I solemnly swear that I’m up to no good

Il freddino arriva di notte e ti fa chiudere la finestra e so che c’è chi prova sollievo ma io no, solo l’agrodolce malinconia di settembre.

Vorrei dire che settembre è una merda ma non ci riesco. Mi dà di gomito con i suoi colori, mi solletica con i suoi cieli azzurri, mi sprona con la sua arietta: hop, hop, hop, sembra dire, dai che ce la fai, con ‘sto culone. Shake it.

Settembre è un maledetto istruttore di ginnastica dolce, che vorresti odiarlo, ma non ce la fai: sorride, non ti chiede troppo, in definitiva, solo di sgranchirti le ossa e rimetterti al lavoro, un po’, gradatamente, fa bene alle articolazioni, rilascia le endorfine, in fondo sai che ha ragione, ma chi c’ha voglia?

Non c’è scampo dai ricordi, a settembre.

Ogni foglia che cade sui viali è un primo giorno di scuola con lo zainetto – dei Puffi, di Barbie, Invicta Fluo – sulle spalle, senza dare le mani a chi ti accompagna, imparare la strada da sola, e ricordarla da un anno all’altro con minime, graduali variazioni.
I quaderni nuovi e in cancellino Pelikan con la punta bianca, la quiete prima dello scempio sotto forma di macchie d’inchiostro in ogni dove.
Ogni anno una stilografica nuova, le mangiucchiavo talmente tanto che una volta mi sono fatta esplodere una cartuccia di inchiostro rosso in bocca e alla maestra è venuto un infarto, oddio la bambina vomita sangue e continua imperterrita a scrivere i pensierini, martire dell’educazione elementare.
La tragedia si è ripetuta a casa, mia mamma ha trovata il fazzoletto imbevuto di macchie rosse appallottolato a caso in una tasca di lato, ma cosa ti è successo oggi a scuola? Niente, il solito, perché? The perks of having una figlia scema.

I primi di settembre noi si era ancora al mare in Romagna, e quest’anno ci sono tornata per una breve vacanza da figlia, la Nelli Posse alla riscossa.

Se ne sentono tante di critiche alle vacanze in Romagna, io le leggo e subito mi incazzo, poi subentra la certezza che se la vacanza di riviera la disprezzi è perché lì non ne hai mai fatte di felici, e allora, sai che c’è, mi spiace per te, ma tantissimo, perché la dolcezza felice di una vacanza a Riccione – o di più vacanze, una dopo l’altra sgranate come chicchi d’uva soda e golosa – te la porti dietro come riserva di gioia per una vita intera.

Dopo quindici anni, ho messo i piedi sulla sabbia fine e morbida come borotalco, e mi sono sentita a casa, ché tutti abbiamo bisogno di un posto dove sentirci a casa lontano da casa, e il mio era lì, nell’odore di salsedine, oleandro e bomboloni.

Perché ognuno c’ha il suo mare dentro al cuore, e che ogni tanto gli fa sentire l’onda: quella canzone che tutti ben sappiamo la ascoltavo l’estate che era uscita proprio mentre ci andavo, a quel mare, dopo lo svincolo tragico di Borgo Panigale che allunga sempre il viaggio proprio quando ti sembra che dai, ci sei quasi.

Ecco, settembre mi sta sul culo perché è il mare, ma anche partire, dal mare, e tornare a casa e dover essere bella pimpante e promettere che quest’anno ci proverai, a non masticare tutte le penne e le matite e i pennarelli e gli stinchi dei tuoi compagnucci di classe come un ruminante impazzito.

Allora facciamo che io settembre e i suoi piani per il futuro li ignoro. Faccio finta che non esistano. Mi rifiuto di avere buoni propositi e di sgambettare lietamente sul sentiero della produttività. Me ne sto qua seduta e ascolto l’eco dell’onda che ho ancora dentro. Vado in cerca di storie. Faccio il pieno, ancora un po’, della luce limpida della sera.

Voi andate pure avanti, eh: io dieci minuti e arrivo.

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Madeleine de Proust

Quella sera che diluviava pazzamente e io pensavo ai cibi delle nonne.

Le ginevrine e i sukai nel barattolo di vetro pesante, quello che ora io uso per le capsule della nespresso.

Il krapfen piccolo pieno di crema, appena fritto, a scolare l’olio sulla carta del pane.

I capelli d’angelo, asciutti, conditi con burro giallo e concentrato di pomodoro. Andavo a mangiarli nel garage, all’ombra, seduta su un vecchio scolapiatti, appoggiata ad un ceppo di legno, nel piatto bianco con il bordo rosso. Lei si sedeva sulle scale e sorrideva, una sigaretta al mentolo fra le dita con lo smalto rosso.

I ravioli dolci col ragù. Quel sapore perfetto di cioccolato, ricotta, cannella e scorza di limone, che nessuno di noi è mai riuscito a ricreare con la stessa precisione. Eppure c’è la ricetta scritta di suo pugno, nel corsivo elegante mai dimenticato. La mattina di Natale, lei dirigeva tutti, come un’orchestra, tacco dodici e messa in piega, Napoleone con un lieve sentore di borotalco e lo chemisier che cadeva perfetto.

I gamberoni alla griglia, comprati insieme al mercato di piazza Carlina e pagati come una parure, mangiati noi due sole sporcandoci le dita. Avevo dato l’ultimo esame, i miei ventitrè anni e tutta la vita davanti, un pezzo consistente, almeno, il tavolo rotondo apparecchiato per metà, ci bastava, non c’era bisogno di mettersi in ghingheri quando si trattava di me e lei e un barattolo gigante di maionese Calvè.

Il chinotto e l’aranciata amara. Ci sono nonne da succo di frutta, la mia era una nonna da gusti decisi, non indulgeva in dolcezze non necessarie, ma non lesinava sulle bollicine.

Il crodino e la coca cola. L’acqua brillante. Ai piccoli si può dare quello che piace ai grandi, nel bicchiere di vetro, perché imparino a fare attenzione, perché sappiano che le cose, a volte, si rompono.

Poi c’era il furto controllato, piccole mani contro lesti cucchiai di legno: l’agnolotto crudo, l’impasto della torta, la frittella appena spadellata a temperatura nucleare.

Cucchiai da portata d’alluminio, saliere a forma di cigno, pentole ammaccate senza speciali doppi fondi né moderne innovazioni, in cui i gusti si mescolavano sempre nel modo giusto. Il tappo di sughero tagliato a metà e poi imbullonato al manico del coperchio, quando ormai l’apposito materiale isolante si era rotto da un po’.

Il pane secco mai buttato via, e riutilizzato per polpettoni o torte o misteriose magie gastronomiche.
C’era tutta una liturgia di oggetti, di gesti, di direttive indirizzate verso i vari membri della famiglia per limitare, almeno un poco, la loro strutturale inutilità.

Gratta il formaggio. Riempi l’oliera. Porta il pane in tavola.

(E l’insalata asciugata avvolgendola nello strofinaccio e poi scuotendola, sul balcone). 

Io che non cucino se non per necessità basilari, ma ho dentro me tutti questi pezzetti che messi insieme fanno immagini e ricordi, che mi raccontano come eravamo e come erano loro, c’è tutta una famiglia e il ricordo di un’estate dentro la bustina di idrolitina sciolta nell’acqua del rubinetto in montagna – quell’acqua che scendeva così fresca e pesante che ti sembrava quasi di morderla, nella sete del mezzogiorno.

Un po’ di mesi fa ho letto un articolo molto bello, su Internazionale. Si intitolava “A dieta per essere immortali“, e l’autrice è una dietologa canadese, Michelle Allison (non l’ho più trovato in italiano, ma la versione originale potete leggerla qui ). Una frase mi ha colpito, e diceva:

E senza risposte facili o certe,ogni volta che mangiamo qualcosa è come se facessimo un atto di fede.

Ecco, il punto dell’articolo era poi un altro, ma io penso alla fiducia con cui chiudevo gli occhi e assaggiavo quello che le nonne mi mettevano in bocca o nel piatto, mi dicevano mangia, assaggialo, è buono, o non mi dicevano niente, perché sapevano che era scontato, che in quel cibo c’era molto di più di un insieme impeccabile di sapori.

C’era il loro tempo, c’era il loro amore, c’era la festa e c’era il pane quotidiano.

E c’era quel vecchio logorroico di Marcel Proust che mentre scrivevo questo post mi guardava dall’alto e bofonchiava, a me vieni a raccontarla, ragazzina? Che l’ho detta meglio e più lungamente assai, e ben prima di te?

Il burro non farà bene alle arterie, ma come li condisce lui, i ricordi, signora mia.

someday you will find me, caught beneath the landslide

Quando avevo tredici anni, alla fine della terza media, i miei genitori mi hanno mandata per la prima volta in vacanza studio in Inghilterra.

Avevo una paura porca.

Per me la scuola media non è stata esattamente un’esperienza da sballo.

Avevo un anno in meno di tutti i miei compagni di classe, il che, a dodici anni, si traduce nel giocare ancora a Barbie quando le tue compagne cominciano a fare i pompini (true story).

Ho pochissimi ricordi, e molto vaghi, di quei tre anni nel loro insieme.

Un giorno, a seguito di non so più quale fatto di cronaca, l’Orso mi ha chiesto: ma tu sei stata oggetto di bullismo da bambina? (L’Orso, ricordiamolo, ha visto il peggio delle mie foto di quegli anni, la sua domanda è più che legittima. C’avevo proprio l’aspetto tipico di quelle che vengono lasciate un trimestre con la faccia incastrata nel cesso, con tanto di occhiali e maglione peruviano con bamboline applicate, che ovviamente adoravo).

Ho frugato nella mia lacunosa memoria di allora e gli ho risposto: sì, probabilmente sì, ma non me ne sono mai accorta.
Con il senno della vecchia signora che sono, mi rendo conto che è più che probabile essere stata oggetto, quanto meno, di scherno e dileggio, di prese in giro ad ampio raggio. Ma io vivevo in un’altra realtà, parallela ma separata in maniera netta da quelle aule e quelle ricreazioni.
C’era la mia famiglia, sempre presente, i Nelli, le nonne, cuginanza varia, zii di sangue e zii d’elezione, una profusione d’amore che mi riverberava sempre addosso, una protezione ad ampio spettro contro la dura legge del gol.
Avevo i libri, soprattutto: il magico mondo dal quale non uscivo mai, se non per cause di forza maggiore. Chi ha bisogno del mondo reale quando c’è la letteratura?

C’era qualche amicizia, sporadica, particelle di sodio in acqua lete, qualche affetto residuo dalla scuola elementare, un po’ trascinato a forza, ma abbastanza per non farmi sentire sola.

A me, in quei primi di luglio mentre facevo la valigia, la vacanza studio in Inghilterra non sembrava un’idea così geniale – per dire, quando della vita non sai un cazzo.
Pensavo di non averne bisogno. Sì, certo, Londra l’avevo vista con i miei genitori e subito amata pazzamente, ma due settimane due con gente che praticamente non avevo mai visto, a fare cose che boh, cosa si fa a parte imparare l’inglese? Avrei poi scoperto che poi si fa tutto tranne imparare l’inglese, volendo, ma.

Sì, ero un po’ contenta, ma se mi avessero detto che era saltato tutto all’ultimo minuto, avrei fatto spallucce, mi sarei dispiaciuta un po’ e poi mi sarei ributtata di testa in qualche Gaia Junior o nell’ascolto ossessivo di Use Your Illusion.

Arrivata a Caselle, con la mia Samsonite lilla nuova fiammante, ero stata presa proprio un po’ dal panico. I Nelli, nella loro infinita saggezza, mi hanno baciata, fatto due raccomandazioni, affidata a chi di dovere e buttata nella mischia a calci in culo, senza girarsi indietro. Forse con qualche palpitazione, ma certi di aver fatto la cosa giusta, e infatti.

In quella vacanza ho conosciuto alcuni tra i migliori amici che avrò mai nella vita, ma non solo. Ho trovato la persona che ero, nel mondo reale, fuori dai libri e dalle cuffie del walkman.

Ho scoperto che, con le persone giuste, era facile essere me. Ridere di tutto, ma dei miei limiti e dei miei difetti in primis. Fare casino. Essere scema. Condividere i famosi discorsi esistenziali dei tredici anni alle due di notte, lacrime e abbracci, dediche e dichiarazioni, figure di merda e momenti di gloria.

Quando penso alla densità che aveva allora il tempo, mi chiedo dove cazzo è andata a finire, quell’intensità pazzesca, che in un pomeriggio demoliva imperi e riscriveva relazioni e ribaltava equilibri, e poi via, altro giro, altra corsa, altre cazzate inenarrabili.

Di quegli anni, mi resta per la prima volta la sensazione di essere un gruppo – perché poi, con qualche variazione, ci siamo trovati bene e abbiamo costituito un nucleo che ha messo a ferro e fuoco le strutture delle vacanze studio per sei anni consecutivi. Fino alla maggiore età, ché dopo non si poteva più, ma avremmo voluto.

Mi restano delle foto inguardabili che testimoniano tutti gli stadi dell’abbrutimento a cui una teenager può aspirare nel vano tentativo di essere alternativa.

Mi restano quaderni pieni di frasi criptiche che mi fanno ridere come una cretina anche vent’anni dopo.

Eravamo orribili e meravigliosi, rumorosi come un branco di bufali sotto LSD, grandi bevitori di Tango all’arancia e Coca Cola aromatizzata alle cose che non si trovavano in Italia, capaci di prenderci per il culo fino alla sfinimento, ma anche ferocemente amorevoli nei confronti gli uni degli altri, quando ce n’era bisogno.

Io devo molto, a quegli anni: se dovessi scegliere una cosa sola, la capacità di non prendermi troppo sul serio.

E quella di interagire con i teachers locali – che ci sembravano super maturi, ma avevano vent’anni – per ottenere qualche birra di contrabbando, passata fuori dalla finestra del pub.

Bar Sport 2016

La verità è che ci siamo un po’ rotti le palle dei posti fighetti.

[Parlo al plurale non perché soffro di manie di grandezza, ma perché ho fatto questa considerazione già con un tot di amici e amiche, almeno una decina, per dire].

Mi faccio portavoce del popolo.

Dicevo, i posti fighetti, dove vai a bere un prosecco e sembra che devi andare ad un provino, quelli in cui ti devi per forza sentire e acconciare come se fossi a Williamsburg, o a Ibiza, o a Copenhagen. Ogni tanto non hai voglia di fare la figa – la maggior parte delle volte, ammettiamolo. Hai solo voglia di uno spritz e due patatine dopo aver lavorato, l’obiettivo finale dell’aperitivo è fare quattro chiacchiere con un’amica, senza preoccuparti se il rimmel si strucca, brutta.

Il nuovo trend – non – trend è il bar di quartiere. Il baruciu, come lo chiamiamo in famiglia. Quello un po’ racchio, un po’ squallido, ma dove alla fine sei di casa.

Il top sono i chioschi all’aperto, in cui puoi fare tutto, dalla merenda all’anguriata di mezzanotte. La prima volta che ci vai scatta il gioco di sguardi che neanche all’OK Corral, poi se ti mostri sufficientemente umile e cordiale e ci torni un po’ di volte la situazione si ribalta e diventi local. L’importante è fare attenzione ai tavoli, cercando di occupare sempre lo stesso e mai uno di proprietà del cliente storico cugino in seconda del barista, non pretendere cose strane (tipo: mi fa un Moscow Mule per favore, è la frase da non dire mai, ma anche una cosa tipo piatti vegani ne avete? può valervi l’espulsione dal chiosco vita natural durante fino alla terza generazione).

Il chiosco all’aperto d’estate è la salvezza estrema, scendi in ciabatte e col pinzone e sai che comunque sarai la più figa della situa. Noi ne abbiamo uno proprio dietro casa che secondo me fa salire il valore degli immobili di zona un bel po’.

I chioschi estivi però d’inverno – o nella stagione dei monsoni, quella che a Torino dura da aprile a luglio subito prima della siccità canicolare – dicevo, quando fa freddo o quando piove, i chioschi sono una ferita aperta di ciò che potrebbe essere, fanno malinconia, come gli ombrelloni impilati in un angolo o il frigo dei gelati con dentro un solo Calippo gusto maracuja superstite da due estati fa.

Per scaldarci con un San Simone nelle lunghe serate invernali io e la mia amica Frankie abbiamo un posto di riferimento, che è il Bar Centro. La distanza fra il Bar Centro e il Centro a cui fa effettivamente riferimento è molto più che chilometrica: è una distanza siderale di filosofia ed estetica, di potenzialità e realismo.

Il Bar Centro condensa in pochi metri quadri tutti i riferimenti baristici possibili dagli anni 50 ad oggi. È la Wikipedia del bar. L’arredo è anni 70, le sedie anni 90, la Gazzetta fresca di giornata. Cibo non ne ho mai visto. La selezione liquori è ampia e variegata, la top ten dei più bevuti è facilmente intuibile dagli strati di polvere. Ci sono le macchinette lampeggianti, ma anche i mazzi di carte bisunti.
L’amore per questo luogo, per me, è stato sancito da un cartello scritto a biro su foglio di carta  scotchato alla macchinetta del caffè che recita le seguenti parole: “Si ricorda ai signori clienti che prima delle 18 è severamente vietato sparare cazzate”.

Il televisore è sempre acceso su qualche partita. Credo che seguano via satellite anche il campionato interregionale dell’Azerbaigian.

Dietro al bancone c’è lui, l’archetipo del barista. Giovane, sempre in tuta, delle dimensioni di una Smart. Ci riconosce e ci racconta cose, si ricorda chi delle due vuole il ghiaccio nell’amaro, si accorge se abbiamo cambiato taglio di capelli e non si preoccupa se portiamo fuori il bicchiere per andare a fumare.

La clientela è variegata, può sembrare inquietante a prima vista, ma nessuno ti rompe mai i coglioni. Al massimo ci sono accese discussioni di stampo calcistico, nelle quali non oserei intervenire neanche dietro compenso in denaro o beni immobili.

Il Bar Centro è una garanzia: è sempre aperto. Non tradisce mai.

Prima del Bar Centro, nella mia vita, c’è stato il Bar Lupi, dove mio papà andava a giocare la schedina, portandomi con sé. Il Bar Lupi non l’ho mai visto bene, era avvolto in una nebbia tipo sobborgo della Londra vittoriana a novembre. Il Bar Lupi poteva vantare una clientela ad alto tasso alcoolico e giudiziario. L’ultima volta che sono passata da quelle parti, ho visto che, in onore alla nuova clientela, ha cambiato nome: si chiama Bar Giamaica. Ho buttato l’occhio, sono stata salutata da una nube di fumo, dall’opacità della formica, da un bagliore di superfici in alluminio riflettenti marezzate di ditate altrui.

Sotto la nuova insegna, il Bar Lupi vive ancora. Bar Lupi never say die.

 

La nonna e la guerra

Mia nonna Romana era del ’27, la guerra l’ha fatta da ragazzina, ed è finita che non aveva ancora vent’anni.
Vederla a colori è un esercizio di memoria sulla base di vecchie foto in bianco e nero, gli occhi azzurri di cieli alpini, i capelli biondi in due grosse trecce e il sorriso aperto di chi la vita, nonostante tutto, l’ha presa lieve.

Nei suoi racconti d’infanzia c’erano i fratelli, gli scherzi, la poca voglia di studiare e la molta voglia di ridere, e poi c’erano le bombe, i rifugi, i morti.

La sua prima simpatia – neanche un filarino, quello dopo, ed era già mio nonno Elio in persona – la sua simpatia, dicevamo, era un ragazzo giovane un po’sbruffone che la cosa del fascio l’aveva presa seria e se ne andava in giro a fare il galletto balilla, finché sono arrivati i partigiani e dopo che erano passati l’hanno trovato appeso impiccato nell’androne di casa, che tutti vedessero. Quando si dice che la storia non la fanno i vinti ma neanche poi troppo i vincitori, la storia la fanno le nonne che te la raccontano e concludono – inaspettatamente, senza amarezza – pensando che poi alla fine anche lui aveva sedici anni, e sua mamma poverina. Il giusto e lo sbagliato sono la Storia, questa è una storia di un quasi fuggevole primo amore in tempo di guerra, fatto di sguardi da un lato all’altro del cortile e raccontato una volta sola e poi mai più, per pudore.

E quella volta che con la sua amica avevano fatto tardi tornando a casa dal lavoro in Fiat, hanno sentito le sirene che erano ancora in Piazza Vittorio – abitava in Vanchiglia, mia nonna – e non c’era tempo di arrivare da nessuna parte, allora si sono buttate per terra in mezzo alla piazza, le mani sulla testa e le bombe che fischiavano e cadevano intorno a loro. È durato pochi minuti, e si sono alzate, illese, per miracolo. Hanno cominciato a ridere forte, correndo verso casa, come danzando, l’indicibile fortuna di essere rimaste vive in una sera di quasi primavera.

Erano gli anni delle leggi razziali, e delle deportazioni, della bambina ebrea tenuta nascosta per un po’ in casa, finché i suoi zii erano venuti a prendersela una notte per andare forse in Svizzera: non un atto di eroismo, solo il gesto spontaneo di dare una mano a una bambina come tante la cui famiglia, da un giorno all’altro, non c’era più. E che il caposcala non se ne accorgesse, per carità.

Con le amiche e le sorelle andavano a Porta Nuova a raccogliere i bigliettini buttati giù dai treni di chi era dovuto partire di corsa, per forza o per amore, quando c’era un indirizzo o un riferimento preciso li portavano alle famiglie, era la Storia, era un gioco, era una cosa che si faceva e basta, come la fila per prendere il pane, come ascoltare la radio tutti insieme la sera, la radio costruita dal nonno con i pezzi di scarto, con cui cercare parole ma anche musica, per cantare, per ballare.

Io la ascoltavo, seduta sul divano, mangiando un cono al whisky della Motta, che mia nonna era il tipo di persona che fa mangiare il cono al whisky a una bambina di sette anni, solo perché gliel’ha chiesto, e anche se è quasi ora di cena. Io la ascoltavo dal divano con la bocca piena di gelato e le chiedevo come si faceva, a vivere in guerra, come era possibile, in mezzo a tanta bruttura, con i fratelli prigionieri degli inglesi, con le case bombardate e la paura, mi sembrava che in guerra dovessero morire tutti di pianti e stenti dentro a una cantina, e invece no, lei mi raccontava che si parlava, ci si innamorava, si rideva ancora, e si viveva e basta, si dicevano le preghiere più per i vivi che per i morti, e si andava avanti. Si sperava.

Si sperava, mi diceva, forse più e meglio di adesso, perché immerso nel male e nell’orrore non puoi che tendere verso un’idea lucente ed assoluta di bene che deve arrivare, di cose che vanno a posto, di fratelli che ritornano ammaccati ma salvi, e ridere di nervoso e di gioia quando non è toccato a te.

Nei racconti di mia nonna non c’erano le ideologie né gli eroi, e se c’erano erano figure di cartapesta sullo sfondo, il mascellone, quello coi baffetti, il re padre di quello nato dopo e che avrebbe poi sposato una Doria dei biscotti, ma soprattutto c’erano i suoi quindici anni e i calzettoni, il teatro e le amiche, l’incoscienza e la stupidera.

Una fra mille delle cose per cui posso dirle grazie è che mi ha insegnato che alla guerra si sopravvive con la fortuna ma anche con la speranza, con le cose di tutti i giorni, alla portata di tutti, facendo vergognare la paura acquattata sulla soglia, obbligandola a voltare la sua brutta faccia dall’altra parte, quando le passiamo accanto, cantando per farci coraggio, restando noi stesse, restando vive anche quando le probabilità ti dicono che intorno tutto è destinato a morire, ma tu ti rialzi da terra in una piazza bombardata e anche se tremi dici, non stavolta, non stasera, io no.

18 x 2

Tra pochi giorni faccio 18 x 2 ed è inevitabile pensare a quando erano 18 e basta, a questi numeri che si moltiplicano alla facciazza tua, a quei 20 anni che sembran pochi, poi ti volti a guardare e non li trovi più (cit.).

Il sabato sera dei miei 18 anni l’ho non-festeggiato a casa col mio amico Lele, io e lui soli, ero magonata, non volevo vedere nessun e lui è accorso, come ha sempre fatto nei miei momenti di svario adolescenziale, siamo stati lì nella mia cameretta, un po’ a parlare, un po’ in silenzio, birra e sigarette e canzoni grunge, io presumibilmente in pigiama, con resti di matita nera intorno agli occhi – matite nere di scarsa qualità comprate al mercato di corso Palestro – piangi e ti si appannano gli occhiali, e il rimmel si strucca, brutta (cit.). Questo la saudagi del sabato sera dei 18 anni, poi in realtà di quel periodo ricordo anche molte altre cose cretine e divertenti, molto Hiroshima e Docks Dora, limoni all’autoscontro alla Pellerina (comunque le relazioni nate all’autoscontro son destinate a fine tragica, io ve lo dico), goffaggine e bruttezza portate con nonchalance, tagli di capelli sperimentali, cose, insomma, che chiunque sia stato da quelle parti in quegli anni può ricordare e riconoscere.

Quello che c’è in mezzo è tanta roba. È un gomitolo di cose in cui i confini sono acquerellati, stupidera e malinconia si fondono, ma come si dice, io quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non li cambierei con niente (cit.).

Ed è per questo che ogni tanto mi chiedo cos’è, questa paura di invecchiare, quando poi in fondo ce la siamo sempre cavata, quando poi alla fine un martedì sera qualunque guardi Sanremo sul divano degli Zandezii in fuseaux leopardati e calzini a pois, e più zia Assunta di questo non so che cosa potevi immaginarti.

Di cosa hai paura? La morte la malattia la responsabilità il dolore son fardelli democratici, signora mia, mica stanno a guardare l’anagrafe, li prendi nel pacchetto da subito, incroci le dita fai un sospiro e speri che il fato sia clemente, e allora?

Vecchia è bello, dai, sdoganiamolo. Capelli lilla, marsupio glitter, dire tutto quello che ti pare tanto c’hai un età e te ne fotti del giudizio altrui, puoi sempre farla passare per demenza senile e ridere fra te e te delle facce scandalizzate della gente. Prendere a ombrellate il cofano delle automobili che si fermano troppo in là sulle strisce, criticare i giovani che vanno in giro con le caviglie scoperte e la panza di fuori quando tira il vento e ci sono due gradi (già lo faccio), rivendicare cicatrici, battaglie, opinioni, saggezza. Non è triste invecchiare, è triste averne paura e farsi paralizzare in un tempo che non ti appartiene più.

Trasformeremo i circoli Arci del cuore in lungodegenze alcoliche col volume della tv sparato a raffica, colonizzeremo i giardini dove bevevamo Fanta pesante con i nostri dembulatori supersonici, io è una vita che sogno le motorette da anziana signora inglese con le New Balance color panna ai piedi e occhialoni fumè con la montatura di Swarovski.

Addio pillola, benvenuto Coumadin, basta zip e bottoni e viva i pantaloni con la vita elastica, saremo così tanti e così allegri che nascerà H&M Senior e Zara Old e sgomiteremo per accaparrarci la panciera* in lamè special edition Renato Balestra (che sarà ancora vivo fra 50 anni e nessuno saprà spiegarsi come).

La vita finora non è stata altro che un romanzo di formazione, e a me piacciono i romanzi di formazione perché a un certo punto sembra andare tutto in vacca, ma poi in qualche modo c’è una risposta e le cose vanno meglio, a pagina 300 sei meglio che a pagina 2, chiudi con un sospiro soddisfatto e un senso di potenza mica da ridere, anche se nel capitolo prima piangevi come un vitello e ti sembrava che tutto fosse perduto.

E colgo l’occasione per ricordarvi che la mia passione per i romanzi di formazione si traduce, oltre che in letture compulsive nella solitudine della mia stanzetta, in quattro incontri al giovedì sera per i Giovedì di Zandegù. Si chiacchiera di letteratura, si sgranocchiano cosette buone, sentite un po’ cosa ne penso io e, possibilmente, mi raccontate come la vedete voi. Il primo è giovedì prossimo, alle 20.30, e il primo romanzo che ho scelto è proprio un masterpiece dei miei 18 anni – giusto per restare in tema: Un Ragazzo, di Nick Hornby. Riprenderlo in mano dopo tanti anni è stato un po’ un colpo al cuore, alcune cose le ho ritrovate, altre le ho perse – ma me le ricordo tutte – e, insomma, se non si fosse capito non vedo l’ora di parlarne.

Che poi è questo il senso, no? Invecchiare, crescere, maturare, fare un pezzo di strada, chiamiamolo un po’ come ci viene in mente, l’importante è che in questa terra di mezzo tra il prima e il dopo facciamo le cose che amiamo, e guardandoci allo specchio, tra una ruga e l’altra, vediamo qualcosa di familiare.

Anche se devo ammetterlo, alla faccia dello zen, ‘sto cazzo di 36 un certo effetto lo fa.

*ero molto in dubbio e ho chiesto alla Treccani, che mi ha risposto che è ok sia pancièra che pancèra, e ha proposto addirittura panzèra. Adesso non esageriamo, ho detto io, e ho scelto panciera solo perché il correttore di WordPress non lo segnava rosso. So che volevate saperlo, eh.

Quella volta con Modigliani a New York

Il 2012 è stato un anno di merda. Non so so era colpa dei Maya o della famosa ruota che gira e tu un po’ stai su e un po’ stai giù, io quell’anno stavo definitivamente giù, tenevo insieme i pezzi con lo scotch – quello adesivo, anche se forse quello alcolico avrebbe aiutato meglio – e continuavano a staccarsi, non riuscivo mai ad andare avanti perché ogni metro dovevo tornare indietro e recuperare qualcosa che s’era perso.

Maledicevo gli dèi e gli uomini con cadenza impressionante, un rosario di bestemmie, una sindrome di Tourette in piena, starmi vicino era l’Inferno senza navigatore, infatti chi mi amava andava a vista e forse a Lexotan, col famoso senno di poi era da dargli una medaglia, io gli davo merda di continuo, che bella persona, davvero.

Quell’anno lì l’Orso mi ha presa e mi ha portata a New York, grazie al contributo economico delle famiglie, ha ignorato le mie giaculatorie sulla povertà e sul disfacimento del sistema, sul tasso Euribor e sulla viltà di Equitalia, sul concetto di hybris e sulla saggezza dei francescani. Mi ha presa e caricata su un aereo con una valigia imprestata e una regalata e mi ha detto, si va.

Potrei dilungarmi ore su cos’è New York se non l’hai mai vista, se la cammini come fosse un film, se la guardi con occhi sgranati e dietro ad ogni edificio ti stupisci che ci siano davvero muri e non quinte di cartone, tutto il mondo passa da New York e ci lascia un’impronta, c’è qualcosa per tutti, a New York, non c’è scampo. Non puoi restare scettico, a New York. È l’America quella del modo di dire “Ha trovato l’America”, per cui hai trovato tutto, e lì, in effetti, trovi anche quello che non sapevi di stare cercando, tipo me.

Siamo andati al Moma, pieni di oooh, e aaaaah, e meraviglia negli occhi, sentendo l’anima che si ristorava in un corpo pieno di bacon e formaggio fuso, riconoscendo quadri per averli visti sulle copertine dei libri – lì c’è Teresa Batista stanca di guerra nell’edizione degli Struzzi Einaudi, guarda! E cose viste talmente tante volte in altri contesti che dal vero sembravano finte, ma più belle – ovviamente – non so come spiegarlo, a me l’arte fa questo effetto, che mi senti ignorantissima guardandola e al tempo stesso senza confini, io di arte so poco o niente ma so questo, che mi fa sentire come se mi dilatassi di spazi infiniti per accoglierla, anche se non mi piace razionalmente quella specifica opera, mi viene un brivido e penso, toh, questa è arte, con buona pace di Giulio Carlo Argan, sul quale peraltro ho diligentemente studiato – ma forse non abbastanza.

E così è successo che mi incamminavo verso le Ninfee, che hanno questa cosa strana che tu le guardi da vicino e sei scettica, poi ti allontani di due metri e capisci il perché di tutto quel casino nella sala delle Ninfee, il perché della gente seduta sulla panchette di legno con la faccia da uno che è sulle rive della Loira a fare un pic nic. Dico Loira per dire un fiume francese, sia chiaro, di geografia ne so meno che di arte, e tra l’altro credo che le ninfee manco stiano nei fiumi, ma negli stagni, è che di botanica e di stagni francesi ne so sempre meno in un quantitativo che si avvicina allo zero assoluto, quindi facciamo finta di niente e andiamo avanti.

Andavo verso le Ninfee con quel poco di fretta che ti si attacca addosso quando sai che ti stai avvicinando al pezzo forte, ma sai anche che il pezzo forte non scappa e quindi continui a guardarti introno, per non perderti cose di cui poi ti potresti pentire. Cerchi di darti un andi anche di persona che nei musei sa comportarsi, nonostante poi vada in delirio in un piano pieno di jeans scontati del 50% da 21st Century, per dire. Chi ti vede in quel momento al Moma mica lo sa.

Lì ho incontrato le donne col collo lungo di Amedeo Modigliani, che non mi ha mai fatta impazzire, di cui ho sempre pensato, bravo eh, però boh. Non è tanto il mio.

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Pic by Aleroundyou  (e sì, proprio di quel quadro lì).

E mentre guardavo questa donna col collo lungo con un po’ di noia e aspettativa per le Ninfee, ho pensato, come dal nulla, certo che alla fine la libreria la posso anche chiudere, e non succede mica niente. Non muore nessuno. Soprattutto non muoio io, né le persone che ho di fianco, che comunque farle stare peggio di così sarebbe ardua perfino per me. Il mondo è grande, nella vita c’è spazio per essere tante cose diverse, qui a New York nessuno sa niente né di me né di Librarsi, e anche se sapesse è probabile che non gliene importerebbe una beata sega. Anche basta. E dopo qualcosa farò, ci sarà ben un dopo. Le possibilità, i modi di vivere, sono infiniti. Mica ce n’è uno solo giusto per il semplice fatto che un giorno l’hai scelto. E i soldi? I soldi vanno e vengono, più vanno che vengono, diciamo, ma i soldi sono già un problema. Vedremo come fare. Il punto è avere un senso, e questa carcassa che mi continuo a portare dietro un senso non ce l’ha più.

Ho pensato tutte queste cose e non le ho dette a nessuno, se non molto tempo dopo. E sarebbe bello poter raccontare che ho ripreso l’aereo per Torino a fine vacanza, e ho iniziato a mettere a posto le cose per chiudere, e invece no, l’ho trascinata ancora per più di un anno con un corollario di patè d’animo e rotture di balle esiziali per tutta la compagnia dell’anello, perché essere furba, da queste parti, è una dote che dobbiamo ancora sviluppare.

Però lì ho capito due cose. Che viaggiare, cambiare prospettiva, è importante sul serio, non per modo di dire. E che lo scopo dell’arte, forse, è proprio quello di aprire i confini nei quali sei chiusa. Anche quando è un’arte che di fondo non ti entusiasma granché. Con tutto il rispetto, Amedeo, abbi pazienza, eh.

(Questo post l’ho scritto perché Enrica ha sentito un pezzo di questa storia e mi ha detto, ma scrivici un post. E io l’ho fatto. La terza cosa che ho imparato nella vita, è che quando Enrica ti suggerisce una cosa, è meglio farla. Grazie, Frau Krivellen).