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in questo clima vacanziero che finalmente mi ha raggiunta (ultima settimana di lavoro e vacanze prenotate, chi l’avrebbe mai detto?) recupero i costumi dalle profondità dell’armadio e mi lascio andare all’amarcord.

innanzitutto, una breve riflessione sulla prova costume…io più che una prova, direi che il mio è un tentativo. un tentativo costume per vedere se la lycra è davvero così elastica come dicono o se il mio bikini di calzedonia cederà con uno schiocco e rimbalzerà, accecando i vicini d’ombrellone o l’orso ignaro al mio fianco. mai stata così in forma come adesso, peccato che la forma non sia proprio quella desiderata. pensavo quasi di disegnarmi un anatroccolo a sudest dell’ombelico e fare finta che la ciambella di grasso sia un salvagente che non tolgo mai per paura dell’alta marea. poi il mio bello è che sono bianca, ma più bianca del bianco, sembro lavata con ace gentile, se andassi a sdraiarmi su una spiaggia tropicale mi scambierebbero per una grossa duna su cui qualcuno ha lasciato ad asciugare il costume. in compenso chi sta vicino a me si abbronza un casino, perchè rifrango perfettamente i raggi solari. spendo più in creme protettive per una settimana di vacanza l’anno che in cosmetici per tutti gli altri mesi. e ovviamente riesco comunque a farmi venire lo sfogo, l’eritema, la bruciacchiatura fastidiosetta e la grattarola da sabbia. dovrei andare in vacanza su un fiordo norvegese a camuffarmi con le balene, mica in turchia.

ma in realtà quello di cui volevo parlare è più. ve lo ricordate più? il giornalino dell’estate. e c’era anche la versione figa, maxi più, stampato sulla carta più tagliente di sempre, finivi di leggere il giornalino e avevi le mani come natuzza evolo. a pensarci col senno di poi, più era veramente pidocchioso, ma io lo amavo. c’erano i fumetti sfigati, quelli che non conosceva nessuno (pari merito nell’hit parade della sfiga con geppo il diavolo buono e nonna abelarda). c’erano isidoro e sonia, chiaramente un tarocco di garfield, quelli col leone col cappellino da baseball e i suoi amici tra cui spiccava, mi sembra di ricordare, un elefante obeso e più un po’ ritardato, e forse ma forse, nei numeri fortunati, qualche paginetta di dennis la minaccia.

ma il pezzo forte di più era l’interattività tutta anni 80. c’erano gli inserti da ritagliare e costruire, che io, che mi sono sempre contraddistinta per una manualità più che latente, non riuscivo mai ad assemblare correttamente. che fosse un dado o un elicottero, finivo sempre circondata di ritagli di carta a spalmarmi le mani di vinavil per togliere la pellicina (N.B. – lo faccio ancora), abbandonando il processo creativo per chiara incompetenza.

e poi c’erano i regali. le cose più inutili di sempre, che però davano a più quel sapore di imperdibilità che mi spingeva in edicola con una regolarità feroce. i due pezzi che ricordo meglio, uno per la vacanza in montagna e uno per la vacanza al mare, erano:

  1. il bicchiere di plastica tascabile. che era un must dell’infanzia soprattutto montana. questa specie di scatolina tonda, da cui svitavi il tappo ed estraevi i cerchi concentrici che si incastravano verticalmente a formare il bicchiere. lo avvicinavi alla fontana, lo riempivi, te lo portavi alla labbra e puntualmente i cerchi si disincastravano e ti versavi l’acqua gelata addosso. e ti rimaneva la sete. ricordo che il valore aggiunto di quello regalato da più (che si chiamava più mica per niente) era che, sul tappo, aveva un piccolo vano contrassegnato come “portacaramelle”. un piccolo vano delle dimensioni di mezzo millimetro quadrato in cui non ci stava neanche mezza morositas masticata, forse a malapena una tictac, ma chi cazzo si porta una sola tictac in giro? mi viene ora il dubbio che in realtà il gadget fosse qualche fondo di magazzino della rivista “pensionati oggi” e il portacaramelle fosse in realtà un pratico contenitore in cui il nonno a spasso potesse trasportare il coumadin. in effetti il bicchiere bastardo era molto gettonato anche dal tipico nonno montano, che reagiva allo sbrodolamento porconando in cuneese stretto e finendo per tuffarsi di testa nell’abbeveratoio.
  2. il portamonete subacqueo da collo. che già il concetto di subacqueo per me in vacanza a riccione consisteva nell’estrapolare una vongola dalle profondità del bagnasciuga, ma sorvoliamo. il portamonete subacqueo da collo (per comodità PSC) era una specie di siluretto giallo con tappo ad avvitamento e cordino basico in nylon bianco. che già si vede che non esistevano i controlli CEE, perchè chi cazzo mette come gadget per i bambini una roba che si deve stringere intorno al collo? e comunque, se tu foraggiavi il tuo PSC con la giusta dose di monete da 50,100 e 200 lire (le 500 erano già roba da ricchi o da grandi, e noi bambine che leggevamo più le avevamo in ogni caso già spese per comprare il giornalino), dicevo, il tuo PSC diventava pesantissimo e ti trascinava a fondo causandoti un annegamento istantaneo, o ti decapitava direttamente grazie alla pratica cordicella in nylon abrasivo.  e ancora grazie più per questa splendida idea!
in ogni caso, adesso faccio la spaccona, ma io più lo amavo, e, come tutti i primi amori, quando li riguardi alla distanza non riesci proprio a spiegarti come cazzominchia hai fatto a stargli dietro per tutto questo tempo. perchè io so che se più non fosse uscito di produzione, io l’avrei letto fino almeno ai 26 anni!
ultimo amarcord.
sulla spiaggia di riccione c’erano vari venditori di cibo itineranti, e io, che ero una bambina inappetente, ne accoglievo il passaggio come i fedeli quando la madonna si materializza a medjugorie. c’era la signora di “paste, pizze e bomboloni”, l’omino dei canditi (avete mai notato come di solito nel lessico famigliare i maschi venditori o aggiustatori di qualcosa diventino spesso “omini”? anche se sono senegalesi di nove metri che vendono teste mozzate, a casa mia dopo un po’ che li si vede diventano affettuosamente “omini”. l’omino del frigo. l’omino del gas. l’omino delle scale. la smetto.), il signore del cocco (anche qui. il signore del cocco. l’imperatore dell’anans. il re della banana. uhm…), e gli immancabili omini dei gelati. che erano due. uno piccolo e segaligno (un vero omino), occhialuto e nervoso, e l’altro color mogano, alto, asciutto, con la voce roca e romagnolissimo, che secondo me di sera cantava il lisssio e faceva innamorare le tedesche un po’ agèe. entrambi tiravano i carretti della sammontana, e avevano le cose solite della sammontana, non il 5 stelle che ancora non esisteva, ma il cono basico, la coppa amarena, la coppa crema, il cono palla, la granita monoblocco che secondo me non ha mai preso nessuno, la coppa fragola e limone e poi la bomba. la bomba io l’ho mangiata solo a riccione. la bomba era uno stick al gusto di limone, e fin qui siamo nell’ordinario, ma la cosa straordinaria era che aveva la forma del limone. un limone di ghiaccio bianco su uno stick di legno. converrete con me che stra uno stick a forma di stick al limone e uno stick a forma di limone al limone, lo stick a forma di limone è decisamente più buono. e infatti la bomba era inserita anche nella OST degli omini della sammontana, che declamavano “gelatiiii/la booomba, gelatiii”. mica nominavano il cono. o la coppetta. o la granita di granito. nominavano la bomba, signora mia! e io la bomba non l’ho mai mangiata altrove. e vi dirò di più: io ho paura. di tornare a riccione. di sentire qualcuno che dice gelati con al cadenza sbagliata. e di scoprire che la bomba è fuori produzione. o che forse non è mai esistita, e me la sono sognata io mentre andavo a fondo sul bagnasciuga con al collo il PSC di più.
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