Dieci cose del Salone

  1. Ci ho passato circa 37 ore quasi consecutive e non sono riuscita a vedere mezzo stand. Spero che le novità editoriali mi si siano trasmesse per osmosi, di avere le visioni nei mesi a venire, di nuove copertine imperdibili e storie abbacinanti, ché non ho sfogliato mezzo catalogo.
  2. Con un cartellino al collo, ti chiedono la qualunque. Scusi, dov’è la sala Matera? Senta, sa mica se al bar Autogrill prendono i buoni pasto? Ma la presentazione del nuovo libro di Franca Maria Del Ponte per la Sarcazzo Edizioni? Ma Anaïs Nin dov’è? C’è coda in bagno? Chi ha ucciso Laura Palmer?
  3. Signore impavide con tacchi a spillo, plateau, sandali  gioiello, ditemi la verità: avevate le Havaianas nella borsa, vero? Se la risposta è no, e non siete morte prima di arrivare alla metro, allora vi prego, quando sarà ora, donate il vostro corpo alla scienza perché io voglio sapere come cazzo avete fatto.
  4. Al mattino criogenesi, alla sera fusione nucleare. Il concetto di temperatura ottimale, all’interno del Lingotto, andrebbe un po’ rivisto.
  5. Il vero busillis, il segreto che passa di bocca in bocca tra i librai e li fa fremere di emozione e gratitudine, è l’ubicazione esatta del bagno un po’ imboscato dove non c’è quasi mai coda. Altro che la lochèscion misteriosa del rave letterario di Baricco e Bianconi.
  6. Il cliente lo fai felice quando gli presti la sedia al bookshop, mentre fa la fila per l’ingresso. Non di trame né di storie ha bisogno il lettore affranto, ma di un supporto per le stanche membra. Prossimo partner, suggerisco Eminflex. O uno sgabello pieghevole omaggio ogni cinquanta euro di libri acquistati, và che ti ho risolto la crisi dell’editoria.
  7. Facce note intraviste a pacchi nella folla, che ad un certo punto della giornata non sai se sono clienti, premi Nobel o il tuo compagno di banco delle elementari. Nel dubbio, sorridere, abbozzare un saluto con la mano e sgattaiolare via fra le pile di De Giovanni e Sepulveda in cerca di un riparo.
  8. Ad un certo punto ero talmente fusa che alla domanda “Scusi, ce l’avete la Carta del Docente?” mi sono messa a pensare per un minuto buono chi cazzo l’avesse scritta, ‘sta carta del docente, e se era un saggio pedagogico, e chi l’aveva pubblicata, e se magari in qualche anfratto ce n’era rimasta una copia.
  9. Io comunque se posso scegliere l’8 X 1000 lo do alla Birkenstock.
  10. I ragazzi dell’alternanza scuola/lavoro, abbastanza equamente divisi in quelli che cercavano la fuga a fine di baccaglio reciproco tra il banco degli Adelphi e lo sgabuzzino dei carrelli, e quelli che invece proprio li vedevi che erano lì per i libri, che li accarezzavano con quel gesto furtivo che io conosco bene, che quando affidavi loro un compito, per quanto palloso e stancante, non vedevano l’ora di farlo e di esserne parte. Le loro vite, quelle che hanno e che sognano per domani – raccontate a frammenti tra un bookshop e l’altro. Io mi sono sentita molto vecchia zia, penso che comunque sia un ruolo che mi doni.

E niente, faccio la spavalda che ci ride sopra, ma questi giorni sono stati un delirio di energia purissima. Li ho passati alla Piazza dei Lettori, al Padiglione 3, in compagnia dei librai di Co.L.T.I., che è il consorzio delle librerie torinesi indipendenti (sì, è un acronimo, non è che ce la tiriamo poi così tanto).
Venticinque librerie, milioni di idee, di competenze, di inclinazioni. Sorprese e conferme, nel lavorare insieme, persone nuove e non, ciascuna con una faccia adorabile e stanca, e io nel mezzo, ad assorbire tutto, cercando di restituire anche qualcosa.

Che viene da dire, a vederlo da fuori, signori, sono solo libri, vendeteli e non fateci poi sopra tutto ‘sto cinematografo. E invece ti ritrovi insieme e capisci che non sono solo libri, non solo per me, non solo per noi.
C’è dietro quella famosa cosa di cui si parla sempre, di darsi un senso, di scoprire cosa sai fare, di scoprire che cosa vuoi fare, e come. Di alzare la mano e dire, ehi, ci siamo, ci stiamo mettendo la faccia, ci stiamo mettendo fatica e gioia ed entusiasmo e un po’ di rabbia, anche, quando ci dicono che non serviamo a niente perché tanto c’è l’internèt, dove ti fanno pure lo sconto.
Io credo invece che esserci stati, in quello spazio grande così, con quella torre perfetta per i selfie, con le nostre risate e la nostra stanchezza e le corse alla ricerca del titolo richiesto e perduto, abbia forse raccontato, a chi passava di lì, un pezzo della nostra storia.
E a chi passava di lì, probabilmente, piacciono le storie.
Ecco: spero che gli siamo piaciuti anche noi. Perché secondo me eravamo bellissimi.

Tutto si immagina

Io amo le storie.

Leggerle, ascoltarle, raccontarle. Amo anche scriverle, è uno sporco lavoro e non viene sempre bene, ma è anche un piacere personale purissimo e indiscutibile. Ormai da tre anni mi regalo due ore alla settimana per frequentare corsi di scrittura (tipo questo e questo) che si traducono in pagine e pagine di appunti, files di word, riscritture, note in brutta grafia su quaderni sconnessi, ma soprattutto, come diceva il buon vecchio Mike: allegria. Soddisfazione, gioia, diletto, gaudio, delizia, godimento, beatitudine: un intero plateau di sinonimi a cui attingere.

Scrivere è un lavoro solitario, frequentare un corso di scrittura lo rende meno umida stanzetta e più gita del liceo. Trovi persone che ti assomigliano anche se sono diversissime da te, trovi sogni, trovi obiettivi, e – ovviamente – trovi storie.

Trovi Maestri e trovi amici.

Trovi risate, complicità, trovi quella fame di altrove che si realizza nell’essere umano appena le lasci spazio.

Sabato 11 febbraio era il giorno prima del mio compleanno e per me tutti i giorni prima e anche alcuni giorni dopo il mio compleanno valgono come festeggiamenti.

Sabato 11 febbraio c’era il corso di Elena Varvello da Zandegù e io ho preso un permesso dal lavoro e ci sono andata.

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Faccio solo foto altamente significative, io.

Elena Varvello è mesmerizzante.

Lo so che probabilmente ci sono parole più adatte a descriverla – scrittrice, insegnante, autrice, narratrice – e aggettivi spesso superlativi che non possono mancare – bravissima, preparatissima, appassionata e appassionante, pescate a caso nella gamma dell’apprezzamento e ce l’avrete.
Io, dalla prima volta che l’ho vista in classe (ormai un paio d’anni fa) e l’ho ascoltata parlare, ho pensato questo. Mesmerizzante. Il correttore di word lo segna rosso e preferirebbe forse una cosa tipo ipnotica, o suggestiva, ma che ne sa un correttore di quello che capita quando Elena Varvello si sfila gli occhiali e inizia a parlare?

La lezione a cui ho partecipato io si inserisce in un percorso più ampio di cinque lezioni (ne restano ancora uno, just in case vi stessero prudendo le mani) e il focus centrale era sui personaggi che parlano.
Il personaggio  – e il dialogo – è stato l’atomo intorno al quale Elena ha costruito un universo in poche ore, ci ha portato per mano nelle stanze della scrittura, ci ha fatti entrare per qualche attimo, ci ha tenuti sulla porta a guardare, e poi abbiamo camminato su laghi ghiacciati, abbiamo guardato il bosco dall’alto, e poi ci ha detto: scrivete.

Sul polso Elena ha tatuato “Tutto si immagina”.

Quel tatuaggio io l’ho visto fresco alcuni mesi fa, al Circolo dei Lettori, quando siamo andati ad ascoltarla presentare La vita felice, l’ultimo romanzo che ha scritto.

Ecco: quella frase, quel tatuaggio, è il riassunto migliore che potrei fare per raccontare una lezione di Elena Varvello in un tweet.
Tutto si immagina: con la sua voce, con esempi, con disegni buffi e senza mai perdere l’occasione per una battuta e una risata, abbiamo immaginato tutto dei nostri personaggi. Io ne avevo un paio in mente, i miei compagni di corso anche, e chissà lei a chi pensava.

Di verbo in verbo, abbiamo iniziato ad ascoltarli.
I personaggi parlano, non chiacchierano: e abbiamo imparato che il dialogo più riuscito si esprime nel non detto, nel silenzio.

Sembrerà mica facile, una cosa così, quando poi sei a casa e il cursore lampeggia e tu non sai che minchia si dicono ‘sti due mentecatti che stanno lì seduti al tavolino di un bar ed è tutto uno spazio vuoto da riempire e tu non riesci a decidere, se attingere ai ricordi, alla realtà, alla preghiera, o se spegnere tutto e andare a guardarti una puntata nuova di Girls.

Ed è lì che ti viene in mente: tutto si immagina.
Quello che ti resta, dopo un corso di scrittura fatto bene, sono gli strumenti. Gli scalpelli per martellare quel blocco bianco di marmo che hai nel cervello al posto dei neuroni, per creare spiragli da cui possano uscire le parole, e i due mentecatti di cui sopra comincino a respirare e a esprimersi in un modo che – speriamo – non assomiglierà a una puntata della Telenovela Piemontese.

Quando è finito il corso siamo rimaste ancora un po’ lì a fare salotto e a farci promesse: scrivere, soprattutto, è la promessa più impegnativa, e l’unica che conta.
Poi, visto che io sono io, mi è venuto un po’ di sagrìn, perché era già finito tutto, volato in fretta, avrei voluto ricominciare la giornata da capo, anche perché io dalla Zandecasa vorrei non andarmene mai, stare lì con le persone e Sandra e Raimondo e il caffè e la torta di Sara e i cuscini a punto croce con su scritto Tarapia Tapioco.

Allora ho capito che dovevo andare a casa e scrivere.

Perché il modo migliore per far passare il sagrìn, è sempre raccontarsi una storia.

[Già che ci sono: qualche link bonus che magari vi interessa.
La pagina Facebook di Elena Varvello.
Il prossimo corso che terrà da Zandegù.
Il sito del Maestro primigenio e reverendissimo, quello che campeggia come un santino nei miei quaderni squinternati e che cito a sproposito ogni volta che parlo di scrittura.
Quello che pensa Valentina e quello che pensa Francesca: due riflessioni super azzeccate sui corsi di scrittura].

walk the line

Per me camminare è un po’ terapia, un po’ la sola attività fisica che non mi deprime, un po’ uno scarso senso della distanza – mi sembra tutto vicino vicino, un vero spreco andarci in metro, per non parlare della macchina, che se proprio potessi non la userei mai.

Camminare è scrivermi storie nella testa, vivisezionare quei momenti storti che non mi sono ancora andati giù e che mi intasano il subconscio finché proprio non li ho smontati e rimontati e ho capito come mettere tutti i pezzi perché funzionino, a volte non c’è niente da fare, ma almeno, così spezzettati, occupano meno spazio nell’anima e assomigliano a quel vecchio detto di farsene una ragione.

Camminare, per me che vivo in città e non potrei vivere altrove, è il passare delle stagioni, gli odori che fanno nostalgia, le luci che si accendono all’improvviso mentre passo come su un red carpet – grazie, grazie, troppo buoni, il successo non mi ha cambiata, sono ancora una ragazza semplice. Le vetrine a tema, il mutar di piumini e mezze maniche, la speranza di esserci finalmente liberati di quella moda delle Hogan che impazzava tempo fa, all-star borchiate ed è subito 2011.

Guardo le persone a partire dai piedi, sì, scusatemi, è un’abitudine. Quando arrivo alla faccia mi sono già fatta un’idea precisa di chi ho davanti. E vorrei fare una petizione per tutte quelle signore sui sessanta, belle ciaciotte con il loro carrello della spesa e la messa in piega con i bigodi, che indossano magliette su cui c’è scritto “Skinny Bitch” o “Sex Bomb” o “I love drugs”o “Hot as F*ck”. Possiamo fare un comitato che le protegga o quantomeno le informi, sì?

Camminare per strada è fare l’appello delle vie, dei negozi, delle nuove gestioni, della frequenza con cui viene ritirata la plastica – nel mio quartiere c’è una strana idiosincrasia per i bidoni della plastica, c’è solo la raccolta una volta a settimana di pile di sacconi sui marciapiedi, che basta un alito di vento e via, altro che Up.

Camminare è stare da sola con me stessa, litigare, fare pace, mandarmi affanculo, criticarmi, sostenermi, un matrimonio insomma, è il momento in cui ascolto quello che ho da dire e decido se mi piaccio, quanto mi piaccio, se alla fine sono scema come sembro o se ogni tanto posso crogiolarmi nella sensazione di essere un fottuto genio (poco, eh, ma sono attimi esaltanti che a tratti capitano).

Camminare è molto bello anche con le amiche o i fidanzati, ma devono essere rodati, avere una buona tenuta di strada, un passo che vada d’accordo con il mio, poche esigenze ma chiare e dichiarate. Per camminare affiatati ci vanno anni d’esperienza sul campo, io e la socia Alisia siamo cintura nera di camminate a due, dateci una scarpa comoda e non ci fermiamo più.

Sarà per questo che una delle cose che faccio e che più mi piacciono è il Litcrawling, con Zandegù (qui ci sono tutti i dettagli tecnici): perché si cammina un po’, si guarda un pezzo un po’ inedito della città, ma senza l’ingessatura della visita turistica, che ti senti quasi obbligata a fare la faccia compunta della persona seria. Semplicemente, scopri cose. Ti prendi quelle due orette per andare in giro per quartiere in cui magari normalmente non andresti, o che non guarderesti con l’occhio acceso e la faccia ammirata da apperò!

I maligni diranno che è per le birrette, ed è vero – del resto, scusate se sono umana. Ma c’è questa comunione di intenti, con la me stessa che va a piedi a zonzo per fare cose che sono solo un pretesto per andare a piedi a zonzo, e la me stessa che legge per una volta non sul divano ma in mezzo alle facce belle delle persone. Il Litcrawling insieme agli Zandezii e ai vari partecipanti, insomma, mi sembra un’occasione per aprire una porticina e far vedere al mondo un pezzetto di me che forse non tutti sanno che.

E poi va beh, ci sono le birrette.

Cose che capitano

Il silenzio sul blog non è per forza silenzio nella vita vera.

Anzi, forse, più cose hai da fare che implicano uscire, un paio di scarpe, una smanazzata di trucco per renderti presentabile, sorridere alle persone, ecco, più cose capitano fuori, meno hai tempo di fare il punto “dentro”, e scrivere quello che ti passa per le mani e per la testa.

A volte ho la sensazione che se non documenti quello che fai, ti scivoli via. E quindi vai di foto su Instagram, tweet su cui smadonni perché 140 caratteri, per una che ha sempre avuto una tendenza alla logorrea, sono davvero pochi. Cose su Facebook.

Che poi bisogna distinguere: ci sono quelle cose che faccio per lavoro, e di cui mi va di raccontare, anche solo per immagini e frasi brevi, perché sono un po’ il mio curriculum, che se un giorno mai qualcuno mi chiederà, va bene, ma a parte leggere molti libri, che cosa hai combinato per guadagnarti il pane? In quel giorno, forse, avrà in senso rispondere “questo”.

Dietro invece c’è tutto un pout-pourri di grovigli umani e sorrisi e sigarette fumate nella macchina spenta sotto casa di un’amica, serate sul divano con visioni di Game of Thrones cui seguirà dibattito, viaggi in autostrada sotto piogge torrenziali, birre bevute ai giardinetti sotto un sole inatteso.

Dietro ci sono io e ci sono loro, i compagni di viaggio.

Il best of di questo ultimo periodo annovera sicuramente (vai di elenco, che mi piace sempre):

  1. la Società Anonima Lettori: ovvero io e Massimo che andiamo in giro a raccontare storie, libri, personaggi. Siamo stati a Casseta Popular, che è davvero una seconda casa ma meglio, perché ci vengono le persone belle, Vale e il resto della truppa ti cucinano le cose buone, si chiacchiera, si ride, e alla fine non devi neanche lavare i piatti e mettere a posto. E poi siamo stati alla Grande Invasione a Ivrea, che vuol dire una città già bella di suo che diventa ancora più bella, e vive e risplende nel sacro nome dei libri e della lettura. E la gente, signora mia, la gente bella che fa cose si muove organizza ascolta progetta esiste e ti rimanda a casa carica di un’energia pulitissima e rinnovabile, che parte da lì e si allarga come il mantello di Batman su tutto il tuo cuore e su tutte le tue idee.
  2. Raccontare scrittrici: ho avuto l’opportunità di chiacchierare sia con Vittoria Baruffaldi che con Valentina Stella dei loro libri, alla Gang e al Circolo dei Lettori, ed è stato bello, e mi ha resa fiera di loro e di me e di tutti questi modi diversi e molteplici di essere una donna (mi viene da dire una ragazza, perché per me noi siamo sempre ragazze). Di raccontarci e di crearci come più ci piace, senza giocare a chi è più figa delle altre o ha avuto più successo nella vita. Mi sono divertita e mi sono emozionata, e soprattutto mi è rimasta la sensazione che un cambiamento grande, generazionale e per le ragazze che verranno, possa partire da questo. Dal fare la propria scelta, dal coltivare i propri interessi (o talenti o sogni o arcobaleni) e poi dal raccontarli senza cercare proselitismi, ma comprensione e condivisione.
  3. Otto anni di me e di Orso, festeggiati in differita con una bottiglia di prosecco e una candelina. Otto anni fanno effetto, soprattutto perché a me sembra ancora che ci siamo limonati la prima volta l’altro ieri e ancora non mi posso fidare del tutto – il che è bene, perché come diceva quella santa donna di mia nonna Mary fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Però, ecco, in questi otto anni ho imparato tante cose su di noi ma anche molto su di me. Alcune sono belle. Altre non mi sono piaciute tanto. Ma sapere che, nonostante quelle cose non proprio encomiabili, sono degna d’amore lo stesso, è stata la cosa più bella che mi ha dato l’Orso. Oltre a svariati beni materiali, of course.
  4. La pastiera e le sfogliatelle che mi hanno portato i Nelli di ritorno dal loro viaggio a Pompei. Scusate se vi aspettavate una cosa aulica. Ma quei dolci erano pura poesia. Talmente buoni che ne ho mangiati a chilate senza neanche l’ombra di un senso di colpa. Esplorazione culturale, si chiama, e se non l’avete mai provata forse è ora di cominciare.

L’ombra nera di questo periodo è la strage di Orlando, che mi ha toccata più di tante cose orribili, e non so perché. Forse perché mi vengono in mente le serate al Portafortuna con Elenissima, e l’atmosfera di festa e allegria, le luci in riva al Po e la prima volta che ho sentito Dog Days Are Over di Florence and the Machine.

La spiegazione razionale che mi sono data, e sto per dire una cosa orribile, è che gli atti di terrorismo per me sono atti di guerra, e per quanto sia triste ho imparato fin da bambina che per la guerra si muore, anche se sei innocente, anche per caso, sfiga, destino, fatalità. Ma quello che sta dietro a quanto è successo a Orlando non era la guerra. È un atto contro la vita, in generale, incommentabile nella sua insensatezza. Non ci sono dietro soldi, politiche, interessi internazionali. Solo ignoranza e odio. E follia.
E questo pensiero è un graffio che sanguina, e che continuerà a farlo ancora per un po’.

 

Come dice Bill nell’ultimo capitolo di It

Ho passato circa i primi 25 anni della mia vita senza andare ai funerali.

Non che andare ai funerali sia questo spasso per il resto delle persone – anche se, oddio, uno non può mai sapere – ma nel mio caso di trattava proprio di un rifiuto programmatico che mi sono potuta in qualche modo permettere, per tanto tempo.
I Nelli non mi hanno mai forzata, e di questo sono loro grata: mi sono persa funerali importanti, su tutti quelli di entrambi i nonni paterni, ed ero già grande, avrei potuto esserci.

Non erano solo i funerali, che evitavo.

Quando mia nonna ha cambiato casa in montagna, e tutti sono andati a dare una mano al trasloco, io mi sono dileguata nella nebbia fischiettando.

Non erano solo i diciassette anni e la voglia di far un cazzo, a spingermi: era la consapevolezza che quella che si stava smontando, più di ogni altra, era per me la casa dell’infanzia, il luogo privilegiato dei ricordi, delle estati. Delle ginocchia sbucciate e dei capelli d’angelo al sugo di pomodoro. Del rapporto esclusivo con la nonna, prima che arrivasse l’invasione delle altre marmocchie. Il corridoio che ancora adesso percorro in sogno, le stanze che nella mia memoria posso rivedere intatte, forse adesso non avrebbero quella nitidezza perfetta, se avessi contribuito a farne scatoloni. Non lo so.

La memoria è un meccanismo misterioso, emotivo, quasi una persona che mi vive dentro e che non sempre riesco a tenere a bada.

Io per tanti anni, per ben più di metà della mia vita, mi sono messa nella condizione di non dire addio a niente. Di chiudere gli occhi e voltare la faccia anche davanti a certe cose ineluttabili, sapendo, consapevolmente, che c’erano e accadevano, ma anche facendo un po’ finta di niente, lasciando uno spiraglio in cui niente era davvero successo, niente era davvero per sempre.

Ancora adesso non sono brava con gli addii, nemmeno quelli temporanei. Quando la signora Gattini è partita per il Michigan, l’ho abbracciata e le ho detto ciau ci sentiamo, esattamente come faccio adesso che ce l’ho a mezz’ora di macchina.
L’Orso singhiozzava stringendo al petto una foto del Sauro – di cui è orgoglioso padrino – e io lo guadavo con occhi di pietra, in pieno stile Regina delle Nevi, mio role model fin dalla più tenera età. Sembrava un film di Amedeo Nazzari ambientato in un ameno quartiere residenziale pinerolese.

Se c’è una cosa che la letteratura mi ha insegnato, signora mia, e adesso che sono vecchia e saggia posso dirlo con una certa credibilità, è che c’è bisogno di un finale.

Quando giri l’ultima pagina, quando chiudi la copertina e la accarezzi – io che sono feticista la accarezzo – sai che quella roba lì non la perderai, sarà ancora con te. Avrà echi e voci che ti ritornano quando meno te la aspetti. Ne parlerai. Racconterai quella storia che è stata così importante. Avrai detto addio a quei personaggi, ma ne avrai memoria. Saranno ancora con te.

E mi piace pensare che per le situazioni, e le persone, valga lo stesso. Che per quanto orribili e dolorosi possano essere stati certi addii, certi funerali, certi traslochi, non inquineranno poi, alla fine, quello che ti resta.

Come si dice Bill Denbrough nell’ultimo capitolo di It: sii coraggioso, sii valoroso, resisti.

Giovedì 19 maggio parlo di un altro libro che mi ha lasciato un segno: si tratta di Chi manda le onde, di Fabio Genovesi. Anche lì dentro ci sono perdite, crescita, chiusure di capitoli letterali e figurati. Ne parlo per i giovedì di Zandegù e spero di essere brava, a raccontare quella storia e i significati che mi ha lasciato. Dopo ci sono anche i dolcetti. Se siete curios* di sapere che cosa c’è in quel romanzo secondo me, se anche voi l’avete amato e volete approfondire il discorso, insomma, se vi va, ci vediamo lì.

18 x 2

Tra pochi giorni faccio 18 x 2 ed è inevitabile pensare a quando erano 18 e basta, a questi numeri che si moltiplicano alla facciazza tua, a quei 20 anni che sembran pochi, poi ti volti a guardare e non li trovi più (cit.).

Il sabato sera dei miei 18 anni l’ho non-festeggiato a casa col mio amico Lele, io e lui soli, ero magonata, non volevo vedere nessun e lui è accorso, come ha sempre fatto nei miei momenti di svario adolescenziale, siamo stati lì nella mia cameretta, un po’ a parlare, un po’ in silenzio, birra e sigarette e canzoni grunge, io presumibilmente in pigiama, con resti di matita nera intorno agli occhi – matite nere di scarsa qualità comprate al mercato di corso Palestro – piangi e ti si appannano gli occhiali, e il rimmel si strucca, brutta (cit.). Questo la saudagi del sabato sera dei 18 anni, poi in realtà di quel periodo ricordo anche molte altre cose cretine e divertenti, molto Hiroshima e Docks Dora, limoni all’autoscontro alla Pellerina (comunque le relazioni nate all’autoscontro son destinate a fine tragica, io ve lo dico), goffaggine e bruttezza portate con nonchalance, tagli di capelli sperimentali, cose, insomma, che chiunque sia stato da quelle parti in quegli anni può ricordare e riconoscere.

Quello che c’è in mezzo è tanta roba. È un gomitolo di cose in cui i confini sono acquerellati, stupidera e malinconia si fondono, ma come si dice, io quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non li cambierei con niente (cit.).

Ed è per questo che ogni tanto mi chiedo cos’è, questa paura di invecchiare, quando poi in fondo ce la siamo sempre cavata, quando poi alla fine un martedì sera qualunque guardi Sanremo sul divano degli Zandezii in fuseaux leopardati e calzini a pois, e più zia Assunta di questo non so che cosa potevi immaginarti.

Di cosa hai paura? La morte la malattia la responsabilità il dolore son fardelli democratici, signora mia, mica stanno a guardare l’anagrafe, li prendi nel pacchetto da subito, incroci le dita fai un sospiro e speri che il fato sia clemente, e allora?

Vecchia è bello, dai, sdoganiamolo. Capelli lilla, marsupio glitter, dire tutto quello che ti pare tanto c’hai un età e te ne fotti del giudizio altrui, puoi sempre farla passare per demenza senile e ridere fra te e te delle facce scandalizzate della gente. Prendere a ombrellate il cofano delle automobili che si fermano troppo in là sulle strisce, criticare i giovani che vanno in giro con le caviglie scoperte e la panza di fuori quando tira il vento e ci sono due gradi (già lo faccio), rivendicare cicatrici, battaglie, opinioni, saggezza. Non è triste invecchiare, è triste averne paura e farsi paralizzare in un tempo che non ti appartiene più.

Trasformeremo i circoli Arci del cuore in lungodegenze alcoliche col volume della tv sparato a raffica, colonizzeremo i giardini dove bevevamo Fanta pesante con i nostri dembulatori supersonici, io è una vita che sogno le motorette da anziana signora inglese con le New Balance color panna ai piedi e occhialoni fumè con la montatura di Swarovski.

Addio pillola, benvenuto Coumadin, basta zip e bottoni e viva i pantaloni con la vita elastica, saremo così tanti e così allegri che nascerà H&M Senior e Zara Old e sgomiteremo per accaparrarci la panciera* in lamè special edition Renato Balestra (che sarà ancora vivo fra 50 anni e nessuno saprà spiegarsi come).

La vita finora non è stata altro che un romanzo di formazione, e a me piacciono i romanzi di formazione perché a un certo punto sembra andare tutto in vacca, ma poi in qualche modo c’è una risposta e le cose vanno meglio, a pagina 300 sei meglio che a pagina 2, chiudi con un sospiro soddisfatto e un senso di potenza mica da ridere, anche se nel capitolo prima piangevi come un vitello e ti sembrava che tutto fosse perduto.

E colgo l’occasione per ricordarvi che la mia passione per i romanzi di formazione si traduce, oltre che in letture compulsive nella solitudine della mia stanzetta, in quattro incontri al giovedì sera per i Giovedì di Zandegù. Si chiacchiera di letteratura, si sgranocchiano cosette buone, sentite un po’ cosa ne penso io e, possibilmente, mi raccontate come la vedete voi. Il primo è giovedì prossimo, alle 20.30, e il primo romanzo che ho scelto è proprio un masterpiece dei miei 18 anni – giusto per restare in tema: Un Ragazzo, di Nick Hornby. Riprenderlo in mano dopo tanti anni è stato un po’ un colpo al cuore, alcune cose le ho ritrovate, altre le ho perse – ma me le ricordo tutte – e, insomma, se non si fosse capito non vedo l’ora di parlarne.

Che poi è questo il senso, no? Invecchiare, crescere, maturare, fare un pezzo di strada, chiamiamolo un po’ come ci viene in mente, l’importante è che in questa terra di mezzo tra il prima e il dopo facciamo le cose che amiamo, e guardandoci allo specchio, tra una ruga e l’altra, vediamo qualcosa di familiare.

Anche se devo ammetterlo, alla faccia dello zen, ‘sto cazzo di 36 un certo effetto lo fa.

*ero molto in dubbio e ho chiesto alla Treccani, che mi ha risposto che è ok sia pancièra che pancèra, e ha proposto addirittura panzèra. Adesso non esageriamo, ho detto io, e ho scelto panciera solo perché il correttore di WordPress non lo segnava rosso. So che volevate saperlo, eh.

Le ragazze del Roller Derby

Un giorno, un po’ più di un anno fa, la mia amica Elenissima mi ha raccontato di questa cosa nuova che stava facendo. Si chiama Roller Derby, si fa sui pattini, mi piace un casino.

Mi ha anche detto, perché non vieni a fare una prova anche tu?

Io sono sportiva come una carcassa di ippopotamo morto di indigestione, e pure un po’ paurosa. Le mie esperienze su ruote si fermano ai pattini allungabili della GiocaGiò in certi pomeriggi tediosi degli anni 80 – vacanze in montagna, età media della popolazione locale 75 anni – in cui, esaurite le torte di fango, non mi restavano che certi giri interminabili su una spianata di cemento battuta dal sole, rigorosamente a portata di corrimano, tra le due e le tre del pomeriggio, quando arrivava la cumpa della pallavolo e mi scacciava a colpi di bagher assassini.

Però mi sono incuriosita, e, in un pomeriggio di giugno, sono andata a vedere che cos’era ‘sto Roller Derby.
Sotto il telone della pista da pattinaggio c’erano, oltre ad una temperatura da fusione dell’uranio, un manipolo di coraggiose in pantaloncini e paradenti che se le dava di santa ragione, sfrecciando sui pattini, incuranti del caldo torrido e degli occhi curiosi sulle gradinate.

Per due ore ho ciucciato ghiaccioli algida e martellato di domande un pover’uomo che risponde al nome di Endi, e che, nonostante il tedio, essendo una persona di buon cuore, mi ha spiegato un po’ le regole di base, in modo da darmi la possibilità di capirci qualcosa.

Devo dire che, anche nella mia più totale ignoranza, guardare una partita di Roller Derby ha un fascino pazzesco.

Il merito è tutto delle ragazze: sono spettacolari. Si coordinano a suon di fischi e parole chiave, si spintonano e si abbracciano un secondo dopo, fanno dei voli spaccaossa e si rialzano con nonchalance, e sono tutte incredibilmente fighe, e qui ve la devo spiegare bene. Sono fighe in un modo che sa di sudore e determinazione, sono rockstar senza bisogno di chitarre e palcoscenico, sono un modo diverso di essere femmine che contempla unicorni e lividi, tatuaggi e velocità, movimenti fluidi ed eleganti e mazzate.

Sono tutte diverse l’una dall’altra, perché ci mettono la loro personalità, su quel track ovale, senza bisogno di nascondersi o camuffarsi. Sono spavalde e autoironiche. Dovete alzare le chiappe e andare a vederle, davvero – tipo il 13 giugno già ne avete la possibilità!

E così mi è venuta voglia di lasciare una traccia anche io, in questa cosa. Che in Italia è ancora abbastanza nuova e pionieristica, anche se sta prendendo sempre più piede, perché è innegabilmente appassionante sia per chi la fa che per chi la guarda.
Come già detto, mettere in gioco le mie stanche ossa era fuori discussione, e allora ho pensato che dovevo scrivere qualcosa, cercare di raccontare, essere parte, anche se solo in maniera marginale.
(Sì lo so. Sono un po’ come quello che al falò di ferragosto suona la chitarra mentre tutti limonano e muore vergine. Ma c’è bisogno anche di noi, in fondo).

Così è nato Prova a Prenderle, un piccolo reportage sulle ragazze del Roller Derby, che, con generosità impagabile, hanno acconsentito a raccontarsi.

Questo ebook esce oggi, ed è tutto merito loro e di Zandegù, l’editore digitale più seriamente matto in circolazione, che ha subito capito e amato lo spirito della cosa e mi ha dato l’opportunità di raccontarlo al mondo. Tanto amore anche per loro!

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Fatevi una cultura, per soli 1.99 € lo potete comprare qui o su Amazon.

E se il 16 giugno siete in terra sabauda, vi aspettiamo alle 21 al Blah Blah per il Roller Derby Picture Show, con le fanciulle in carne, ossa e muscoli, i tipacci di Zandegù e la sottoscritta che fa gli onori di casa.