il diavolo veste pimkie

posso parlare di moda senza cognizione di causa? posso? eh? dai? posso?

ok.

partendo dal presupposto che io non vado quasi mai a comprare cose belle nelle boutiques fighe, e non perchè sono leninista e sostengo che alla fine i top in acrilico dei cinesi non sono diversi da un bustier di vivienne westwood. solo perchè non ho abbastanza soldi.

arrivando alla conclusione che sostanzialmente mi vesto con cose comprate da h&m, zara, pull and bear, insomma, cazzate cucite in tahilandia che sono assurte ad elementi fashion principalmente perchè ce li possiamo permettere tutte e se le buttiamo via a fine stagione non siamo assalite dai sensi di colpa (“mioddìo! questa maglia l’ho pagata €9.95, l’ho messa 667 volte ed è da buttare via! sono proprio una sprecona!”).

alcune cose sono anche carine.

ma secondo me ci stiamo incamminando verso una strada alla fine della quale la moda è umiliante, mortificante, raccapricciante, tutte una serie di cose che finiscono in “-ante” e che non so come arginare.

ripeto: non sto parlando delle sfilate di dior. sto parlando di quei quattro stracci in poliestere che sovraffollano il mio armadio.

vago per i reparti dello store di turno e mi sembra di essere in un grande magazzino cecoslovacco più o meno a metà degli anni 90. roba da cortina di ferro. roba da profuga del profondo est che capita nel paradiso dei fondi di magazzino con il peggio degli anni 80. braghe informi a fiorelloni, a vita alta e con l’elasticone. li mettevano le zie zitelle alle nostre prime comunioni, ricordatevelo. fate mente locale oppure andate a ripescare la vostra foto di quando avevate 8 anni, il baffo morbido unisex e il saio di canapona. sullo sfondo c’è zia rosetta con il pantalone che oggi i signori hennes&mauritius cercano di spacciarvi per idea fashion e confortevole per l’estate. che magari sarà anche confortevole, anche se l’alta percentuale di neoprene presente nel tessuto me ne fa dubitare, ma se non volete sembrare zia rosetta evitatelo.

e quelle magliettine tristi tristi con la costina di cotone tanto depressa da sembrare una ruga, non una costina? come se la maglietta fosse triste e corrucciata di essere così sciapa, con il bottoncino di plastica bianca modello serafino che penzola sconsolato come meditando il suicidio. e i colori! beige, bianco sporco, azzurro ospedaliero, verdino caccola. non so per che carnagione siano pensati, ma in questo senso sono democratici, ci fanno sembrare tutte ugualmente malate. di tifo petecchiale.

ma poi ci sono i vestitini a fiori. quelli che dovrebbero rallegrarti e darti l’aria sana e sexy di clementina del piccolo mugnaio bianco. invece.

la fantasia è presa paro paro dai divani delle pensioni riminesi, quelle in cui si cena alle 7 e aleggia un perenne odore di minestrina. la stoffa è quella ad alta infiammabilità che già conosciamo bene. e poi c’è sempre il dettaglio-profugo. il bottoncino di madreperla (sempre penzoloni, ricordate? i bottoncini inutili sono shoegazer per definizione), il vulanino afflosciato da segretaria racchia, l’increspatura elastica stanca di star tesa che quindi è un po’ molle e un po’ plissè, così, senza soluzione di continuità. io li guardo e continuo ad essere perseguitata da immagini di minorenni russe che tendono le mani da dietro il filo spinato.

devo andare avanti? devo parlare del peggio del peggio? sapete dove voglio andare a parare. gli shorts. quegli shorts di maglina fiorata, corti corti, smulenci pure loro. quelli con la gamba larga e la striscetta nel mezzo che non copre niente e poco poco che accavalli le gambe e ti si svela l’intimo o l’intimità direttamente. quelli che ti fanno il culo largo largo e basso basso anche se sei Irina, l’antilope della steppa. quelli che a me ricordano sempre e solo le braghette dei pigiami di quelle marche da mercato tipo carina, bellina e tenerina che mia mamma mi comprava quando dovevo andare in colonia. quelli con la maglietta col disegnone grosso (tipo: la camelia di chernobyl) e lo stesso disegnone ripreso come fantasia sui pantaloncini (loads of mini camelie discutibilissime).

insomma, a me viene la depressione. poi adesso cominceranno pure i saldi e quindi avremo i fondi dei fondi di magazzino. la sagra del marrone. intere piramidi di golfini verdeacqua e rosa melma con stampate sagome di coniglietti, tortorelle, topini, puzzolette. ah, e i vestitoni lunghi! il must di quest’estate! lunghi lunghi lunghi che se sei uno e ottanta spazzi il sagrato che è un piacere e torni a casa con la caccia al tesoro attaccata all’orlo, figurarsi la media delle ragazze italiane che si aggira sull’uno e sessanta come sta bene avviluppata in queste mongolfiere con fantasia damascata dove non capisci se ti sei sbrodolata con la peperonata o è proprio parte del disegno.

il fatto è che nelle pubblicità e sui fashion blog questi stracci sono indossati sempre da anoressiche newyorchesi di diciassette anni con le ginocchia a punta,  i piedi in dentro, il tacco 15 , l’occhione da bambi e una borsa di balenciaga grossa come un monolocale. quelle maledette tizie belle anche struccate (figuriamoci photoshoppate) che sarebbero hip anche con addosso una maglietta di sportinsieme 86 masticata da un cane. tu guardi il mutandone fantasia che svolazza sospinto dalla brezza degli hamptons sopra le coscette eteree della modella e pensi che indossati, in fondo, non sono male. gravissimo errore! indossati sono IL male.

poi, un’ultima sagace riflessione sul negozio inteso come spazio fisico.

innanzitutto il terrore che io ho di far suonare l’antitaccheggio. forse deriva tutto dal trauma di quei tre mesi in cui la socia Balle aveva ancora l’antitaccheggio nel portafoglio e nessuno se ne era accorto, per cui suonavamo sempre, dappertutto, all’entrata e all’uscita, anche alle poste, sembravamo un metal detector in una ferramenta. roba da rischiare la perquisizione anale da zara il sabato pomeriggio.

e poi sappiatelo.

gli specchi dei camerini ti fanno più magra, ma di tantissimo, forse per compensare il fatto che quei vestiti tagliati e cuciti da un laboratorio di bambini ciechi che attaccano i punti random ti fanno sembrare più grassa, ma di tantissimo.

quindi, non è vero che con quel pantalone e quella maglietta assomiglio ad alexa chung. assomiglio di più ad una grossa prugna infilata in un calzino. tutto sta in quello che voglio rappresentare.

quindi, regoliamoci.

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3 pensieri su “il diavolo veste pimkie

  1. chiara ha detto:

    la maglietta sportinsieme dell”86 me la ricordo!!!!!mamma mia beuz mi fai morire!!!!!….per non parlare dei vestiti lunghissimi che persino ai manichini vanno lunghi!!!ne parlavo proprio con una mia amica l’altro giorno!…ti giuro, ho le lacrime agli occhi dal ridere!!!

  2. Julie ha detto:

    ahahahahahah. Dal post di agosto, sono tornata indietro a leggere. Devo proprio dirti grazie, per il quarto d’ora di pura ilarità che mia hai appena regalato! No, davvero, immedesimazione totale.

    Respect. E morte a Zara e agli shorts cheneanchebelen (quindi figurati io, e il mio lato B maiuscolo)

    🙂

    julie

    • Julie ha detto:

      [aggiungo una riga solo per cliccare le caselle sotto. che se no non me le fa selezionare. o almeno credo. come cantava il ligabue degli anni migliori.]

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