Transpotting e l’amarcord.

La prima volta che ho visto Trainspotting avevo 16 anni. Siamo usciti da quel cinema che stavamo ancora trattenendo il fiato.

Noi che eravamo giuovini e alternativi negli anni 90 avevamo un tropismo per le storie di droga molto più che per la droga in sé – soprattutto se si parla di eroina: avevamo ancora negli occhi gli sfracelli marcescenti dei tossici anni 80, le catenine scippate, le facce  pustolose, sanpatrignano e tutta la cumpa.

Trainspotting per me è stato subito culto.

Ho amato di puro istinto Renton e non solo per la ghigna immortale di Ewan Mc Gregor, ho adorato Sick Boy più di tutti senza un perché, Tommy mi ha spezzato il cuore ben prima di Grey’s Anatomy, e come non adorare quel cuore di panna di Spud? Menzione speciale a parte, il Generalissimo Franco Begbie, terrore dei sette mari. Un pazzo se mai ce n’è stato uno, e, tra l’altro, l’unico non tossico di tutta la banda.

Poi è venuto il libro, che si è diramato in mille direzioni anche diverse, tutto da leggere e da rileggere, storie di altri personaggi, altre prospettive, altre voci.

E com’è possibile al di là dell’inevitabile epica, che una sedicenne italiana qualunque, che s’è fumata mezza canna in vita sue a dire tanto, potesse voler passare pomeriggi interi in compagnia dei peggiori tossici delle coree di Edimburgo?

Era tutto lì, all’inizio del film, nel famoso discorso.

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così?

Ecco, a sedici anni forse mi sentivo troppo figa per crescere. Troppo diversa, ribelle, creativa, io no, io mai il mutuo a tasso fisso e le bollette e la spesa nei centri commerciali alla domenica. Non avevo bisogno di una dipendenza, per sentirmi così, mi bastava pensare che non avrei mai accettato compromessi.

Non è andata esattamente così, perché forse, per fortuna, tutti siamo destinati un po’ a tradirci, ma la cosa che mi sembra importante è non dimenticare come si fa ad avere quello slancio, quel rifiuto, anche a 36 anni sul divano con la tisana allo zenzero. Assume contorni diversi, ma il nocciolo è non dimenticarci come eravamo.

Recentemente ho ripreso in mano Skagboys, che è del 2006. È uno dei libri che mi ero messa da parte quando ho chiuso Librarsi, nella famosa pila – di – fianco – al – letto, quella che cresce sempre, non importa quanto tempo passi a leggere. Skagboys l’ho letto in contemporanea a Pastorale Americana di Roth e Generations of love di Matteo B. Bianchi.Poi uno si chiede se ho dei disturbi di personalità.

Di questa lettura sincrona, Irvine Welsh si è un po’ imposto sugli altri due perché si è rivelato quello di cui avevo assolutamente bisogno senza saperlo. Irvine Welsh mi ha salvato la salute mentale nelle ultime settimane perché, leggendolo, mi ha ricordato di quel germe anarchico, di quello svirgolamento dal seminato che è insisto nell’essere umano, anche dietro alle nostre foto perfette, dietro ai toni giusti, alle frasi cesellate e alla sfiancante corsa per sedere sempre dalla parte della ragione.

Mi ha ricordato che esiste una poesia non istituzionale, una bellezza nonostante, che le cinquanta sfumature di grigio che contano per me sono quelle del cielo di Leith, che pagina dopo pagina resta identico, immutabile, finché ad un tratto si squarcia e fa passare il sole.

Spesso ai corsi di narrativa che ho seguito in questi anni mi sono trovata a pensare “Irvine Welsh lo fa!”, ogni volta che c’era un dilemma chessò, sull’uso di più narratori differenti. Sì, Irvine Welsh lo fa e lo fa da dio. Tutti dovremmo leggere Irvine Welsh ma è pur vero che non tutti hanno voglia di leggere  di hooligans, tossici, puttane e alcoolizzati, quindi va bene anche così.

Allo stesso tempo, mi sembra riduttivo confinarlo nei sui racconti più crudi, perché in Skagboys ci sono cose come:

Renton la guarda farsi piccola per l’umiliazione mentre esce dalla porta oscillante del bar, e le sue spalle esili e bianche sono la cosa più nuda che abbia mai visto, come se la notte fosse l’unico scialle di cui potesse mai avere bisogno.

Skagboys racconta quello che succede prima di Trainspotting. Come ci arrivano. Forse anche il perché. E c’è quel senso dell’inevitabile, che ricorda le atmosfere della tragedia greca, in cui tutto, scelta dopo scelta, porta verso un fato ineluttabile. Tutto è costruito – forse prima ancora che nascessi – per portarti lì.

welsh

Mi mancavano, i ragazzi della skag, in quel modo in cui a volte mi mancano i sedici anni e le certezze incrollabili. E la capacità di cadere a pezzi, di rimettersi insieme, di essere elastica e invincibile e di pensare di avere sempre ragione, senza peraltro avercela quasi mai.

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4 pensieri su “Transpotting e l’amarcord.

  1. stefano ha detto:

    Concordo parola per parola. E mi ricordo che quando è uscito Colla me lo sono fatto regalare dalla mia ragazza – non avevo soldi per niente – e poi ho finto di essere malato per non uscire con lei e stare a casa a leggere.
    Vorrei un Trainspotting alla settimana, ma mi accontentei anche di una serie tv che va da Skagboys fino a L’artista del coltello.

    ps: mi hai fatto pure venire nostalgia.

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