otto marzo e palle varie.

io non l’ho mai festeggiato l’otto marzo e palle varie, e, a parte qualche sporadica mimosa da parte del buon vecchio corpusdomini, mio vicino di banco al Regio Liceo, e qualche omaggio in panetteria se casomai compravo due sfilatini in questo giorno, non ho mai avuto in dono grandi mazzi (sì, invece, ho avuto grandi mazzi ma non del genere che profumano).

però già che ci penso non so neanche se son d’accordo o meno con questa festa, non so se abbia un senso, non so neanche esattamente che cosa voglia dire essere donna per me, se non l’ovvia considerazione che i maschi sono esseri inferiori etc etc.

l’unica cosa che ho ben chiara è quali sono stati i miei modelli femminili di riferimento. a parte creamy, di cui si è già parlato, sicuramente la donna che più mi ha segnato nell’infanzia è santa scarlett o’hara. miss rossella. vera dama in pubblico dovere mangiare poco, come uccellino. scarlett che ha avuto 4 mariti e quella sfigata di sua sorella è morta zitella. scarlett o’hara che (cito a memoria dall’incipit del romanzo) “non era una bellezza, ma raramente gli uomini se ne accorgevano”. in una piccola frase due grandi verità: una, che se sei sveglia puoi anche non essere esageratamente figa ma devi giocartela con scaltrezza, e due, che gli uomini non capiscono mai un cazzo.

scarlett è così me, così noi. si incaponisce tutta la vita dietro ad un pesce morto con i capelli come gastone paperone, senza peraltro disdegnare una pletora di dementi che la fanno sentire bene, che le servono, che pagano le spese. però quando si tratta di farsi il mazzo e andare a raccogliere il cotone nei campi, muove le chiappe e va. si prende cura di tutta la famiglia e non uno che le dica grazie. tutti a giudicarla male, ma lei se ne frega, altamente. e quando il gioco si fa duro e nessuno è più dalla sua parte, e la sua reputazione è rovinata (ma chi ha coraggio non ha bisogno di una reputazione, scarlett!), lei si mette un vestito rosso di strass con tanto di piume di struzzo, si trucca alla grande, tira su la testa e cammina, in mezzo a due ali di gente che la odia. scarlett mi ha insegnato che anche la più furba delle donne spesso è irrimediabilmente stupida, ma anche che domani è un altro giorno. grandissima.

poi quando avevo 14 anni è arrivata lei, la regina delle ragazzine sconclusionate, la santa protettrice delle adolescenti grunge: her majesty courtney love. tutto quello che io sono o faccio, lo faccio perchè lei c’è stata. è stata ed è fonte di ispirazione eterna, in un periodo storico in cui, tra l’altro, di modelli femminili alternativi in italia ce n’erano ben pochi. la ragazza bionda con la chitarra mi ha salvato la vita. mi ha regalato il rossetto rosso e le calze smagliate e le coroncine di strass. ha sposato il ragazzo che tutte avremmo voluto, è sopravvissuta alla sua morte e soprattutto è sopravvissuta alla marea di merda che il mondo le ha sempre scagliato addosso. perchè se sei un maschio puoi fare musica, puoi sposare la ragazza che tutti vorrebbero, puoi drogarti e fare figli e dare in escandescenze e rimanere sempre accettabile. se sei una ragazza, no. semplice. scrivi una bella canzone? allora te l’ha scritta qualcun altro. scrivi una brutta canzone? ovvio, le ragazze non sanno fare rock. ti droghi? guai. fai una figlia? pazza irresponsabile. da goffa chubbyna diventi bella? sei una troia rifatta. se sei una ragazza non puoi esagerare. devi sempre restare un po’ nelle righe che i maschi hanno deciso per te. e se muore l’amore della tua vita, che guarda caso è anche il simbolo, l’idolo di una generazione, è colpa tua che sei una stronza e l’hai ammazzato. qualsiasi cosa tu sia, è sbagliata. devi fare canzoni morbide, non devi fare vedere le mutande, devi essere tossica poco, il giusto, in una stanza chiusa e possibilmente sotto controllo medico, e se ci scappa che fai una figlia devi diventare apparentemente perfetta, o sarai lapidata a morte dall’opinione pubblica, umiliata, offesa. courts è sopravvissuta a tutto questo. io non penso che lei sia perfetta, o che non si sia fatta un sacco di cappelle e di chirurgia plastica pessima, e certe canzoni che ha scritto non sono belle. ma quello che non sopporto è che tutte queste cose le fanno migliaia di cantanti rock maschi al mondo, e nessuno gliene fa una colpa. nessuno. nessuno scarica lo stesso livore, lo stesso astio e lo stesso odio che è stato scaricato su di lei addosso a chiunque altro sulla scena musicale. ma lei vince. sopravvive sempre. e io la amo tantissimo per questo. perchè mi ha insegnato che puoi essere quello che sei veramente, ed avere quello che vuoi veramente, ma che probabilmente il prezzo da pagare sarà alto, e tutti saranno felici di vederti cadere. ma che puoi resistere, e sopravvivere, ed essere comunque fedele a te stessa. grazie, courts.

e infine, in anni più recenti, è arrivata lei. l’unica donna che sta bene con la tuta gialla. beatrix kiddo. the bride. black mamba. tutte vorremmo essere come lei. tutte dovremmo essere come lei. alte, bionde, belle, ok, ma soprattutto determinate, implacabili, letali. mica farci fregare dalle parole dolci. colpire al cuore, anche se abbiamo amato, anche se ci fa piangere. colpire al cuore e non dimenticare che cosa ci ha portato fin lì. e non per il gusto freddo della violenza, ma per uno scopo, un motivo. non essere sconfitta neanche dopo che ti sparano in testa, neanche dopo che ti seppelliscono viva.

e concluderei con una frase, che ha detto proprio la mia adorata courts:

make yourself strong and great and epic. […] because whatever pain you’ve gone through – you wear it well and with dignity. dignity.

buon otto marzo, stronze.

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