Quella volta con Modigliani a New York

Il 2012 è stato un anno di merda. Non so so era colpa dei Maya o della famosa ruota che gira e tu un po’ stai su e un po’ stai giù, io quell’anno stavo definitivamente giù, tenevo insieme i pezzi con lo scotch – quello adesivo, anche se forse quello alcolico avrebbe aiutato meglio – e continuavano a staccarsi, non riuscivo mai ad andare avanti perché ogni metro dovevo tornare indietro e recuperare qualcosa che s’era perso.

Maledicevo gli dèi e gli uomini con cadenza impressionante, un rosario di bestemmie, una sindrome di Tourette in piena, starmi vicino era l’Inferno senza navigatore, infatti chi mi amava andava a vista e forse a Lexotan, col famoso senno di poi era da dargli una medaglia, io gli davo merda di continuo, che bella persona, davvero.

Quell’anno lì l’Orso mi ha presa e mi ha portata a New York, grazie al contributo economico delle famiglie, ha ignorato le mie giaculatorie sulla povertà e sul disfacimento del sistema, sul tasso Euribor e sulla viltà di Equitalia, sul concetto di hybris e sulla saggezza dei francescani. Mi ha presa e caricata su un aereo con una valigia imprestata e una regalata e mi ha detto, si va.

Potrei dilungarmi ore su cos’è New York se non l’hai mai vista, se la cammini come fosse un film, se la guardi con occhi sgranati e dietro ad ogni edificio ti stupisci che ci siano davvero muri e non quinte di cartone, tutto il mondo passa da New York e ci lascia un’impronta, c’è qualcosa per tutti, a New York, non c’è scampo. Non puoi restare scettico, a New York. È l’America quella del modo di dire “Ha trovato l’America”, per cui hai trovato tutto, e lì, in effetti, trovi anche quello che non sapevi di stare cercando, tipo me.

Siamo andati al Moma, pieni di oooh, e aaaaah, e meraviglia negli occhi, sentendo l’anima che si ristorava in un corpo pieno di bacon e formaggio fuso, riconoscendo quadri per averli visti sulle copertine dei libri – lì c’è Teresa Batista stanca di guerra nell’edizione degli Struzzi Einaudi, guarda! E cose viste talmente tante volte in altri contesti che dal vero sembravano finte, ma più belle – ovviamente – non so come spiegarlo, a me l’arte fa questo effetto, che mi senti ignorantissima guardandola e al tempo stesso senza confini, io di arte so poco o niente ma so questo, che mi fa sentire come se mi dilatassi di spazi infiniti per accoglierla, anche se non mi piace razionalmente quella specifica opera, mi viene un brivido e penso, toh, questa è arte, con buona pace di Giulio Carlo Argan, sul quale peraltro ho diligentemente studiato – ma forse non abbastanza.

E così è successo che mi incamminavo verso le Ninfee, che hanno questa cosa strana che tu le guardi da vicino e sei scettica, poi ti allontani di due metri e capisci il perché di tutto quel casino nella sala delle Ninfee, il perché della gente seduta sulla panchette di legno con la faccia da uno che è sulle rive della Loira a fare un pic nic. Dico Loira per dire un fiume francese, sia chiaro, di geografia ne so meno che di arte, e tra l’altro credo che le ninfee manco stiano nei fiumi, ma negli stagni, è che di botanica e di stagni francesi ne so sempre meno in un quantitativo che si avvicina allo zero assoluto, quindi facciamo finta di niente e andiamo avanti.

Andavo verso le Ninfee con quel poco di fretta che ti si attacca addosso quando sai che ti stai avvicinando al pezzo forte, ma sai anche che il pezzo forte non scappa e quindi continui a guardarti introno, per non perderti cose di cui poi ti potresti pentire. Cerchi di darti un andi anche di persona che nei musei sa comportarsi, nonostante poi vada in delirio in un piano pieno di jeans scontati del 50% da 21st Century, per dire. Chi ti vede in quel momento al Moma mica lo sa.

Lì ho incontrato le donne col collo lungo di Amedeo Modigliani, che non mi ha mai fatta impazzire, di cui ho sempre pensato, bravo eh, però boh. Non è tanto il mio.

Schermata 01-2457402 alle 13.19.11

Pic by Aleroundyou  (e sì, proprio di quel quadro lì).

E mentre guardavo questa donna col collo lungo con un po’ di noia e aspettativa per le Ninfee, ho pensato, come dal nulla, certo che alla fine la libreria la posso anche chiudere, e non succede mica niente. Non muore nessuno. Soprattutto non muoio io, né le persone che ho di fianco, che comunque farle stare peggio di così sarebbe ardua perfino per me. Il mondo è grande, nella vita c’è spazio per essere tante cose diverse, qui a New York nessuno sa niente né di me né di Librarsi, e anche se sapesse è probabile che non gliene importerebbe una beata sega. Anche basta. E dopo qualcosa farò, ci sarà ben un dopo. Le possibilità, i modi di vivere, sono infiniti. Mica ce n’è uno solo giusto per il semplice fatto che un giorno l’hai scelto. E i soldi? I soldi vanno e vengono, più vanno che vengono, diciamo, ma i soldi sono già un problema. Vedremo come fare. Il punto è avere un senso, e questa carcassa che mi continuo a portare dietro un senso non ce l’ha più.

Ho pensato tutte queste cose e non le ho dette a nessuno, se non molto tempo dopo. E sarebbe bello poter raccontare che ho ripreso l’aereo per Torino a fine vacanza, e ho iniziato a mettere a posto le cose per chiudere, e invece no, l’ho trascinata ancora per più di un anno con un corollario di patè d’animo e rotture di balle esiziali per tutta la compagnia dell’anello, perché essere furba, da queste parti, è una dote che dobbiamo ancora sviluppare.

Però lì ho capito due cose. Che viaggiare, cambiare prospettiva, è importante sul serio, non per modo di dire. E che lo scopo dell’arte, forse, è proprio quello di aprire i confini nei quali sei chiusa. Anche quando è un’arte che di fondo non ti entusiasma granché. Con tutto il rispetto, Amedeo, abbi pazienza, eh.

(Questo post l’ho scritto perché Enrica ha sentito un pezzo di questa storia e mi ha detto, ma scrivici un post. E io l’ho fatto. La terza cosa che ho imparato nella vita, è che quando Enrica ti suggerisce una cosa, è meglio farla. Grazie, Frau Krivellen).

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7 pensieri su “Quella volta con Modigliani a New York

  1. oltrelautostrada ha detto:

    Neanche io so gran che di arte, ma tu hai qui descritto perfettamente l’effetto che mi fa. E anche lo scopo (o uno degli scopi) che ha. Brava brava brava. E brava anche chi ti ha suggerito di scriverci su!

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