B. in Japan

Il Giappone è il posto più lontano da casa in cui io sia mai stata.

Il che mi ha consentito di (ri)guardare un sacco di film in aereo: per citarne alcuni, The sound of music, Home (cartone animato che non avevo mai sentito nominare ma che mi sento di consigliare), Frozen, Mamma Mia. Spero di non aver cantato ad alta voce durante la visione, ma non ne sono sicura.

Una volta atterrata, ho trascorso i successivi undici giorni lanciando gridolini, fotografando tenerezze, comprando cazzate e – avevate dubbi? – mangiando.

creamy

il souvenir definitivo, nonché regalo amorevole dell’Orso.

Quindi ci tengo a fare non uno ma ben due disclaimer:

  1. se siete alla ricerca di verità comprovate sulla cultura giapponese da parte di una viaggiatrice preparata ed esperta, questo post non è assolutamente quello che volete leggere.
  2. quando scrivo “il Giappone” o “i giapponesi” sto esprimendo un’opinione personale, e suscettibile di contraddizioni e non ho alcuna pretesa di stare scrivendo altra verità se non quello che mi è passato per la testa mentre ingurgitavo zuccheri e coccolavo panda di peluche. Insomma, potrei scrivere cazzate – e lo dico subito, prima che mi arrivino commenti di qualche esperto di antropologia nipponica che minaccia di venire a darmi fuoco alla cassetta delle lettere. Capit?

E ora via, verso orizzonti inesplorati, ovvero una pratica lista per punti di cose che mi sono rimaste attaccate alle meningi.

  • I giapponesi spargono chilate di tenerezza sulla tua strada. Ogni cartello pubblicitario, brochure informativa, volantino di supermercato riporta animalini deliziosi e antropomorfi che fanno cose con le loro adorabili manine e i loro piedini pucci pucci. Procioni, tartarughe, orsacchiotti e porcellini sono usati al posto di noiosissimi esseri umani per ricordarti che non devi correre tra i tornelli della metropolitana, che è ora di rinnovare il tuo abbonamento ai mezzi pubblici, che bisogna stare attenti ai colpi di calore. E così ti ritrovi a dire “Oh guarda, la vetrina di un asilo!”, salvo poi scoprire che è la stazione di polizia.
  • Le giapponesi sono bellissime. Non hanno un filo di cellulite, neanche quelle un po’ più cicciottelle (che sono comunque poche). In compenso molte di loro hanno piedi stortissimi al limite dell’invalidità – mi hanno detto che probabilmente è un difetto di postura dato dall’abitudine di sedersi in ginocchio con i piedi girati all’infuori, ma fa effetto. Fa effetto anche vedere un sacco di ragazze con scarpe visibilmente troppo grandi o troppo piccole per loro: forse è perché in molti negozi di scarpe – quelli più cheap – non ci sono i numeri ma le taglie, S, M o L. Io ho un 37 ed ero L. Per associazione di idee, vi dico anche che i reggiseni non li ho manco guardati. Hanno dentro delle imbottiture che neanche i frangiflutti del porto di Marsiglia.
  • I maschi giapponesi hanno un inspiegabile tropismo per tingersi i capelli di un castano rossiccio atroce, tipo nutria con l’hennè. Un po’ Paolo Limiti, anche. E usano le borse da donna. Ho visto dei signori super normcore, i classici impiegati con camicia bianca e braga nera, sfoggiare borse a mano con tanto di gattini di peluche applicati ai bordi. Si vede che con la cosa della teoria del gender in Giappone non li hanno troppo martellati.
  • Tokyo è la città più pulita che io abbia mai visto. Ho visto cose che in Italia sono fantascienza peggio dei cavalieri Jedi. Tipo operai che smontavano un ponteggio e passavano l’aspirapolvere tra le fughe del marciapiede per evitare che la gente camminasse nella polvere. Sono rimasta ad osservarli come i pensionati davanti ai cantieri. Affascinata. E tutti i bagni sono puliti. Tutti. La toilette del McDonald si Harajuku batteva il bagno di casa mia, a livello igienico-sanitario.
  • E a proposito di cessi, altro che origami, ikebana e inutilità varie: l’arte che in Giappone ha raggiunto il suo massimo livello è quella del bidet. Asse riscaldata e doccetta gentile che ti riconcilia col mondo. Telecomando di precisione per variare l’intensità del getto. È da quando siamo tornati che io e l’Orso ci domandiamo quanto costi installare un nobile water nipponico in casa nostra. Apple, mi leggi? Potresti brevettarne uno tu, collegato al telefono, che ti interrompe la partita di Angry Birds giusto prima che inizino a formicolarti i piedi.
  • Ho finalmente capito che cosa provano i giapponesi quando vedono gli ideogrammi che ci portiamo addosso sulle magliette comprate da Zara: sconcerto. In Giappone ci sono un sacco di borse e t-shirt con scritte in italiano che non vogliono dire niente. Ma niente niente. Per dirne una, Veramore Di Nucleo? Seriously?
  • se capitate a Tokyo, non fate come noi che da bravi turisti italiani siamo andati a cena al Gonpatchi, il ristorante dove hanno girato la famosa scena di Kill Bill dove Uma fa fuori O-ren Ishii. Abbiamo speso una sassata e abbiamo mangiato maluccio. Soprattutto calcolando che Tokyo pullula di posti dove mangiare benissimo spendendo poco: Quentin, mi devi una cena, ricordalo!
  • Quando vai a pagare nei negozi o al ristorante, soprattutto in quelli di catena, la cassiera ti parlerà un quarto d’ora in giapponese, pur essendo consapevole che no, non stai capendo un cazzo. Che cosa mi hanno detto? E chi lo sa? La mia brillante deduzione è che mi stessero spiegando quanti soldi mi davano di resto, quanto del conto erano tasse e quanto prodotto, l’utilizzo della carta fedeltà, le offerte speciali e amenità varie, ma in realtà poteva essere anche un’antica maledizione samurai o una versione locale del “Il coccodrillo come fa”. L’unica cosa che mi è sembrata giusta da fare è stata sorridere molto, aspettare che mi restituissero la carta di credito e dirgli “Sayonara arigatò”, le uniche due parole che il mio cervello è riuscito ad immagazzinare in undici giorni.

Tornata a casa ho provato improvvise nostalgie del Giappone. Non la lancinante malinconia che mi assale a volte per Londra, dove però sono stata tante più volte e ho fatto tante più cose, e, no, non mi mancano solo le polpette di Marrabbio o i pranzi al sushi train a 7 euro (anche se…).

La sensazione principale è di aver visto tante cose ma pochissime, come se avessi attraversato un pezzo di un Paese colossale di corsa, e in un batter d’occhi ero già di nuovo all’aeroporto di Francoforte – per cinque fottute ore di scalo – ad ammazzare la noia masticando bretzel.

Di fatto, è un posto in cui forse devi tornare tante volte, o stare molto di più, per riuscire a capire davvero qualcosa, grattando la superficie di enormità abbagliante che emana. E magari la prossima volta riuscire ad essere un po’ meno focalizzata sui calzini e sulle bento box di Creamy, anche se conoscendomi sarà dura.

Annunci

6 pensieri su “B. in Japan

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...