Bar Sport 2016

La verità è che ci siamo un po’ rotti le palle dei posti fighetti.

[Parlo al plurale non perché soffro di manie di grandezza, ma perché ho fatto questa considerazione già con un tot di amici e amiche, almeno una decina, per dire].

Mi faccio portavoce del popolo.

Dicevo, i posti fighetti, dove vai a bere un prosecco e sembra che devi andare ad un provino, quelli in cui ti devi per forza sentire e acconciare come se fossi a Williamsburg, o a Ibiza, o a Copenhagen. Ogni tanto non hai voglia di fare la figa – la maggior parte delle volte, ammettiamolo. Hai solo voglia di uno spritz e due patatine dopo aver lavorato, l’obiettivo finale dell’aperitivo è fare quattro chiacchiere con un’amica, senza preoccuparti se il rimmel si strucca, brutta.

Il nuovo trend – non – trend è il bar di quartiere. Il baruciu, come lo chiamiamo in famiglia. Quello un po’ racchio, un po’ squallido, ma dove alla fine sei di casa.

Il top sono i chioschi all’aperto, in cui puoi fare tutto, dalla merenda all’anguriata di mezzanotte. La prima volta che ci vai scatta il gioco di sguardi che neanche all’OK Corral, poi se ti mostri sufficientemente umile e cordiale e ci torni un po’ di volte la situazione si ribalta e diventi local. L’importante è fare attenzione ai tavoli, cercando di occupare sempre lo stesso e mai uno di proprietà del cliente storico cugino in seconda del barista, non pretendere cose strane (tipo: mi fa un Moscow Mule per favore, è la frase da non dire mai, ma anche una cosa tipo piatti vegani ne avete? può valervi l’espulsione dal chiosco vita natural durante fino alla terza generazione).

Il chiosco all’aperto d’estate è la salvezza estrema, scendi in ciabatte e col pinzone e sai che comunque sarai la più figa della situa. Noi ne abbiamo uno proprio dietro casa che secondo me fa salire il valore degli immobili di zona un bel po’.

I chioschi estivi però d’inverno – o nella stagione dei monsoni, quella che a Torino dura da aprile a luglio subito prima della siccità canicolare – dicevo, quando fa freddo o quando piove, i chioschi sono una ferita aperta di ciò che potrebbe essere, fanno malinconia, come gli ombrelloni impilati in un angolo o il frigo dei gelati con dentro un solo Calippo gusto maracuja superstite da due estati fa.

Per scaldarci con un San Simone nelle lunghe serate invernali io e la mia amica Frankie abbiamo un posto di riferimento, che è il Bar Centro. La distanza fra il Bar Centro e il Centro a cui fa effettivamente riferimento è molto più che chilometrica: è una distanza siderale di filosofia ed estetica, di potenzialità e realismo.

Il Bar Centro condensa in pochi metri quadri tutti i riferimenti baristici possibili dagli anni 50 ad oggi. È la Wikipedia del bar. L’arredo è anni 70, le sedie anni 90, la Gazzetta fresca di giornata. Cibo non ne ho mai visto. La selezione liquori è ampia e variegata, la top ten dei più bevuti è facilmente intuibile dagli strati di polvere. Ci sono le macchinette lampeggianti, ma anche i mazzi di carte bisunti.
L’amore per questo luogo, per me, è stato sancito da un cartello scritto a biro su foglio di carta  scotchato alla macchinetta del caffè che recita le seguenti parole: “Si ricorda ai signori clienti che prima delle 18 è severamente vietato sparare cazzate”.

Il televisore è sempre acceso su qualche partita. Credo che seguano via satellite anche il campionato interregionale dell’Azerbaigian.

Dietro al bancone c’è lui, l’archetipo del barista. Giovane, sempre in tuta, delle dimensioni di una Smart. Ci riconosce e ci racconta cose, si ricorda chi delle due vuole il ghiaccio nell’amaro, si accorge se abbiamo cambiato taglio di capelli e non si preoccupa se portiamo fuori il bicchiere per andare a fumare.

La clientela è variegata, può sembrare inquietante a prima vista, ma nessuno ti rompe mai i coglioni. Al massimo ci sono accese discussioni di stampo calcistico, nelle quali non oserei intervenire neanche dietro compenso in denaro o beni immobili.

Il Bar Centro è una garanzia: è sempre aperto. Non tradisce mai.

Prima del Bar Centro, nella mia vita, c’è stato il Bar Lupi, dove mio papà andava a giocare la schedina, portandomi con sé. Il Bar Lupi non l’ho mai visto bene, era avvolto in una nebbia tipo sobborgo della Londra vittoriana a novembre. Il Bar Lupi poteva vantare una clientela ad alto tasso alcoolico e giudiziario. L’ultima volta che sono passata da quelle parti, ho visto che, in onore alla nuova clientela, ha cambiato nome: si chiama Bar Giamaica. Ho buttato l’occhio, sono stata salutata da una nube di fumo, dall’opacità della formica, da un bagliore di superfici in alluminio riflettenti marezzate di ditate altrui.

Sotto la nuova insegna, il Bar Lupi vive ancora. Bar Lupi never say die.

 

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