Così piccola, e fragile.

La mia nuova migliore amica si chiama Jane ed è vergine.

Sto parlando della serie tv Jane the Virgin, che ci ha fatto compagnia a casa Incorporelli in queste prime settimane di gennaio e sta giusto giusto ricominciando.

Piccola nota introduttiva: uno dei miei tratti distintivi è l’impazienza. Sono pessima quando le cose non succedono subito – e non ho ancora capito perché la pazienza debba essere una virtù dei forti. Credo che morirò senza saperlo. È per questo che, se posso scegliere, guardo solo serie tv già finite, che posso pupparmi in un colpo solo rinunciando ad ogni altra necessità fisiologica che non sia sapere come andrà a finire. Salvo poi sentirmi svuotata e priva di senso quando ciò accade, ovviamente. Ho quindi cercato di tenere sveglio l’Orso per nove puntate che avrei voluto vedere in una botta sola, ma gli spilli sotto le unghie dei piedi e il fastidioso assunto che abbiamo, in realtà, anche una vita al di fuori dal divano, mi hanno ostacolata nel mio proposito. Per non parlare di quegli scansafatiche della CW che hanno ricominciato a mandare in onda gli episodi solo il 19 gennaio – e poi dicono che c’è la crisi : questa gente non ha voglia di lavorare! (HBO, mi leggi? Sto parlando anche con te).

La cosa che più mi piace di questa serie è che mischia in maniera magistrale le caratteristiche, appunto, delle migliori serie tv con gli elementi distintivi delle telenovelas.

jane_the_virgin

E qui, signori miei, si apre il baratro. Guardate pure nell’abisso, ma sappiate che anche lui vi vede e indossa camice di raso aperte sul petto.

Negli anni 80, quando io ero giovane e romantica come solo alle elementari puoi essere, il mio guilty pleasure si chiamava Topazio. Topazio le aveva tutte: povera, cieca e bellissima, irrompeva nei miei pomeriggi postprandiali sulle note di Drupi e mi trascinava in un mondo di fazende e butteri butterati. La protagonista era la star indiscussa delle telenovelas  Grecia Colmenares (Veronica Castro, lèvati): oggetto della mia ammirazione ma anche della mia invidia perché aveva lunghi capelli che trasferiva da un personaggio all’altro, alla faccia delle esigenze di scena. Col senno di poi, erano lunghi capelli sfibrati e con un orrido non-taglio culminante in una riga in mezzo che neanche la più sprovveduta delle apprendiste petnoire avrebbe tollerato, ma mi preme ricordarvi che io anelavo ai capelli lunghi e mia mamma mi rapava mensilmente senza pietà alcuna.

Topazio era il mio buen retiro dalle difficoltà del crescere in una famiglia di buona cultura: persino mia nonna Mary, che fino ai 90 ha recitato senza batter ciglio i passi più toccanti dell’Iliade in greco, cedeva senza vergogna alle lusinghe di Andrea Celeste – pure lei orfana, sfigata e contrastata dalla sorte.

Topazio era presente anche sotto forma di romanzo a puntate su Telepiù: ogni settimana, lo ritagliavo amorevolmente per rileggerlo in un secondo momento, qualora avessi avuto bisogno di distrarmi dopo ore passate a non capire le divisioni in colonna.*

Ora non voglio dire che Topazio mi abbia insegnato tutto quello che so della vita, perché la nostra relazione è stata troppo breve: in questo senso credo di essere molto più debitrice ad Un Posto Al Sole, che però ambiva già ad un livello di consapevolezza superiore; al suo interno si trovano temi sociali, dilemmi morali, niente di che, insomma.

Nelle telenovelas tutto questo non conta, e la cosa miracolosa è che è proprio quello, secondo me, il motivo per cui uno le guarda.

Insomma, se la mia più grossa preoccupazione è che arrivi una lettera d’amore di Equitalia, o che le blattelle germaniche abbiamo preso possesso della mia cucina, di sicuro ho voglia di pensare ad altro. La mia mente vuole essere occupata da domande del tipo: chi è il padre del figlio di Azucena? Certo non suo marito Alvaro, ma forse suo cognato Hector potrebbe essere un buon candidato. La superba e perfida Estella riuscirà a rovinare il matrimonio di Milagros e Alonzo? Cristobàl è veramente chi dice di essere? Remedios resterà cieca/paralitica/sordomuta per sempre?

Ci sono delle costanti, signore mie, delle certezze, dei paradigmi da rispettare per essere una telenovela. Certo, non sono per niente realistiche, ma ammettiamolo: neanche la vita spesso lo è.**

E insomma, poi se proprio le cerca uno le similitudini col quotidiano le trova, ma prima vanno rispettati i codici telenovellari. Ci deve essere almeno una donna crudele ed altezzosa che nasconde oscuri segreti. Un uomo pettoruto e volitivo che si fa manipolare come un idiota (iniziate a riconoscere delle somiglianze con la vita vera, sì?). Un padre severo e irragionevole che di solito agisce indisturbato grazie alla moglie prematuramente morta (ma, attenzione, sarà veramente morta?). Un protagonista bella povera e sfigata di sani principi, che combinerà le peggiori cazzate proprio grazie a quei sani principi. Un personaggio che soffre di qualche tipo di menomazione fisica, sempre a causa del torbido passato (il passato è sempre torbido, se no non vale la pena menzionarlo): menomazioni, malattie mortali e la morte stessa non sono sempre irreversibili, anzi. L’importante è che tutti – anche lo spettatore, fino ad un certo punto – le credano irreversibili. Nessuno è davvero figlio di qualcuno, tutti sono potenzialmente imparentati con gli altri, c’è sempre una verità che se venisse fuori salverebbe la situazione, peccato che quando viene fuori di solito la situazione è talmente cambiata che la suddetta verità è accolta con poco più che un’alzata di spalle.

“Volevo solo dirti che in realtà è stata Paloma a sciogliere nell’acido il cadavere di Don Estban, e che Miguel si è preso la colpa ed è andato ai lavori forzati nelle miniera di sale al posto suo perché lei, in realtà, è sua sorella”.

“Ah, ok. Adesso però non possiamo correre alla polizia a denunciare il fatto, perché c’è la festa dell’anniversario di Jacinta e Ramiro. Aiutami a scegliere la cravatta”.

E forse questa è la cosa più normale. Perché un sacco di volte, nella mia personale telenovela, ho rimandato la tragedia perché avevo voglia di andare a una serata e a una festa. E poi alla fine la tragedia, chissà come, era meno importante.

O magari culminava nella festa. Ma questo non posso dirvelo, perché è parte del mio torbido passato.

Dovrete aspettare l’inizio della prossima stagione.

*che poi uno dei miei libri del cuore di bambina conteneva al suo interno una telenovela: si tratta di Speciale Violante di Bianca Pitzorno. Se l’avesse davvero sceneggiata e messa in piedi, l’avrei guardata di sicuro.

**il mio maestro di scrittura Marco Lazzarotto infatti si incazza come una iena se gli dici, di un racconto, “Ma è andata davvero così”. La realtà non ha sempre un plot convincente dal punto di vista narrativo, ricordiamocelo.

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7 pensieri su “Così piccola, e fragile.

  1. gynekiller ha detto:

    e poi io non ti rapavo senza pietà…ingrata figlia di un aviatore canadese che mi lasciò sui gradini di una chiesa dove incontrai colui che tu credi essere tuo padre!

  2. Daniela ha detto:

    aaaaaaaah! confesso di averle viste tutte (merito della baby-sitter fin dalla più tenera età: mia nonna paterna), non sempre con piacere (alcune erano una mazzata sulle ginocchia). Di alcune ho cercato qualche tempo fa se per caso si trovavano notizie in rete perchè boh… sarà l’età? mi mancano!!! X-D (firmato: aguaviva per sempre. ma anche un po’ maronglacè)

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