amami, alfredo

appena si apre il sipario, la scenografia non mi convince.

ci sono blocchi grigi a livelli sfalzati, che mi ricordano incongruamente il museo dell’olocausto a berlino, ma riprodotto male.

faccio tra me e me il paragone col sontuoso allestimento della bohème dell’anno scorso, e questa traviata ci perde malamente.

eppure.

violetta valery ha una chioma rosso fuoco, un vestito scollacciato rosa shocking e passa praticamente tutto il primo atto con le cosce aperte, rotolandosi sui blocchi, sguaiata, piroettando tra le braccia di uomini in abito da sera, inneggiando alla vita dissoluta e al carpe diem senza pensiei in quel deserto ch’è parigi. alfredo, un ottimo tenore paludato in una palandrana che lo ingessa, cerca di convincerla che lui l’ama, e il sentimento, il cuore, ed è un anno che ci penso e ci ripenso, bella violetta, siate mia! ma lei lo schernische, schernisce un po’ anche la parte di sè che vorrebbe abbandonarsi al sentimento, caro alfredo, qua se a tutelarmi non ci penso da sola siamo a posto, e lui, facendo quasi esplodere il gilet nell’impeto della passione, giura che se solo potesse, a lei, violetta del suo cuor, ci baderebbe lui in persona, alfredo germont in penne e piume, lui che l’ama da quel giorno in cui l’ha vista così felice ed eterea.

si ridesta in ciel l’aurora, la festa è finita, gli amici se ne vanno, violetta congeda anche alfredo e la sua palandrana e rimane sola fra i cocci della festa (chè ora non vedi più la scena simil-berlinese che non ti piaceva granchè: vedi i resti dei bicchieri e i coriandoli per terra di una festa parigina finita all’alba), e si sente turbata, insomma, è strano, non riesco a togliermi dalla testa le parole d’amore di quel tontolone, proprio io, io!, violetta valery, la regina dei salotti di parigi, la bella che tutti vogliono e nessuno ottiene, io che a suon di risate e buonumore mi son conquistata beni mobili e immobili, io, che se a me non ci penso da sola sto fresca, come posso permettermi di farmi turbare da queste parole? io. che brindo alla vita e alla gioia, ma la gioia più grande, quella d’essere amata riamando, non l’ho provata mai.

e su questa violetta meditabonda cala il sipario.

la ritroviamo tre mesi dopo con il bell’alfredo, per l’occasione spalandranato ma strizzato in un gilettino che rischia di arrendersi da un momento all’altro, in un contesto campagnol-rural-romantico, abbandonati i fasti parigini e i vestiti scollacciosi per un paio di pantaloni in lino color tabacco che han suscitato lo sdegno di mamma incorporella (violetta in pantaloni no! chiamate padre amorth!, avrei aggiunto io), dicevamo, la casta violetta fra le fresche frasche che duetta con l’amato di bollenti spiriti ormai chetati e di quan’tè bello l’amor. e se la faccenda si fermasse qua, probabilmente non saremmo a teatro a vederla.

se non che, arriva annina, la sguatterina, che reca una lettina, che alfredino, che non si fa i cazzini sua, scannuccia con aria da gatto silvestro e scopre che, per pagare i beati ozi, violetta sta alienando tutti i beni mobili e immobili accumulati col passare del tempo. il germont cade dal pero, si sente ferito nel maschio orgoglio, e decide che d’ora in poi dei conti di casa se ne occuperà lui ( e sarebbe quasi ora, sottolinea la desperate housewife che è in me). Prende, parte e va a parigi. e con un tempismo insuperabile arriva babbo germont, che come nulla fosse inizia una tirata contro violetta, la donna da poco che insidia il suo figliuolo. ma violetta si fa scudo di quell’amore in cui non credeva, e tanta è la passione che mette nelle sue parole che il signor baritono (che secondo la sottoscritta assomigliava a verdi reincarnato) si convince della purezza d’animo della traviata. ed è qui che casca l’asino. perchè con la benedizione di papà si potrebbe vivere felici e contenti, ma papà è invece lì per chiedere a violetta di farsi da parte. che c’è questa figlia che lui ha, la sorella di alfredo, un angelo sceso in terra, a sentire lui, promessa sposa ad un non meglio identificato giovinotto snob, che, saputo dell’amore del futuro cognato con una escort tra le più in vista di parigi, ha fatto un passo indietro dall’altare.  e non basta che violetta e alfredo si separino per un po’: c’è proprio bisogno che si lascino per sempre. ma violetta non vuole accettare: lei a parte alfredo non ha nessuno, solo una subdola serpe di nome tisi, che le si insinua nel petto e le toglie il respiro. il vecchio allora subdolamente insinua che un dì, quando le veneri l’avranno abbandonata e sarà vecchia e chiatta e rugosa, come è destino che tutte le donne diventino (betty friedan tappati le orecchie), un uomo che non è nemmeno suo marito (traduzione simultanea: che non è costretto a starti al fianco, pur andando a trombarsi legioni di sartine ventenni) sicuramente prima o poi la mollerà nuda e cruda. e allora tanto vale che se ne trovi uno ricco che la sposi, perchè no? ed è così che violetta, la dura, la cinica, l’edonista, si spezza il cuore ed acconsente. con una sola promessa: che quel padre, un giorno, se necessario, dica al figlio quale sacrificio d’amore l’ha mossa ad agire così. alfredo torna e violetta straziata gli chiede, amami, alfredo, amami come t’amo io, e tu che sei lì sulla poltrona di velluto rosso senti una roba al fondo dello stomaco che ti ricorda tutte le volte che hai amato e non è servito a nulla, e ti schiarisic la gola per non singhiozzare. chè singhiozzare al regio sta male.

violetta riparte così per parigi lasciando al alfredo una letterina molto succinta, in cui in poche parole riesce a mentire spudoratamente: caro, sai che c’è, me ne torno a parigi, e non tanto per chiudere i miei affari, come tu erroneamente stai pensando, quanto perchè stare insieme a te è stata una fatica, mi mancano gli agi e i can can selvaggi, raccogliere ranuncoli nei prati non è abbastanza eccitante, e sì lo so che ti avevo detto che ti amavo, ma non sei tu sono io, quindi ciao.

incautamente, dimentica lì l’invito ad una festa a casa dell’amica Flora. che alfredo trova.

siamo quasi alla fine, quindi non disperate: può ancora andare peggio.

e infatti va che alfredo torna a parigi e si mette a fare quello che fanno tutti gli uomini mazzulati, ovvero il figo ad una festa di amici comuni: beve, gioca a carte, vince soldi e se la tira. e quando arriva violetta al braccio di uno sfigato che sembra il maestro mazza, il barone douphol, fa una scenata che lèvati: sfida a duello il rivale, e poi lancia a violetta tutti i soldi che le deve, platealmente, davanti ad una pletora di amici, che tutti abbiano ben chiaro che lui ha saldato i suoi debiti. violetta, sotto il peso del disprezzo di alfredo, e complice il mal sottile, stramazza.

la ritroviamo nel suo letto, sola, con annina che la veglia: la tisi non le accorda che poche ore. ma a lei, non importa più. ha fatto i conti con dio, alfredo è peduto, morire le basta. va bene così.

e invece no. perchè il destino è bastardo e subdolo, e ti restituisce qualcosa solo per il gusto di togliertelo di nuovo: alfredo accorre al suo capezzale, ha saputo la verità da suo padre, è pronto a prendere violetta e a fuggire dalla maledetta parigi, per vivere finalmente quest’amore con tutti i crismi. e violetta è ancora indomita, dice non posso morire adesso, non adesso che ho di nuovo la sola cosa per cui vivevo, e mi alzerò, e uscirò da qui, e andremo in giro e brinderemo a noi e saremo felici, e vaffanculo alla tisi e alla sfiga nera che mi bracca da quando ho smesso di vivere come una gallina, che poi non chiedevo molto, no? solo d’amare e di essere riamata e di avere una piccola cosa preziosa solo mia, qualcuno a cui importasse di me. in questo deserto che è parigi. e adesso non voglio morire. e infatti mi sento bene! il dolore è passato! alfredo, posso vivere! amami, alfredo!

ed è così che la traviata muore.

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