Bar Sport 2016

La verità è che ci siamo un po’ rotti le palle dei posti fighetti.

[Parlo al plurale non perché soffro di manie di grandezza, ma perché ho fatto questa considerazione già con un tot di amici e amiche, almeno una decina, per dire].

Mi faccio portavoce del popolo.

Dicevo, i posti fighetti, dove vai a bere un prosecco e sembra che devi andare ad un provino, quelli in cui ti devi per forza sentire e acconciare come se fossi a Williamsburg, o a Ibiza, o a Copenhagen. Ogni tanto non hai voglia di fare la figa – la maggior parte delle volte, ammettiamolo. Hai solo voglia di uno spritz e due patatine dopo aver lavorato, l’obiettivo finale dell’aperitivo è fare quattro chiacchiere con un’amica, senza preoccuparti se il rimmel si strucca, brutta.

Il nuovo trend – non – trend è il bar di quartiere. Il baruciu, come lo chiamiamo in famiglia. Quello un po’ racchio, un po’ squallido, ma dove alla fine sei di casa.

Il top sono i chioschi all’aperto, in cui puoi fare tutto, dalla merenda all’anguriata di mezzanotte. La prima volta che ci vai scatta il gioco di sguardi che neanche all’OK Corral, poi se ti mostri sufficientemente umile e cordiale e ci torni un po’ di volte la situazione si ribalta e diventi local. L’importante è fare attenzione ai tavoli, cercando di occupare sempre lo stesso e mai uno di proprietà del cliente storico cugino in seconda del barista, non pretendere cose strane (tipo: mi fa un Moscow Mule per favore, è la frase da non dire mai, ma anche una cosa tipo piatti vegani ne avete? può valervi l’espulsione dal chiosco vita natural durante fino alla terza generazione).

Il chiosco all’aperto d’estate è la salvezza estrema, scendi in ciabatte e col pinzone e sai che comunque sarai la più figa della situa. Noi ne abbiamo uno proprio dietro casa che secondo me fa salire il valore degli immobili di zona un bel po’.

I chioschi estivi però d’inverno – o nella stagione dei monsoni, quella che a Torino dura da aprile a luglio subito prima della siccità canicolare – dicevo, quando fa freddo o quando piove, i chioschi sono una ferita aperta di ciò che potrebbe essere, fanno malinconia, come gli ombrelloni impilati in un angolo o il frigo dei gelati con dentro un solo Calippo gusto maracuja superstite da due estati fa.

Per scaldarci con un San Simone nelle lunghe serate invernali io e la mia amica Frankie abbiamo un posto di riferimento, che è il Bar Centro. La distanza fra il Bar Centro e il Centro a cui fa effettivamente riferimento è molto più che chilometrica: è una distanza siderale di filosofia ed estetica, di potenzialità e realismo.

Il Bar Centro condensa in pochi metri quadri tutti i riferimenti baristici possibili dagli anni 50 ad oggi. È la Wikipedia del bar. L’arredo è anni 70, le sedie anni 90, la Gazzetta fresca di giornata. Cibo non ne ho mai visto. La selezione liquori è ampia e variegata, la top ten dei più bevuti è facilmente intuibile dagli strati di polvere. Ci sono le macchinette lampeggianti, ma anche i mazzi di carte bisunti.
L’amore per questo luogo, per me, è stato sancito da un cartello scritto a biro su foglio di carta  scotchato alla macchinetta del caffè che recita le seguenti parole: “Si ricorda ai signori clienti che prima delle 18 è severamente vietato sparare cazzate”.

Il televisore è sempre acceso su qualche partita. Credo che seguano via satellite anche il campionato interregionale dell’Azerbaigian.

Dietro al bancone c’è lui, l’archetipo del barista. Giovane, sempre in tuta, delle dimensioni di una Smart. Ci riconosce e ci racconta cose, si ricorda chi delle due vuole il ghiaccio nell’amaro, si accorge se abbiamo cambiato taglio di capelli e non si preoccupa se portiamo fuori il bicchiere per andare a fumare.

La clientela è variegata, può sembrare inquietante a prima vista, ma nessuno ti rompe mai i coglioni. Al massimo ci sono accese discussioni di stampo calcistico, nelle quali non oserei intervenire neanche dietro compenso in denaro o beni immobili.

Il Bar Centro è una garanzia: è sempre aperto. Non tradisce mai.

Prima del Bar Centro, nella mia vita, c’è stato il Bar Lupi, dove mio papà andava a giocare la schedina, portandomi con sé. Il Bar Lupi non l’ho mai visto bene, era avvolto in una nebbia tipo sobborgo della Londra vittoriana a novembre. Il Bar Lupi poteva vantare una clientela ad alto tasso alcoolico e giudiziario. L’ultima volta che sono passata da quelle parti, ho visto che, in onore alla nuova clientela, ha cambiato nome: si chiama Bar Giamaica. Ho buttato l’occhio, sono stata salutata da una nube di fumo, dall’opacità della formica, da un bagliore di superfici in alluminio riflettenti marezzate di ditate altrui.

Sotto la nuova insegna, il Bar Lupi vive ancora. Bar Lupi never say die.

 

La nonna e la guerra

Mia nonna Romana era del ’27, la guerra l’ha fatta da ragazzina, ed è finita che non aveva ancora vent’anni.
Vederla a colori è un esercizio di memoria sulla base di vecchie foto in bianco e nero, gli occhi azzurri di cieli alpini, i capelli biondi in due grosse trecce e il sorriso aperto di chi la vita, nonostante tutto, l’ha presa lieve.

Nei suoi racconti d’infanzia c’erano i fratelli, gli scherzi, la poca voglia di studiare e la molta voglia di ridere, e poi c’erano le bombe, i rifugi, i morti.

La sua prima simpatia – neanche un filarino, quello dopo, ed era già mio nonno Elio in persona – la sua simpatia, dicevamo, era un ragazzo giovane un po’sbruffone che la cosa del fascio l’aveva presa seria e se ne andava in giro a fare il galletto balilla, finché sono arrivati i partigiani e dopo che erano passati l’hanno trovato appeso impiccato nell’androne di casa, che tutti vedessero. Quando si dice che la storia non la fanno i vinti ma neanche poi troppo i vincitori, la storia la fanno le nonne che te la raccontano e concludono – inaspettatamente, senza amarezza – pensando che poi alla fine anche lui aveva sedici anni, e sua mamma poverina. Il giusto e lo sbagliato sono la Storia, questa è una storia di un quasi fuggevole primo amore in tempo di guerra, fatto di sguardi da un lato all’altro del cortile e raccontato una volta sola e poi mai più, per pudore.

E quella volta che con la sua amica avevano fatto tardi tornando a casa dal lavoro in Fiat, hanno sentito le sirene che erano ancora in Piazza Vittorio – abitava in Vanchiglia, mia nonna – e non c’era tempo di arrivare da nessuna parte, allora si sono buttate per terra in mezzo alla piazza, le mani sulla testa e le bombe che fischiavano e cadevano intorno a loro. È durato pochi minuti, e si sono alzate, illese, per miracolo. Hanno cominciato a ridere forte, correndo verso casa, come danzando, l’indicibile fortuna di essere rimaste vive in una sera di quasi primavera.

Erano gli anni delle leggi razziali, e delle deportazioni, della bambina ebrea tenuta nascosta per un po’ in casa, finché i suoi zii erano venuti a prendersela una notte per andare forse in Svizzera: non un atto di eroismo, solo il gesto spontaneo di dare una mano a una bambina come tante la cui famiglia, da un giorno all’altro, non c’era più. E che il caposcala non se ne accorgesse, per carità.

Con le amiche e le sorelle andavano a Porta Nuova a raccogliere i bigliettini buttati giù dai treni di chi era dovuto partire di corsa, per forza o per amore, quando c’era un indirizzo o un riferimento preciso li portavano alle famiglie, era la Storia, era un gioco, era una cosa che si faceva e basta, come la fila per prendere il pane, come ascoltare la radio tutti insieme la sera, la radio costruita dal nonno con i pezzi di scarto, con cui cercare parole ma anche musica, per cantare, per ballare.

Io la ascoltavo, seduta sul divano, mangiando un cono al whisky della Motta, che mia nonna era il tipo di persona che fa mangiare il cono al whisky a una bambina di sette anni, solo perché gliel’ha chiesto, e anche se è quasi ora di cena. Io la ascoltavo dal divano con la bocca piena di gelato e le chiedevo come si faceva, a vivere in guerra, come era possibile, in mezzo a tanta bruttura, con i fratelli prigionieri degli inglesi, con le case bombardate e la paura, mi sembrava che in guerra dovessero morire tutti di pianti e stenti dentro a una cantina, e invece no, lei mi raccontava che si parlava, ci si innamorava, si rideva ancora, e si viveva e basta, si dicevano le preghiere più per i vivi che per i morti, e si andava avanti. Si sperava.

Si sperava, mi diceva, forse più e meglio di adesso, perché immerso nel male e nell’orrore non puoi che tendere verso un’idea lucente ed assoluta di bene che deve arrivare, di cose che vanno a posto, di fratelli che ritornano ammaccati ma salvi, e ridere di nervoso e di gioia quando non è toccato a te.

Nei racconti di mia nonna non c’erano le ideologie né gli eroi, e se c’erano erano figure di cartapesta sullo sfondo, il mascellone, quello coi baffetti, il re padre di quello nato dopo e che avrebbe poi sposato una Doria dei biscotti, ma soprattutto c’erano i suoi quindici anni e i calzettoni, il teatro e le amiche, l’incoscienza e la stupidera.

Una fra mille delle cose per cui posso dirle grazie è che mi ha insegnato che alla guerra si sopravvive con la fortuna ma anche con la speranza, con le cose di tutti i giorni, alla portata di tutti, facendo vergognare la paura acquattata sulla soglia, obbligandola a voltare la sua brutta faccia dall’altra parte, quando le passiamo accanto, cantando per farci coraggio, restando noi stesse, restando vive anche quando le probabilità ti dicono che intorno tutto è destinato a morire, ma tu ti rialzi da terra in una piazza bombardata e anche se tremi dici, non stavolta, non stasera, io no.

18 x 2

Tra pochi giorni faccio 18 x 2 ed è inevitabile pensare a quando erano 18 e basta, a questi numeri che si moltiplicano alla facciazza tua, a quei 20 anni che sembran pochi, poi ti volti a guardare e non li trovi più (cit.).

Il sabato sera dei miei 18 anni l’ho non-festeggiato a casa col mio amico Lele, io e lui soli, ero magonata, non volevo vedere nessun e lui è accorso, come ha sempre fatto nei miei momenti di svario adolescenziale, siamo stati lì nella mia cameretta, un po’ a parlare, un po’ in silenzio, birra e sigarette e canzoni grunge, io presumibilmente in pigiama, con resti di matita nera intorno agli occhi – matite nere di scarsa qualità comprate al mercato di corso Palestro – piangi e ti si appannano gli occhiali, e il rimmel si strucca, brutta (cit.). Questo la saudagi del sabato sera dei 18 anni, poi in realtà di quel periodo ricordo anche molte altre cose cretine e divertenti, molto Hiroshima e Docks Dora, limoni all’autoscontro alla Pellerina (comunque le relazioni nate all’autoscontro son destinate a fine tragica, io ve lo dico), goffaggine e bruttezza portate con nonchalance, tagli di capelli sperimentali, cose, insomma, che chiunque sia stato da quelle parti in quegli anni può ricordare e riconoscere.

Quello che c’è in mezzo è tanta roba. È un gomitolo di cose in cui i confini sono acquerellati, stupidera e malinconia si fondono, ma come si dice, io quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non li cambierei con niente (cit.).

Ed è per questo che ogni tanto mi chiedo cos’è, questa paura di invecchiare, quando poi in fondo ce la siamo sempre cavata, quando poi alla fine un martedì sera qualunque guardi Sanremo sul divano degli Zandezii in fuseaux leopardati e calzini a pois, e più zia Assunta di questo non so che cosa potevi immaginarti.

Di cosa hai paura? La morte la malattia la responsabilità il dolore son fardelli democratici, signora mia, mica stanno a guardare l’anagrafe, li prendi nel pacchetto da subito, incroci le dita fai un sospiro e speri che il fato sia clemente, e allora?

Vecchia è bello, dai, sdoganiamolo. Capelli lilla, marsupio glitter, dire tutto quello che ti pare tanto c’hai un età e te ne fotti del giudizio altrui, puoi sempre farla passare per demenza senile e ridere fra te e te delle facce scandalizzate della gente. Prendere a ombrellate il cofano delle automobili che si fermano troppo in là sulle strisce, criticare i giovani che vanno in giro con le caviglie scoperte e la panza di fuori quando tira il vento e ci sono due gradi (già lo faccio), rivendicare cicatrici, battaglie, opinioni, saggezza. Non è triste invecchiare, è triste averne paura e farsi paralizzare in un tempo che non ti appartiene più.

Trasformeremo i circoli Arci del cuore in lungodegenze alcoliche col volume della tv sparato a raffica, colonizzeremo i giardini dove bevevamo Fanta pesante con i nostri dembulatori supersonici, io è una vita che sogno le motorette da anziana signora inglese con le New Balance color panna ai piedi e occhialoni fumè con la montatura di Swarovski.

Addio pillola, benvenuto Coumadin, basta zip e bottoni e viva i pantaloni con la vita elastica, saremo così tanti e così allegri che nascerà H&M Senior e Zara Old e sgomiteremo per accaparrarci la panciera* in lamè special edition Renato Balestra (che sarà ancora vivo fra 50 anni e nessuno saprà spiegarsi come).

La vita finora non è stata altro che un romanzo di formazione, e a me piacciono i romanzi di formazione perché a un certo punto sembra andare tutto in vacca, ma poi in qualche modo c’è una risposta e le cose vanno meglio, a pagina 300 sei meglio che a pagina 2, chiudi con un sospiro soddisfatto e un senso di potenza mica da ridere, anche se nel capitolo prima piangevi come un vitello e ti sembrava che tutto fosse perduto.

E colgo l’occasione per ricordarvi che la mia passione per i romanzi di formazione si traduce, oltre che in letture compulsive nella solitudine della mia stanzetta, in quattro incontri al giovedì sera per i Giovedì di Zandegù. Si chiacchiera di letteratura, si sgranocchiano cosette buone, sentite un po’ cosa ne penso io e, possibilmente, mi raccontate come la vedete voi. Il primo è giovedì prossimo, alle 20.30, e il primo romanzo che ho scelto è proprio un masterpiece dei miei 18 anni – giusto per restare in tema: Un Ragazzo, di Nick Hornby. Riprenderlo in mano dopo tanti anni è stato un po’ un colpo al cuore, alcune cose le ho ritrovate, altre le ho perse – ma me le ricordo tutte – e, insomma, se non si fosse capito non vedo l’ora di parlarne.

Che poi è questo il senso, no? Invecchiare, crescere, maturare, fare un pezzo di strada, chiamiamolo un po’ come ci viene in mente, l’importante è che in questa terra di mezzo tra il prima e il dopo facciamo le cose che amiamo, e guardandoci allo specchio, tra una ruga e l’altra, vediamo qualcosa di familiare.

Anche se devo ammetterlo, alla faccia dello zen, ‘sto cazzo di 36 un certo effetto lo fa.

*ero molto in dubbio e ho chiesto alla Treccani, che mi ha risposto che è ok sia pancièra che pancèra, e ha proposto addirittura panzèra. Adesso non esageriamo, ho detto io, e ho scelto panciera solo perché il correttore di WordPress non lo segnava rosso. So che volevate saperlo, eh.

Quella volta con Modigliani a New York

Il 2012 è stato un anno di merda. Non so so era colpa dei Maya o della famosa ruota che gira e tu un po’ stai su e un po’ stai giù, io quell’anno stavo definitivamente giù, tenevo insieme i pezzi con lo scotch – quello adesivo, anche se forse quello alcolico avrebbe aiutato meglio – e continuavano a staccarsi, non riuscivo mai ad andare avanti perché ogni metro dovevo tornare indietro e recuperare qualcosa che s’era perso.

Maledicevo gli dèi e gli uomini con cadenza impressionante, un rosario di bestemmie, una sindrome di Tourette in piena, starmi vicino era l’Inferno senza navigatore, infatti chi mi amava andava a vista e forse a Lexotan, col famoso senno di poi era da dargli una medaglia, io gli davo merda di continuo, che bella persona, davvero.

Quell’anno lì l’Orso mi ha presa e mi ha portata a New York, grazie al contributo economico delle famiglie, ha ignorato le mie giaculatorie sulla povertà e sul disfacimento del sistema, sul tasso Euribor e sulla viltà di Equitalia, sul concetto di hybris e sulla saggezza dei francescani. Mi ha presa e caricata su un aereo con una valigia imprestata e una regalata e mi ha detto, si va.

Potrei dilungarmi ore su cos’è New York se non l’hai mai vista, se la cammini come fosse un film, se la guardi con occhi sgranati e dietro ad ogni edificio ti stupisci che ci siano davvero muri e non quinte di cartone, tutto il mondo passa da New York e ci lascia un’impronta, c’è qualcosa per tutti, a New York, non c’è scampo. Non puoi restare scettico, a New York. È l’America quella del modo di dire “Ha trovato l’America”, per cui hai trovato tutto, e lì, in effetti, trovi anche quello che non sapevi di stare cercando, tipo me.

Siamo andati al Moma, pieni di oooh, e aaaaah, e meraviglia negli occhi, sentendo l’anima che si ristorava in un corpo pieno di bacon e formaggio fuso, riconoscendo quadri per averli visti sulle copertine dei libri – lì c’è Teresa Batista stanca di guerra nell’edizione degli Struzzi Einaudi, guarda! E cose viste talmente tante volte in altri contesti che dal vero sembravano finte, ma più belle – ovviamente – non so come spiegarlo, a me l’arte fa questo effetto, che mi senti ignorantissima guardandola e al tempo stesso senza confini, io di arte so poco o niente ma so questo, che mi fa sentire come se mi dilatassi di spazi infiniti per accoglierla, anche se non mi piace razionalmente quella specifica opera, mi viene un brivido e penso, toh, questa è arte, con buona pace di Giulio Carlo Argan, sul quale peraltro ho diligentemente studiato – ma forse non abbastanza.

E così è successo che mi incamminavo verso le Ninfee, che hanno questa cosa strana che tu le guardi da vicino e sei scettica, poi ti allontani di due metri e capisci il perché di tutto quel casino nella sala delle Ninfee, il perché della gente seduta sulla panchette di legno con la faccia da uno che è sulle rive della Loira a fare un pic nic. Dico Loira per dire un fiume francese, sia chiaro, di geografia ne so meno che di arte, e tra l’altro credo che le ninfee manco stiano nei fiumi, ma negli stagni, è che di botanica e di stagni francesi ne so sempre meno in un quantitativo che si avvicina allo zero assoluto, quindi facciamo finta di niente e andiamo avanti.

Andavo verso le Ninfee con quel poco di fretta che ti si attacca addosso quando sai che ti stai avvicinando al pezzo forte, ma sai anche che il pezzo forte non scappa e quindi continui a guardarti introno, per non perderti cose di cui poi ti potresti pentire. Cerchi di darti un andi anche di persona che nei musei sa comportarsi, nonostante poi vada in delirio in un piano pieno di jeans scontati del 50% da 21st Century, per dire. Chi ti vede in quel momento al Moma mica lo sa.

Lì ho incontrato le donne col collo lungo di Amedeo Modigliani, che non mi ha mai fatta impazzire, di cui ho sempre pensato, bravo eh, però boh. Non è tanto il mio.

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Pic by Aleroundyou  (e sì, proprio di quel quadro lì).

E mentre guardavo questa donna col collo lungo con un po’ di noia e aspettativa per le Ninfee, ho pensato, come dal nulla, certo che alla fine la libreria la posso anche chiudere, e non succede mica niente. Non muore nessuno. Soprattutto non muoio io, né le persone che ho di fianco, che comunque farle stare peggio di così sarebbe ardua perfino per me. Il mondo è grande, nella vita c’è spazio per essere tante cose diverse, qui a New York nessuno sa niente né di me né di Librarsi, e anche se sapesse è probabile che non gliene importerebbe una beata sega. Anche basta. E dopo qualcosa farò, ci sarà ben un dopo. Le possibilità, i modi di vivere, sono infiniti. Mica ce n’è uno solo giusto per il semplice fatto che un giorno l’hai scelto. E i soldi? I soldi vanno e vengono, più vanno che vengono, diciamo, ma i soldi sono già un problema. Vedremo come fare. Il punto è avere un senso, e questa carcassa che mi continuo a portare dietro un senso non ce l’ha più.

Ho pensato tutte queste cose e non le ho dette a nessuno, se non molto tempo dopo. E sarebbe bello poter raccontare che ho ripreso l’aereo per Torino a fine vacanza, e ho iniziato a mettere a posto le cose per chiudere, e invece no, l’ho trascinata ancora per più di un anno con un corollario di patè d’animo e rotture di balle esiziali per tutta la compagnia dell’anello, perché essere furba, da queste parti, è una dote che dobbiamo ancora sviluppare.

Però lì ho capito due cose. Che viaggiare, cambiare prospettiva, è importante sul serio, non per modo di dire. E che lo scopo dell’arte, forse, è proprio quello di aprire i confini nei quali sei chiusa. Anche quando è un’arte che di fondo non ti entusiasma granché. Con tutto il rispetto, Amedeo, abbi pazienza, eh.

(Questo post l’ho scritto perché Enrica ha sentito un pezzo di questa storia e mi ha detto, ma scrivici un post. E io l’ho fatto. La terza cosa che ho imparato nella vita, è che quando Enrica ti suggerisce una cosa, è meglio farla. Grazie, Frau Krivellen).

La recita di natale

Alla scuola elementare Beato Reginaldo da Belluno, il Natale -o, meglio, la recita di Natale – era il momento topico dell’anno scolastico.

Era un hype che si andava creando dal 24 dicembre dell’anno precedente, la cui punta di diamante era ovviamente il toto-madonna. Gran visir di tutta la baracca era suor Maria Piva, regista, coordinatrice, scenografa, costumista e ovviamente direttrice del casting.

Suor Maria Piva godeva anche della qualifica non dichiarata di responsabile musicale della scuola elementare. I miei rapporti con lei erano irrimediabilmente compromessi da quando, durante una delle prime messe dell’anno, mi aveva presa da parte chiedendomi per favore di limitarmi a muovere la bocca in sincro durante i canti, per non turbare l’armonia celestiale di grandi classici quali “Acqua siamo noi” e “Symbolum 77”. Niente da dire, sono incontrastata regina del playback dall’età di 5 anni, ma ammetto di non averla presa poi così bene.

La parte della madonna spettava di diritto ad una delle bambine di quinta. San Giuseppe doveva solo essere alto, e, se possibile, avere una buona resistenza al dolore per poter sopportare, durante le due ore di rappresentazione, la presenza di una barba in pura lana di vetro marrone, incollata con il vinavil al suo mento imberbe. Barba che si tramandava di anno in anno, un cimelio forse risalente all’epoca del Beato Reginaldo stesso. La madonna invece doveva avere più qualifiche: essere carina, spesso bionda con gli occhi azzurri come la maggioranza delle donne palestinesi dell’epoca, essere intonata e a suo agio col filo del microfono, capace di ridurre alla ragione con un solo sguardo assassino il pupo dell’asilo che ci veniva prestato per interpretare Gesù – e che spesso non si rendeva conto della sacralità del momento – ed essere figlia di una di quelle famiglie super motivate, che partecipavano in massa agli eventi extrascolastici e che si offrivano volontarie per coordinare le masse in funzione della perfetta riuscita del clou natalizio.

Non siamo tutte nate per essere Maria alla recita di Natale, ammettiamolo una volta per tutte. Soprattutto io. Mamma Scopella non è mai stata nella top ten delle preferite dalle suore, babbo Nello concorreva con loro in quanto a baffi scatenando rivalità, e io, oltre ad essere del tutto sprovvista di doti canore, perpetravo continue nefandezze quali dimenticare il costume da angelo appallottolato in un angolo della palestra, per poi ritrovarlo mezz’ora prima del momento di andare in scena e fare il mio ingresso trionfale sul palco con addosso un bolo di rayon stropicciato che di celeste non aveva niente. Forse le nonne avrebbero potuto salvarmi, ma si facevano i cazzi loro nelle rispettive parrocchie.

Io sono stata l’angelo grunge, la pastorella peruviana nel presepe multietnico, la pastorella anni 80 con un camicione a fantasia cachemire che era quanto di più presepiale recuperato in corner dall’armadio di mammà, e infine di nuovo l’angelo in ultima fila con una corona di filo spinato natalizio d’argento in testa, grazie alla quale ho passato due ore di recita a grattarmi come se avessi avuto i pidocchi, ma sentendomi molto vicina alle sofferenze di nostro signore.

In quinta, quando già  le mie compagne catto-fighe affilavano unghie ed ugola per candidarsi all’ambita parte dopo quattro anni nelle retrovie, la recitona globale della scuola elementare è saltata. Quell’anno, la classe di quinta, il vivaio madonnesco, era la classe di Suor Maria Piva stessa, oltre alla mia – c’erano solo due sezioni, del resto. Si presentava un chiaro conflitto di interessi: selezionare una Maria della propria sezione, rendendo felice una famiglia, scontentandone altre dieci ed essendo passabile di favoritismo, o fingersi super partes, scegliere una madonna della mia sezione, e inimicarsi per sempre il clan delle famiglie così accuratamente coccolato nei quattro anni precedenti? La scelta coraggiosa della suora outsider sarebbe stato puntare su di me, chettelodicoaffare. Una madonna stonata, cicciona, col velo spiegazzato e le dita macchiate di inchiostro pelikan avrebbe scosso le radici millenarie dell’istituzione e portato una ventata di novità. Papa Francesco l’avrebbe fatto, ne sono certa, ma purtroppo per la mia carriera teatrale è arrivato con 30 anni di ritardo.

Si decise di giocarsi il tutto su una scelta democristiana, in tinta scudocrociata con la politica dell’epoca: quest’anno la recita non si fa. O, meglio: ogni classe se la fa fra le sue pareti per i fatti suoi. Mettete in scena quello che volete, anche Aspettando Godot, se vi garba. Ognuno per sé e Dio per tutti.

La mia adorata maestra seppe subito come muoversi. Ci fece inventare una favola di natale, che io, con il suo aiuto ed insieme ad altri, trasformai in copione, restando poi lontana dalle scene. Le mie compagne intonate cantarono, avviluppate in metri metri di rayon inamidato. La maggior parte dei maschi rimase sullo sfondo, in tuta, ben lieta di non dover indossare barbe.

E vivemmo tutti felici e contenti, fino all’ingresso nella scuola media.

Racconta di ciò che sai, dicono

Sto leggendo tantissimo.

Giuro.

Forse è per questo che non scrivo una mazza.

Eppure, in teoria, la lettura è un esercizio fondamentale per la scrittura: lo dico sempre. E invece.

Il fatto è che leggere ti butta addosso secoli di genialità a cui sei completamente impreparata. A che serve raccontare delle tu tonsilliti di bambina, quando non potrei mai eguagliare le atmosfere del rione di Elena Ferrante? Quale tetralogia fantasy ambientata nelle valli di Lanzo sarà mai all’altezza della Barriera di Ciccio Martin? Le corna del tuo ex fidanzato avranno mai la dignità letteraria del volo sotto il treno della cara, vecchia Anna K.?

Secondo me la risposta, a meno che una non abbia un talento incendiario, è no. Infatti non bisognerebbe scrivere per eccellere o per essere in gara con i grandi, ma per puro piacere di inventare, di incastrare parole, di raccontare cose che sì, ok, non cambieranno al vita a nessuno, ma magari faranno compagnia a qualcuno in un momento di relax tra un file excel e l’altro.

Poi c’ anche da dire che non è che per forza, nella nostra vita, è la buona letteratura a influenzarci di più quando scriviamo.

Per esempio io mi sono divertita tantissimo, tra i 14 e i 16 anni, a scrivere orrendi racconti in penna bic su fogli rubati ai quaderni di scuola: il protagonista maschile era sempre una versione edulcorata di Axl Rose, c’era quello che io presumevo essere un ambiente rock’n’roll, figure femminili belle&ribelli, sbrodolamenti sentimentali di cui vergognarsi per le generazioni a venire.

Ma la cosa importante è che, a  tratti, c’era anche del sesso piuttosto fantasioso e utopistico: la mia esperienza personale si riduceva a petting leggerissimi e qualche limonata sparsa, però avevo letto un sacco di libri di Jackie Collins e Sidney Sheldon – più uno svariato numero di Harmony Passion –  in cui mascolinità pulsanti e profondità umide e muschiate si susseguivano freneticamente fra le pagine.  Avete presente quei ragazzini che non riescono a vivere il sesso normalmente perché hanno visto troppi porno? Ecco, per me non ci poteva essere una scena d’amore abbastanza realistica senza lombi ardenti, virilità indomabili e precipitazioni sparse nel turbine del godimento.

Jackie_C

Un grande classico della mia formazione

 

Mi aspettavo che il sesso fosse una specie di centrifuga dei piani bassi e un sacco di similitudini erettive: piloni, ma che dico, pilasti, torri d’avorio, dolmen, menhir, moli antonelliane, torri di babele, spade di granito, cannoni di Navarone, bastioni in fiamme al largo di Orione. Altro che esercizi di stile: qui si trattava proprio di un’intera letteratura basata sul dizionario dei sinonimi e dei contrari, perché ovviamente dire “pene” era vietato.

La controparte femminile era sempre, diciamo, un po’ boschiva: ombreggiata, forse perché erano gli anni 80 e la depilazione brasiliana ancora non era di moda. Segreta, nascosta, ascosa, amena: comunque molto profonda e invisibile ad uno spettatore poco motivato. Che poi, ok che la patata non salta così all’occhio, ma non stiamo parlando di un bunker antiatomico. Sembra quasi che, nel mezzo della conquista del sotterraneo del castello, debba comparire l’Abate Faria da dietro l’angolo. Eppure in qualche modo, tra grandi ansiti e piovaschi, la radura veniva sempre conquistata e qui calava il sipario.

Per fortuna della me stessa wannabe scrittrice quattordicenne, che, se avessi davvero dovuto raccontare che cosa veniva dopo, avei dovuto ricorrere all’atlante universale di ginecologia di mamma Scopella, chè vi ricordo che ancora Internet non c’era e questo complicava in maniera esponenziale il lavoro di ricerca.

Quello che mi viene da chiedermi adesso è, se dovessi scrivere – ma non temete, non è in programma – una scena di sesso, che cosa farei? Riuscirei ad attingere in maniera decorosa alle mie esperienze, o tornerei a rifugiarmi fra le cinquanta sfumature di imbarazzo lessicale che hanno costituito il mio imprinting letterario?

E soprattutto, nel 2015, si può dire pene?

Pagine.

Pagine era una libreria in via Vagnone angolo via San Donato, dove tutti i sabati, uscita da scuola, andavo con mamma e babbo Nelli a comprare libri. Per me e per loro. Io me la ricordo strapiena di libri e con scaffali altissimi: forse gli scaffali erano normali e non ad altezza nana, e in questo la memoria sensoriale un po’ mi inganna: però, di sicuro, aveva dei libri meravigliosi. E questo lo so per certo, perché molti di essi sono ancora sui miei scaffali. In particolare nel mio cuore c’è la collana Gaia Junior di Mondadori. E sua sorella gialla, la collana – mai dai? – Giallo Junior. Anche i Superjunior, un po’ orrorifici, mi piacevano parecchio. L’ultima settimana di Agosto, i Nelli han dato il via alla Grande Opera: peggio della costruzione del ponte sullo Stretto. Hanno deciso di imbiancare tutta la casa, cambiando anche la destinazione d’uso di varie stanze. Con relativo sgombero di miliardi di puttanate galattiche accumulatesi nel corso dei secoli. Una cosa che in casa Incorporelli c’è ovunque, in grande quantità e in tutte le stanze, sono proprio i libri. Libri di tutti i tipi: abbiamo una sezione “joie de vivre” con decine di titoli dedicate all’Olocausto e ai dispersi sul fronte russo – saggistica E romanzi, signori -, l’appassionante collana “lombi ardenti”, con romanzi un po’ osé dalle copertine porno-romantic-anni 80, tutti i classici della letteratura mondiale dagli albori a oggi, rigorosamente in triplice copia e nelle più svariate edizioni, dalla pelle umana alla carta da culo. Saggistica ottima e instant books con vignette di Forattini, ce li abbiamo; libri illustrati sulla pesca del gambero nel Maine, pure; ogni tipo di giallo e thriller, dal truculento all’elementare Watson; chick-lit sbarazzina, horror tremebondi, pile e pile di bestseller che, se messi in ordine cronologico, ricoprono l’intera cronologia delle classifiche di “Tuttolibri” dal 1986 ad oggi. Romanzi ottimi e romanzi pessimi, Houellebecq e Wilbur Smith, Antonio Amurri e Susan Sontag, Kathleen E. Woodwiss che strizza l’occhio a Charles Dickens. Libri di cucina con tutte le ricette dalla mortadella impanata alle linguine di pappagallo salmistrato, dall’obesità alla sublime leggerezza. E le guide: volete sapere che cosa c’era da vedere a Stresa nel 1975? Niente di più facile, basta chiedere. L’assunto fondamentale è che i libri non si buttano, al massimo si bookcrossano. A questo proposito, se avete qualche punto di riferimento torinese per il bookcrossing e me lo volete segnalare, vi ringrazio assai: ci sono almeno due copie de L’amante di Lady Chatterley e Il Laureato che potrebbero anche prendere il volo. Il baule che conteneva i miei Gaia Junior era lì: l’ho aperto con una sorta di trepidazione. Ho accarezzato le copertine una per una, ho risentito le voci, le frasi: alcuni di quei libri li avrò riletti venti volte, li so a memoria, eppure, vi dirò, adesso che ce li ho qui a casa con me me li rileggo di nuovo volentieri. Molti sono fuori catalogo: l’idea che alcune di quelle storie rischi di andare perdute per sempre mi stringe il cuore. La cosa che più mi colpisce è davvero quante di quelle storie sono diventate parte di me, letteralmente. Per esempio Mel, di Liz Berry, uno dei miei preferiti: in cui la protagonista si innamora di una rockstar londinese, con tutti i cazzi e mazzi del caso. Professione? Spia!, di Louise Fitzhugh, in cui Harriet prende nota di tutto ciò che la circonda, perché da grande vuole scrivere. La sfida di Lizzie, di Rhea Beth Ross, in cui una ragazzina nell’America rurale degli anni 20 cerca di dimostrare a suo fratello e agli altri uomini della famiglia che le donne non sono cose, e che hanno un valore innanzitutto come esseri umani. E poi il caso più eclatante: Capelli Viola, di Sandra Scoppettone. capelli_viola Eh sì. Davvero.

UPDATE! nominare i Gaia Junior vuol dire scoprire che noi, bambine che li abbiamo amati, siamo davvero tante. In attesa di fondare un fan club, andatevi a leggere questo post fighissimo della nostra adorata Gynepraio!