Come dice Bill nell’ultimo capitolo di It

Ho passato circa i primi 25 anni della mia vita senza andare ai funerali.

Non che andare ai funerali sia questo spasso per il resto delle persone – anche se, oddio, uno non può mai sapere – ma nel mio caso di trattava proprio di un rifiuto programmatico che mi sono potuta in qualche modo permettere, per tanto tempo.
I Nelli non mi hanno mai forzata, e di questo sono loro grata: mi sono persa funerali importanti, su tutti quelli di entrambi i nonni paterni, ed ero già grande, avrei potuto esserci.

Non erano solo i funerali, che evitavo.

Quando mia nonna ha cambiato casa in montagna, e tutti sono andati a dare una mano al trasloco, io mi sono dileguata nella nebbia fischiettando.

Non erano solo i diciassette anni e la voglia di far un cazzo, a spingermi: era la consapevolezza che quella che si stava smontando, più di ogni altra, era per me la casa dell’infanzia, il luogo privilegiato dei ricordi, delle estati. Delle ginocchia sbucciate e dei capelli d’angelo al sugo di pomodoro. Del rapporto esclusivo con la nonna, prima che arrivasse l’invasione delle altre marmocchie. Il corridoio che ancora adesso percorro in sogno, le stanze che nella mia memoria posso rivedere intatte, forse adesso non avrebbero quella nitidezza perfetta, se avessi contribuito a farne scatoloni. Non lo so.

La memoria è un meccanismo misterioso, emotivo, quasi una persona che mi vive dentro e che non sempre riesco a tenere a bada.

Io per tanti anni, per ben più di metà della mia vita, mi sono messa nella condizione di non dire addio a niente. Di chiudere gli occhi e voltare la faccia anche davanti a certe cose ineluttabili, sapendo, consapevolmente, che c’erano e accadevano, ma anche facendo un po’ finta di niente, lasciando uno spiraglio in cui niente era davvero successo, niente era davvero per sempre.

Ancora adesso non sono brava con gli addii, nemmeno quelli temporanei. Quando la signora Gattini è partita per il Michigan, l’ho abbracciata e le ho detto ciau ci sentiamo, esattamente come faccio adesso che ce l’ho a mezz’ora di macchina.
L’Orso singhiozzava stringendo al petto una foto del Sauro – di cui è orgoglioso padrino – e io lo guadavo con occhi di pietra, in pieno stile Regina delle Nevi, mio role model fin dalla più tenera età. Sembrava un film di Amedeo Nazzari ambientato in un ameno quartiere residenziale pinerolese.

Se c’è una cosa che la letteratura mi ha insegnato, signora mia, e adesso che sono vecchia e saggia posso dirlo con una certa credibilità, è che c’è bisogno di un finale.

Quando giri l’ultima pagina, quando chiudi la copertina e la accarezzi – io che sono feticista la accarezzo – sai che quella roba lì non la perderai, sarà ancora con te. Avrà echi e voci che ti ritornano quando meno te la aspetti. Ne parlerai. Racconterai quella storia che è stata così importante. Avrai detto addio a quei personaggi, ma ne avrai memoria. Saranno ancora con te.

E mi piace pensare che per le situazioni, e le persone, valga lo stesso. Che per quanto orribili e dolorosi possano essere stati certi addii, certi funerali, certi traslochi, non inquineranno poi, alla fine, quello che ti resta.

Come si dice Bill Denbrough nell’ultimo capitolo di It: sii coraggioso, sii valoroso, resisti.

Giovedì 19 maggio parlo di un altro libro che mi ha lasciato un segno: si tratta di Chi manda le onde, di Fabio Genovesi. Anche lì dentro ci sono perdite, crescita, chiusure di capitoli letterali e figurati. Ne parlo per i giovedì di Zandegù e spero di essere brava, a raccontare quella storia e i significati che mi ha lasciato. Dopo ci sono anche i dolcetti. Se siete curios* di sapere che cosa c’è in quel romanzo secondo me, se anche voi l’avete amato e volete approfondire il discorso, insomma, se vi va, ci vediamo lì.

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5 pensieri su “Come dice Bill nell’ultimo capitolo di It

  1. erodaria ha detto:

    anche io, cara Incorporella, non sai quanto anche io

    io ci vado, ai funerali, la affronto questa fine in tutte le sue sfaccettature, ma piango a dirotto

    non solo ai funerali, che poi alla fine non dà nemmeno nell’occhio, anche in situazioni assurde, dove la gente dice sotto i baffi “ma sta scema?”

    però finora non avevo mai messo in relazione questa cosa con il finale dei libri, per la quale ho un’altra perversione: vado puntualmente a leggere l’ultima pagina, ad un certo punto, magari sto solo a pagina 42 e, niente, mi viene questa voglia tremenda e vado al fondo. Poi, man mano che procedo con la lettura, mi accorgo di fantasticare su quello che succederà per arrivare a quelle ultime righe. Quando sbaglio e rimango sorpresa, ne sono felice, il libro acquista punti.

    scusa, mi son messa troppo in tuta, mi sa 🙂

    • incorporella ha detto:

      Che bello, una riunione di tutate 🙂
      Il mio momento più imbarazzante di lutto in differita è stato quando sono scoppiata a piangere sulla spalla di una cliente che mi ricordava mia nonna, alla Gang. Le stavo facendo un pacchetto regalo, chiacchieravamo, e puff, sono scoppiata a piangere da vera badola! Ma lei da vera nonna è stata molto cara. Tanto che non riuscivo più a smettere… 🙂

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