Le parole

Le Parole è un album di Umberto Tozzi nel 2005 di cui ignoravo l’esistenza, ma ci ha pensato Wikipedia a colmare le mie lacune.

Mi sono messa a digitare “parole” su Google senza un vero motivo, avrei potuto digitare anche “alabarda” o “collirio”.

Che io abusi di parole è una realtà ormai universalmente conosciuta, e quando sono agitata tendo a raddoppiare la difficoltà a cui parlo: se volete farvi un’idea di quello che succede, provate a mettere un video del canarino Titti a velocità doppia.

A me le parole piacciono un sacco. Sono belle, sono potenti. Alcune parole inglesi mi fanno impazzire di gioia e invidia perché hanno una chiarezza d’intenti che all’italiano manca per definizione, ma ci sono parole della nostra lingua che secondo me sono capolavori di onomatopea ed etimologia.

Temo anche che stiamo diventando un popolo di ignoranti manipolabili perché abbiamo un po’ perso il senso delle parole, l’importanza che ha sapere esattamente cosa ci sta dicendo la persona davanti a noi, e spesso non sappiamo esprimere quello che pensiamo e proviamo non tanto perché abbiamo un noi un abisso di emozioni sconfinate e pensieri epistemologici intraducibili alle masse, quanto perché siamo abituati ad usare quelle sette parole e mezza che ci servono per sopravvivere e procacciarci il cibo, e tutto il resto del vocabolario l’abbiamo risposto in cantina, di fianco ai pattini allungabili della Fisher-Price.

In realtà però la cosa a cui penso più spesso in questo periodo è una frase di Stefano Benni: l’ha pubblicata di recente una mia amica bennofila come me sulla sua pagina Facebook, e rileggerla nel qui ed ora, in questo momento, mi ha un po’ scombinato i piani. La frase è questa:

saltatempo

“Bisogna assomigliare alle parole che si dicono. Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti”.

In un momento storico in cui mi viene da comunicare a tutto il parterre di amici e conoscenti anche gli sviluppi della mia fase digestiva in tempo reale (“Maledetta pizza con acciughe e cotechino! 🙂 La prossima volta mi limiterò alla farinata coi ciccioli!”), complice uno scarsissimo senso del pudore che mi accompagna dalla più tenera età, mi sono trovata a chiedermi quanto, ancora, le cose che scrivo mi assomiglino. Siano veramente mie. E lì tutto ad un tratto le parole mi sono sembrate non più un gioco divertente, come i chiodini Quercetti, ma qualcosa di nuovo e sconosciuto da usare con molta più attenzione.

quercetti

Campagna per un uso responsabile sia delle parole che dei chiodini Quercetti. Foto Aleroundyou

In realtà non sono così allo sbando come mi sono sentita per qualche minuto.

Facendo mente locale, le mie parole sono allegre, spesso triviali, sincere, istintive, ironiche, leggere, e questo credo mi rispecchi abbastanza. A volte sarcastiche e bisbetiche. Ma anche io lo sono, in fondo mi sono tatuata Lucy van Pelt, non Pollyanna, ci sarà ben un motivo.

Non mi piace quando le mie parole sono pietre, coltelli, sconfitte.

Perché di solito le sto lanciando contro qualcuno con il preciso intento di ferire, magari perchè sono stata ferita, ma non è – non dovrebbe essere mai – un buon motivo.

Inoltre, il lavoro che sto scegliendo e costruendo giorno dopo giorno mi porta sempre di più a lavorare con le parole: quelle che dico, che scrivo, che mi vengono dette. Che si parli di coaching o di libri, di proporre o di ascoltare, sempre di parole si tratta. Ed essere consapevole di questo fatto, e delle scelte che comunque comporta, è il buon proposito lavorativo dell’anno nuovo – ho scoperto che mi è necessario darmene uno che non contempli palestre, ci ho messo 35 anni ma ce l’ho fatta, evviva!

Tra le cose che ho ereditato da mio papà, oltre ai baffi e agli occhiali, c’è anche una memoria elefantina, che mi porta a ricordare con molta precisione le cose che mi vengono dette, il come, il quando, e in che modo quelle parole mi hanno toccata, sfiorata o hanno messo radici.

E allora il buon proposito numero due, ispiratomi da Stefano Benni, dalla mia socia di scrittura e lettura che me l’ha riportato alla mente, e da un’attenta analisi di circa quattro minuti della mia sconclusionata interiorità, è proprio cercare di circondarmi, sempre di più e sempre più consapevolmente, di persone che assomigliano alle parole che dicono. Il che può significare, nella pratica, parlare di meno, e ascoltare di più.

Insomma, vi sto anche autorizzando a silenziarmi. Che cosa potevate volere di meglio per cominciare il 2015?

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7 pensieri su “Le parole

  1. Carrie ha detto:

    E come posso non concordare su Benni, sulle parole e sul somigliare alle nostre parole?!
    Però… Non tacerti, ti prego! Perchè tu sai ascoltare e quando parli… Le tue parole ti somigliano! :*

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