le grandi manovre partono dai piccoli cassetti.

Essendo che, per la gioia dell’orso, ho deciso di raschiare e pittare un elevato numero di mobili anziani ereditati dai nonne/zii incorporelli, sto provvedendo a svuotare decinaia e decinaia di cassettini in cui si annidano furtive prove materiali della mia vita fino ad oggi.

prima di cominciare mi sono data due regole fondamentali:

  1. si butta via quasi tutto.
  2. vietato soccombere alla disperazione.

dicono che quando stai per morire ti passa tutta la tua vita davanti. più o meno è successo anche a me ieri mentre emergevo dal cassettone carica di inutilità importantissime.

la simulazione della terza prova della maturità, uno dei due libretti di giustificazioni su cui balle aveva scritto a caratteri cubitali col pennarello TAGLIONA!, il cartoncino dell’invito dell’ultima festa scolastica evah della mia vita, al Pick Up di via Barge, uno dei posti più da vecchiazzi che la storia ricordi, ma si vede che il regio liceo c’aveva ganci solo lì.

i biglietti dell’intrerrail con lele, pagine e pagine fotocopiate con indirizzi di ostelli orrendi di parigi e una cannuccia della johnny walker. tra parentesi, mai bevuto johnny walker in vita mia e meno che mai con la cannuccia.

un po’ di reperti delle vacanze con il purro, il mio primo fidanzato semiserio. il quaderno su cui giocavamo a nomi-cose-città durante il viaggio ma anzichè nomi-cose-città c’erano categorie tipo droghe, cause di morte, cose che si potrebbero mangiare in caso di necessità. c’è anche un foglio su cui lui aveva scritto “si comunica che a causa della candida albicans la signorina beuz non” e poi si interrompe lì. non saprò mai che cosa non ho fatto a causa della candida albicans, e soprattutto non saprò mai a chi lo stava dicendo. il purro mi scriveva anche molte lettere e molto dolci e molto belle e anche un po’ misto byroniane/marilyn manson. è molto bello pensare che comunque vada poi nella tua vita e tu ti ritrovi a preoccuparti di contratti della luce e lavatrici da fare, c’è stato un tempo  in cui il sentimento voleva dire scriversi quella roba lì.

ho ritrovato le foto delle vacanze in uk di quand’ero giovane, una in particolare in cui mangio una banana al tavolo del college e sto facendo la faccia particolarmente da cogliona e non mi si può guardà. ho riso molto.

del mio unico, inglorioso anno da fidanzata del viscido elvio, metallaro toscano, restano ben pochi cimeli, tra cui un cazzillo che gli si era svitato dalla batteria, un braccialetto da access all areas di qualche festival metal uber-sfighes e un diddle mostruoso che mi regalò con aria solenne in qualche addio strappalacrime (mie) a porta nuova tra le battone nigeriane e gli spacciatori di eroina. sempre e solo romantico.

poi c’è tutto uno scatolone supersigillato ma enorme di cose strettamente correlate al mio penultimo fidanzato, l’innominabile capitan minchia. l’innominabile capitan minchia è di quelli con cui coscientemente sai di aver avuto rapporti anche abbastanza intimi per cinque anni della tua vita ma che ad un certo punto hanno deciso che tu in realtà non sei mai esistita. è questo che rende difficile gestire quindici chili di foto, lettere, regalini, plettri, disegni, addirittura video idioti in quantità. quando si nomina l’innominabile capitan minchia, l’orso mi dice che i miei ex sono come i reduci del vietnam. si svegliano in un bagno di sudore gridando la notte e accorre subito un’infermiera che li rasserena e li conforta dicendo “non ti preoccupare, incorporella non è più qui ora”. [minchia, avranno un bel ricordo le sue ex fidanzate sedotte e abbandonate, non vorrei dire ma non mi pare proprio, comunque scenderò in polemica in un altro post, che poi sembra che qua quella strana sono solo io].

ho anche ritrovato i cimeli di quando l’heineken jammin’ festival era a imola e io ci ero andata con alisia e avevo campeggiato sulle sponde del fiume. la foto che ci eravamo fatte con fabio volo che all’epoca non era ancora uno scrittore generazionale ma un cazzaro divertente. foto che non abbiamo mai fatto vedere a nessuno perchè siamo urende, due su due, un colpo da maestre. chissà che cazzo avrà pensato il fabione nazionale, abituato a legioni di tipelle fighissime tutte in tiro per fare la foto con lui.

comunque, in buona sostanza, ho svuotato un intero cassettone in cui mamma scopella potrà finalmente e nuovamente riporre le sue mutande e calze. ho buttato via un saccone di cianfrusaglie e uno scampolo piccolo di me adolescente, quell’incorporella dai verdi capelli che credeva che conservando i mozziconi delle persone si conservasse anche un pezzetto di quella persona, lì. in una scatola sul comodino. poi sono tornata a casa dall’orso e ho guardato il poster dei ramones appeso sul divano, i barbapapà sullo scaffale, la muina di pezza in mezzo al letto, e ho pensato che cambiamo un po’, ma mai del tutto. e che va poi anche bene così.

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