It helps to write it down

A volte devi solo lasciare che la musica ti scorra dentro e lavi via tutto.

Questo ho pensato, mentre io e l’Orso tornavamo a piedi per le strade deserte di una città estranea, domenica sera, dopo il concerto dei Nada Surf. Per me era il quinto – credo –  e per lui il sesto o settimo, eppure siamo usciti dal locale con una certezza: ogni volta che suoneranno nei paraggi, noi, se potremo, saremo lì ad ascoltarli.

Non ci sono arrivata in gran forma, a ‘sto concerto. Ho il raffreddore da due settimane, e un po’ di nodi nell’anima da sbrogliare: niente di epocale, eh, ma insomma, come quei brufoli sottopelle che non hai ancora capito se si riassorbono o decidono di emergere proprio la sera in cui volevi essere carina. Lo so che è un paragone che ammazza la poesia, purtroppo per me non sono la Achmatova, abbiate pazienza, spero di aver reso l’idea.

E poi Milano mi disorienta, io sono sabauda, per me giri tre volte a destra (o a sinistra) e sei nel punto esatto in cui eri prima. Milano l’hanno disegnata col compasso, non so, mi perdo sempre e mi viene il nervoso, deve essere genetico: ad occhio direi che due torinesi su tre, se li metti davanti al Duomo e li fai girare su sé stessi un paio di volte, poi riaprono gli occhi e credono di essere a Lambrate e accendono il navigatore del telefono smadonnando per capire da che parte devono andare. Roba che poi quando al ritorno scendi a Porta Susa baci la terra e fai il giro dell’isolato tre volte per rassicurarti.

Alla stazione, mentre entravamo dal tabaccaio per comprare i biglietti della metro, ci ha fermati una ragazza e ci ha regalato due abbonamenti giornalieri che scadevano il giorno dopo: erano di due amici che erano ripartiti senza usarli, e lei ce li ha dati così. Per pura gentilezza. Un gesto carino che ci ha lasciati interdetti, tanto che non l’abbiamo neanche ringraziata come si dovrebbe – potevamo metterci molto più calore, e invece. Mentre arrivavamo ai tornelli a me è venuto anche un mini attacco di paranoia dicendo oddio, ci ha perculati, adesso lo infilo e scatta qualche allarme, arrivano i marines con gli elicotteri, ci arrestano per truffa ai danni dell’ATM, e invece – ovviamente – no. Quindi grazie, ragazza credo napoletana dall’accento musicale che sei stata gentile e non hai ricevuto in cambio abbastanza sorrisi, milioni di cuori a te e alla Campania tutta per osmosi, scusaci se siamo stati freddi, siamo polentoni diffidenti e poco abituati alla bellezza della generosità gratuita.

Che questa cosa della gentilezza che spiazza e insospettisce meriterebbe un post a parte e una serie di riflessioni personali molto ampie, alla fine delle quali non ci faccio una gran figura, ammettiamolo.

Insomma, niente, la risposta è arrivata, e la risposta era la musica di un gruppo che amo e che rivedo sempre volentieri, con qualche ruga in più – io e loro -, e  inalterata la marea di cose che mi vengono in mente mentre li ascolto, mentre li vedo divertirsi sul palco, facendo il loro lavoro con passione e bravura indiscussa, cantando insieme a loro frasi che diventano vere per me, messaggi al mondo, pezzi della mia vita.

I don’t care about you anymore, quando ti rendi conto che hai veramente lasciato andare quelle situazioni e persone di cui non ti importa più, neanche a sforzarti, neanche a voler essere buona (o cattiva) a tutti i costi, neanche se proprio vai a scavare nei recessi della memoria cercando di far emergere un’emozione che sia ancora valida per il presente, niente.

I am lost in my mind when you go to sleep, le notti insonni di fianco a una presenza tiepida (e rumorosa, ma quando sei insonne certi rumori un po’ cinghialeschi non irritano ma consolano), i pensieri che girano in tondo, i mostri che escono da sotto il letto e poi ci ritornano di corsa, perché anche di notte puoi essere più bionda e più buffa delle tue paure. A volte devi solo fare mente locale e ricordartelo. Ho scoperto che niente, niente esorcizza i demoni più e meglio del ricordo di una risata.

Of course I’ll be alright, I just had a bad night, infatti, come volevasi dimostrare, tante volte sono stata – o mi sono sentita – on the outside of love, ma sapere che in qualche modo anche per vie traverse ho ritrovato la strada è come una coperta che scalda, come Superga che sta lì e la guardavo in notti lunghe alcoliche e confuse dicendomi che se lei resisteva, facendo da sfondo alle mie passeggiate di bimba e ai miei svarioni di adolescente e alle mie cazzate di ragazza, allora avrei potuto farlo anche io, mica affondare: resistere.

When you wanna go, I know you will. Perché le persone a volte non ci sono più, per motivi molteplici. Per scelta o per forza. Non dimenticarle e sapere che ci sono state per evitare che l’onda nera che sale quando ti rendi conto che le hai perse non ti travolga. Surfare sul dolore. Usarlo per andare un po’ più in alto. E ricordare che nessuno può essere costretto ad amarti, ad ascoltarti, ad esserci. Fare i conti con la possibilità del rigetto e dell’abbandono.

My mom says I’m a catch, I’m popular: e capire che la fame di popolarità genera mostri anche nel piccolo minuscolo di una pagina Facebook o di un account Twitter, fai occhio a non essere mai, mai una di quelle persone che misurano la loro – la tua – statura in base a un pugno di like, perché forse non siamo mai davvero usciti vivi dalla scuola media, è una battaglia a colpi di arguzie e sgomitate, non per tutti è ovvio, e meno male. Ma quante volte ci raccontiamo che è solo per passione o per lavoro e in realtà è per riempire qualcos’altro, e se lo sai ok puoi gestirlo, ma se non lo sai, se ti menti, se arrivi al punto in cui non riesci a ridimensionare? Perché in fondo è una vita che ci dicono che being attractive is the most important thing there is.

Ma alla fine per me la risposta sarà sempre una soltanto: to make a mountain of your life is just a choice, but I never learned enough to listen to the voice that told me: always love, hate will get you every time, always love, don’t wait til the finish line. Quando riesci a liberarti di tutto il resto e a fare spazio solo per le cose e le persone a cui tieni davvero, poche o tantissime che siano – e nel mio caso sono tante – forse puoi pensare di essere arrivata ad un buon punto. Di partenza, perlomeno.

milano_sole

Poi il giorno dopo c’era anche il sole. Un freddo porco. Ma il sole.

Il resto è tutto perfettamente racchiuso nella sensazione che ti prende quando i Nada Surf, a fine concerto e a luci accese, fanno i pezzi belli che mancavano all’appello in coro con il pubblico, con soltanto una chitarra acustica. E tu canti con loro, e realizzi  che la tua voce si sente, e che probabilmente, da qualche parte nel mondo Dio sta uccidendo dei gattini per punirti di quest’orrore. Subito ti zittisci, poi pensi, vabbè, ma allora che ci son venuta a fare? E abbassi il tono di molto, ma continui a cantare. Perché per male che tu lo faccia, è una cosa che ti rende felice.

E quindi.

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7 pensieri su “It helps to write it down

  1. riruinglasgow ha detto:

    cara incorporella, oggi cercavo una smossa da fuori visto che da dentro non gira, il tuo post e’ stata una meraviglia. certi giorni hai solo bisogno che te lo ricordino. Ora ascoltando i Nada Surf in ufficio. baci

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