“Tu vecchia mutanda, tu, souvenir di gioventù”.

Oggi mentre piegavo la biancheria – ebbene sì, anche io faccio queste cose utili ogni tanto – ho notato, forse per la prima volta, una disparità notevole nella misura delle mie mutande.

Premetto che per me le mutande sono un po’ una droga, non resisto, le compro a pacchi purché siano di cotone, colorate, possibilmente con qualche fantasia scema più adatta a una quarta elementare che a un’età anagrafica di appartenenza. E poi, diciamolo: le mutande servono sempre. Non è che puoi frenare l’impulso dicendo “dai, ma poi quando le metto?“. La mutanda è un evergreen dello shopping.

La mutanda è il souvenir ideale, il pensierino azzeccato, occupa poco spazio in valigia, la mutanda è universale.

Oggi a mia teoria dell’universalità della mutanda è stata messa a dura prova dai centimetri di differenza fra un capo comprato da Uniqlo a Tokyo e uno da Victoria’s Secret a Santa Cruz. La mutanda nipponica è una L, la mutanda americana è una M, eppure la prima è decisamente più piccola rispetto alla seconda.

(Le prove fotografiche sono sul mio profilo Instagram, ché il popolo deve sapere).

Del resto è la scoperta dell’acqua calda, no? Paese che vai, taglie che trovi. È tutto proporzionato all’utenza media, e sicuramente non ci va una laurea in antropologia per notare che la chiappa asiatica è mediamente molto più contenuta della chiappa occidentale.

(Qui è dove potrei aggiungere che, seguendo questo ragionamento, l’Orso a Tokyo ha comprato sulla fiducia mutande XL nelle quali potevano starci comodamente sei lottatori di sumo che ballavano il cancan, ma farei crollare tutta la teoria e quindi fingiamo che non sia mai accaduto).

E ho pensato a quante volte, invece, in ben più giovine età, la taglia è stata un traguardo ambito. Non solo mio, ma di tante fanciulle di mia conoscenza. Sopra la 46, le fondamenta scricchiolavano. Sotto la 42, si veniva portate in trionfo dalla folla.

Poi sono arrivate le catene di fast fashion e le certezze sono crollate.

Abbiamo scoperto gli algoritmi per calcolare quale taglia approssimativamente poteva essere la nostra: prendi il cartellino, cerca la dicitura EUR, non confonderti con MEX mi raccomando, aggiungi quattro, dividi per due, sottrai il numero che hai pensato, moltiplicalo per la data di nascita di tua mamma, fai una rapida valutazione appoggiandotelo addosso, entra nel camerino, dì sette Ave Maria e spera per il meglio.

Io nel corso degli anni penso di aver provato – e acquistato – capi di qualsiasi taglia. Ho provato XXL nelle quali sembravo la noce di prosciutto al pepe dell’autogrill, ho visto jeans taglia 34 esplodere sulle mie cosce come navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione, ho navigato in placidi mari di flanella taglia S. E tutti questi momenti andranno persi come lacrime tra i gatti di polvere di un camerino di Pull&Bear.

Ad oggi, se una commessa volenterosa mi chiede “Che taglia ti porto?” vado nel panico. In media, rispondo “Fai tu“. Apro il cappotto, svelo le mie dimensioni e mi affido alla professionalità di chi ho davanti.

No so esattamente che taglia porto, ma ho memorizzato una serie di numeri tipo sequenza di Fibonacci che corrispondono, circa,  alle taglie che di solito mi vanno di una determinata marca o di alcune catene d’abbigliamento.

Va da sé che sono sempre io, eh. Non è che mi espando e mi restringo come Carletto il principe dei mostri.

E ho realizzato, ancora una volta, che cosa direi alla me stessa sedicenne che cercava di strizzarsi in una 44 quando chiaramente avrebbe dovuto accomodarsi in una 46: piantala, cretina.

La profezia dice che un giorno avrai un cassetto pieno di mutande ordinatamente divise per colore, e nessuna sarà della stessa taglia dell’altra. Ognuna verrà da un posto del mondo diverso e quando le metterai non penserai a quello che c’è scritto sull’etichetta, che peraltro avrai già tagliato perché ti gratta sul sedere. Ti ricorderai dov’eri quando le hai comprate, con chi, cosa stavi facendo e che tempo c’era.

E in tutto questo la cosa che conterà di meno saranno le effettive dimensioni del tuo culo.

 

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17 pensieri su ““Tu vecchia mutanda, tu, souvenir di gioventù”.

  1. szandri ha detto:

    Anche io “apro il cappotto, svelo le mie dimensioni”.. anche se a leggerlo fa molto manico sessuale!!! Quanto alle misure asiatiche, mi sento di confermare.. strano che l’Orso navigasse nelle mutande XL, sicura non fossero quelle per il lottatori di sumo, misurate sulla circonferenza panza? 😀
    Io a causa delle lavatrici in arretrato ogni tanto mi strizzo nelle mutande in cui un tempo navigavo, mettendo in mostra l’antiestetico rotolino. Forse è ora di cedere allo shopping in effetti.

    • incorporella ha detto:

      Lo shopping mutandario è necessità, vai e senza sensi di colpa! Però è anche vero che uno alla mutanda s’affeziona, poi è difficile lasciarla andare.
      Per le mutande dell’Orso è stata una sorpresona Kinder anche per noi, forse era un rifornimento sbagliato destinato all’Europa 😉

  2. Gisella ha detto:

    Fantastico il trattato sulla mutanda.:-)
    Io anche ho un debole per l’articolo e le divido in mutande da notte o da ciclo ( chiamate anche “mutandazze”) e mutande da giorno ( diciamo più…… raffinate!).

  3. giuliacalli ha detto:

    Ma sai che c’hai ragione? La mutanda è l’unico capo d’abbigliamento che compro con fiducia e innocenza.
    Per tutto il resto, non so nemmeno io quale sia esattamente la mia taglia, ma è anche vero che non compro un paio di jeans da una vita (a mia memoria è quello il capo con cui impazzivo di più sulle taglie)(eh sí, non riesco più a comprare jeans, w le mutande!).

  4. AliceOFM ha detto:

    Devo farti i complimenti per aver memorizzato la tua taglia nelle varie catene. Io ogni sacrosanta volta dimentico se debba aggiungere 14 o 4 alle taglie non italiane.

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