a che serve la vita?

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Siamo tutti figli di un grande malinteso, quello che l’amore, il vero amore, sia la panacea universale di tutti mali. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’amore non basta un cazzo.
Una vita come tante non è un romanzo come tanti. Ho aspettato molto leggerlo, non, come si potrebbe pensare, perché la sua mole (1091 pagine) mi spaventava, ma soprattutto perché mi era stato detto che era un romanzo sconvolgente.

Lo è, sotto tutti i punti di vista.

Non è il più bel libro che io abbia mai letto in vita mia, e non è nemmeno diventato il mio libro preferito: ma sicuramente, ad oggi, mi viene da dire che, se vi considerate “lettori forti” – che è una definizione delle palle, ma non me ne viene in mente un’altra abbastanza calzante – questo è un romanzo da cui non potete prescindere.

Amare una persona che non si ama è un po’ come stare seduta davanti a un palazzo che sta crollando. Non c’è assolutamente nulla che tu possa fare per tenerlo in piedi. Non sei Wonder Woman, non sei dio. Non sei un cazzo. Ma del resto, non è mica colpa del palazzo, se sta crollando. Ci sono alla base anni di incuria, fondamenta sbagliate, errori strutturali.

Cosa puoi fare?

Allerti la protezione civile, cerchi di evacuare chi c’è dentro, stai pronta a scavare tra le macerie, per salvare quello che è sopravvissuto.
Ti allontani.
Non vuoi, non puoi, morire schiacciata sotto un cornicione. Sarebbe un sacrificio perfettamente inutile.

Fuori dalle metafore ardite, c’è il quotidiano, che è, quasi sempre, quello spazio in bilico tra tempo e sentimenti in cui fai il meglio che puoi, in cui sei viva e ti muovi e tuo malgrado procedi, sbattendo il naso tutti i giorni contro i tuoi limiti ma anche sorridendo nel sole dei momenti belli, perché la vita non è solo terremoto e tempesta, per la maggior parte di noi.

Ami come sai. Scendi a patti con la tu fallibilità, e speri sempre per il meglio.

Ci sono libri che sono come lame che tagliano in profondità, pagina dopo pagina. Ti causano dolore, ma da quei tagli entra anche la bellezza, ed è per questo che vai avanti, rapita, incantata. Puoi permettertelo: è letteratura.

Il libro di Hanya Yanagihara, per me, racconta l’amore come lo conosciamo quando ci liberiamo del pregiudizio di ciò che l’amore dovrebbe essere.

Perché se è vero, come dicevo prima, che l’amore in sé non è mai abbastanza, è vero anche che contiene una forza purissima, che è motore di un sacco di cose belle.

L’amore non può guarire chi è profondamente danneggiato: ma può, senza dubbio, attutire il dolore. Renderlo sopportabile, metterlo in un angolo e farlo tacere, per un po’.

La storia di Willem e Jude, non è, per fortuna, la mia storia: ha abissi che non conosco, ma la cui forza narrativa ha fatto il suo sporco lavoro, e mi ha messa davanti a tanti nodi miei, personalissimi, di cui non si parla ad alta voce, nemmeno al buio, nemmeno in segreto.

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Non c’è una formula per imparare a farlo, ma se dovessi raccontarvelo, come lo faccio io, che sono molto meno brava di Willem, vi direi che si fa come tutto il resto: un pezzo alla volta, senza arrendersi, senza dimenticarsi di ridere, lasciando che le lacrime vengano quando è il caso, anche se sappiamo bene che non si piange nel baseball.

Accettando anche il fatto che potrebbe non servire a niente: ma tu, tu non lo fai perché serva. Lo fai per istinto, per scelta, perché non sai fare altrimenti, per necessità.

Perché ti rende felice, amare una persona per quanto inutilmente, contribuisce all’equilibrio del mondo e al tuo, perché anche chi non sa volersi bene merita di essere amato, anche se cristiddio non capirà mai perché e non vorrà crederci, pazienza.

Se fossi una persona diversa, forse direi che ciò che è accaduto è una metafora della vita: le cose si rompono, a volte si aggiustano, e ci rendiamo conto che, per quanti danni possiamo subire, la vita ci ricompensa quasi sempre, spesso in modo meraviglioso.

A pensarci bene…forse sono proprio quel genere di persona.

 

N.B. – Tra i tanti motivi che avevo per leggere questo libro c’era il consiglio di Massimo, che lui libri innocui mai. Avevo paura di leggerlo, lui aveva paura della mia reazione. Che sia messo agli atti: nessun libraio è stato maltrattato per la stesura di questo post.

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Olympia

Ho letto un libro di quelli di cui non ha parlato ancora nessuno, che nessuno mi ha consigliato, che volevo mettere su anobii e non c’era neanche la scheda già fatta, figurati.

Il libro si intitola “13 modi di vedere una ragazza grassa”, l’ha scritto Mona Awad, e l’ha tradotto Stefania Bertola.

L’ho preso d’impulso, mi piaceva la copertina, l’ho letto e non ho più smesso di pensarci. Da quando l’ho letto ne ho parlato ad almeno 10 persone diverse (forse 13, ha-ha) e mi sono resa conto che mai con nessuno, forse (tranne che con l’Orso, asciugato al riguardo per circa due ore di cena anniversariale) sono riuscita a focalizzare esattamente che cosa, di quel libro, mi è rimasto così impresso da non riuscire più a smettere di pensarci.

È diventato uno dei miei libri preferitissimi del cuore? No.

La storia è piuttosto semplice. Lizzie è un’adolescente canadese, riflessiva, un po’ dark – intellettuale, sovrappeso – parecchio sovrappeso, in realtà – che decide di dimagrire. Per piacere, per non essere più imbarazzata dal suo corpo, per trovare i vestiti che le piacciono, per essere amata.
Lizzie [spoiler] dimagrisce. Ma nella sua testa continuerà sempre ad essere una ragazza grassa che cerca di essere amata ed è convinta di non meritarselo. A nulla le serve cambiare nome, diventare di volta in volta Liz, Beth, Liza, Elizabeth.

Il peso specifico del suo corpo, e il peso degli altri, soprattutto delle altre, restano per tutto il libro, narrato quasi sempre in prima persona, l’unico metro di giudizio attraverso il quale valutare il mondo, il merito delle persone, il diritto alla felicità.

Ci sono altri temi importanti. Il rapporto con la madre, per esempio, è fortissimo e commovente e spesso doloroso; il padre ombra, che non c’è, poi torna, ma sempre figura di sfondo; Mel, l’amica di sempre, anche lei in lotta con il suo corpo; Tom, l’uomo con cui vivrà per parecchio tempo, che a tratti prenderà lui la parola per raccontare questa strana storia d’amore.

Ma in questi tredici capitoli, quello su cui la mia testa continuava a tornare era il rapporto con il cibo, e con il peso.

Questo libro mi ha raccontato di come il cibo sia spesso il solo strumento quotidiano per raccontare il dolore delle donne.

Il cibo visto come nemico, come alleato, come mostro nell’armadio, come amante segreto nelle notti di luna. Lizzie non soffre di un disturbo dell’alimentazione in senso stretto, non è il racconto di un’anoressia o di una bulimia. È il racconto di una donna che nell’arco della sua vita non riesce a darsi un valore oggettivo se non attraverso un’immagine esterna, distorta, atrofizzata dagli stereotipi.

Questo libro, per me, racconta una realtà silenziosa e segreta di tante donne di cui non sapremo mai nulla, di cui vedremo corpi normali e vite regolari, relazioni più o meno soddisfacenti, unghie smaltate con cura e insalate a pranzo e pizze la domenica.
Donne il cui dolore non conosceremo, non intuiremo mai. Perché è un dolore domestico, acquietato, che le morde solo nel rito della bilancia al mattino presto prima che gli altri si sveglino, nella luce impietosa di un camerino, prima di una festa, nell’impercettibile tremolio della riga di eyeliner.

Per me questo libro parla di loro.

Nel lontano 1996 è uscito un album ora molto dimenticato: loro erano i Lush, l’album si chiamava Lovelife, e all’interno c’era una canzone che si chiama Olympia e che è tuttora una delle mie canzoni del cuore.

Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?
Will I ever have to say the word
And instantly I’ll be adored?
Could I ever deign to have the look
Instead of have to read a book?
Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?

Tutte avremmo voluto essere Olympia. Io volevo essere Olympia, soprattutto a 16 anni. Olympia mangia cioccolata e marmalade e resta bella, meravigliosa, accarezza gatti e si muove pigra, è la ragazza perfetta.

Ascolto questa canzone vent’anni dopo, leggo libri che raccontano cose che sono schiaffi in faccia, e penso che forse neanche Olympia è mai stata Olympia, perché la ragazza perfetta non esiste.

E quando la canzone va avanti, verso l’inevitabile fine, e ascolto

In chaos of our lives
Can we ever find the time
To cherish feeling fine
And in the aftermath of pain
Can the balance be regained?
Can we ever be the same?

mi dico che io quel tempo l’ho trovato, io sono stata fortunata.

Non so se sono stata brava. O se forse sono state più brave le persone che ho avuto intorno, a proteggermi e rendermi forte e ad amarmi per quella che ero, che sono, e se ho avuto l’immenso culo di avere un buon sistema immunitario emozionale, per cui ad un certo punto, al fondo del baratro, c’è sempre quella parte di me che dice, ok, adesso basta tragedie però. Whatever. Ed esco di casa e ricomincio a ridere e magari mi mangio pure un gelato, così, solo perché ne ho voglia.

La risposta che non ho, la risposta che non mi so dare, è la chiave che sta al fondo di tutto, il motivo primo e ultimo per cui tutte le battaglie più tremende le combattiamo sul corpo delle donne, misurandolo, martoriandolo, giudicandolo una e mille volte al giorno, il proprio, quello altrui, quello delle amiche e quello della sconosciuta, quello della celebrity e quello della vicina di casa.

Donne che odiano il proprio corpo, o anche solo donne che lo sopportano a malapena, che lo cazziano in continuazione, che lo criticano, che lo affamano, che lo appesantiscono, che lo ignorano come se non fosse veramente parte di loro, ma un parente scomodo da tenere nascosto.
Il corpo delle donne è il tavolo su cui si battono i pugni per avere ragione in una discussione sulla morale e sull’etica e sul livello di civiltà, è l’oggetto utile se serve ad ospitare qualcosa – desideri, figli, accudimento, bellezza.
Il corpo delle donne dimostra un valore se raggiunge degli obiettivi, ma è anche sintomo di mancanze etiche se non si conforma a dei canoni.

Parlo di un libro ma parlo anche, in maniera indiretta, delle donne e delle ragazze che ho conosciuto, o solo sfiorato nella mia vita. Quelle che mangiavano i biscotti di nascosto di notte in vacanza, dopo aver saltato la cena. Quelle che si sentono in colpa per aver mangiato carboidrati due pasti di fila, manco avessero dato fuoco ad un orfanotrofio. Quelle che finché il loro culo non sarà così, il loro naso cosà, le loro tette cosò, beh, allora, ovviamente, si meriteranno il peggio, e niente amore mai

[che poi, se l’amore fosse una meritocrazia, signora mia. ma magari, dico io, se amassimo solo chi se lo merita. di questo parliamo un’altra volta magari, dài].

e i cinque chili in meno, la pancia piatta, il seno grosso, le labbra carnose, i capelli fluenti, il culo sodo, i muscoli definiti, la noia suprema del dettaglio che da semplice caratteristica in un mare di caratteristiche diventa la chiave della felicità perfetta, assoluta, e pazienza per i morti che ci lasciamo sulla strada per raggiungerla, ché se non la raggiungiamo, è colpa nostra. Che siamo tarate e difettose o troppo pigre, o troppo o troppo poco qualcosa a caso, tanto pur di darci addosso possiamo convincerci di tutto.

Dei tredici modi di vedere una ragazza, grassa è quello che Lizzie sceglie per sé stessa per quasi tutta la sua vita. Per esternare un senso di inadeguatezza, e di incapacità di cambiare davvero idea, nel profondo, su quello che è il suo valore.

E allora forse non riesco a smettere di pensare a queste 224 pagine, perché hanno raccontato un pezzo di realtà che è vicina a tutte noi, che vorrei cambiare, che vorremmo –  uso il plurale come un augurio – cambiare.

E che forse ci mette tanto a cambiare perché è in parte segreta, coccolata come un fiore malvagio e prezioso, sotto la patina delle vite giuste, dell’autoironia un po’ crudele, delle ragazze che sembrano Olympia e che forse non lo saranno mai.

Perché poi, in fondo, per tendere verso l’infinito e oltre, la perfezione, l’ideale a cui aderire, lo stereotipo bello e impossibile, è più una zavorra che un trampolino.

And now, time to switch off.

Transpotting e l’amarcord.

La prima volta che ho visto Trainspotting avevo 16 anni. Siamo usciti da quel cinema che stavamo ancora trattenendo il fiato.

Noi che eravamo giuovini e alternativi negli anni 90 avevamo un tropismo per le storie di droga molto più che per la droga in sé – soprattutto se si parla di eroina: avevamo ancora negli occhi gli sfracelli marcescenti dei tossici anni 80, le catenine scippate, le facce  pustolose, sanpatrignano e tutta la cumpa.

Trainspotting per me è stato subito culto.

Ho amato di puro istinto Renton e non solo per la ghigna immortale di Ewan Mc Gregor, ho adorato Sick Boy più di tutti senza un perché, Tommy mi ha spezzato il cuore ben prima di Grey’s Anatomy, e come non adorare quel cuore di panna di Spud? Menzione speciale a parte, il Generalissimo Franco Begbie, terrore dei sette mari. Un pazzo se mai ce n’è stato uno, e, tra l’altro, l’unico non tossico di tutta la banda.

Poi è venuto il libro, che si è diramato in mille direzioni anche diverse, tutto da leggere e da rileggere, storie di altri personaggi, altre prospettive, altre voci.

E com’è possibile al di là dell’inevitabile epica, che una sedicenne italiana qualunque, che s’è fumata mezza canna in vita sue a dire tanto, potesse voler passare pomeriggi interi in compagnia dei peggiori tossici delle coree di Edimburgo?

Era tutto lì, all’inizio del film, nel famoso discorso.

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così?

Ecco, a sedici anni forse mi sentivo troppo figa per crescere. Troppo diversa, ribelle, creativa, io no, io mai il mutuo a tasso fisso e le bollette e la spesa nei centri commerciali alla domenica. Non avevo bisogno di una dipendenza, per sentirmi così, mi bastava pensare che non avrei mai accettato compromessi.

Non è andata esattamente così, perché forse, per fortuna, tutti siamo destinati un po’ a tradirci, ma la cosa che mi sembra importante è non dimenticare come si fa ad avere quello slancio, quel rifiuto, anche a 36 anni sul divano con la tisana allo zenzero. Assume contorni diversi, ma il nocciolo è non dimenticarci come eravamo.

Recentemente ho ripreso in mano Skagboys, che è del 2006. È uno dei libri che mi ero messa da parte quando ho chiuso Librarsi, nella famosa pila – di – fianco – al – letto, quella che cresce sempre, non importa quanto tempo passi a leggere. Skagboys l’ho letto in contemporanea a Pastorale Americana di Roth e Generations of love di Matteo B. Bianchi.Poi uno si chiede se ho dei disturbi di personalità.

Di questa lettura sincrona, Irvine Welsh si è un po’ imposto sugli altri due perché si è rivelato quello di cui avevo assolutamente bisogno senza saperlo. Irvine Welsh mi ha salvato la salute mentale nelle ultime settimane perché, leggendolo, mi ha ricordato di quel germe anarchico, di quello svirgolamento dal seminato che è insisto nell’essere umano, anche dietro alle nostre foto perfette, dietro ai toni giusti, alle frasi cesellate e alla sfiancante corsa per sedere sempre dalla parte della ragione.

Mi ha ricordato che esiste una poesia non istituzionale, una bellezza nonostante, che le cinquanta sfumature di grigio che contano per me sono quelle del cielo di Leith, che pagina dopo pagina resta identico, immutabile, finché ad un tratto si squarcia e fa passare il sole.

Spesso ai corsi di narrativa che ho seguito in questi anni mi sono trovata a pensare “Irvine Welsh lo fa!”, ogni volta che c’era un dilemma chessò, sull’uso di più narratori differenti. Sì, Irvine Welsh lo fa e lo fa da dio. Tutti dovremmo leggere Irvine Welsh ma è pur vero che non tutti hanno voglia di leggere  di hooligans, tossici, puttane e alcoolizzati, quindi va bene anche così.

Allo stesso tempo, mi sembra riduttivo confinarlo nei sui racconti più crudi, perché in Skagboys ci sono cose come:

Renton la guarda farsi piccola per l’umiliazione mentre esce dalla porta oscillante del bar, e le sue spalle esili e bianche sono la cosa più nuda che abbia mai visto, come se la notte fosse l’unico scialle di cui potesse mai avere bisogno.

Skagboys racconta quello che succede prima di Trainspotting. Come ci arrivano. Forse anche il perché. E c’è quel senso dell’inevitabile, che ricorda le atmosfere della tragedia greca, in cui tutto, scelta dopo scelta, porta verso un fato ineluttabile. Tutto è costruito – forse prima ancora che nascessi – per portarti lì.

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Mi mancavano, i ragazzi della skag, in quel modo in cui a volte mi mancano i sedici anni e le certezze incrollabili. E la capacità di cadere a pezzi, di rimettersi insieme, di essere elastica e invincibile e di pensare di avere sempre ragione, senza peraltro avercela quasi mai.

il dritto di essere chi vuoi

E così sappiamo chi è Elena Ferrante.

I suoi lettori, a dirla tutta, secondo me lo sapevano già: una scrittrice amata, una narratrice impeccabile, la costruttrice di un mondo popolato di figure che restano a lungo nella tua coscienza a raccontarsi.

Di tutto il clamore, a me resta l’amarezza: preferivo il mistero. Ricordo lo scambio su whatsapp quest’estate con la mia amica di Belgrado, il suo aver letto “L’amica geniale” appena tradotto in lingua serba, l’entusiasmo per la storia e i personaggi – così lontani da lei e da me, eppure universali, come tutte le grandi narrazioni. La nota di colore e pensa che nessuno sa chi sia!, la battuta finale potrei addirittura essere io, l’ovvietà del non essere io, le considerazioni fatte insieme a lei – che è psicoterapeuta – sulla scelta di mantenere uno pseudonimo senza togliersi la soddisfazione di prendersi il merito in faccia al mondo. Non è una roba ovvia, soprattutto in un momento storico in cui chiunque faccia una scorreggetta appende i cartelloni per strada per fare sapere che quella puzzettina lì, signori, era proprio sua!

Che poi per carità potesse essere anche un’operazione di marketing, ma ci sta: i libri si vendono anche così, non solo, infatti l’abisso tra l’opera di una Ferrante (incredibile narratrice) e un JT LeRoy (escamotage ben orchestrato) si misura nella quantità di pagine scritte e storie narrate prima ancora che nello smascheramento della “verità”.

Di solito, chi ama i libri ama le storie, e che questa signora (signorina?) Ferrante scegliesse un po’ di raccontarsi come le pareva  era parte del patto narrativo con il lettore, secondo me. Il lettore non morde la mano che lo nutre. Il lettore sospende il giudizio e accetta universi alieni e maschere, perché quello è il bello del gioco.

Certo c’è tutta una parte, poi, di contatto con chi scrive: io ho adorato avere l’occasione di bere un amaro e fare due chiacchiere con Fabio Genovesi poco tempo fa, e potergli esprimere tutta la mia gratitudine per aver scritto una cosa come Esche Vive – tutto il resto anche, ma Esche Vive soprattutto. E conservo ancora tre righe di lettera di Stefano Benni, inimitabile Lupo, in risposta ad una mia torrenziale missiva di post-adolescente con Elianto tatuato su una spalla e nel cuore.

Queste sono gioie da groupie letteraria che però, secondo me, possono aggiungere qualcosa alla persona dietro allo scrittore, ma non sono parte del contratto. Neanche del contratto tacito col lettore.

Chiunque almeno una volta nella vita abbia provato a scrivere un testo narrativo, conosce la natura privata dell’atto di scrivere. Del metterti lì con le tue idee, le tue sensazioni, la scaletta, i personaggi, i ricordi, e avere davanti un foglio bianco muto che sembra sfotterti, dirti e adesso? Come la risolvi? Non c’è nessuno, qui, che ti possa aiutare.

Se sei abbastanza brava, il tuo atto privato, un giorno, diventa pubblico. Diventa molto pubblico, se sei molto brava. In parte, quello che hai scritto smette un po’ di essere tuo, non puoi più rimaneggiare, limare, correggere. Aggiustare il tiro, spiegarti meglio. Chi ti conosce, cercherà una verità nascosta del tuo quotidiano, un pensiero laterale, una rivelazione. Più gente ti legge, più gente ti conosce. Nella mia personale visione delle cose, un libro è un dono generoso al mondo, un denudarsi, uno scoprire il fianco non solo alle critiche più o meno letterarie, ma anche a chi cercherà a tutti i costi la persona dietro al protagonista principale. E tutto questo cresce, esponenzialmente, con la fama.

booksmith

“My brilliant friend” sullo scaffale dei libri consigliati della libreria Booksmith a San Francisco, agosto 2016

Una volta che la tua storia viene pubblicata e distribuita, è aperta alle interpretazioni, alle chiavi di lettura a cui tu non avevi neanche pensato, ai sottintesi che la gente ci troverà perché vi si leggerà con il suo vissuto e le sue esperienze, come uno specchio.

Io credo che una persona abbia il diritto di non volere vivere a viso aperto tutto questo, per pudore, per libertà personale, anche per snobismo, magari, ma cazzi suoi.

Anita Raja, o chi per essa, può non aver voglia di essere Elena Ferrante quando va a comprare i cavolini di bruxelles per cena. L’importante, per me, è che abbia voglia di essere Elena Ferrante davanti allo schermo del suo computer, sui suoi quaderni di appunti, in quei luoghi deputati in cui la Ferrante vive e scrive.

Penso a Richard Bachman, che è servito a Stephen King per provare a fare cose che in quel momento Stephen KIng non era sicuro di potersi permettere. O a Robert Galbraith, il cui Cormoran Strike mi ricorda in maniera impressionante il professor Moody, e chissà se J.K. Rowling se ne è mai accorta.

La cosa più divertente dello scrivere narrativa, al di là della fatica e del sangue che puoi sputarci, è che hai il diritto di essere chi vuoi, nello spazio di quelle righe, in quei margini hce non sono mai, mai limiti. E le volte in cui ti viene meglio, credo siano quelle in cui riesci a liberarti di te stessa, di quella che deve andare a comperare i cavolini di bruxelles per cena. La narrativa è il luogo dove tutto è possibile.

E l’amarezza che provo a seguito di tutto questo affaire Ferrante, è che questo diritto che l’autrice si è conquistata sul campo le è stato negato.

Spero che Elena continui a scrivere. Anita faccia un po’ quello che le pare.

Confessioni – parziali – di una libraia impenitente

A giugno saranno 10 anni che faccio la libraia. Ci pensavo proprio ieri mentre passeggiavo nel sole verso casa. Ci pensavo proprio ieri che è uscita questa bella intervista sul blog di Matto B. Bianchi, in cui dico la mia sull’essere libraia indipendente.

Ci penso tutte le mattine – e i pomeriggi – che trascorro alla Gang con Bert e mi sento privilegiata, perché non mi sembra quasi di lavorare. Ci pensavo mentre parlavamo di Portici di Carta, che sarà un weekend di lavoro fuori dai soliti muri e che mi ritrovo ad aspettare quasi come se fosse una festa (però speriamo che non faccia freddo e non piova neh).

La verità è che i libri sono l’unica costante della mia vita. Ce ne sono altre, ma di così impattanti nessuna.

Ma 'ndo vai se la pila di libri sul comodino non ce l'hai?

Ma ‘ndo vai se la pila di libri sul comodino non ce l’hai?

Non mi sono ancora stufata di parlare di libri? No.

Breve cenno autobiografico: io sono quella bambina con gli occhiali che a nove anni ha rischiato di disertare il pranzo di Natale stando seduta in bagno due ore a leggere Momo, e ben sapete quanto io ami il cibo e il Natale. Sono quella a cui suonate ai semafori perché, quando un libro mi avvince, vado avanti nella lettura quando sono ferma al rosso. Sono quella che nei 20 kg di bagaglio all’aeroporto ne ha almeno 7 di libri. Direi che la risposta è no, non mi sono ancora stufata.

E sono anche quella che quando si parla di crisi della lettura e dei motivi per cui fa bene leggere, mi viene solo da rispondere, vabbè, bisogna leggere perché è divertente, diosanto, sarà mica così difficile. Sì, apre la mente arricchisce aiuta ad evolversi e fa fare stretching ai neuroni, ma soprattutto è divertente. Un po’ come dicono in Trainspotting  sulla droga.
Leggere è anche un’abitudine, per quanto prosaico possa sembrare: sana e bella finché ti pare, ma che spesso faccio con lo stesso spirito con cui al mattino verso il latte nel caffè. Agguantare un libro, aprirlo, ficcarlo in borsa, usare come segnalibro strane cose tipo brandelli di Scottex e punte di trapano. Le stigmate della lettrice noncurante ce le ho tutte. E non me ne vergogno, anche se forse dovrei…

E mentre faccio tutte le mie belle riflessioni mi viene in mente questa foto che ha postato l’altro giorno l’Orso su Facebook, e una grossa S di Sfigata mi compare, luminosa, sulla fronte:

friends

Al tempo stesso, se vogliamo continuare con l’uso didattico dei telefilm, anche in Friends c’è il rovescio della medaglia: ad un certo punto Rachel presta a Joey “Piccole Donne” e lui impazzisce per la lettura. Tanto che quando, dopo un litigio, Rachel gli grida in faccia “Beth MUORE!“, lui sprofonda nella più nera disperazione, un po’ come credo sia successo a tutte noi piccole donne dal cuore straziato – anche se poi, a pensarci trent’anni dopo, due palle Beth, era decisamente sacrificabile (tra l’altro, mi scuso per avere malamente spoilerato la trama di Piccole Donne a qualche emulo di Joey che si fosse trovato a passare di qua. Sappi che comunque Jo e Laurie non si sposeranno mai).

Tirando le somme di questi quasi dieci anni da librai e trenta e passa da lettrice, il bilancio è positivo, se si esclude una certa vaghezza nelle risposte quando mi vengono rivolte domande in piena lettura del finale di un giallo o nel momento topico di un capitolo. Perché dalla lettura mi sono venute solo cose buone, un lavoro, un’altra passione collaterale per la scrittura, l’incontro con persone splendide, uno spiccato tropismo per curiosare nelle librerie delle case in cui sono invitata senza la minima traccia di pudore – per poi domandarmi “Ma quel Coelho ce l’avrà proprio apposta perché lo legge, o gliel’avranno regalato delle persone a caso che non conoscevano i suoi gusti?”.

[Momento spottone autocelebrativo]

Una delle cose belle che succedono quando ami tanti i libri è che poi ti chiedono di parlarne. Nel caso specifico, lo farò di giovedì per Zandegù, racconterò dei romanzi di formazione per il semplice motivo che ne ho letti a pacchi e nonostante sia già formata da mo (ho detto formata, non matura eh) continuo a leggerne a profusione e mi va di parlarne per ore e ore e ore – non così tante ore se no gli Zandezii mi devono sedare con la cerbottana come i rinoceronti, lo so. Ci sarà del cibo, della gente bella e perfino un caminetto, che un caminetto in centro a Torino, dai, alzino la mano quanti di voi l’hanno già visto! Quattro giovedì li fa la McMusa, gli altri quattro toccano a me e non vedo l’ora che partano.
Ci si vede davanti al caminetto, babies!

Le ragazze del Roller Derby

Un giorno, un po’ più di un anno fa, la mia amica Elenissima mi ha raccontato di questa cosa nuova che stava facendo. Si chiama Roller Derby, si fa sui pattini, mi piace un casino.

Mi ha anche detto, perché non vieni a fare una prova anche tu?

Io sono sportiva come una carcassa di ippopotamo morto di indigestione, e pure un po’ paurosa. Le mie esperienze su ruote si fermano ai pattini allungabili della GiocaGiò in certi pomeriggi tediosi degli anni 80 – vacanze in montagna, età media della popolazione locale 75 anni – in cui, esaurite le torte di fango, non mi restavano che certi giri interminabili su una spianata di cemento battuta dal sole, rigorosamente a portata di corrimano, tra le due e le tre del pomeriggio, quando arrivava la cumpa della pallavolo e mi scacciava a colpi di bagher assassini.

Però mi sono incuriosita, e, in un pomeriggio di giugno, sono andata a vedere che cos’era ‘sto Roller Derby.
Sotto il telone della pista da pattinaggio c’erano, oltre ad una temperatura da fusione dell’uranio, un manipolo di coraggiose in pantaloncini e paradenti che se le dava di santa ragione, sfrecciando sui pattini, incuranti del caldo torrido e degli occhi curiosi sulle gradinate.

Per due ore ho ciucciato ghiaccioli algida e martellato di domande un pover’uomo che risponde al nome di Endi, e che, nonostante il tedio, essendo una persona di buon cuore, mi ha spiegato un po’ le regole di base, in modo da darmi la possibilità di capirci qualcosa.

Devo dire che, anche nella mia più totale ignoranza, guardare una partita di Roller Derby ha un fascino pazzesco.

Il merito è tutto delle ragazze: sono spettacolari. Si coordinano a suon di fischi e parole chiave, si spintonano e si abbracciano un secondo dopo, fanno dei voli spaccaossa e si rialzano con nonchalance, e sono tutte incredibilmente fighe, e qui ve la devo spiegare bene. Sono fighe in un modo che sa di sudore e determinazione, sono rockstar senza bisogno di chitarre e palcoscenico, sono un modo diverso di essere femmine che contempla unicorni e lividi, tatuaggi e velocità, movimenti fluidi ed eleganti e mazzate.

Sono tutte diverse l’una dall’altra, perché ci mettono la loro personalità, su quel track ovale, senza bisogno di nascondersi o camuffarsi. Sono spavalde e autoironiche. Dovete alzare le chiappe e andare a vederle, davvero – tipo il 13 giugno già ne avete la possibilità!

E così mi è venuta voglia di lasciare una traccia anche io, in questa cosa. Che in Italia è ancora abbastanza nuova e pionieristica, anche se sta prendendo sempre più piede, perché è innegabilmente appassionante sia per chi la fa che per chi la guarda.
Come già detto, mettere in gioco le mie stanche ossa era fuori discussione, e allora ho pensato che dovevo scrivere qualcosa, cercare di raccontare, essere parte, anche se solo in maniera marginale.
(Sì lo so. Sono un po’ come quello che al falò di ferragosto suona la chitarra mentre tutti limonano e muore vergine. Ma c’è bisogno anche di noi, in fondo).

Così è nato Prova a Prenderle, un piccolo reportage sulle ragazze del Roller Derby, che, con generosità impagabile, hanno acconsentito a raccontarsi.

Questo ebook esce oggi, ed è tutto merito loro e di Zandegù, l’editore digitale più seriamente matto in circolazione, che ha subito capito e amato lo spirito della cosa e mi ha dato l’opportunità di raccontarlo al mondo. Tanto amore anche per loro!

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L’incredibile storia di J. Frusciante fuori dal gruppo

Il gruppo a cui faccio riferimento è quello dei miei libri, è chiaro. Se volete leggere torbidi segreti sui Red Hot Chili Peppers siete nel posto sbagliato.

Ho letto J.Frusciante è uscito dal gruppo la prima volta nel 1996, nel pieno della mia sedicenza e sedicennaggine.

Me l’aveva consigliato il mio amico Dino in una lettera, con una frase che diceva più o meno “Devi assolutamente leggere questo libro, testa di cazzo!”: Il mio amico Dino è sempre stato uno che esponeva le sue convinzioni con la pacatezza di chi sa di aver ragione.

Io ho obbedito e mi sono innamorata. Del signor Alex D., di Depression Tony, di Martino – ovviamente – , del linguaggio, dei portici di Bologna che ancora non avevo mai visto nonostante ci fosse cresciuta e vissuta mia nonna, un po’ anche di Enrico Brizzi che in particolare ricordo in una puntata di qualche programma su MTV in cui raccontava che a lui piacevano i gruppi punk che poi avevano gli hobby normali, tipo andare a pescare. Vedete voi che robe archivia il mio cervello, se lasciato libero di fare.

E insomma, avevo l’edizione di Baldini e Castoldi, quella grande con la bici disegnata in copertina. Poi l’ho prestato alla mia amica Alisia che ci ha fatto cadere sopra una forchettata di insalata super condita, e, per rimediare all’unto, ha pensato di dare una passatina di bianchetto (true story) alle macchie in trasparenza. Il risultato era di leggibilità quasi braille in alcune parti, e pura spremitura di Sicilia in altre. Non mi importava, era la mia copia, le volevo bene.

Poi l’ho prestata al mio amico Cipo, che l’ha prestata ad un suo amico che non ho conosciuto mai, ma di cui conservo un ricordo piuttosto amorevole, considerato il fatto che è una persona di cui ignoro le fattezze e di cui non sono certa di ricordarmi il nome giusto.  Il giovine in questione, in circostanze tuttora ignote, perse la mia copia del libro.

Fu tanto carino da ricomprarmelo – in un’edizione nuova, sempre Baldini e Castoldi, ma più piccina, con solo uno scorcio di bici sul davanti, scrivendo nella prima pagina una poesia di e.e. cummings. E se questo fosse un film e io non fossi stata una chiavicona sfigata che leggeva troppi libri e non limonava abbastanza forse sarei andata a prenderlo a casa, uno così, e invece ho solo mandato sentiti ringraziamenti via Cipo e fine.

Quella copia l’ho poi prestata ad un altro amico, e l’ho persa. E l’ho ricomprata. E l’ho ripersa/prestata/si è smaterializzata/whatever.

Non ho un numero preciso di volte in cui l’ho comprata, ma di sicuro ricordo di averci riprovato con una certa costanza, dal 1998 in poi. In ordine sparso:

Una copia al Banco di via Garibaldi.

Una copia da Oceano Mare.

Una copia a Riccione.

Una al Salone del Libro.

Una a Livorno.

Tutte perse/prestate/smaterializzate/whatever.

Poi non si dica che non supporto il mercato editoriale, le case editrici travagliate, e credo che almeno una piastrella della cucina di Enrico Brizzi potrebbe portare una targhetta con il mio nome.

Infine, una sera di qualche anno fa, sono capitata a casa di una certa Digital Doula che si stava trasferendo in Israele e svuotava la casa di vari possedimenti per partire leggera.

Una bici conosciuta mi ha guardato dallo scaffale. Ha mosso le pagine con aria sensuale. Era la stessa edizione che avevo comprato, ingenua e adolescente, più di quindici anni prima, estraendo ventiduemila preziose lire dalle tasche dei miei Levis pieni di spille da balia.

Adesso è qui sullo scaffale che mi fa compagnia. Cioè, credo.

Aspettate che controllo.

J_Frusciante

Quest’edizione fighissima invece non l’ho avuta mai, ma la bramo intensamente.