Lotto. M’arzo. Etc etc.

Amiche, qua non c’è un cazzo da ridere. Siamo nel paese del “lei viene, ma quanto viene”. Delle risatine subito e dell’indignazione per il torto subìto rivenduta in un secondo tempo al salotto televisivo con la pretesa di passare per autentica. Siamo nel paese in cui per pubblicizzare una caldaia mettono una smadrappata piegata a novanta e scrivono “puoi montarmi gratis” (giuro). Siamo nel paese in cui le ragazzine pensano che il top della vita sia essere come Raffaella Fico. O Blair Waldorf, che comunque, vorrei ricordarlo, non esiste.

Io sono figlia di madre scopella, e non posso non indignarmi. Ma sono anche consapevole che indignarsi, scrivere post, mettere foto su facebook e tutte quelle belle cose che facciamo nell’anno del signore oscuro 2013 quando siamo indignate non bastino. Io credo che l’unico modo per usare questa indignazione in maniera costruttiva sia usarla come punto di partenza per una piccola rivoluzione silenziosa dentro di noi. Un colpo di stato che debelli in un attimo la tirannia del sembrare qualcosa e scateni la bellezza dell’essere. Essere ciò che siamo. Ognuna diversa. Qualcuna uguale, qualcuna simile in certe cose, ma tutte irrimediabilmente autentiche.

Significa sconfiggere il pregiudizio, le aspettative, la paura.

Significa essere ciò che siamo alla facciazza di quello che dovremmo essere secondo i piani di qualcun altro. Essere come vogliamo essere, non come ci vogliono. Quello che dicono i nostri genitori, i nostri fidanzati, gli stylist, la società, i mass media, i social media, può andare bene per un confronto per giocare su quel margine di miglioramento che tutte noi stregacce abbiamo. Ma deve finire lì.

E lo so che è uno zozzissimo lavoro. Perchè vuol dire affrontare quel giudizio sottile che ahimè proviene indistintamente da uomini e donne, da amici e nemici, quel giudizio che genera la paura di essere bollata in eterno con parole amorevoli come troia, rompicazzo, cicciona, bacchettona, stronza, racchia, secchiona, sfigata.

Dovremmo andare al di là degli schemi, trovare il coraggio di scavalcare le frasi fatte e trovare le nostre parole, la nostra voce.

Scegliere se vogliamo essere bellissime e profumate o se invece ci piace consacrarci al culto del dio pelo e buttare il silkepil fuori dalla finestra, va bene, se vogliamo leggere gli harmony perchè ci piacciono e vaffanculo a David Foster Wallace che ci faceva due palle così, va bene, se invece ci piace studiare l’aramaico o andare a fare la guardiaboschi o fare la lap dance o stagionare salami. Va bene. Abbiamo il diritto di essere ciò che siamo.

Dovremmo imparare a dire, io me ne fotto. Non sono all’altezza delle aspettative, pazienza, non erano aspettative mie, quindi? Senso di colpa, chi sei? Cosa vuoi? Ci conosciamo? Non mi pare, quindi levati dalle palle.

Un figlio, dieci figli, zero figli, un marito per sempre o venti amanti surfisti californiani, donne in carriera o casalinghe in defonseca, avviluppate in un burqua perchè ci piace così, o con un perizoma di strass perchè ci sentiamo a nostro agio, l’importante è che ci rispecchi. Che lo facciamo per scelta. Senza delegare la nostra presunta moralità, immoralità, valore o pochezza a qualcun altro.

Perchè è anche colpa nostra quando siamo vittime, amiche. Ce ne dobbiamo prendere la responsabilità. Io sono stufa delle poverine. La prima volta che tuo marito ti mena non è colpa tua, la decima però anche sì. E non è che le donne forti siano forti perchè per loro è facile, sfatiamo anche questo mito. Le donne forti si fanno un mazzo tanto per restare forti in mezzo alla tempesta, e comunque ricordatevi tutti che le donne forti non sono di gomma. Non sono infrangibili. Sono solo un po’ più brave a mettere insieme i pezzi, o un po’ troppo orgogliose per lamentarsi. E soprattutto la forza delle donne è un po’ mito, un po’ mistero, e un po’ anche una cazzata, un alibi tirato su ad hoc per lusingarci e farci tirare la carretta come muli senza lamentarci troppo o pretendere un cambiamento. Sì va bene la forza delle donne, ma anche un aiutino non sarebbe male, che ne dite?

Smettiamola di affamarci, vivisezionarci, mutilarci nel corpo e nello spirito, torturarci il cervello per rientrare in un disegno superiore che abbiamo idealizzato, ma non ci appartiene.

Io dico che dovremmo scegliere di essere noi stesse e prenderci le responsabilità di questa scelta. Imparare a chiedere aiuto ai nostri Orsi, ma senza dipenderne. E imparare dagli Orsi una delle poche, pochissime cose in cui i maschi sono effettivamente più furbi di noi: coltivare la lealtà di genere. Le femmine dalla parte delle femmine. Quando c’è un obiettivo comune, uno scopo da perseguire, smettiamola di fare le mean girls. Collaboriamo. Non è necessario amarci, diventare migliori amiche o raccontarci i segreti. Basta che impariamo a lavorare bene insieme, a fare squadra, a supportarci.

Secondo me già così siamo delle fighe assurde, se impariamo anche a dire “io me ne fotto” non ci ferma più nessuno e allora altro che indignados, ve la do io la rivoluzione!

Oh, e già che sono in argomento, visto che non lo potete sapere, ve lo dico io. Quello di bello e buono che c’è in me, l’ho imparato da questa signora che mi ha scritto queste cose qui. Oltre a darmi il maggico dono della vita, of course.

E ricordate sempre che, come diceva la nostra unica e sola eroina di tutti i tempi, chi ha coraggio non ha bisogno di una reputazione.*

ross

*prima che me qualche amica precisona me lo faccia notare, lo so che era quello che diceva Rhett a Rossella al ballo di Atlanta. Mi sono presa una piccola licenza poetica. Non puntate il ditino. Solidarietà, gioco di squadra, l’avete letto poche righe  sopra, cazzarola!

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2 pensieri su “Lotto. M’arzo. Etc etc.

  1. gynekiller ha detto:

    tutto giusto. lo sapevo che eri perfetta, ma ti avrei amato anche se tu fossi stata una “sbrul”. Grazie per le tue parole, ma è facile cucinare bene con buoni cibi.

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