Raccontarla giusta

Quand’è che una roba esce dalla tua testa e diventa vera?

Di solito, per me, quando decido di raccontarla.

E questa è un’arma a doppio taglio, perché una volta che l’hai tirata fuori, non hai più scuse. Certo, puoi sempre abbandonarla in autostrada, ma di solito tornerà a visitarti quando meno te l’aspetti e a dirti, ehi, ti sarai mica dimenticata di me?

La cosa che ti devi chiedere prima di dar fiato alle trombe, quindi, è: mi voglio accollare quest’impresa?

Tutto nasce nel 2014 con un quaderno verde, in un’aula dove – per la prima volta – inizio a seguire un corso di scrittura.

Sui corsi di scrittura se ne dicono un sacco, la mia è: se vi piace scrivere, seguiteli. Non diventerete Hemingway se non lo siete, ma passerete del tempo speso bene, imparando cose che magari un giorno vi saranno utili, insieme a persone che hanno in comune con voi almeno quella cosa lì – la fascinazione per le storie, che sembra una cosa piccola, e invece è enorme.

Io, per esempio, credo di essere fatta almeno al 70% di fascinazione per le storie, il resto è stupidera e ciccetta.

Il corso è questo – c’è ancora, dire che vi consiglio di seguirlo è ridondante, ma la ridondanza ci piace e quindi ciapa.

Dopo quel corso ne sono venuti altri, sempre con Marco Lazzarotto, il Maestro per gli amici: insieme ai corsi, sono arrivate persone belle, collaborazioni, cene con fiumi di vino rosso, foto discutibili, partite a Pictionary all’ultimo sangue, danze e trenini.

Adesso, è arrivato anche un eBook [e lo trovate esattamente qui].

Il libro ha avuto una gestazione lunga, ma non troppo: un giorno, circa un annetto e mezzo fa, sotto i portici di piazza Statuto, mi sono trovata con Marianna e Marco, abbiamo ordinato uno spritz (l’alcool è sempre omaggio ai grandi avvinazzati della storia della letteratura, mica altro) e io ho detto: ma se io mettessi in bella tutti gli appunti che ho preso a lezione con te, e tu, Marco, li riguardassi e li integrassi con il tuo sommo sapere, poi tu, Marianna, ci staresti a pubblicarli con Zandegù, o vi sembra un’idea del menga?

Ecco, da quel momento, l’idea è diventata una cosa vera, che coinvolgeva altre persone, che c’era. Che non si poteva più accantonare, che reclamava cura e spazio nelle nostre vite.

Scrivere a quattro mani significa mettere insieme tante cose: idee, voci, tempistiche, scadenze.
E poi: un manuale. Vuoi fare una cosa seria – mica puoi scrivere cazzate, ma vuoi anche che le persone leggano volentieri quello che hai scritto, non tediarle dall’alto di una cattedra.

Per questo, chiacchierando con Marco, ci stiamo resi conto che la formula più giusta per noi era proprio quella del dialogo, per non parlarci addosso, per rendere l’idea di quello che è in definitiva proprio il succo del manuale. Le cose che vorresti sapere, ma che magari non hai modo di chiedere, perché un Lazzarotto portatile da scrivania non l’hanno ancora inventato.

Ci abbiamo messo dentro gli esempi – letterari, ma anche no – di storie e strutture che ci piacciono e ci ispirano, le cose che hanno funzionato per noi, le Grandi Verità che chi vuole raccontare, prima o poi, si trova davanti e incide sulla pietra per non scordarle più.

Mi piace pensare che ci abbiamo messo anche quel clima di confronto e curiosità che per me ha fatto la differenza: perché, diciamolo, la paura più grossa che avevo in quella primavera del 2014, era di ritrovarmi in un’enclave di pomposi intellettualoni con un pennino infilato nel sedere, che mi avrebbero giudicata ogni volta che facevo una domanda banale.

Comunque, le domande le ho fatte tutte io. Senza imbarazzi. Anche quelle sceme.

Perché quando decidi di raccontarla, quella roba che ti frulla nella testa, allora diventa vera, e non sai mai come andrà a finire: quindi meglio attrezzarsi per raccontarla giusta.

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5 pensieri su “Raccontarla giusta

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