutte le piante, e il colpo d’occhio è stato subito straniante. Via il basilico, il geranio, il timo, il ficus, la menta piperita, il verde generico e i fiori di lillà. Via il gatto. Persiane chiuse. Ho pensato, sono andati in vacanza. Hanno transumato le piante nella vasca perché non morissero di sete. E li ho pensati tutti in viaggio tipo a Mykonos, o sulle Dolomiti, con anche il gatto nella gabbietta e la nonna che redarguiva i camerieri. Il papà spettinato che prendeva la mano della mamma e le diceva, dai che abbiamo fatto bene a fare le vacanze a giugno, e vedrai che le piante sopravvivono. E lei che allungava i piedi sull’erba fresca, guardava il tramonto e beveva un altro sorso di Traminer (più le Dolomiti che Mykonos, a ricorrere nell’immagine che avevo).

Sarebbero tornati abbronzati, il figlio grande malmostoso nel suo scavallamento nell’età adulta, il figlio piccolo sempre meno piccolo ma ancora più cazzaro e più gentilmente turbolento, la nonna solida, il gatto altezzoso fra i vasi e i voltatili.

Invece un giorno si sono aperte le persiane e non c’era più l’orologio a muro dell’Ikea uguale al nostro – e a quello di milioni di altri italiani. Non c’era più il tavolo con la cerata, non le tende né il bordo del letto che si intravedeva.

Sono arrivati degli operai che hanno iniziato, senza riguardo alcuno, a trapanare i pavimenti.

Ora, io sono anche un po’ sensibile all’argomento, perché l’estate scorsa i miei vicini di casa hanno trapanato pavimenti, pareti, soffitti e maròni da maggio a ottobre (non sto scherzando, non è un’iperbole, giuro. In più mattinate di delirio ho valutato il trasferimento come unica opzione possibile per non diventare completamente pazza. Oltretutto la loro carrucola passava sui fili tirati dal mio balcone, che ho dovuto gentilmente rimuovere, e quindi io da maggio a ottobre ho steso le lenzuola in salotto).

Non saprò mai più niente della famiglia bella della casa di fronte: si sono trasferiti e i loro figli faranno feste altrove.

Mi resta solo il fumatore solitario del primo piano, l’unico vero Marlboro Man della mia esistenza, l’uomo che sfida i geli eterni di Winterfell alle dieci di sera, armato solo di ciabatte di panno e accendino.

Che poi uno si affeziona, anche l’Orso ci è rimasto male.

Se cambio prospettiva, ovvero balcone, l’unico motivo di interesse sono i bulgari pazzi per il parcheggio.

I bulgari sono da me così chiamati non perché vadano in giro con dei fuseaux leopardati in testa parodiando Aldo, Giovanni e Giacomo, ma perché hanno questa macchina con targa, appunto, della Bulgaria, che amano più della vita stessa. La parcheggiano esclusivamente nel raggio di venti metri dal loro portone. Se c’è posto solo, che ne so, al fondo della via, la lasciano in doppia fila e allertano alcune vedette per dare l’allarme appena si libera un posto vicino a casa. Penso che facciano i turni 24/7, chiavi alla mano.

Un signore del clan della Sacra Ruota una volta ha scavalcato la finestra di casa  – per sua fortuna stanno al pianterreno – a torso nudo, in pantaloncini e infradito, durante i giorni della merla, per correre a parcheggiare, con uno scatto da centometrista. L’ho ammirato in muta contemplazione dall’interno del mio bozzolo di piumino – sciarpa -cappello – pelle d’orso – scaldino De Longhi sotto le ascelle.

Un’altra volta l’ho visto puntare uno che andava via, spararsi una retro ai trecento all’ora, scendere di corsa dalla macchina in folle, terrorizzare una signora che stava parcheggiando nello spazio che si era appena liberato – incauta donna – battendole vigorose manate sul cofano e gridando è mio questo posto!

Non di rado si possono osservare donne, bambini, cani addestrati, amici prezzolati e vecchie zie invalide di vedetta nel tratto di marciapiede libero, che presidiano il posteggio in attesa dell’arrivo della sacra vettura.

Una volta l’Orso ha lasciato la macchina ferma in zona rossa per più di una settimana e pensavo gliel’avrebbero fatta brillare con il tritolo.

Secondo me dovrebbero fare un crowfunding per un garage, anzi, quasi quasi glielo propongo.

Le avventure legate al logorio del parcheggiatore moderno hanno un loro fascino, ne converrete, ma il mio cuore è con la famiglia bella. Ad averlo saputo, che stavano traslocando, gli avrei fatto almeno un ciao di nascosto con la mano.

E invece.

 

 

Olympia

Ho letto un libro di quelli di cui non ha parlato ancora nessuno, che nessuno mi ha consigliato, che volevo mettere su anobii e non c’era neanche la scheda già fatta, figurati.

Il libro si intitola “13 modi di vedere una ragazza grassa”, l’ha scritto Mona Awad, e l’ha tradotto Stefania Bertola.

L’ho preso d’impulso, mi piaceva la copertina, l’ho letto e non ho più smesso di pensarci. Da quando l’ho letto ne ho parlato ad almeno 10 persone diverse (forse 13, ha-ha) e mi sono resa conto che mai con nessuno, forse (tranne che con l’Orso, asciugato al riguardo per circa due ore di cena anniversariale) sono riuscita a focalizzare esattamente che cosa, di quel libro, mi è rimasto così impresso da non riuscire più a smettere di pensarci.

È diventato uno dei miei libri preferitissimi del cuore? No.

La storia è piuttosto semplice. Lizzie è un’adolescente canadese, riflessiva, un po’ dark – intellettuale, sovrappeso – parecchio sovrappeso, in realtà – che decide di dimagrire. Per piacere, per non essere più imbarazzata dal suo corpo, per trovare i vestiti che le piacciono, per essere amata.
Lizzie [spoiler] dimagrisce. Ma nella sua testa continuerà sempre ad essere una ragazza grassa che cerca di essere amata ed è convinta di non meritarselo. A nulla le serve cambiare nome, diventare di volta in volta Liz, Beth, Liza, Elizabeth.

Il peso specifico del suo corpo, e il peso degli altri, soprattutto delle altre, restano per tutto il libro, narrato quasi sempre in prima persona, l’unico metro di giudizio attraverso il quale valutare il mondo, il merito delle persone, il diritto alla felicità.

Ci sono altri temi importanti. Il rapporto con la madre, per esempio, è fortissimo e commovente e spesso doloroso; il padre ombra, che non c’è, poi torna, ma sempre figura di sfondo; Mel, l’amica di sempre, anche lei in lotta con il suo corpo; Tom, l’uomo con cui vivrà per parecchio tempo, che a tratti prenderà lui la parola per raccontare questa strana storia d’amore.

Ma in questi tredici capitoli, quello su cui la mia testa continuava a tornare era il rapporto con il cibo, e con il peso.

Questo libro mi ha raccontato di come il cibo sia spesso il solo strumento quotidiano per raccontare il dolore delle donne.

Il cibo visto come nemico, come alleato, come mostro nell’armadio, come amante segreto nelle notti di luna. Lizzie non soffre di un disturbo dell’alimentazione in senso stretto, non è il racconto di un’anoressia o di una bulimia. È il racconto di una donna che nell’arco della sua vita non riesce a darsi un valore oggettivo se non attraverso un’immagine esterna, distorta, atrofizzata dagli stereotipi.

Questo libro, per me, racconta una realtà silenziosa e segreta di tante donne di cui non sapremo mai nulla, di cui vedremo corpi normali e vite regolari, relazioni più o meno soddisfacenti, unghie smaltate con cura e insalate a pranzo e pizze la domenica.
Donne il cui dolore non conosceremo, non intuiremo mai. Perché è un dolore domestico, acquietato, che le morde solo nel rito della bilancia al mattino presto prima che gli altri si sveglino, nella luce impietosa di un camerino, prima di una festa, nell’impercettibile tremolio della riga di eyeliner.

Per me questo libro parla di loro.

Nel lontano 1996 è uscito un album ora molto dimenticato: loro erano i Lush, l’album si chiamava Lovelife, e all’interno c’era una canzone che si chiama Olympia e che è tuttora una delle mie canzoni del cuore.

Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?
Will I ever have to say the word
And instantly I’ll be adored?
Could I ever deign to have the look
Instead of have to read a book?
Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?

Tutte avremmo voluto essere Olympia. Io volevo essere Olympia, soprattutto a 16 anni. Olympia mangia cioccolata e marmalade e resta bella, meravigliosa, accarezza gatti e si muove pigra, è la ragazza perfetta.

Ascolto questa canzone vent’anni dopo, leggo libri che raccontano cose che sono schiaffi in faccia, e penso che forse neanche Olympia è mai stata Olympia, perché la ragazza perfetta non esiste.

E quando la canzone va avanti, verso l’inevitabile fine, e ascolto

In chaos of our lives
Can we ever find the time
To cherish feeling fine
And in the aftermath of pain
Can the balance be regained?
Can we ever be the same?

mi dico che io quel tempo l’ho trovato, io sono stata fortunata.

Non so se sono stata brava. O se forse sono state più brave le persone che ho avuto intorno, a proteggermi e rendermi forte e ad amarmi per quella che ero, che sono, e se ho avuto l’immenso culo di avere un buon sistema immunitario emozionale, per cui ad un certo punto, al fondo del baratro, c’è sempre quella parte di me che dice, ok, adesso basta tragedie però. Whatever. Ed esco di casa e ricomincio a ridere e magari mi mangio pure un gelato, così, solo perché ne ho voglia.

La risposta che non ho, la risposta che non mi so dare, è la chiave che sta al fondo di tutto, il motivo primo e ultimo per cui tutte le battaglie più tremende le combattiamo sul corpo delle donne, misurandolo, martoriandolo, giudicandolo una e mille volte al giorno, il proprio, quello altrui, quello delle amiche e quello della sconosciuta, quello della celebrity e quello della vicina di casa.

Donne che odiano il proprio corpo, o anche solo donne che lo sopportano a malapena, che lo cazziano in continuazione, che lo criticano, che lo affamano, che lo appesantiscono, che lo ignorano come se non fosse veramente parte di loro, ma un parente scomodo da tenere nascosto.
Il corpo delle donne è il tavolo su cui si battono i pugni per avere ragione in una discussione sulla morale e sull’etica e sul livello di civiltà, è l’oggetto utile se serve ad ospitare qualcosa – desideri, figli, accudimento, bellezza.
Il corpo delle donne dimostra un valore se raggiunge degli obiettivi, ma è anche sintomo di mancanze etiche se non si conforma a dei canoni.

Parlo di un libro ma parlo anche, in maniera indiretta, delle donne e delle ragazze che ho conosciuto, o solo sfiorato nella mia vita. Quelle che mangiavano i biscotti di nascosto di notte in vacanza, dopo aver saltato la cena. Quelle che si sentono in colpa per aver mangiato carboidrati due pasti di fila, manco avessero dato fuoco ad un orfanotrofio. Quelle che finché il loro culo non sarà così, il loro naso cosà, le loro tette cosò, beh, allora, ovviamente, si meriteranno il peggio, e niente amore mai

[che poi, se l’amore fosse una meritocrazia, signora mia. ma magari, dico io, se amassimo solo chi se lo merita. di questo parliamo un’altra volta magari, dài].

e i cinque chili in meno, la pancia piatta, il seno grosso, le labbra carnose, i capelli fluenti, il culo sodo, i muscoli definiti, la noia suprema del dettaglio che da semplice caratteristica in un mare di caratteristiche diventa la chiave della felicità perfetta, assoluta, e pazienza per i morti che ci lasciamo sulla strada per raggiungerla, ché se non la raggiungiamo, è colpa nostra. Che siamo tarate e difettose o troppo pigre, o troppo o troppo poco qualcosa a caso, tanto pur di darci addosso possiamo convincerci di tutto.

Dei tredici modi di vedere una ragazza, grassa è quello che Lizzie sceglie per sé stessa per quasi tutta la sua vita. Per esternare un senso di inadeguatezza, e di incapacità di cambiare davvero idea, nel profondo, su quello che è il suo valore.

E allora forse non riesco a smettere di pensare a queste 224 pagine, perché hanno raccontato un pezzo di realtà che è vicina a tutte noi, che vorrei cambiare, che vorremmo –  uso il plurale come un augurio – cambiare.

E che forse ci mette tanto a cambiare perché è in parte segreta, coccolata come un fiore malvagio e prezioso, sotto la patina delle vite giuste, dell’autoironia un po’ crudele, delle ragazze che sembrano Olympia e che forse non lo saranno mai.

Perché poi, in fondo, per tendere verso l’infinito e oltre, la perfezione, l’ideale a cui aderire, lo stereotipo bello e impossibile, è più una zavorra che un trampolino.

And now, time to switch off.

Dieci cose del Salone

  1. Ci ho passato circa 37 ore quasi consecutive e non sono riuscita a vedere mezzo stand. Spero che le novità editoriali mi si siano trasmesse per osmosi, di avere le visioni nei mesi a venire, di nuove copertine imperdibili e storie abbacinanti, ché non ho sfogliato mezzo catalogo.
  2. Con un cartellino al collo, ti chiedono la qualunque. Scusi, dov’è la sala Matera? Senta, sa mica se al bar Autogrill prendono i buoni pasto? Ma la presentazione del nuovo libro di Franca Maria Del Ponte per la Sarcazzo Edizioni? Ma Anaïs Nin dov’è? C’è coda in bagno? Chi ha ucciso Laura Palmer?
  3. Signore impavide con tacchi a spillo, plateau, sandali  gioiello, ditemi la verità: avevate le Havaianas nella borsa, vero? Se la risposta è no, e non siete morte prima di arrivare alla metro, allora vi prego, quando sarà ora, donate il vostro corpo alla scienza perché io voglio sapere come cazzo avete fatto.
  4. Al mattino criogenesi, alla sera fusione nucleare. Il concetto di temperatura ottimale, all’interno del Lingotto, andrebbe un po’ rivisto.
  5. Il vero busillis, il segreto che passa di bocca in bocca tra i librai e li fa fremere di emozione e gratitudine, è l’ubicazione esatta del bagno un po’ imboscato dove non c’è quasi mai coda. Altro che la lochèscion misteriosa del rave letterario di Baricco e Bianconi.
  6. Il cliente lo fai felice quando gli presti la sedia al bookshop, mentre fa la fila per l’ingresso. Non di trame né di storie ha bisogno il lettore affranto, ma di un supporto per le stanche membra. Prossimo partner, suggerisco Eminflex. O uno sgabello pieghevole omaggio ogni cinquanta euro di libri acquistati, và che ti ho risolto la crisi dell’editoria.
  7. Facce note intraviste a pacchi nella folla, che ad un certo punto della giornata non sai se sono clienti, premi Nobel o il tuo compagno di banco delle elementari. Nel dubbio, sorridere, abbozzare un saluto con la mano e sgattaiolare via fra le pile di De Giovanni e Sepulveda in cerca di un riparo.
  8. Ad un certo punto ero talmente fusa che alla domanda “Scusi, ce l’avete la Carta del Docente?” mi sono messa a pensare per un minuto buono chi cazzo l’avesse scritta, ‘sta carta del docente, e se era un saggio pedagogico, e chi l’aveva pubblicata, e se magari in qualche anfratto ce n’era rimasta una copia.
  9. Io comunque se posso scegliere l’8 X 1000 lo do alla Birkenstock.
  10. I ragazzi dell’alternanza scuola/lavoro, abbastanza equamente divisi in quelli che cercavano la fuga a fine di baccaglio reciproco tra il banco degli Adelphi e lo sgabuzzino dei carrelli, e quelli che invece proprio li vedevi che erano lì per i libri, che li accarezzavano con quel gesto furtivo che io conosco bene, che quando affidavi loro un compito, per quanto palloso e stancante, non vedevano l’ora di farlo e di esserne parte. Le loro vite, quelle che hanno e che sognano per domani – raccontate a frammenti tra un bookshop e l’altro. Io mi sono sentita molto vecchia zia, penso che comunque sia un ruolo che mi doni.

E niente, faccio la spavalda che ci ride sopra, ma questi giorni sono stati un delirio di energia purissima. Li ho passati alla Piazza dei Lettori, al Padiglione 3, in compagnia dei librai di Co.L.T.I., che è il consorzio delle librerie torinesi indipendenti (sì, è un acronimo, non è che ce la tiriamo poi così tanto).
Venticinque librerie, milioni di idee, di competenze, di inclinazioni. Sorprese e conferme, nel lavorare insieme, persone nuove e non, ciascuna con una faccia adorabile e stanca, e io nel mezzo, ad assorbire tutto, cercando di restituire anche qualcosa.

Che viene da dire, a vederlo da fuori, signori, sono solo libri, vendeteli e non fateci poi sopra tutto ‘sto cinematografo. E invece ti ritrovi insieme e capisci che non sono solo libri, non solo per me, non solo per noi.
C’è dietro quella famosa cosa di cui si parla sempre, di darsi un senso, di scoprire cosa sai fare, di scoprire che cosa vuoi fare, e come. Di alzare la mano e dire, ehi, ci siamo, ci stiamo mettendo la faccia, ci stiamo mettendo fatica e gioia ed entusiasmo e un po’ di rabbia, anche, quando ci dicono che non serviamo a niente perché tanto c’è l’internèt, dove ti fanno pure lo sconto.
Io credo invece che esserci stati, in quello spazio grande così, con quella torre perfetta per i selfie, con le nostre risate e la nostra stanchezza e le corse alla ricerca del titolo richiesto e perduto, abbia forse raccontato, a chi passava di lì, un pezzo della nostra storia.
E a chi passava di lì, probabilmente, piacciono le storie.
Ecco: spero che gli siamo piaciuti anche noi. Perché secondo me eravamo bellissimi.

When the stars make you drool just like a pasta fazool

I momenti salienti delle mie vacanze con l’Orso sono sempre connotati da una certa aura di tragicità eschilea nel momento in cui vengono vissuti, salvo poi diventare affettuosi ricordi ad appena poche ore dall’accaduto (a volte anche meno).

Ecco la top three del nostro ultimo viaggio, che, per amore di verità, è stato particolarmente affettuoso e rilassato, nella nostra personalissima media. Per citare il mio saggio compagno, “Ehi! È stato il primo viaggio in cui non hai mai pianto!”.

  1. L’importante è partire col piede giusto. Alle 4 del mattino sotto una pioggia torrenziale. Arrivare davanti al parcheggio prenotato e già pagato, e rendersi conto che la scritta “aperto 24 ore su 24” mente spudoratamente. Trovarsi fermi sotto la pioggia davanti al cancello, in compagnia dei coniugi Pautasso. Lì io, che quando viaggio divento la donna più ansiosa del pianeta terra e se potessi dormirei direttamente in aeroporto la sera prima, ho avuto un cedimento strutturale che si è tradotto in un monologo di anatemi e bestemmie, non propriamente dirette verso l’Orso, ma, sotto sotto, anche, perché il parcheggio l’aveva scelto e prenotato lui. Abbiamo fatto il nostro ingresso a Caselle lividi, umidi e malumoratissimi. In coda al bar però abbiamo limonato, quindi tutto ok.
  2. Ne uccide più il selfie che la spada. Io garrula nel vento sotto la Statua della Libertà, circondata da gente in posa, il mio gene tacky che si risveglia, e sì: vorrei essere una di loro, delle portoricane che fanno finta di raddrizzare la torre di Pisa, il mio sogno proibito è un selfie stick. L’Orso invece è del partito del fotografo intimista, quelli che nelle foto le persone le rovinano, solo muri e crepe nel terreno, se c’è una presenza umana almeno che sia uno sconosciuto ignaro. Il suo unico cedimento sentimentale sono i gabbiani, che ama, per motivi a me ignoti (a questo proposito citerei un litigio vintage del 2009 a Brighton, quando per fotografare i gabbiani è salito con le infradito ai piedi sulle impalcature al decimo piano: la prima vacanza insieme e tuttora uno dei momenti più alti della nostra relazione litigatoria). Il selfie, per l’Orso, è la forma più bassa dell’espressione umana. Io lo so, eh. Ma quando vengo posseduta dal demone Alpitour, ci provo sempre. “Dai, facciamoci un selfie con la Statua della Libertà!“. Mi ha guardata con disprezzo. “Fattelo tu” (e infatti poi l’ho fatto). Io mi sono sentita come Mimì Metallugico ferito nell’onore. L’Eleonora Duse che mi alberga dentro si è inserita a gamba tesa nella discussione, e da lì è stato un attimo degenerare: sei uno snob, sei una rompicoglioni, sei un poser, sei sempre la solita esagerata, perché fai così, no perché tu fai così, che a guardarci da fuori (e a capire la lingua) forse sembravamo uno sketch sperimentale di Broadway o più banalmente due imbecilli che avevano appena fatto 6.379,43 km per litigare per un selfie. Selfie che in teoria doveva sancire l’amore coniugale e la gioia di stare insieme in luoghi esotici, peraltro. Il tutto è culminato nella frase “Ecco! È già finito l’idillio!“, detta dall’Orso con sopracciglio sconsolato e sguardo perso nel vuoto di Two Dots. L’Orso è bravissimo a litigare giocando ai giochi scemi sul cellulare, è il suo personalissimo modo per mettere le distanze con quanto sta succedendo, come a dire: sì, ok, io c’ero, ma in realtà mi stavo impegnando a battere un record. Comunque mezz’ora dopo stavamo già limonando nel negozio dei souvenir.
  3. Si può discutere solo sulle cose veramente importanti, tipo dove andare a cena. Sottotitolo: è tutta colpa di Yelp! Location: il Rockfeller Center, che, con la sua maestosa sontuosità, si presta particolarmente ad essere teatro di drammi di matrice culinaria. Io volevo mangiare mac and cheese (lo so, sono una donna dai gusti raffinati). Ho espresso questa preferenza rispondendo a precisa domanda (cito testualmente: che cosa vuoi mangiare per cena?), ma il primo risultato della ricerca sul motore della discordia è stato un locale che non c’entrava niente, una roba tipo i Dos Toros Hermanos. Al che l’Orso si è illuminato: andiamo a mangiare messicano? L’inizio della fine. Ecco, allora se devi sempre decidere tu che cazzo mi chiedi. Ma no, io te l’ho chiesto perché possiamo andare dove vuoi tu. Ma io ti ho detto mac and cheese, mica messicano. Bom, e allora andiamo a cercare mac and cheese. E allora non chiedermi se voglio mangiare messicano se ti ho già risposto. Ma sì, era una proposta. E allora facciamo come vuoi tu. No, adesso facciamo come vuoi tu. Allora cerca un posto. Non ci sono posti. Certo, siamo a New York e ci sono solo ristoranti messicani. No, guarda anche tu! (Questa era chiaramente una finta. L’Orso non mi lascia in mano il suo cellulare durante una ricerca manco morto, forse solo se gli mozzassero i pollici e gli indici e dovessi googlare un chirurgo che glieli riattacchi). No ma figurati guarda tu. No, guarda tu. (Sottotesto: anche se chiaramente non sei capace). Ad libitum sfumando. Credo che un gruppo di coreani in vacanza ci abbia ripreso e adesso in Oriente siamo tipo delle star, come George e Mildred ma più mediterranei. Abbiamo danzato tutto il minuetto che va dalla lieve irritazione fino al divorzio per colpa, tutte le sfumature del vaffanculo ci si sono schierate davanti agli occhi come un catalogo Pantone. Abbiamo recuperato in corner quando abbiamo capito che il rischio era di incazzarci così tanto da rinunciare alla cena per mero puntiglio. Abbiamo ripiegato su un Hamburger Heaven a caso, la panza ha delle ragioni che la ragione non conosce.

E niente, questi siamo noi. Siamo proprio noi. Per quello che ne so io, questo è l’amore vero. Quello che ti fa incazzare e poi ti fa anche ridere e poi ti fa di nuovo incazzare e poi lo scrivi sul blog e l’Orso dice dai però, non puoi raccontare i cazzi nostri a tutti. Perché non metti una di quelle bello foto che ho fatto io, in cui si vede mezzo comignolo e uno scampolo di gabbiano?

[Sul raccontare l’amore poi c’è questo corso qua che tengo il 13 maggio da Zandegù. Lì si fa sul serio, dal primo sguardo verso l’infinito e oltre, mica solo le discussioni sceme in terra straniera].

Effetti collaterali di tanta bellezza.

Siamo stati a New York, io e l’Orso.

Lo dico nel caso qualcuno non fosse stato tediato abbastanza dai miei ovvi post su Instagram e Facebook, con indizi appena accennati sullo sfondo, tipo la Statua della Libertà.

Era la seconda volta, e, pur non avendo avuto illuminazioni esistenziali come la prima volta che ci sono stata, quella città mi smuove sempre cose. O forse, più in generale, viaggiare mi crea sempre smottamenti, più de core che de panza.

La sensazione primaria è che ci siano posti al mondo che esigono da te più cose. Che ti chiedono di essere più e meglio, e in cambio ti danno energia purissima e bellezza. New York lo fa forse all’ennesima potenza. Non a caso, in un pomeriggio di sole a Washington Square, mentre l’Orso sgattava vinili in un negozio, mi sono seduta su una panchina a leggere Time Out e mi sono imbattuta in una frase di Scarlett Johansson che diceva esattamente questo:

The city is unforgiving. It’s beautiful and tragic and, you know, available and distant, all in one afternoon.

Nel frattempo, sul blog di Zandegù usciva questo post, che si incastrava bene in quello che stavo pensando. È un post bellissimo e non riesco a smettere di pensarci, scritto con chiarezza magistrale, e la dose giusta di serietà e ironia (ma ci stupisce che Marianna sia così brava? NO).
E poi, in un giorno di pioggia Andrea e Giuliano, ho comprato in una libreria pazzesca (lo Strand Bookstore) un libro di Alida Nugent che si chiama You don’t have to like me, e raccoglie una serie di scritti  buffi e interessanti sul femminismo, sulla crescita, sulla percezione di sé, sul coraggio di dire le cose.

I fear that I’m ordinary, just like everyone, ha cantato Billy Corgan infinite volte nelle mie orecchie dal 1995, in una delle canzoni che amo di più al mondo, ed è un po’ questo che temiamo in tanti, no? Di essere qualunqui, di non avere stelle che ci esplodono nel petto e nulla di magico per il quale essere ricordati per sempre. E forse nell’era dei social è ancora più sentito, farsi vedere, farsi apprezzare, spiccare fra la massa.
Per ottenere cose che a volte sono davvero necessarie alla nostra sussistenza, ma altre volte servono solo a coccolarci l’ego. E non sto condannando nessuno, dio solo sa se non lo faccio pure io (però spero sempre che intorno a me ci sia qualcuno di abbastanza pietoso che, se vede che esagero, mi dà una botta in testa e mi toglie la connessione).

Ho pensato alla grande città e alle grandi storie di successo: ho pensato a Lena Dunham – perché quest’ultima serie di Girls mi sta proprio piacendo da pazzi, e perché la stimo profondamente – e mi sono detta che c’è un motivo se io non sono mai stata la Lena Dunham di Parella, ed è che lei è più brava di me, si è fatta il culo, ha usato al massimo le sue possibilità e ha fatto quello che voleva. E come lei migliaia di altre persone che sono i Michelangelo o le Frida Khalo di questo secolo e fanno cose pazzesche, che hai voglia a dire ecco loro sì e io no.

Ho pensato che nel mio piccolo orticello urbano, la sola risposta che ho – oltre al grazie al cazzo che per me è un bel passe-partout ogni volta che faccio pensieri ovvi – è fare le cose per me. Non per quello che diranno o vedranno gli altri. Nel senso: il punto non è il dopo. Non è il successo o l’apprezzamento o i fischi e le uova marce. Il punto è come sto mentre le faccio, quanto mi piace farle, quanto sono soddisfatta di quello che ho prodotto indipendentemente dalle reazioni.

E ho pensato al provincialismo, che è quella roba che ti sta attaccata addosso a Torino e a New York e a Castiglione Falletto.
Il provincialismo è pensare che chi ha ottenuto un successo non vale più di te, ma ha solo avuto più culo, più opportunità, le spalle più coperte o whatever. A volte magari succede, ma a volte, semplicemente, è stato più bravo. Più focalizzato. Ha fatto salti nel vuoto che tu, mmmh, anche no. E mentre io tenevo il mio culo ben al riparo dall’abisso, qualcun altro saltava, e scommetteva sul fatto di avere le ali.
Ma il provincialismo è anche pensare che tu ormai quel salto lì non lo fai più. Perché le cose non si cambiano, signora mia. È molto triste ma anche molto rassicurante dirci che le scelte fatte ormai sono scolpite nel granito dei secoli.

Quello che ho pensato mentre smaltivo pollo fritto per le strade di New York, è che non ho il minimo potere sulle decisioni e sulle reazioni degli altri. Sul modo in cui mi vedranno, su quello che diranno di me quando non ci sono, posto che qualcuno abbia davvero il tempo e la voglia di dire qualcosa e pensare qualcosa di me e di quello che faccio – perché uno dei capisaldi della mia intera esistenza è proprio che alla gente, di noi, gliene fotte infinitamente meno di quello che crediamo.

Ho il potere, però, di sapere quello che voglio fare, e come lo voglio fare. E di farlo. Come se nessuno vedesse, anche se poi, inevitabilmente, qualcuno vedrà.
Di far sporgere un po’ le chiappe sull’abisso, giusto per vedere se morde.

[Per le inevitabili considerazioni di costume e i maltrattamenti verbali all’Orso in trasferta, prevedo altri post, magari un po’ meno supercazzola di questo qua].

[fem-mi-nì-sta]s.f.

Primo: non è una parolaccia. Si può dire.

Ammettere di essere femminista, se lo si pensa, è una buona cosa. Anche se siete avvenenti e depilate e non vi va che la gente pensi che sotto la parola “femminista” si celi un agglomerato di peli ribelli. Chi lo pensa, è pazzo e anacronistico.

Potete dirlo anche se siete maschi: i casi di pirilli caduti dopo aver pronunciato la tragica affermazione “Sono femminista” noti alla scienza, ad oggi, ammontano a zero.

Ma: prima di dirlo, però, è meglio che vi facciate qualche domanda. Lo sono davvero? Mi interessa esserlo? No, perché poi magari non vi interessa. Non lo siete. Le cose come stanno vi vanno benissimo. Ci sono un sacco di sintomi del bello ma non ci vivrei. Tipo: quando una donna apre bocca, vi mettete in automatico nella modalità “sopportazione” e prima ancora di aver ascoltato cosa ha detto siete già lì con una serie di obiezioni in canna. E lo fate di default, solo perché è una donna.
[NB: non sto dicendo che lo fate solo se siete uomini. Un sacco di donne lo fanno. Un sacco di donne non sono femministe. Io ancora non riesco a farmene una ragione, ma è così].

Perché, secondo me, è importante essere femministi?
Credo di averlo già detto, ma, beh, repetita iuvant. Per gli stessi motivi per cui è importante non essere razzisti, omofobi, arroganti, violenti, ottusi. Perché credere nell’inferiorità delle donne e nella supremazia del sesso forte significa nutrire una serie di stereotipi e pregiudizi che fanno male a tutti, anche ai maschi. Significa coltivare brutture e disparità.

Una volta ho avuto una discussione brutta con un signore che non conoscevo. Un signore che, mi dissero, era una persona colta, di buon carattere. È stato subito dopo i “fatti di Colonia”. Per chi non se lo ricordasse, nella notte di Capodanno del 2015 un numero cospicuo di donne che festeggiavano per i cazzi loro a Colonia è stata molestata sessualmente da un manipolo piuttosto consistente di uomini, festanti pure loro. Per molestia sessuale intendo anche che gli è stato toccato il culo, tra l’altro. Se vi è mai capitato che vi palpassero degli sconosciuti senza che lo desideraste, sapete che aggiungere un “solo” davanti a “toccato il culo” è una banalizzazione di cui non sentiamo alcun bisogno. La cosa è stata poi decontestualizzata dall’ambito a cui apparteneva perché pare che i molestatori fossero tutti richiedenti asilo e provenienti da paesi di prevalenza islamica. Grande festa alla corte dei razzisti/nazionalisti, ça va sans dire. Fra tutti gli articoli che sono andata a ripescare, questo secondo me è uno dei migliori per ricontestualizzare l’accaduto in una prospettiva più ampia.

Insomma, com’è come non è si è finito a parlare della cosa, che era successa da poco, e il signore ha commentato l’accaduto dicendo che le reazioni dei gruppi femministi erano state troppo accese per essere prese sul serio. Che, alla fine, reagire con troppa veemenza non giovava alla causa.
Ora, a parte che, che io sappia, nessun gruppo femminista è impazzito ed è andato a mettere bombe in giro e a fare ronde con randelli chiodati menando uomini a caso, il che, effettivamente, sarebbe stata una reazione controproducente e non costruttiva.
Quello a cui mi sono trovata davanti è stato un tipico caso di mansplaining: un uomo che spiega a una donna – io, nello specifico, ma se avesse potuto forse il signore avrebbe detto lo stesso con la stessa aura pacata e paternalista ad un collettivo femminista – come avrebbe dovuto reagire a qualcosa, se solo fosse abbastanza intelligente/preparata/lucida/razionale per usare il cervello, che è nella testa, ovvero quel grosso bozzo posto un metro circa sopra al culo (cit.).

Vorrei dire che la discussione è andata avanti per un po’ e che poi io l’ho schiacciato con la mia brillante dialettica, l’ho aiutato a capire che stava facendo un discorso orrendo e stereotipato in una maniera orrenda e stereotipata, e che l’ho spedito a casa con in mano una copia del libro di Chimamanda Ngozi Adichie. Ovviamente no. Mi sono incazzata come una iena, ho mantenuto la mia incazzatura nei limiti del decoro – anche perché non ero in un luogo neutro e andando avanti avrei sicuramente creato una situazione sgradevole per la terza persona presente, che nulla ne poteva – e alla fine ho glissato con un sorriso di legno e sono andata in bagno a sbattere la testa contro il muro bestemmiando in aramaico come il demone Pazuzu.

O mythos deloi oti: nonostante anni e anni di training, e un’educazione femminista, ancora il diritto di arrabbiarmi, davvero, quando un uomo mi tratta con accondiscendenza non me lo so concedere.

La femminista sempre incazzata e con fra i denti un kriss malese per evirare alla bisogna qualunque maschio che le si pari davanti è ancora uno stereotipo del quale soffro, ma in verità, dentro di me, lo so che abbiamo il diritto di essere arrabbiate, quando siamo vittime di un’ingiustizia, o di una violenza, o quando non veniamo prese sul serio. Quando ci dicono che dobbiamo protestare, sì, ma in modo consono, possibilmente con la dolcevita, con toni pacati e convincenti, perché se no, signora mia, come si fa ad ascoltarvi? Avrete ragione, ogni tanto, ma gridare con le poppe al vento non è un buon modo, su, dai, non si fa.

E invece, per qualcuna di noi, è un buon modo, e il fatto che possa non essere il mio non toglie legittimità alla cosa.

Emma Watson, che è stata massacrata per il binomio tette-femminismo non più tardi di una settimana fa, ha detto una frase intelligentissima: il femminismo non è una bacchetta con cui punire le altre donne. (Il video completo lo trovate qui). È qualcosa di molto più ampio, inclusivo, che ha mille sfaccettature – com’è ovvio che sia, perché stiamo parlando di persone – e in cui ognuna può trovare il suo posto e il suo modo, per manifestare, per agire, per supportare. Per cambiare.

Io sono allegra, frivola, incazzata, un po’ secchiona, bionda, malinconica a tratti, tonta il giusto, orgogliosa, iraconda, golosa.
Io sono femminista, e lo sono in tutti i modi in cui sono tutto il resto. Oggi, e tutti gli altri giorni dell’anno. Perché per me è davvero una cosa necessaria, e di cui andare fiera.

Bonus track: una bella panoramica di un nuovo tipo di femminismo è la newsletter di Lenny. Se masticate abbastanza l’inglese, secondo me fate bene a iscrivervi: se la sono inventata Lena Dunham e Jenni Konner, e io non smetterò mai di ringraziarle per questo.

le avventure acquatiche della giovane Incorporella

Io non sono di quelle che lo sport poi a un certo punto lo rivalutano.

Vorrei che fosse chiaro. Non sono di quelle che sì, non avevo voglia di andarci, però poi sono stata contenta. Non sono di quelle che si sentono in colpa se non muovono le chiappe per alcune ere geologiche di fila. Non sono di quelle che, non l’avrei mai detto ma mi sono appassionata. Sono irrimediabilmente, geneticamente, inesorabilmente pigra.

Lo sono da sempre. L’attività fisica mi fa cagare. Chi mi conosce lo sa e non manca di fare battute al riguardo.

L’unico motivo per cui posso piegarmi a fare sport è se me lo dice il dottore. E stavolta, ahimè, me l’ha detto. La circolazione, le caviglie stile Heidi, le vene varicose in agguato, il gomito che fa contatto col ginocchio, l’invasione degli ultracorpi, dovresti proprio fare acquagym.

Ed è così che, con un moto contrario e inverso e innaturale, ho rubato l’accappatoio di microfibra all’Orso, ho riesumato un vecchio costume Arena in cui sembro l’omonimo rollè, e lento pede mi sono incamminata verso la piscina più vicina che ho trovato.

Ho pagato, reggendo il bancomat come Muzio Scevola la mano sul braciere, l’occhio fisso all’orizzonte, il cuore pieno di nefandi presagi.

Dentro di me già pregavo: dio, fa’ che non ci siano nessuno che ha meno di settant’anni, e che la lezione sia proporzionata all’anagrafe.

Come previsto, ho subito sbagliato qualcosa: non ero mai stata in quella piscina, non sapevo dove cazzo andare, sapevo solo che ad un certo punto avrei trovato un tornello in cui strisciare la tessera, quindi ho strisciato la tessera nel primo tornello che ho trovato. C’è stato un BIIIP gigante e il tornello non s’è mosso. È uscita una signorina un po’ seccata che mi ha detto con tono glaciale “Ha bisogno?”. Io ho subito pensato che mi avessero sgamata: ecco, è lei quella che non fa un saltello dal 2003! Presto, Fitness Police, arrestatela! In realtà è solo venuto fuori che il tornello che serviva a me era al piano di sotto.

Ho trovato lo spogliatoio, dopo aver controllato venti volte che fosse quello delle femmine, per evitare di incappare in una foresta di pirilli e dare scandalo già subito.
Abbandonate le scarpe all’ingresso, insieme ad ogni speranza per un mondo migliore, ho scelto un armadietto a caso, ci ho buttato dentro tutti i miei averi, mi sono inguainata nel mio bel costumino sgambato anni 90. Poi, proprio mentre ero lì piegata cercando di togliermi i calzini per mettere le infradito, ho sentito una presenza a pochi millimetri dalla mia schiena –  ma forse, per amore di verità e vista l’incauta posizione, è meglio dire dal mio culo.

Non era Padre Pio venuto in mio soccorso con una dispensa divina, ma una signora di una certa età, con tanto di piumino e sciarpa nonostante i 67 gradi di temperatura, che mi guardava con disgusto.

“Devo arrivare a quell’armadietto. Lei finisca, io intanto aspetto”.

C’erano altri trecento armadietti liberi, ma io sono riuscita a scegliere proprio l’unico immediatamente sopra a quello desiderato dalla signora, probabilmente sofferente di DOC. Ha aspettato, tutta vestita, mentre l’uranio le si fondeva lungo i fianchi, senza spostarsi di un centimetro.

E così ho finito di cambiarmi e di mettere a posto le ultime cose con una signora mai vista prima amorevolmente attaccata alle mie terga, come un koala molto affettuoso. Il tutto in uno spogliatoio mezzo vuoto, giusto per aggiungere irrealtà alla scena.

Ho messo la cuffia (oh, poi un giorno parleremo anche dell’estrema umiliazione estetica rappresentata dalla cuffia), mi sono fatta la doccia e mi sono addentrata ciabattante nella piscina vera e propria. Ho appeso l’accappatoio in sei posti diversi prima di capire qual era effettivamente la parte giusta della piscina. Per capirlo, mi sono appostata dietro a una settantenne rassicurante e ho copiato quello che faceva lei.

Poi è iniziata la lezione.

Tre cose vorrei sottolineare di questa lezione di acquagym:

  1. La musica: avevo rimosso quali orrori dance potessero accompagnare il movimento fisico in acqua. Credo esistano delle compilation apposta. Le usano in piscina e a Guantanamo per far parlare i terroristi.
  2. Hello scoordinazione my old friend. Tutti su con la gamba destra, e io piego il gomito sinistro. Aprite le braccia verso l’esterno! E io muovo le orecchie come una lepre dei Cotswolds. Saltellare sul posto portando le ginocchia al petto, io mi produco in un triplo carpiato e mi procuro una commozione cerebrale. Oh, non ce la faccio. Deve essere un qualche gene recessivo di cui non ero a conoscenza.
  3. Il tempo non passa mai. Mai. Ho buttato un occhio all’orologio certa che fossero passati almeno venti minuti e ne erano passati cinque. CINQUE. Per tutto il tempo ho ripetuto un unico mantra: machecazzocifaccioioqui. Ciao Buddha, lo so che lo sto facendo male. Ohm.

E poi niente, è tutto finito, anche se credo che in qualche universo parallelo ci sia ancora una versione di me che lancia involontariamente pesetti di gommapiuma in testa alle vecchiette, che, per inciso, mi hanno dato merda alla grandissima, dal punto di vista motorio. Asfaltata, proprio. Ma mi hanno anche dato supporto: brava, per essere la tua prima lezione te la sei cavata, continua così, ci vediamo dopodomani?

Ma che dopodomani, signore, io una volta alla settimana e fa’ che t’nabia.