a che serve la vita?

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Siamo tutti figli di un grande malinteso, quello che l’amore, il vero amore, sia la panacea universale di tutti mali. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’amore non basta un cazzo.
Una vita come tante non è un romanzo come tanti. Ho aspettato molto leggerlo, non, come si potrebbe pensare, perché la sua mole (1091 pagine) mi spaventava, ma soprattutto perché mi era stato detto che era un romanzo sconvolgente.

Lo è, sotto tutti i punti di vista.

Non è il più bel libro che io abbia mai letto in vita mia, e non è nemmeno diventato il mio libro preferito: ma sicuramente, ad oggi, mi viene da dire che, se vi considerate “lettori forti” – che è una definizione delle palle, ma non me ne viene in mente un’altra abbastanza calzante – questo è un romanzo da cui non potete prescindere.

Amare una persona che non si ama è un po’ come stare seduta davanti a un palazzo che sta crollando. Non c’è assolutamente nulla che tu possa fare per tenerlo in piedi. Non sei Wonder Woman, non sei dio. Non sei un cazzo. Ma del resto, non è mica colpa del palazzo, se sta crollando. Ci sono alla base anni di incuria, fondamenta sbagliate, errori strutturali.

Cosa puoi fare?

Allerti la protezione civile, cerchi di evacuare chi c’è dentro, stai pronta a scavare tra le macerie, per salvare quello che è sopravvissuto.
Ti allontani.
Non vuoi, non puoi, morire schiacciata sotto un cornicione. Sarebbe un sacrificio perfettamente inutile.

Fuori dalle metafore ardite, c’è il quotidiano, che è, quasi sempre, quello spazio in bilico tra tempo e sentimenti in cui fai il meglio che puoi, in cui sei viva e ti muovi e tuo malgrado procedi, sbattendo il naso tutti i giorni contro i tuoi limiti ma anche sorridendo nel sole dei momenti belli, perché la vita non è solo terremoto e tempesta, per la maggior parte di noi.

Ami come sai. Scendi a patti con la tu fallibilità, e speri sempre per il meglio.

Ci sono libri che sono come lame che tagliano in profondità, pagina dopo pagina. Ti causano dolore, ma da quei tagli entra anche la bellezza, ed è per questo che vai avanti, rapita, incantata. Puoi permettertelo: è letteratura.

Il libro di Hanya Yanagihara, per me, racconta l’amore come lo conosciamo quando ci liberiamo del pregiudizio di ciò che l’amore dovrebbe essere.

Perché se è vero, come dicevo prima, che l’amore in sé non è mai abbastanza, è vero anche che contiene una forza purissima, che è motore di un sacco di cose belle.

L’amore non può guarire chi è profondamente danneggiato: ma può, senza dubbio, attutire il dolore. Renderlo sopportabile, metterlo in un angolo e farlo tacere, per un po’.

La storia di Willem e Jude, non è, per fortuna, la mia storia: ha abissi che non conosco, ma la cui forza narrativa ha fatto il suo sporco lavoro, e mi ha messa davanti a tanti nodi miei, personalissimi, di cui non si parla ad alta voce, nemmeno al buio, nemmeno in segreto.

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Non c’è una formula per imparare a farlo, ma se dovessi raccontarvelo, come lo faccio io, che sono molto meno brava di Willem, vi direi che si fa come tutto il resto: un pezzo alla volta, senza arrendersi, senza dimenticarsi di ridere, lasciando che le lacrime vengano quando è il caso, anche se sappiamo bene che non si piange nel baseball.

Accettando anche il fatto che potrebbe non servire a niente: ma tu, tu non lo fai perché serva. Lo fai per istinto, per scelta, perché non sai fare altrimenti, per necessità.

Perché ti rende felice, amare una persona per quanto inutilmente, contribuisce all’equilibrio del mondo e al tuo, perché anche chi non sa volersi bene merita di essere amato, anche se cristiddio non capirà mai perché e non vorrà crederci, pazienza.

Se fossi una persona diversa, forse direi che ciò che è accaduto è una metafora della vita: le cose si rompono, a volte si aggiustano, e ci rendiamo conto che, per quanti danni possiamo subire, la vita ci ricompensa quasi sempre, spesso in modo meraviglioso.

A pensarci bene…forse sono proprio quel genere di persona.

 

N.B. – Tra i tanti motivi che avevo per leggere questo libro c’era il consiglio di Massimo, che lui libri innocui mai. Avevo paura di leggerlo, lui aveva paura della mia reazione. Che sia messo agli atti: nessun libraio è stato maltrattato per la stesura di questo post.

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14 pensieri su “a che serve la vita?

  1. cenere ha detto:

    L’ho finito di leggere il mese scorso. Anche a me è piaciuto molto e anche per me non è diventato il miglior libro e robe simili, ma sicuramente è un libro che non riuscirò a scrollarmi di dosso (non che io voglia).
    In particolare ritorno spesso alla definizione che è stata data dell’amore verso i figli. Te la ricordi? È la definizione perfetta, una di quelle cose che sai ma che non hai mai provato a tradurre a parole e che quando leggi dici “cazzo, è proprio così”

  2. incorporella ha detto:

    Me la ricordo eccome, e mi sa che l’ho anche sottolineata 🙂
    Un libro che davvero resta con te. E c’è anche la sensazione di fare parte di un club, di chi è sopravvissuto alla lettura, e che sa subito di che cosa stai parlando ogni volta che lo racconti.

  3. margherita ha detto:

    Quanta verità nel tuo post (non un post come tanti).
    A me il libro è parso inverosimile, sia nella tragedia sia nell’eccesso di successo lavorativo dei protagonisti, troppa sfiga e troppa perfezione insieme. E mi è parso quasi compiaciuto dell’orrore che racconta. Spesso mi sono ritrovata a non credere a ciò che mi veniva narrato, a vedere la mano dell’autrice in controluce.
    Però ci sono state anche delle pagine molto intense e romantiche.
    Un romanzo totalmente imperfetto, ma che consiglio comunque di leggere, proprio per le ragioni del tuo post.

    • incorporella ha detto:

      Io al contrario mi sono trovata completamente immersa nelle pagine, e ho preso tutto per vero. La grandezza di questo libro forse è proprio nel non lasciare indifferenti, anche quando non si apprezza del tutto il lavoro narrativo. Del resto, ogni libro è diverso in proporzione a quanto sono diversi gli occhi di chi legge 😊 è bello trovarsi qui a parlarne, comunque!

  4. cenere ha detto:

    ecco, leggendo il commento di margherita mi è venuto in mente che anch’io ho detestato delle parti, il dire troppo quando ormai non era più necessario. ti spiego: ci sono dei momenti in cui vorresti solo sapere e invece non te lo dice (che va benissimo, così non molli la lettura), ma poi ad un certo punto è come se non fosse più necessario e invece lì parte con tutti i dettagli. solo che ormai tutto era già costruito anche sul non-detto, quindi quelle parti le ho trovate pesanti, ma perché ormai non era il momento. non so se sono riuscita a spiegarmi, ma non ho tempo di rileggere anche se credo di aver scritto da cani, scusa.

    • incorporella ha detto:

      Ho capito perfettamente che cosa intendi! Non so se non ci ho fatto caso o non mi ha dato fastidio, però è vero che a volte i dettagli più duri erano davvero tanto da digerire. Io li ho reputati funzionali alla narrazione, ma anche il tuo punto di vista ci sta tutto!

  5. aliceofm ha detto:

    Leggendo i commenti non mi stupirei se rientrassi nell’opinione “trama inverosimile”, però la citazione finale che hai scritto mi è piaciuta, e visto il momento grigiastro in cui vivo mi piace sperare che la vita, alla fine, qualcosa di meraviglioso lo sappia regalare.

    Alice
    Ps: sono curiosa di conoscere i tuoi libri preferiti!

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