Torino Comics per profani.

Fu così che una ridente domenica d’aprile decidemmo di recarci al Torino Comics.

Ci terrei a sottolineare come il tempo abbia fatto finora schifo, con diluvi amazzonici e temperature antartiche, e continui imperterrito a tediarci con domeniche pluviali, tranne la domenica in cui, appunto, siamo andati al Torino Comics. Proprio quando volontariamente decidiamo di rinchiuderci in uno spazio coperto, illuminato dai neon, raggiungibile in metropolitana, ecco che la primavera decide di pavoneggiarsi in tutto il suo splendore e spara fuori la domenica più calda, soleggiata e raggiante degli ultimi 10 anni. La domenica dopo, ha diluviato ininterrottamente e l’alternativa più allettante  era restare sul divano avvolta in varipinte coperte di pile, ma giusto perchè non c’era una mazza da fare e magari avrei anche deciso di uscire per due passi e un gelatino.

Comunque. Dicevamo.

Partiamo io, l’Orso e la socia Alisia. Io tanto per cambiare mi lamento e presagisco foschi scenari in cui arriviamo e siamo circondati e smembrati da una folla di ciccioni cannibali travestiti da Pikachu, che ci riconoscono per i profani che siamo e quindi indegni di essere ammessi alla corte della nerditudine informata. Premetto che io mi sento abbastanza nerd, abbastanza da cogliere il 99% delle battute di Big Bang Theory, e chi mi conosce lo sa. Ma di fumetti, ahimè, ne so poco. Da piccola ho letto religiosamente tutti i Linus di casa Incorporelli, Mafalda e i Peanuts li conosco abbastanza da citarli con disinvoltura in ogni circostanza, ho una passione per il pinguino Opus, mi sono innamorata a prima vista di Zerocalcare e sono cresciuta a pane e cartoni animati jappi, ma mi rendo conto che per assurgere a certe vette non è abbastanza.

Com’è come non è, arriviamo al Lingotto e paghiamo l’obolo per la discesa negli inferi.

Ci accoglie una calda zaffa di corpo umano impaludato in costume sintetico. Il primo cosplayer che vedo è un ragazzo cicciottello vestito da Pikachu, e già mi sento la Pizia de noartri. Chiudo gli occhi in attesa di venire sacrificata su un altare di pietra lavica decorato con stickers glitterati di Naruto, e, quando non succede, tiro un sospiro di sollievo.

Non starò a farvi una cronaca dell’evento, per il semplice fatto che non è il caso. Io e la compagnia dell’anello vaghiamo di stand in stand in uno stato di soporoso stupore: Alisia tedia ogni singolo banchettaro alla ricerca di cimeli raffiguranti Carletto il Principe dei Mostri; l’Orso comprerebbe tutto e niente; io sono dilaniata tra il desiderio di portarmi a casa ogni singola Creamy e Yu e parrucca e bento box e cappello da Totoro e la consapevolezza che per potermelo permettere dovrei lavorare come CEO della Sanrio.

Quello che realizzo già dopo pochi istanti all’interno della fiera è che esiste un mondo di cui io non so nulla. Niente. Un pianeta di gente che combatte con le spade laser e studia e riproduce fin nei minimi dettagli le sembianze di creature fantasy che io non ho mai sentito nominare. Un mondo di giochi di ruolo con regole più difficili del libretto di manutenzione dello Space Shuttle. Un universo di prime edizioni, serie limitate, codici a barre giapponesi che vengono interpretati e decodificati peggio della Stele di Rosetta e che fanno variare il prezzo di una Heidi in vetroresina dagli abissi dei 35€ all’Olimpo dei 190.

Dove sono queste persone, per il resto del tempo? Cosa fanno? Sono fra noi? Come fanno a resistere sotto mentite spoglie, e a non andare in ufficio con lo spadone da samurai e i gambali leopardati? Io li stimo, soprattutto perchè ho visto dei costumi realizzati a mano a partire dal nulla che neanche Armani con un esercito di sarte.

In ogni caso siamo tornati a casa felici. Alisia con Carletto, io con un mini-Nega e annessa bacchetta magica di Creamy, e l’Orso con un’Arale fantastica. Ah, e anche una discretissima cacca rosa in ceramica adibita a porta bon-bons. Giusto per non farci mancare nulla, in questa strada verso la maturità.

 

arale

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