Libri, rose e biciclette.

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Oggi lasciate che vi dica una cosa sul serio.

Sarà che è morto Gabriel García Márquez, sarà che ricordo l’amore e la gioia per quel Cent’anni di solitudine della biblioteca letto nell’afa dei pomeriggi in Grecia e ricomprato di corsa al Banco di Via Garibaldi non appena tornata a Torino.

Le piccole librerie indipendenti si supportano solo ed esclusivamente in un modo: comprandoci dei libri.

(Toh, ve lo metto pure in grassetto, così non potete usare la miopia come scusa per la vostra ignoranza).

È inutile spendere soldi su amazon o bol o feltrinelli.it e poi fare la faccia contrita quando al posto di una libreria indipendente aprono il paradiso del fritto o  l’outlet della mutanda in acetato.

E lo so che amazon è comodo, c’ha gli sconti e la spedizione gratis, e va bene, comprateli pure i libri online, se quei cinque euro risparmiati vi sono necessari, io non giudico questo. Però, per favore, evitate l’ipocrisia di andare poi nei negozi dai librai a dire “Ah, non gira tanto eh? Eh, mi dispiace…è la crisi”. Non è solo la crisi. È anche una scelta ben precisa di noi cittadini, quella di supportare o meno le piccole realtà locali. Che vale per il libro come per la mozzarella di bufala all’Auchan, sia chiaro.

Peggio ancora, non andate a chiedere di presentare il vostro ultimo capolavoro autopubblicato (o quasi), quando voi per primi non mettete piede in una libreria né tanto meno ci comprate un libro da, tipo, mai. I librai in media sono persone avvezze alle incongruenze e non vi manderanno affanculo in maniera diretta (qualcuno sì, in realtà), ma, davvero, fatevi un esamino di coscienza. Presentatelo nelle biblioteche, nei circoli, nelle piazze. Nei posti dove vi piace comprare i libri, almeno.

Tutto questo pippone per dirvi che io, pur non essendo più una libraia, continuo a credere molto in quello che ho fatto in questi anni, e in quello che un manipolo di coraggiosi, avventati, sognatori brillanti e incoscienti sta continuando a fare giorno dopo giorno, riba dopo riba, fabiovolo su fabiovolo, per amore, come atto di fiducia nel futuro. Spero che non pensiate davvero che grazie a tutto questo stiano diventando ricchi (anche se io continuo ad augurarglielo).

E vi dico, può darsi che davvero un giorno ci sveglieremo e dovremo affrontare il fatto che non c’è più bisogno delle librerie. Che non servono.

Fino ad allora, se pensate invece che ce ne sia ancora bisogno, andate a scovare una libreria indipendente che vi piace, e comprateci i libri. È piuttosto facile. L’unico problema è che causa assuefazione.

Per concludere, tornando al vecchio baffone che lasciando questa terra mi ha ispirato tutta una serie di afflati da pasionaria a tema letteratura, sappiate che, così come il colonnello Aureliano Buendía avrebbe sempre ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre lo portò a conoscere il ghiaccio, io ricorderò sempre il sabato verso mezzogiorno, uscita dalle elementari, quando i miei genitori mi portavano alla ormai scomparsa libreria Pagine di via San Donato, e stavamo lì almeno mezz’ora, ognuno perso nei suoi reparti preferiti, a scegliere i libri da leggere nel weekend.

Resta uno dei ricordi di famiglia più cari e preziosi. E l’idea di invecchiare in un mondo in cui questo non è più possibile, beh, sono piuttosto sicura che non mi piaccia. Almeno quanto l’idea stessa di invecchiare.

Colgo l’occasione per segnalare un’iniziativa piuttosto figa a tema libri: il 23 aprile è Sant Jordi e quindi si mettono insieme libri, rose e biciclette. Voi siete curiosi, io sono pigra e non vi scrivo di più: cliccate sul link, che ve l’ho messo apposta.

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3 pensieri su “Libri, rose e biciclette.

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