Shuffle

Io sono una grande fan della funzione casuale dell’Ipod.

Forse sono anche una delle tre persone rimaste ad usare l’Ipod: io, un pony express del Malawi e una soccer mom dell’Oregon.

Le persone intorno a me usano tutte Spotify, gli hipster stanno tornando al walkman, se c’è qualcuno che ancora fa uso del discman si palesi che voglio stringergli la mano, io anche negli anni d’oro del Cd non sono mai riuscita ad ascoltarlo senza che saltasse come un canguro con il singhiozzo, l’unico modo per domarlo era giacere sul letto in uno stato di morte apparente.

L’Ipod, l’ho già detto qui, fa parte di me, come gli occhiali e il rossetto rosso: ho solo l’orrendo difetto di dimenticarmi sempre dove minchia lo metto, per cui, prima di uscire di casa, devo sempre preventivare quei dieci minuti di vana ricerca.

Dicevamo, la funzione casuale.
[Che poi un esperto di statistica mi disse che non è veramente casuale: pare che la Apple abbia dovuto modificarne le impostazioni dopo molti reclami per adeguarlo al concetto comune di casualità.
In teoria, la vera funzione casuale può farti ascoltare la stessa canzone di seguito anche sei volte, cosa che all’utente medio fa pensare a un Ipod con disturbi di personalità o posseduto dallo spirito dei Cranberries. Forse questa cosa è una leggenda metropolitana, ma io l’ho presa per buona, adesso non smentitemi, per favore, che già certezze ne ho poche].

Andare in giro con i brani in modalità shuffle può essere frustrante o perfetto, in un’ottima simbologia della vita stessa e delle mie passeggiate in solitaria sull’asfalto sabaudo. È un po’ come coltivare il pensiero magico, ma con l’ausilio della tecnologia.

Ci sono momenti di perfezione totale.

Quello che mi si è scolpito più nella memoria è stato quest’estate: sola, sulla spiaggia di Huntington Beach, l’Orso disperso in bici nei dintorni, io che non facevo niente se non guardare l’oceano e un ubriaco sulla passeggiata che speravo vivamente non mi approcciasse. Io ho questa cosa che se c’è un pazzo nel raggio di cento chilometri prima o poi arriva da me e vuole instaurare un rapporto, breve, magari, ma intenso. È come se me ne andassi in giro con su scritto Ciao, rompimi i coglioni! sulla fronte.

E poi è partita Sloop John B dei Beach Boys e io mi sono sentita così precisamente nel momento giusto, nel posto giusto, con la canzone giusta a fare la cosa giusta. Come se l’universo mi stesse facendo un high five, la telecamera immaginaria a zoomare sui miei piedi nudi e sulla felpetta antivento, il cielo dolce e azzurro e già in agguato la nostalgia del ripensarsi, nei giorni di pioggia, del rivedersi in prospettiva, quando in quel momento perfetto i pezzi del puzzle erano incastrati a dovere e c’era solo da respirare con calma e bersi il sole.

Ci sono momenti in cui dici, vabbè però allora vaffanculo, se devi fare così. Ma non mandi avanti, no. Bevi l’amaro calice fino in fondo, l’abbiamo fatto tutti, nevvero?
La canzone più straziante per il momento in cui affondi nella pauta ma non vuoi emergerne, anzi: vuoi che la mota ti sommerga e i dolori della giovane Werthera abbiano fine, e tutti piangano al tuo funerale e dicano che bella che eri e quanto t’amavano e quanto mancherai al mondo, che di sicuro non sarà più lo stesso posto di prima.

Mediamente questo è quando ti lascia il fidanzato, e io non facevo eccezione, in quell’aprile di anni e anni fa – che aprile è il mese più crudele s’era già detto, del resto.

La canzone in questione era Christopher’s River dei Biffy Clyro e le panchine di Piazza Vittorio il posto giusto per sciogliersi in lacrime, visto che, notoriamente, garantiscono la privacy necessaria a straziarsi di ricordi d’amore perduto e ineluttabilità di un futuro fatto di solitudine.

Mai una Katy Perry o un trashone anni 80 quando servono.

La funzione casuale, inoltre, sopperisce alla mia naturale inabilità di fare le playlist. Oh, ci ho provato, a mettermi lì con tutte le mie migliori intenzioni, ma niente: mi areno. Le mie playlist arrivano al massimo a sei canzoni. Poi mi stufo, mi demotivo, mi perplimo.

La playlist pianifica un po’ come ti sentirai in quel momento, quando schiaccerai play e comincerai a fare le cose, ma io che ne so?

Io non so manco come sto adesso, se non me lo dice una canzone.

 

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6 pensieri su “Shuffle

  1. aliceofm ha detto:

    Io uso la funzione casuale ma alla fine – soprattutto nei momenti in cui la canzone sbagliata al momento sbagliato potrebbe farmi annegare nelle mie stesse lacrime – la inibisco scegliendo io i brani (che alla fine si riducono ad uno ripetuto all’infinito).
    Sì, insomma, uso la funzione casuale senza usare la funzione casuale.

    Alice

  2. cenere ha detto:

    io ero la regina delle cassette!
    il mio formato preferito era da 75 minuti. dovevano iniziare e chiudere col botto, questo era d’obbligo. verso la fine del lato A cominciavo a mettere le canzoni più riflessive, meno orecchiabili e dovevano terminare entro i due terzi del lato B per poi concludere con qualcosa di tranquillizzante e conosciuto, anche se non banale. poi doveva esserci un senso nell’ordine delle canzoni e naturalmente doveva essere gradevole passare da una canzone all’altra, il finale della prima doveva essere in sintonia con l’inizio della seconda.
    in pratica per fare una cassetta da 75 ci mettevo i pomeriggi di una settimana o due…

    • incorporella ha detto:

      Quella delle cassette era una nobilissima arte. Il grande classico era fare le cassette per comunicare al destinatario cose di varia natura, che si imprimessero a livello subliminale nel suo cervello tipo PER SEMPRE!

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