il dritto di essere chi vuoi

E così sappiamo chi è Elena Ferrante.

I suoi lettori, a dirla tutta, secondo me lo sapevano già: una scrittrice amata, una narratrice impeccabile, la costruttrice di un mondo popolato di figure che restano a lungo nella tua coscienza a raccontarsi.

Di tutto il clamore, a me resta l’amarezza: preferivo il mistero. Ricordo lo scambio su whatsapp quest’estate con la mia amica di Belgrado, il suo aver letto “L’amica geniale” appena tradotto in lingua serba, l’entusiasmo per la storia e i personaggi – così lontani da lei e da me, eppure universali, come tutte le grandi narrazioni. La nota di colore e pensa che nessuno sa chi sia!, la battuta finale potrei addirittura essere io, l’ovvietà del non essere io, le considerazioni fatte insieme a lei – che è psicoterapeuta – sulla scelta di mantenere uno pseudonimo senza togliersi la soddisfazione di prendersi il merito in faccia al mondo. Non è una roba ovvia, soprattutto in un momento storico in cui chiunque faccia una scorreggetta appende i cartelloni per strada per fare sapere che quella puzzettina lì, signori, era proprio sua!

Che poi per carità potesse essere anche un’operazione di marketing, ma ci sta: i libri si vendono anche così, non solo, infatti l’abisso tra l’opera di una Ferrante (incredibile narratrice) e un JT LeRoy (escamotage ben orchestrato) si misura nella quantità di pagine scritte e storie narrate prima ancora che nello smascheramento della “verità”.

Di solito, chi ama i libri ama le storie, e che questa signora (signorina?) Ferrante scegliesse un po’ di raccontarsi come le pareva  era parte del patto narrativo con il lettore, secondo me. Il lettore non morde la mano che lo nutre. Il lettore sospende il giudizio e accetta universi alieni e maschere, perché quello è il bello del gioco.

Certo c’è tutta una parte, poi, di contatto con chi scrive: io ho adorato avere l’occasione di bere un amaro e fare due chiacchiere con Fabio Genovesi poco tempo fa, e potergli esprimere tutta la mia gratitudine per aver scritto una cosa come Esche Vive – tutto il resto anche, ma Esche Vive soprattutto. E conservo ancora tre righe di lettera di Stefano Benni, inimitabile Lupo, in risposta ad una mia torrenziale missiva di post-adolescente con Elianto tatuato su una spalla e nel cuore.

Queste sono gioie da groupie letteraria che però, secondo me, possono aggiungere qualcosa alla persona dietro allo scrittore, ma non sono parte del contratto. Neanche del contratto tacito col lettore.

Chiunque almeno una volta nella vita abbia provato a scrivere un testo narrativo, conosce la natura privata dell’atto di scrivere. Del metterti lì con le tue idee, le tue sensazioni, la scaletta, i personaggi, i ricordi, e avere davanti un foglio bianco muto che sembra sfotterti, dirti e adesso? Come la risolvi? Non c’è nessuno, qui, che ti possa aiutare.

Se sei abbastanza brava, il tuo atto privato, un giorno, diventa pubblico. Diventa molto pubblico, se sei molto brava. In parte, quello che hai scritto smette un po’ di essere tuo, non puoi più rimaneggiare, limare, correggere. Aggiustare il tiro, spiegarti meglio. Chi ti conosce, cercherà una verità nascosta del tuo quotidiano, un pensiero laterale, una rivelazione. Più gente ti legge, più gente ti conosce. Nella mia personale visione delle cose, un libro è un dono generoso al mondo, un denudarsi, uno scoprire il fianco non solo alle critiche più o meno letterarie, ma anche a chi cercherà a tutti i costi la persona dietro al protagonista principale. E tutto questo cresce, esponenzialmente, con la fama.

booksmith

“My brilliant friend” sullo scaffale dei libri consigliati della libreria Booksmith a San Francisco, agosto 2016

Una volta che la tua storia viene pubblicata e distribuita, è aperta alle interpretazioni, alle chiavi di lettura a cui tu non avevi neanche pensato, ai sottintesi che la gente ci troverà perché vi si leggerà con il suo vissuto e le sue esperienze, come uno specchio.

Io credo che una persona abbia il diritto di non volere vivere a viso aperto tutto questo, per pudore, per libertà personale, anche per snobismo, magari, ma cazzi suoi.

Anita Raja, o chi per essa, può non aver voglia di essere Elena Ferrante quando va a comprare i cavolini di bruxelles per cena. L’importante, per me, è che abbia voglia di essere Elena Ferrante davanti allo schermo del suo computer, sui suoi quaderni di appunti, in quei luoghi deputati in cui la Ferrante vive e scrive.

Penso a Richard Bachman, che è servito a Stephen King per provare a fare cose che in quel momento Stephen KIng non era sicuro di potersi permettere. O a Robert Galbraith, il cui Cormoran Strike mi ricorda in maniera impressionante il professor Moody, e chissà se J.K. Rowling se ne è mai accorta.

La cosa più divertente dello scrivere narrativa, al di là della fatica e del sangue che puoi sputarci, è che hai il diritto di essere chi vuoi, nello spazio di quelle righe, in quei margini hce non sono mai, mai limiti. E le volte in cui ti viene meglio, credo siano quelle in cui riesci a liberarti di te stessa, di quella che deve andare a comperare i cavolini di bruxelles per cena. La narrativa è il luogo dove tutto è possibile.

E l’amarezza che provo a seguito di tutto questo affaire Ferrante, è che questo diritto che l’autrice si è conquistata sul campo le è stato negato.

Spero che Elena continui a scrivere. Anita faccia un po’ quello che le pare.

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16 pensieri su “il dritto di essere chi vuoi

  1. Angela ha detto:

    Accipicchia! Come sempre riesci a dare ordine e forma ( e che forma, mia bionda amata scrittrice) alla sostanza di ciò che penso.
    Bravabravabrava.
    Per inciso: Elianto, di tutto Benni, è tatuato anche sul mio cuore.
    Sulla spalla no, per ragioni anagrafiche.

  2. riruinglasgow ha detto:

    Che bell’articolo Incorporella! E hai fatto millep unti con quell’Elianto sulla spalla. Mito. E’ vero che nello scrivere non ci sono margini e limiti. Mi hai ricordato una cosa bella.

  3. giuliacalli ha detto:

    Applausi, la penso esattamente come te.
    A me la notizia ha lasciato piuttosto indifference, non ho mai avuto particolare curiosità di sapere quale fosse il volto della persona che ci racconta la storia di Lenú e Lila.
    Come ben dici, per me l’importante è che Elena Ferrante continui a scrivere. Non ho bisogno di altre informazioni nel mio mondo fatto a immagine e somiglianza della me lettrice 🙂

  4. fuliggine ha detto:

    Lo dico? Eh, vabbè, non ho mai letto un libro della Ferrante.
    Ma neanche mezzo, eh, ma neanche cinque righe!
    Ne ho sempre sentito parlar bene ma niente, ho sempre avuto altro da leggere.
    Eppure quanto, quanto, quanto mi sono arrabbiata quando ho sentito la notizia!
    Perché conoscevo l’esistenza della Ferrante e la ammiravo! E non per i suoi libri, ma per la scelta coraggiosa di mantenere la privacy, la scelta difficile e impegnativa di rimanere nell’ombra della Ferrante!
    E ora che rabbia, che amarezza, che ribrezzo per questa violenza verso una persona che semplicemente scrive.
    Io sono indignata da questo schifo e posso solo immaginare come siate incazzati tutti voi che avete pure letto e amato i suoi libri.
    Magari un giorno li leggerò anch’io, dai.

  5. Sempremamma ha detto:

    Ho molto amato i quattro libri della Ferrante, letti in sequenza, come fossero uno solo.
    Sinceramente chi sia o non sia me ne frega poco, ho letto solo un articolo in proposito, quello che mi interessa è che continui a regalare emozioni, storie, che ci faccia palpitare il cuore.

  6. speranzah ha detto:

    Non ho ancora letto niente della Ferrante, ma trovo abominevole tutta questa storia. Visto che il giornalista è stato così bravo a scoprire chi è la Ferrante, perché non si dedica ad altri tipi d’inchiesta?

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