11/09/01

ideas grow here

(Questo è il racconto che ho scritto come esercizio per il corso di narrativa che sto seguendo – con il vate Marco Lazzarotto ai comandi, sotto la sacra egida di Zandegù. Le due ore del mercoledì che passo in quell’aula sono sempre nella top ten della settimana).

Ho 21 anni, due treccine e una giacca rosa di Fiorucci, nuova. Sono seduta sugli scalini di casa, fuori dal portone, la vecchia bici rossa dello zio Oreste con le ruote appena gonfiate. Aspetto Marco, che è un po’ in ritardo. Tutte le volte che glielo faccio notare risponde che sono i geni calabresi che fanno il loro dovere, e che se mi comprassi un cellulare potrebbe farmi uno squillo quando è sotto casa e non sarei costretta ad aspettarlo seduta sui gradini. In realtà non mi dispiace molto aspettarlo qua fuori al sole, finché il ritardo resta nel range della mezz’ora. E quando arriva balzo in piedi per dargli un bacio, e sono pronta a partire. Ma lui scende dalla bici e il bacio che mi dà è distratto e antipatico, e prima che io possa partire con qualsivoglia rimostranza mi dice, aspetta, sono uscito di casa tardi perché è successo qualcosa, qualche casino in America, hanno buttato giù due aerei, non si capisce bene. Io guardo il cielo terso e sono anche un po’ seccata che le mie ambizioni ciclistiche vengano liquidate in tutta fretta per qualche oscuro fattaccio di cronaca internazionale. Inoltre l’apprensione di Marco è regolare, nella norma, a lui viene l’ansia per tutto, anche se il gatto di sua nonna vomita è pronto a immaginare un complotto massonico antigatto, culminato in un avvelenamento condominiale. Lego la bici in cortile, controvoglia, e saliamo a casa mia, dove accendo la televisione in cucina, su un canale a caso. E la prima cosa che vedo sono le Twin Towers in fiamme. Io in America non ci sono mai stata, ma New York è sulla lista delle cose da vedere, anche se capiterà solo undici anni dopo questo giorno di sole in cui dicono che il mondo, per come l’ha conosciuto la mia generazione, è cambiato. Eppure quando sullo schermo compaiono quegli edifici così famosi, e belli, e puliti, spezzati e avvolti dal fumo, mentre la voce del commentatore italiano si sovrappone in maniera irritante ai commentatori della CNN, io penso a Michael J. Fox nei panni di Brantley Foster che scende da un Greyhound perchè la City e le sue fortune lo aspettano, e in parte credo che presto smetteranno di trasmettere polvere e grida a reti unificate e dichiareranno che è solo il lancio del nuovo film di Mel Gibson, il più costoso nella storia del cinema finora. È l’undici settembre, c’è il sole, stavo andando a fare un giro in bici, percepisco che un giorno mi chiederanno dov’ero mentre tutto stava succedendo – come mia mamma, quando Kennedy è stato ammazzato – e non riesco a liberarmi dalla sensazione che quello che sta accadendo in direttissima dall’altra parte del mondo non sia reale. Quello che non torna è una fitta, come un piccolo dolore, come un timore che si annida, come un’ansia. Come l’immagine impressa nella mia retina della gente che si butta giù dalle finestre, perché è quello che io avrei fatto, esattamente come, in un’apocalisse zombie, sarei la prima a morire: è un vizio che non mi tolgo mai, quello di pensare come reagire se fosse successo a me. Ho ventun anni quando l’undici settembre diventa l’undici settembre, e sono seduta nella mia cucina a guardare le Torri che bruciano, pensando che dal vivo non le vedrò mai, la bici legata in cortile, un’inutile giacca rosa addosso, un diffuso senso di cordoglio – distante – che non è proprio dolore, un’angoscia latente che non si può chiamare paura, e soprattutto la sensazione che non stia succedendo veramente. Non qui, non ora. Non era previsto che la Storia succedesse così.

(Ah, e poi il 18 novembre esce un libro che ho scritto insieme al mio Partner In Crime Massimo. Poi vi racconto anche di quello).

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