Dieci cose del Salone

  1. Ci ho passato circa 37 ore quasi consecutive e non sono riuscita a vedere mezzo stand. Spero che le novità editoriali mi si siano trasmesse per osmosi, di avere le visioni nei mesi a venire, di nuove copertine imperdibili e storie abbacinanti, ché non ho sfogliato mezzo catalogo.
  2. Con un cartellino al collo, ti chiedono la qualunque. Scusi, dov’è la sala Matera? Senta, sa mica se al bar Autogrill prendono i buoni pasto? Ma la presentazione del nuovo libro di Franca Maria Del Ponte per la Sarcazzo Edizioni? Ma Anaïs Nin dov’è? C’è coda in bagno? Chi ha ucciso Laura Palmer?
  3. Signore impavide con tacchi a spillo, plateau, sandali  gioiello, ditemi la verità: avevate le Havaianas nella borsa, vero? Se la risposta è no, e non siete morte prima di arrivare alla metro, allora vi prego, quando sarà ora, donate il vostro corpo alla scienza perché io voglio sapere come cazzo avete fatto.
  4. Al mattino criogenesi, alla sera fusione nucleare. Il concetto di temperatura ottimale, all’interno del Lingotto, andrebbe un po’ rivisto.
  5. Il vero busillis, il segreto che passa di bocca in bocca tra i librai e li fa fremere di emozione e gratitudine, è l’ubicazione esatta del bagno un po’ imboscato dove non c’è quasi mai coda. Altro che la lochèscion misteriosa del rave letterario di Baricco e Bianconi.
  6. Il cliente lo fai felice quando gli presti la sedia al bookshop, mentre fa la fila per l’ingresso. Non di trame né di storie ha bisogno il lettore affranto, ma di un supporto per le stanche membra. Prossimo partner, suggerisco Eminflex. O uno sgabello pieghevole omaggio ogni cinquanta euro di libri acquistati, và che ti ho risolto la crisi dell’editoria.
  7. Facce note intraviste a pacchi nella folla, che ad un certo punto della giornata non sai se sono clienti, premi Nobel o il tuo compagno di banco delle elementari. Nel dubbio, sorridere, abbozzare un saluto con la mano e sgattaiolare via fra le pile di De Giovanni e Sepulveda in cerca di un riparo.
  8. Ad un certo punto ero talmente fusa che alla domanda “Scusi, ce l’avete la Carta del Docente?” mi sono messa a pensare per un minuto buono chi cazzo l’avesse scritta, ‘sta carta del docente, e se era un saggio pedagogico, e chi l’aveva pubblicata, e se magari in qualche anfratto ce n’era rimasta una copia.
  9. Io comunque se posso scegliere l’8 X 1000 lo do alla Birkenstock.
  10. I ragazzi dell’alternanza scuola/lavoro, abbastanza equamente divisi in quelli che cercavano la fuga a fine di baccaglio reciproco tra il banco degli Adelphi e lo sgabuzzino dei carrelli, e quelli che invece proprio li vedevi che erano lì per i libri, che li accarezzavano con quel gesto furtivo che io conosco bene, che quando affidavi loro un compito, per quanto palloso e stancante, non vedevano l’ora di farlo e di esserne parte. Le loro vite, quelle che hanno e che sognano per domani – raccontate a frammenti tra un bookshop e l’altro. Io mi sono sentita molto vecchia zia, penso che comunque sia un ruolo che mi doni.

E niente, faccio la spavalda che ci ride sopra, ma questi giorni sono stati un delirio di energia purissima. Li ho passati alla Piazza dei Lettori, al Padiglione 3, in compagnia dei librai di Co.L.T.I., che è il consorzio delle librerie torinesi indipendenti (sì, è un acronimo, non è che ce la tiriamo poi così tanto).
Venticinque librerie, milioni di idee, di competenze, di inclinazioni. Sorprese e conferme, nel lavorare insieme, persone nuove e non, ciascuna con una faccia adorabile e stanca, e io nel mezzo, ad assorbire tutto, cercando di restituire anche qualcosa.

Che viene da dire, a vederlo da fuori, signori, sono solo libri, vendeteli e non fateci poi sopra tutto ‘sto cinematografo. E invece ti ritrovi insieme e capisci che non sono solo libri, non solo per me, non solo per noi.
C’è dietro quella famosa cosa di cui si parla sempre, di darsi un senso, di scoprire cosa sai fare, di scoprire che cosa vuoi fare, e come. Di alzare la mano e dire, ehi, ci siamo, ci stiamo mettendo la faccia, ci stiamo mettendo fatica e gioia ed entusiasmo e un po’ di rabbia, anche, quando ci dicono che non serviamo a niente perché tanto c’è l’internèt, dove ti fanno pure lo sconto.
Io credo invece che esserci stati, in quello spazio grande così, con quella torre perfetta per i selfie, con le nostre risate e la nostra stanchezza e le corse alla ricerca del titolo richiesto e perduto, abbia forse raccontato, a chi passava di lì, un pezzo della nostra storia.
E a chi passava di lì, probabilmente, piacciono le storie.
Ecco: spero che gli siamo piaciuti anche noi. Perché secondo me eravamo bellissimi.

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2 pensieri su “Dieci cose del Salone

  1. gynekiller ha detto:

    non eravate solo bellissimi, eravate meravigliosi ed ognuna delle vostre belle facce raccontava una storia diversa…ma, forse, quelle storie bisogna saperle vedere.

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