la radice del trauma.

se siamo tutti un po’ emozionalmente handicappati, voglio dire. anzi, specifichiamo. tutte. noi donne. che anche gli uomini sono gravemente malformati a livello emozionale, ma io non so il perchè, se lo sapessi non sarei qua a scrivere post cretini ma girerei il mondo tenendo conferenze, diciamolo.

noi donne siamo così per colpa dei cartoni animati che guardavamo da piccole. io ne sono profondamente convinta. la più classica è forse la sindrome di candy candy. l’infermierina col sorriso prestampato che reagisce alle avversità senza scoraggiarsi. che insegue un disadattato capellone per milioni di miliardi di puntate col risultato finale di trovarselo sulle croste in eterno, lui e le sue tenebre tanto affascinanti sul ponte di una nave quanto estenuanti nella vita di tutti i giorni. nelle puntate mai andate in onda, terence scappa di casa ogni volta che candy gli chiede di raccogliere un calzino e lei si chiede com’è che s’è ritrovata mani e piedi legata a questo incapace, che si stava tanto bene alla casa di pony. o forse rimpiange il suo primo fidanzatino, anthony, palesemente gay nel suo giardino di rose, ma tanto riposante, se ne stava lì buono buonino nella serra e al massimo ti sporcava un po’ di terra il pavimento alla sera rientrando in casa.

e la ragazza che si tromba la qualunque disperandosi alla ricerca del vero amore, zoccola sì, ma sempre con sentimento? mi sembra ovvio. è georgie. georgie che riesce a bombarsi due fratelli su due, più il biondone facoltoso, e potrebbe in effetti sembrare ninfomane ed incestuosa, ma in realtà ha grossi traumi. vorrei vedere voi, orfane, e poi vi muore il padre adottivo buono, e poi restate con la madre adottiva cattiva, e in tutta st’hit parade della sfiga cosmica i vostri unici amici sono un koala e un bracco macilento (che poi, un bracco in australia? veramente in australia il bracco va forte in fattoria?).

io, per esempio, ho la sindrome di creamy. le persone di cui mi innamoro non cagherebbero di striscio la vera me, una nana col capello comodo e la felpa col cappuccio che parla con i gatti come se le rispondessero. l’unico modo che ho per farmi veramente notare è tingermi la chioma di colori improbabili, inventarmi un alter ego talentuoso e vestirmi da zoccola creativa. nel mio caso specifico cantare fa morire i delfini e bruciare le foreste quindi cerco di non farlo, ma se ne fossi in grado sicuramente non perderei l’occasione.

e poi ci sono quelle più traumatizzate di tutte. quelle con la sindrome di lamù. quelle supergnoccolone che perdono la testa dietro allo sfigato della situazione che, pur di fare lo stronzo ad oltranza, le ignora. le rifugge. loro che si perdono dietro a questi esseri immondi, dio solo sa perchè, e quegli altri cretini che le respingono per lumare di sguincio la mutanda della prima chiavica che passa in biblioteca (gli ataru moroboshi di questo mondo fanno tutti il poli, secondo me). che tu dici, dai lamù, sei una topa stratosferica con poteri inimmaginabili, mollala lì, no? non lo vedi che non ti vuole, che non ti merita, ma soprattutto che è un racchio senza speranza privo di qualsivoglia dote che possa essere chiamata tale? è inutile. l’amica-lamù non molla.

l’unica speranza è che arrivi un’altra supergnocca con la sindrome di lady oscar e la convinca a farsi un giro insieme a lei su qualche divanetto di versailles.

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