Non si va via senza salutare

E anche la famiglia bella ha lasciato la casa di fronte.

I primi a cedere sono stati gli ingegneri dell’ultimo piano.

No more grigliate in balcone e karaoke, no more tentativi di limonamento con l’unico mammifero vagamente femmina presente al festone di Capodanno. È arrivata la coppia giovane&seria, con le tende di plastica bianca per proteggere basilico e bucato.

Non è che io provi odio a prescindere per le coppie giovani&serie, solo perché noi siamo una coppia agée & cazzara. Le tende di plastica bianca, quelle sì,  un po’ le odio, anche perché nei giorni di vento sembra di stare sulla rocca di Gibilterra durante un maremoto, ma senza la spuma e il romanticismo, solo col fragore del PVC che si schianta. Però insomma, ognuno nel suo balcone fa un po’ come vuole.

È che mi ero affezionata ai politecnici fuori sede, ne apprezzavo il candore e lo slippone Navigare scelto da mamma e arrivato col pacco da giù.
Li osservavo pensosi e ciabattanti nel caldo di luglio, nella pausa sigaretta fra un manuale di termostatica applicata e uno di geofisica della brugola, li vedevo tremare sotto le nevi eterne dell’inverno sabaudo, pieni di nostalgia per la patria assolata e fragrante.
[Che poi magari erano della Val Brembana, eh, è che per me i politecnici fuorisede sono sempre salentini, per definizione].

La famiglia del terzo piano, in compenso, mi dava un sacco di soddisfazioni. I figli, transitanti nell’adolescenza con intemperanze controllate, la nonna che li rimetteva in riga a suon di pasta al pomodoro, il balcone strapieno di piante con il gatto che tendeva gli agguati ai fottuti piccioni.

Le feste nei weekend che c’ho casa libera, gli amici giovani con i look anni 90 che si affaccendavano in cucina tra una moretti e una viennetta.

Poi un giorno dal balcone sono sparite tutte le piante, e il colpo d’occhio è stato subito straniante. Via il basilico, il geranio, il timo, il ficus, la menta piperita, il verde generico e i fiori di lillà. Via il gatto. Persiane chiuse. Ho pensato, sono andati in vacanza. Hanno transumato le piante nella vasca perché non morissero di sete. E li ho pensati tutti in viaggio tipo a Mykonos, o sulle Dolomiti, con anche il gatto nella gabbietta e la nonna che redarguiva i camerieri. Il papà spettinato che prendeva la mano della mamma e le diceva, dai che abbiamo fatto bene a fare le vacanze a giugno, e vedrai che le piante sopravvivono. E lei che allungava i piedi sull’erba fresca, guardava il tramonto e beveva un altro sorso di Traminer (più le Dolomiti che Mykonos, a ricorrere nell’immagine che avevo).

Sarebbero tornati abbronzati, il figlio grande malmostoso nel suo scavallamento nell’età adulta, il figlio piccolo sempre meno piccolo ma ancora più cazzaro e più gentilmente turbolento, la nonna solida, il gatto altezzoso fra i vasi e i voltatili.

Invece un giorno si sono aperte le persiane e non c’era più l’orologio a muro dell’Ikea uguale al nostro – e a quello di milioni di altri italiani. Non c’era più il tavolo con la cerata, non le tende né il bordo del letto che si intravedeva.

Sono arrivati degli operai che hanno iniziato, senza riguardo alcuno, a trapanare i pavimenti.

Ora, io sono anche un po’ sensibile all’argomento, perché l’estate scorsa i miei vicini di casa hanno trapanato pavimenti, pareti, soffitti e maròni da maggio a ottobre (non sto scherzando, non è un’iperbole, giuro. In più mattinate di delirio ho valutato il trasferimento come unica opzione possibile per non diventare completamente pazza. Oltretutto la loro carrucola passava sui fili tirati dal mio balcone, che ho dovuto gentilmente rimuovere, e quindi io da maggio a ottobre ho steso le lenzuola in salotto).

Non saprò mai più niente della famiglia bella della casa di fronte: si sono trasferiti e i loro figli faranno feste altrove.

Mi resta solo il fumatore solitario del primo piano, l’unico vero Marlboro Man della mia esistenza, l’uomo che sfida i geli eterni di Winterfell alle dieci di sera, armato solo di ciabatte di panno e accendino.

Che poi uno si affeziona, anche l’Orso ci è rimasto male.

Se cambio prospettiva, ovvero balcone, l’unico motivo di interesse sono i bulgari pazzi per il parcheggio.

I bulgari sono da me così chiamati non perché vadano in giro con dei fuseaux leopardati in testa parodiando Aldo, Giovanni e Giacomo, ma perché hanno questa macchina con targa, appunto, della Bulgaria, che amano più della vita stessa. La parcheggiano esclusivamente nel raggio di venti metri dal loro portone. Se c’è posto solo, che ne so, al fondo della via, la lasciano in doppia fila e allertano alcune vedette per dare l’allarme appena si libera un posto vicino a casa. Penso che facciano i turni 24/7, chiavi alla mano.

Un signore del clan della Sacra Ruota una volta ha scavalcato la finestra di casa  – per sua fortuna stanno al pianterreno – a torso nudo, in pantaloncini e infradito, durante i giorni della merla, per correre a parcheggiare, con uno scatto da centometrista. L’ho ammirato in muta contemplazione dall’interno del mio bozzolo di piumino – sciarpa -cappello – pelle d’orso – scaldino De Longhi sotto le ascelle.

Un’altra volta l’ho visto puntare uno che andava via, spararsi una retro ai trecento all’ora, scendere di corsa dalla macchina in folle, terrorizzare una signora che stava parcheggiando nello spazio che si era appena liberato – incauta donna – battendole vigorose manate sul cofano e gridando è mio questo posto!

Non di rado si possono osservare donne, bambini, cani addestrati, amici prezzolati e vecchie zie invalide di vedetta nel tratto di marciapiede libero, che presidiano il posteggio in attesa dell’arrivo della sacra vettura.

Una volta l’Orso ha lasciato la macchina ferma in zona rossa per più di una settimana e pensavo gliel’avrebbero fatta brillare con il tritolo.

Secondo me dovrebbero fare un crowfunding per un garage, anzi, quasi quasi glielo propongo.

Le avventure legate al logorio del parcheggiatore moderno hanno un loro fascino, ne converrete, ma il mio cuore è con la famiglia bella. Ad averlo saputo, che stavano traslocando, gli avrei fatto almeno un ciao di nascosto con la mano.

E invece.

 

 

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11 pensieri su “Non si va via senza salutare

    • incorporella ha detto:

      Beh, adesso aspettiamo tutti un post sulla TUA casa di fronte! Non credere che la mia curiosità si esaurisca con gli affari dei vicini di casa miei, mi interessano anche quelli altrui… 😉

  1. ElenaRigon ha detto:

    Anch’io ce l’ho l’orologio Ikea … e anche dei vicini della casa di fronte (tanti, accumulati con il trascorrere degli anni e dei traslochi, i miei e i loro…)

  2. lafrangia ha detto:

    Che poesia! Io c’ho la vecchia tartaruga con l’edera che le sta mangiando le finestre.
    E l’ho scoperto un mese fa, pensavo che la casa fosse disabitata, fai tu.

  3. kiara ha detto:

    …e dopo questo post – capolavoro, con le lacrime agli occhi e non più la convinzione ma la CERTEZZA assoluta che tu debba pubblicare un libro (quando? quando??)…ohibò, sai che non ho presente quale sia l’orologio ikea? ero rimasta alla libreria billy!
    e anche io voglio dei bulgari per vicini, apposta per occupare tutti i parcheggi confinanti con bici & vespini e ammirare le loro accorte contromosse!

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