impariamo dai tafani

Correva l’anno del signore 1995 e io partivo per la vacanza in Grecia con la mia amica Petunia.

Avevo 15 anni ed ero abbastanza grassa.

Grassa è una parola che non mi piace particolarmente, perché ha in sé quell’eco negativa venuta con l’amabile abitudine di usarla come insulto. Provate a dire ad alta voce “grassa”, sembra uno sputo. È anche però un dignitoso aggettivo della lingua italiana, e poi non mi pare il caso di avere paura delle parole. Quindi, sì, grassa è qualcosa che sia addice alla me stessa quindicenne.

In quel momento essere grassa mi turbava meno che smettere di mangiare, quindi ero scesa a patti con il fatto che, quando conoscevo qualcuno, quella era la prima cosa che notavano di me. Tutto il resto veniva dopo. Il sovrappeso è un difetto che ti cataloga in maniera immediata: se hai l’alitosi, sei stronza o hai i piedi piatti, o più banalmente sei cretina, sono tutte cose che ti verranno contestate al massimo in un secondo momento. Grassa no, lo sei da subito. E poi magari non è neanche la cosa peggiore che sei, ma ti definisce agli occhi delle altre persone in maniera subitanea e indelebile.

La vacanza in Grecia è andata bene, è stata bella. In quel mese attraverso il Peloponneso ho preso altri cinque chili a suon di gyros – credo – ma questo non mi ha impedito di godermi l’Acropoli e l’Egeo, e di innamorami per sempre di quella penisola e delle sue cicale.

Al ritorno, a casa di Petunia, per caso, un pomeriggio, ho trovato, credo cercando qualcosa con cui sottolineare quello che stavo studiando, una cartolina che le aveva mandato il nostro comune amico Giuseppe. Erano gli anni 90, ci mandavamo ancora le cartoline, sì. Ci tenevamo parecchio, anche.

Su quella cartolina c’era scritto qualcosa del tipo, cara Petunia, ciao come stai? Sei stata in vacanza con quella cicciona di Incorporella, chissà che roba, scommetto che non si è neanche messa in costume. Baci e abbracci e amenità.

Non so se era previsto che io quella cartolina non la leggessi mai. Di certo, ero a casa di Petunia quasi tutti i pomeriggi, facevamo i compiti spesso insieme – o facevamo finta. La cartolina era sulla scrivania, appoggiata lì da chissà quanto. Sta di fatto che l’ho letta. E ci sono rimasta di merda.

Ci sono rimasta di merda non tanto per Giuseppe, al quale sapevo di non essere mai piaciuta più che tanto – e non solo fisicamente. Ci sono rimasta di merda perché, se lui sentiva di poter fare queste affermazioni con Petunia, evidentemente per lei andava bene.
Io e Petunia eravamo amiche dalla prima elementare. Andavamo in vacanza assieme – appunto. I nostri genitori si conoscevano, si frequentavano. Era mia amica.

Se ben ricordo l’ho guardata e le ho detto scusa, e questo? E lei deve avermi risposto, sai com’è Giuseppe. Sì, un cretino. Ma tu?

Non ho litigato con Petunia quel giorno. È successo un po’ di tempo dopo, per un altro motivo.

Ma quel giorno ho capito che non avevo bisogno di amiche come lei.

Ho capito che se era pronta a svendermi per una complicità banale con un tizio abbastanza qualsiasi (sul quale, tra l’altro, non aveva nemmeno mire sentimentali), non era davvero dalla mia parte. E le amiche sono dalla tua parte, sempre. Anche quando ti cazziano, ti sgridano, ti criticano.

Sono passati tanti anni da quell’estate, e la maggior parte di questi anni li ho vissuti con un BMI normale, anche se probabilmente per certi canoni sono ancora grassa, ma chi se ne frega. Di quei canoni, dico.

Non ero particolarmente saggia o evoluta a quindici anni, e in tutta onestà dubito di esserlo adesso. Ma quello che sapevo allora, e quello che so adesso, è che non bisogna mai vergognarsi di mettersi un costume e godersi il mare – o la piscina, il lago il torrente Varaita, quel che è – con buona pace dei Giuseppe della situazione.

Penso al catalogo di persone che conosco, persone femmine – ma non per razzismo, solo perché con loro mi è capitato più spesso di parlare di prova costume, imbarazzi, vergogne. Oh, se qualche maschio vuole venirmi a raccontare i suoi complessi, sono pronta ad ascoltare, ma davvero.

Insomma. Nessuna di noi è fisicamente uguale all’altra. C’è chi è più magra, più grassa, chi ha le gambe snelle e lunghe e la panciotta, chi è piatta come una tavola, chi ha chiappe importanti, chi tette rigogliose, siamo alte, basse, bianco latte, con caviglie da Heidi, nasi, bocche, capelli tutti diversi. Devo dire la verità: pochissime di noi, quasi nessuna, ha il corpo che ci propinano i media.  È che probabilmente non siamo nate per essere identiche. Siamo pezzi unici. E siamo un gran bello spettacolo, fatemelo dire.

Pochissime di noi si mettono un pezzo di lycra a cuor leggero. È un fatto. E mi dispiace.

Mi dispiace anche perché la seconda cosa che ho imparato è che alla gente, in realtà, di noi non gliene frega un cazzo.
I soli giudici implacabili del nostro corpo siamo noi.

Ripensate alle vostre vacanze al mare. Vi ricordate davvero la misura delle chiappe della vostra vicina d’ombrellone? Io no. Mi ricordo l’arietta, l’odore di olio al cocco, il rumore delle onde, i baffi sudati, la sedia del bar che si appiccica mente mangi il Cornetto, ai bagni 57 è stata ritrovata una bambina con costume rosso che risponde al nome di Lucia, venitevela a prendere.

Mi ricordo la sensazione meravigliosa di non aver niente da fare, le gocce di acqua salata che cadono dai capelli e bagnano il numero nuovo di Topolino, aspettare il tramonto, impanarsi di sabbia e crema. La birra Mythos nei bicchieri ghiacciati. Il collo del piede ustionato, il silenzio immenso del dopopranzo.

Io sono sempre pronta per la prova costume, perché – sempre – non vedo l’ora di andare in vacanza. E ci vado sempre con lo stesso, benedetto corpo, che sopporta i miei sfaceli con pazienza e resiste alle intemperie, e fa in modo che io faccia tutto quello che mi piace, quando voglio farlo.

Qualunque sia il nostro corpo, direi che è il caso di ficcarlo in un cazzo di costume senza paranoie, e goderci la vacanza – che sia di un giorno o di tre mesi – senza romperci troppo le palle a contare i buchi di cellulite. Perché tutte le paranoie del mondo non valgono la magica sensazione della sabbia calda e dell’acqua fresca, del venticello di promesse e brividini, della goduria suprema del fondo del calippo che ti si rovescia fra le tette a tradimento, richiamando orde di tafani.

I tafani ci amano e ci desiderano per quello che siamo: nude e zuccherate. Impariamo da loro, signore mie.

E se va bene a me, buon bikini a tutte.

 

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19 pensieri su “impariamo dai tafani

  1. Antonio Quagliarella ha detto:

    Mi sono divertito di fronte a tanta coraggiosa autoironia, mi é piaciuto molto. le ragazze in carne sono più simpatiche,giuro!

  2. sempremamma ha detto:

    Io sono sempre stata magra e mi vedevo grassa, poi sono stata magrissima e mi vedevo grassa. Adesso ho qualche kg in più del canonico peso forma e se non fosse che ho la cellulite mi piaccio abbastanza, ma la cellulite la odio profondamente, quella non riesco ad accettarla per niente.
    Arrivare a piacersi penso che sia il passo più importante che ci sia nella vita di una persona, sia nel fisico che nel carattere. Si vive meglio con se stessi e anche il rapporto con gli altri migliora.
    Mi è piaciuto leggere questo post. Ti ho visto in quella stanza con quella che pensavi fosse un’amica, mentre leggevi la cartolina.

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