Resistere, per me (e per le patelle)

La resistenza ha il doppio dei miei anni e non li dimostra. Ha compiuto gli anni sabato scorso, e tutto questo parlare di lei ha fatto pensare anche me, un evento, insomma.

Per me resistere è stata una sfida per un sacco di tempo.

L’idea di essere una che non si dava per vinta. Ragazza intrepida con gli occhi pieni di coraggio. Del resto, le eroine della mia infanzia, dalla Stella della Senna a Prisca Puntoni, mica se la davano a gambe alla prima difficoltà.

Certo è che nel mio caso quest’idea di resistenza diventava poi anche un vezzo pericoloso, una testardaggine un po’ caprina, un’incapacità di ammettere di aver avuto torto, di aver fatto male i conti, di aver cambiato idea: il che, se fatto con onestà, è tutto fuorché disonorevole. Senza bisogno di diventare Dolce e Gabbana, dico.

E adesso penso di aver imparato questo, che resistere non è per forza restare piazzati con chiappe di ghisa su un’idea o un concetto, anzi: che certe volte bisogna essere molto forti e molto consapevoli per seguire il flusso, per cambiare, adattarsi, imparare ad essere qualcosa di nuovo.

Quello che penso è che per me resistere è mantenermi integra. Sentire che, anche nel flusso del cambiamento, anche nello scorrere e nel modificarsi non sempre voluto delle cose, io sono io. Guardarmi e pensare che ce l’ho fatta a non svendermi, a non ipotecare parti di me che un giorno potrebbero mancarmi, e la cui mancanza potrebbe generare mostri nello specchio.

Che se è vero che a volte è necessario imparare l’arte del compromesso, bisogna sempre ricordarsi quali sono i propri limiti. Qual è il tuo prezzo? Che cosa sei disposta a dare in cambio, e per raggiungere che cosa, esattamente?

Questa è la cosa più difficile del diventare grandi e dello scoprire che non tutte siamo nate per essere invincibili, adamantine. Ma che è – davvero – importante  non scomporsi in pezzi troppo piccoli, avere una buona memoria, essere oneste, esercitare la lealtà e la dignità su base quotidiana.

In questo fa tanto anche chi hai intorno: chi sa quando prenderti a schiaffoni figurati e riportarti sul pianeta terra. Anche le persone sono memoria, di quella che sei, o hai sempre proclamato di essere. Persone coraggiose che affrontano le tue ire e ti dicono, fanciulla, NCS: Non Ci Siamo. Ti stai comportando male, che cazzo fai. E poi magari ti fanno pat pat e ascoltano la storia della tua triste vita per la miliardesima volta, e ti capiscono, ma non ti offrono la facile giustificazione o la lusinga di circostanza per riparare il tuo fragile ego. Smontano i tuoi alibi con un’occhiata. È una palla, a volte, essere circondata da persone così, ma è anche la ricchezza più incommensurabile che puoi accumulare in una vita.

C’è un libro di Walter Siti uscito un paio d’anni fa che si intitola “Resistere non serve a niente”. Io non l’ho letto, ma il titolo mi torna in mente spesso. Vorrei dirgli, guarda, Walter, è un ottimo titolo, perché il fatto che mi sia rimasto appiccicato ai neuroni con il bostik merita un riconoscimento, però secondo me è una cazzata. Resistere serve a ricordarti chi sei, a raccattare quel po’ di dignità che ti è rimasta sul fondo della borsa e a spalmartela addosso, a fare ancora un altro passo verso al direzione che ti sei data.

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Libri molto amati in cui ho trovato storie di gente che resiste

 

Fosse anche solo per onorare il tuo istinto di patella appiccicata allo scoglio, resistere secondo me è guardare le onde da una postazione privilegiata, assecondare la marea. Impararne le fasi, nutrirsene, palpitare romanticamente fra la salsedine per il paguro della roccia accanto.  Ingioiellarsi di alghe e sale per guardare il tramonto. Aspirare all’orizzonte oppure a un piatto di linguine, lì sta a te.

O essere la prima cozza al mondo che diventa ostrica, e generare una perla. Tenendo, se possibile, lontani i porci.

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11 pensieri su “Resistere, per me (e per le patelle)

  1. gynepraio ha detto:

    Quando ho letto “patelle” nel titolo ho iniziato a chiedermi cosa fossero già le patelle.
    Attendevo spasmodicamente il momento in cui ne avresti parlato. Grazie per avermi ricordato cosa sono con una metafora meravigliosa*.
    Altrimenti sarei andata in giro per il mondo convinta che le patelle fossero quei sottoscarpa in feltro cui certe donne di casa obbligano i mariti, che però credo si chiamino pattine.

    *Sebastian, Flounder e Ariel insieme non sarebbero riusciti a dirlo meglio.

  2. szandri ha detto:

    Che bel post, mi ci ritrovo tanto perché in questo periodo faccio gli stessi pensieri. E poi quando ho letto “Prisca Puntoni” si è aperta d’improvviso la scatola dei ricordi. Che meraviglia 🙂

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