Quello che conta, rotoli o no

Potrei farmi tranquillamente i cazzi miei e alimentare così la buona pratica di stare alla larga dai flame online, ma ci sono cose a cui giro intorno nella mia testa da un po’ e fosse che fosse la volta bbbona che riesco a dirle.

Mi hanno mandato un articolo di un blog non conoscevo, e che probabilmente non comincerò a leggere, in cui l’autrice, stufa del fatto che alcune ragazze “ciccione e obese” fanno dei video in cui si definiscono “curvy” e celebrano la loro cellulite, si slancia in una serie di constatazioni abbastanza ovvie sul corretto uso dei termini, per poi concludere in bellezza con un messaggio sintetizzabile in: curvy è la Bellucci, voi siete delle chiattone inguardabili, rivestitevi e dimagrite.

C’è anche un vago tentativo di buttarla sui danni alla salute causati dall’obesità, ma, visto che non si tratta di un articolo con presupposti scientifici, semmai estetici, e del tutto opinabili, mi è sembrato un po’ un tentativo di dare una parvenza di umanità a quella che invece, nei fatti, era una vomitata virtuale. Soprattutto nei modi più che nel concetto di fondo, che, se vogliamo, non è sbagliato.
Sono d’accordo sul fatto che il termine “curvy” ormai è usato per tenere buone un po’ tutte: le sottopeso con le tette, le cicciottelle golose di Fonzies, le valchirie con la tetta di ghisa e, effettivamente, anche tante ragazze grasse

Ragazze grasse che in quel termine – curvy – forse trovano un modo per non sentirsi semplicemente male, ma anche un po’ desiderabili, ogni tanto.
Che è poi quello che succede quando la signorina piatta come una tavola e con le gambe a x si libera dell’etichetta di rachitica e cammina trionfante sotto l’egida di “skinny”.

Non siamo qua a parlare di disturbi alimentari, siamo qua a parlare di autostima, secondo me.

A chi serve il termine curvy – così come il termine skinny? Forse, in fondo, solo al marketing. A venderti un reggiseno o un paio di jeans.

E se definirti in uno di quei due modi ti serve a goderti una giornata al mare senza avvilupparti in un pareo per vergogna dei tuoi rotoli o delle tue ginocchia a punta, io dico che va bene.

Credo che chi impara ad accettarsi e a valorizzarsi per quella che è – e non per quella che “dovrebbe essere” – alla fine, nel suo campo, può fare grandi cose.
Se Lena Dunham si fosse vergognata a morte della sua ciccia, non avremmo Girls e Hannah Horvath, e per me sarebbe una perdita, per dire. O immaginatevi Kate Moss che si fa impiantare una quarta di reggiseno.

Quello che mi piacerebbe davvero dire, ed è il motivo per cui ho acceso il pc anziché saggiamente finire il cambio di stagione (che tanto di sta dimostrando inutile, NdR), è che la cosa davvero importante è essere dalla tua parte anche quando le cose che scrivono in giro, le definizioni che ti appiccicano addosso, giocano contro il sentirti adeguata. E allora contrattaccare, usarle per sentirti bene, farle tue, appropriartene in un modo che ti fa guardare allo specchio e ti fa dire, ciao bella topa, andiamo a conquistare il mondo.

Quello che io vedo come il nodo centrale di tutti questi fiumi di parole che neanche i Jalisse è che l’essere amata e desiderata non è una questione di peso e muscoli tonici o tette antigravitazionali – e qui parlo per esperienza personale. Conosco persone obese amate alla follia e altre in splendida forma di cui non frega un cazzo a nessuno. Quindi, di nuovo, di che cosa stiamo parlando?
Qual è la cosa importante? Qual è la cosa che ti cambia la vita e le giornate?

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definizioni e punti di vista

 

Dire le cose come stanno deve avere un senso: riappropriarti del corretto uso delle parole, anche – e secondo me l’ha fatto in maniera ottima un’altra blogger, qui, con tutt’altro stile e tutt’altro intento.

Mi è capitato di chiedermi una cosa: se noi donne dedicassimo tutto il tempo, l’energia, il denaro e l’attenzione che usiamo per essere belle ad altre cose, quali e quanti risultati potremmo raggiungere. Quanto potrebbe essere diverso il mondo, e più alta la nostra qualità di vita. Le altre cose sono – vado a braccio – imparare bene una nuova lingua, studiare qualcosa che non sappiamo, fare carriera, coltivare i nostri talenti, divertirci, accettare i nostri limiti, amare quello che siamo dentro e fuori, lavorare sui nostri desideri e sulle nostre sensazioni, sui bisogni profondi.
Non lo facciamo. Forse perché perdere cinque chili è una soddisfazione più immediata e anche più riconosciuta dall’esterno, più applaudita a livello sociale. Premia più in fretta. Ci gratifica nell’immediato.

Ci cambia la vita?

A me l’ha cambiata una volta sola: avevo vent’anni, i chili in più erano 12 e soprattutto mi ha consentito di entrare in contatto con una psicoterapeuta dell’alimentazione che resta, ad oggi, una delle persone più spettacolari che io abbia mai incontrato.

E, per la cronaca, continuo a non essere magra: quindi forse, alla fine, per me il nodo centrale non era quello.

Ma in fondo sono solo una vecchia smandrappata con un grande amore per i carboidrati, e sogno un mondo in cui “sei una cretina” sia un insulto ben peggiore che “sei una cicciona”.

Anzi, a dirla tutta mi piacerebbe un mondo in cui non usiamo il web per sfanculare la gente aggratis ma per condividere, conoscere, divertirsi: ma questo è un discorso molto più lungo e in cui vengono anche fuori tutta una serie di mie incoerenze, quindi per stavolta me lo risparmio.

Però se volete leggere cose più furbe, documentate e meglio scritte su quanto è fat-shaming, vi conviene farvi un giro qui.

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8 pensieri su “Quello che conta, rotoli o no

  1. Laura ha detto:

    Amen!
    E grazie 🙂
    [prima o poi sarà anche il caso di provare a sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto sia davvero sopravvalutato il cambio di stagione]

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