La nonna e la guerra

Mia nonna Romana era del ’27, la guerra l’ha fatta da ragazzina, ed è finita che non aveva ancora vent’anni.
Vederla a colori è un esercizio di memoria sulla base di vecchie foto in bianco e nero, gli occhi azzurri di cieli alpini, i capelli biondi in due grosse trecce e il sorriso aperto di chi la vita, nonostante tutto, l’ha presa lieve.

Nei suoi racconti d’infanzia c’erano i fratelli, gli scherzi, la poca voglia di studiare e la molta voglia di ridere, e poi c’erano le bombe, i rifugi, i morti.

La sua prima simpatia – neanche un filarino, quello dopo, ed era già mio nonno Elio in persona – la sua simpatia, dicevamo, era un ragazzo giovane un po’sbruffone che la cosa del fascio l’aveva presa seria e se ne andava in giro a fare il galletto balilla, finché sono arrivati i partigiani e dopo che erano passati l’hanno trovato appeso impiccato nell’androne di casa, che tutti vedessero. Quando si dice che la storia non la fanno i vinti ma neanche poi troppo i vincitori, la storia la fanno le nonne che te la raccontano e concludono – inaspettatamente, senza amarezza – pensando che poi alla fine anche lui aveva sedici anni, e sua mamma poverina. Il giusto e lo sbagliato sono la Storia, questa è una storia di un quasi fuggevole primo amore in tempo di guerra, fatto di sguardi da un lato all’altro del cortile e raccontato una volta sola e poi mai più, per pudore.

E quella volta che con la sua amica avevano fatto tardi tornando a casa dal lavoro in Fiat, hanno sentito le sirene che erano ancora in Piazza Vittorio – abitava in Vanchiglia, mia nonna – e non c’era tempo di arrivare da nessuna parte, allora si sono buttate per terra in mezzo alla piazza, le mani sulla testa e le bombe che fischiavano e cadevano intorno a loro. È durato pochi minuti, e si sono alzate, illese, per miracolo. Hanno cominciato a ridere forte, correndo verso casa, come danzando, l’indicibile fortuna di essere rimaste vive in una sera di quasi primavera.

Erano gli anni delle leggi razziali, e delle deportazioni, della bambina ebrea tenuta nascosta per un po’ in casa, finché i suoi zii erano venuti a prendersela una notte per andare forse in Svizzera: non un atto di eroismo, solo il gesto spontaneo di dare una mano a una bambina come tante la cui famiglia, da un giorno all’altro, non c’era più. E che il caposcala non se ne accorgesse, per carità.

Con le amiche e le sorelle andavano a Porta Nuova a raccogliere i bigliettini buttati giù dai treni di chi era dovuto partire di corsa, per forza o per amore, quando c’era un indirizzo o un riferimento preciso li portavano alle famiglie, era la Storia, era un gioco, era una cosa che si faceva e basta, come la fila per prendere il pane, come ascoltare la radio tutti insieme la sera, la radio costruita dal nonno con i pezzi di scarto, con cui cercare parole ma anche musica, per cantare, per ballare.

Io la ascoltavo, seduta sul divano, mangiando un cono al whisky della Motta, che mia nonna era il tipo di persona che fa mangiare il cono al whisky a una bambina di sette anni, solo perché gliel’ha chiesto, e anche se è quasi ora di cena. Io la ascoltavo dal divano con la bocca piena di gelato e le chiedevo come si faceva, a vivere in guerra, come era possibile, in mezzo a tanta bruttura, con i fratelli prigionieri degli inglesi, con le case bombardate e la paura, mi sembrava che in guerra dovessero morire tutti di pianti e stenti dentro a una cantina, e invece no, lei mi raccontava che si parlava, ci si innamorava, si rideva ancora, e si viveva e basta, si dicevano le preghiere più per i vivi che per i morti, e si andava avanti. Si sperava.

Si sperava, mi diceva, forse più e meglio di adesso, perché immerso nel male e nell’orrore non puoi che tendere verso un’idea lucente ed assoluta di bene che deve arrivare, di cose che vanno a posto, di fratelli che ritornano ammaccati ma salvi, e ridere di nervoso e di gioia quando non è toccato a te.

Nei racconti di mia nonna non c’erano le ideologie né gli eroi, e se c’erano erano figure di cartapesta sullo sfondo, il mascellone, quello coi baffetti, il re padre di quello nato dopo e che avrebbe poi sposato una Doria dei biscotti, ma soprattutto c’erano i suoi quindici anni e i calzettoni, il teatro e le amiche, l’incoscienza e la stupidera.

Una fra mille delle cose per cui posso dirle grazie è che mi ha insegnato che alla guerra si sopravvive con la fortuna ma anche con la speranza, con le cose di tutti i giorni, alla portata di tutti, facendo vergognare la paura acquattata sulla soglia, obbligandola a voltare la sua brutta faccia dall’altra parte, quando le passiamo accanto, cantando per farci coraggio, restando noi stesse, restando vive anche quando le probabilità ti dicono che intorno tutto è destinato a morire, ma tu ti rialzi da terra in una piazza bombardata e anche se tremi dici, non stavolta, non stasera, io no.

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16 pensieri su “La nonna e la guerra

  1. Cristina Lanconelli ha detto:

    Hai proprio reso l’idea di quella generazione. La mia mamma, nata nel 1933, sin da quando ero bambina mi ha sempre raccontato “i fatti della guerra” così con lo stesso atteggiamento di tua nonna. E’ stato bello leggere le tue parole, per un attimo sono tornata lì, a quei momenti, in cui tutto in quei racconti sembrava una carrellata di personaggi di una storia di avventure, speranza, durezza, e fatti comici da raccontare. Quelle sono storie di vita, in confronto le nostre mi sembrano un nulla. Grazie Beatrice. Con la mente mi hai fatto tornare al libro “Nel Paese di Tòlintèsac” di Cristiano Cavina che racconta il suo rapporto con la nonna che, come la tua, gli raccontava “i fatti”. Un abbraccio forte 💜

  2. Momo ha detto:

    Sto leggendo in questi giorni le pagine della De Beauvoir in cui narra – ne l’Età forte – gli anni della guerra, ho letto ora queste tue bellissime parole, tutto si mescola poi col ricordo di una Bruxelles fantasma di fine novembre, poco dopo Parigi. Grazie Incorporella! 🙂

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