In cerca del lieto fine

A me piace il lieto fine, va bene?

E lo so che non sono cool.

Sono figlia di quella generazione adolescenziale i cui cantanti si suicidavano, il cinismo e il muso duro sono state le regole non scritte di un’intera giovinezza. Adesso è inutile che limoniamo mini pony per lavarci la coscienza. Abbiamo passato i primi venticinque anni della nostra vita a perculare quelli che ridevano tacciandoli di infermità mentale, superficialità, idealismo stantio e maldestro.

E io mi sono adeguata, signori. Ho fatto miei film atrocemente deprimenti come Creature del Cielo e Ragazze Interrotte, ho letto libri come Knockemstiff, patendo le pene dell’inferno, a malapena consolata dalla potenza espressiva della scrittura. Da un po’ di anni a questa parte ho deciso di fare coming out. A me piace che le cose vadano a finire bene, ok? E se volete lapidatemi pure con i sanpietrini del vostro disprezzo.

Insomma, parliamoci chiaro: io i film come Dodici anni, schiavo, non li guardo. Li guarda l’Orso, subdolo, appostato alle mie spalle: alle settima scudisciata seguita da lamento straziante ho messo le cuffie e mi sono sparata un puntatone epico di Grey’s Anatomy, dove chiunque potrebbe morire in maniera improbabile da un momento all’altro ma poi sai che alla fine trionfa l’amore – quasi sempre.

Prima vivevo questa mia propensione per il lieto fine un po’ come un’onta. Un guilty pleasure, una stigmate a forma di faccia di Adam Sandler, quello che portava la gente a cui lo confessavo a guardare dall’altra con aria indifferente, schiarendosi la gola e parlando del tempo. Come quando scoprivano che mi piacciono i Green Day.

E se fai la libraia è ancora peggio. La letteratura cosiddetta colta è disseminata di famiglie disfunzionali: abbiamo correzioni, espiazioni, umiliazioni, gioventù perdute, fortezze di solitudine, supplizi. Gesù, signori, fatemi respirare un attimo.

È per questo che quando fra i regali di Natale mi sono ritrovata un libro che si intitolava “La lettrice che partì inseguendo un lieto fine” mi si è allargato il cuore.

Mi sono avvolta nel sudario – la mia coperta del cuore, patchwork a brandelli primi anni 90 -, ho piazzato il sedere sul divano, mi sono circondata di alimenti non troppo deperibili e ho letto. Per tutto il giorno. E senza sentirmi in colpa nemmeno un po’.

Stavo nutrendo il mio spirito – e il mio stomaco, che però è strettamente collegato al mio spirito, quindi va bene.

In questo libro succede che questa fanciulla svedese un po’ sfigatini conosce Amy, una vecchia signora americana dell’Iowa, su un social che parla di libri: iniziano a scriversi, a scambiarsi letture, e alla fine Sara lascia la Svezia con l’intenzione di farsi una vacanza di tre mesi in questo paesello rurale degli States.

Quando arriva a Broken Wheels – il suddetto paesello – scopre che la signora americana è appena morta, lasciando dietro di sé solo un pronipote (figo) e una casa piena di libri. Gli ingredienti sono poi questi: giovane europea in trasformazione, giovane americano ruspante, paesello, libri.

LietoFine

Lietofinista Anonima

Intorno ci sono: la proprietaria della piolaccia locale, il barista, la madama coiffata tutta sagre parrocchiali e difesa dei valori, l’anziana fumatrice bisbetica e un po’ psicotica, il tuttofare dallo sguardo triste e dal torbido passato (vi ho già raccontato vero di quanto ami il concetto di “torbido passato”?).

La cosa che non mi aspettavo è che ovunque in questa storia ci sono i libri. Libri che ho letto e che non ho letto, ma che mi è venuta voglia di leggere. Citazioni e curiosità – sapete come sono nati i tascabili penguins, per esempio? Io prima non ne avevo idea, adesso l’ho scoperto e posso fare bella figura anche ai raduni hipster, e tutto grazie ad un romanzo che parlava d’altro. Molto più divertente che non cercarlo su Google, come potreste fare voi se non lo sapete e vi siete incuriositi leggendo qui.

La cosa che mi aspettavo è il lieto fine, perché quando te lo promettono in copertina poi non possono non dartelo, lo sanno tutti.

Al massimo – ma solo se si chiamano Shonda Rhymes – possono rimandarlo alla prossima stagione.

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16 pensieri su “In cerca del lieto fine

  1. MikelAlice ha detto:

    Anche a me piace l’happy ending.
    Non quello scontato, ma le sue versioni sorprendenti. Quelle che lasciano un po’ d’amarezza per la fine della storia, perchè ne vorresti ancora e ancora.
    Nei libri, come nei film.

    Inconfessabile. Ti capisco, sono cresciuta tra le vessazioni delle mie sorelle, ma quando uno nasce tondo..

  2. Nina777 ha detto:

    Oddio. Tu sei me. Io sono te. Insomma, ci siamo capite. (Pure libraia, sono). A me pure le commedie degli equivoci mettono ansia! Il mio ideale è il mio grasso grosso matrimonio greco. Tutti felici dall’inizio alla fine, non succede nulla. Ora mi fionderò sulla lettrice in cerca del lieto fine…

  3. workinfrogress ha detto:

    Ecco. Faccio outing. Pure io amo il lieto fine.
    A tale proposito ti consiglio, se non lo conosci, “Tentativi di botanica degli affetti” di Beatrice Masini.
    Io nel frattempo diventerò la lettrice che partì inseguendo il lieto fine. 😉
    Ciao!
    Flavia

  4. tuttotace ha detto:

    Adoratrice delle famiglie disfunzionali a rapporto, leggevo il tuo elenco e facevo sì con il capino, letto, letto, letto. Però, però, mi è venuta voglia di leggerlo questo tuo libro, ammetto più per le citazioni che per il lieto fine in sè. Un po’ come alternare Shonda alle Gilmore Girls 😉

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