Qua una volta era tutta campagna e comic sans

In principio per me fu Splinder, nel 2004, senza spazio per caricare foto – mi appoggiavo su una specie di protomyspace di nome My Emotional Flashback o qualcosa del genere – e, temo, con almeno un post scritto in comic sans rosa confetto con sfondo evidenziato.

In principio fu Splinder e le blogstar, oh quelli hanno pubblicato una racconto in una raccolta della Einaudi, o quelli sono degli amiconi, andiamo a conoscerli alla Blogfest, oh, quelli sono delle croste al culo che se la tirano da qui a per sempre, oh quelli sono vorrei ma non posso, insomma: allora, come oggi, il blog era uno spazio in cui ci mettevi un po’ quello che volevi, a guadagnarci (soldi, dico, no visibilità o whatever)  tra noi comuni mortali non c’era nessuno, credo. Passavi il tempo a commentare gli altri, quelli che ti stavano simpatici, quelli che avevano tanti commenti erano un po’ più fighi degli altri: roba da 530 commenti per volta, che erano sì per la maggior parte trollate o chattate autoreferenziali con la cumpa degli amici, però quel numerino lì sotto il post era fighissimo, ti dava uno status che guardi, signora mia. Questo ce lo ritroviamo tra due settimane al Maurizio Costanzo o su MTV.
Poi c’era chi scriveva proprio il suo diario, il nickname era sacrosanto, mica come adesso che abbiamo nomi e cognomi; c’erano vagonate di blog che incensavano i disturbi alimentari, e nessuno si scandalizzava troppo, anzi stavano tutte lì a misurarsi l’osso del polso e il BMI che più basso era più ti premiava. Altri blog incensavano chi li scriveva e basta, anche perché questa roba che non c’erano le foto giocava molto a favore dei brutti che scrivevano bene, diventavano dei personaggi, bastava un avatar bono – che magari era Damon Albarn, e allora vai, tutte a seguire quello che scriveva bene e a immaginarselo come Damon Albarn, poi magari nella realtà sembrava Er Monnezza, ma ormai ti eri innamorata e l’aspetto fisico non contava più. Perché come sempre  e ovunque c’era chi era lì per trombare, è sacrosanto, uno ci prova dove può e prima o poi andrà bene: ci sono cose ben più deprecabili che cercare di rimediare un limone al blogfest nonostante la panza e l’acne mal curata ma con un uso impeccabile del condizionale del terzo tipo e della punteggiatura à la Baricco.
Ho visto cose che voi umani, signora mia, gente che cesellava per settimane venti righe di parole su cui non guadagnava niente, ma niente davvero, che non servivano neanche a promuovere la propria attività, niente, per il puro gusto di veder salire il numero dei commenti e sentirsi figo sull’internèt. E magari limonare ‘na volta con la studentessa di SciCom, toh.

splinder

quel che resta di splinder

E già allora c’era la cosa che poi, ogni tanto, per tenere viva l’attenzione dovevi dichiarare che volevi cancellare il blog, che basta, eri stufo/a, s’era perso il senso, l’autenticità, il fluire spontaneo, l’amore per l’avverbio, il gomito fa contatto col ginocchio, il gatto stamattina ha vomitato e io non ci ho neanche scritto un post, la mia vena creativa è prosciugata per sempre, addio mondo crudele. Vaffanculo, l’internet è falsità.

Lo si faceva per essere convinti a non farlo, è ovvio. Infatti la cosa più triste erano i post di disfatta sotto al quale solo un paio di sfigati amici dell’autore dicevano no dai, non ci lasciar, e allora il blogger faceva seppuku per la vergogna (o forse si creava profili fake per auto-supplicarsi e avere così un motivi per continuare a scrivere, a provarci).
Insomma, di solito le alternative erano che uno non scriveva più per un po’, poi tornava e tutti contenti, e la roba si ripeteva ciclica per un po’. Oppure si cancellava davvero, e poi tornava sei mesi dopo con un altro nick (l’ho fatto pure io, confesso, però il post d’addio straziante non l’ho mai scritto, a mia discolpa), e passava i primi dieci giorni a dire, eh sai, ero io quello. E poi c’era chi, inspiegabilmente, metteva il blog privato, salvo poi concedere l’accesso alla qualunque. E i blog privati col login per me erano una tale palla che smettevo di seguirli dopo due giorni, anche se scrivevano cose che mi piacevano.

In tutto ciò vorrei ricordare che sui blog sì, c’era tanta gente, ma in confronto all’uso della rete oggi era veramente un mondo ridottissimo, di cui non ne sapeva niente davvero nessuno, nella vita della maggior parte delle persone che conoscevo.

C’era anche un sacco di gente che leggeva i blog ma non ne ha mai aperto uno, non aveva una presenza online, se ne fotteva anche abbastanza di tutta la dietrologia.
Per dire, che adesso chi ha un blog famoso è davvero molto più famoso di allora, e può davvero arrivare a dei traguardi che secondo me, dieci anni fa, erano molto più personali e legati ad un pubblico nettamente inferiore.

Forse aver vissuto di striscio tutto questo mi fa pensare, adesso, un tot di cose, quando leggo articoli sui mali del social, e sulla percezione che abbiamo delle nostre vite online.

Online ci metti quello che vuoi. Se non vuoi che una cosa si sappia, non la scrivi. Al massimo mandi una mail o un messaggio privato a chi vuoi tu. Sei tu che tuteli la tua privacy e la tua dignità, non credo sia una responsabilità di Facebook o di Instagram o di Sticazzi.com.

Io vedo i social come un posto dove ci sono delle persone, e sono buoni – o cattivi – tanto quanto le persone che ci stanno dentro. Proprio come una piazza di paese cent’anni fa: chi ci va per farsi vedere, chi ci va per spettegolare, chi ci va a manifestare – anche se dietro alle rivoluzioni da tastiera secondo me ci va un gran lavoro e una grande chiarezza di intenti. Chi ci va perché non ha meglio da fare e chi ci va per chiacchierare con le persone che ha scelto. E puoi anche ridimensionare la frequenza con cui ci vai, e i vestiti che ti metti addosso quando esci di casa. O non andarci. E salutare senza gridare in un megafono.

L’importante, sempre, è ricordarti di non scrivere i testi in Comic Sans.

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23 pensieri su “Qua una volta era tutta campagna e comic sans

  1. riruinglasgow ha detto:

    che bello questo post! il blog mondo e’ per me cosa relativamente nuova, bello leggerti e riviverne l’evoluzione. Se penso che ho iniziato a usare il computer a ventidue anni al terzo anno di universita’ mi viene da ridere! Mi ricordo la scoperta del blog di Pulsatilla, chissa’ che fine ha fatto. Oh ho visto che terrai un corso a Zandegu’, bello, congratulazioni!

    • incorporella ha detto:

      Pulsatilla mi sa che scrive sui giornali, forse su Donna Moderna o Cosmopolitan…Io anche comunque ho cominciato tardi, ma essendo sostituzionalmente priva di limiti ho recuperato in fretta! Il corso a Zandegù non vedo l’ora che cominci 🙂 evviva sempre gli Zandezii!

  2. Emy ha detto:

    Quanto è vero quello che hai detto.

    A me fanno sorridere (diciamo sorridere vá, che fa tanto educato) quelli che improvvisamente ricevono l’Arcangelo Gabriele e si sentono i prescelti (della serie “oh finalmente si sono accorti che esisto io!”). Il post che annuncia l’arrivo delle marchette, quello che sottolinea quanto lavoro e sudore c’è dietro ogni singolo post (da qui alla marchetta del deodorante Dove è n’attimo), quello che c’ho le cipolle ma mò me serve pure il pane per magná, quello che “no ma tranquilli, solo marchette scelte e selezionate per voi” che tu pensi ma non era il tonno quello?. Insomma tutte quelle manfrine sul “non scappate proprio ora che ci devo guadagnare”, tutte quelle promesse di trasparenza 105%, a me fanno sorridere e pensare il più delle volte “aò machittesencula!” 🙂

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