Il viaggio fin qui

Un giorno una ragazza mi ha scritto su Facebook e mi ha chiesto, fra le altre cose: ma sul tuo blog non c’è un post in cui racconti come hai cominciato a fare la libraia? Perché a me piacerebbe tanto fare il tuo lavoro, e non so da dove partire.

Lì ho pensato: è vero, non c’è. Magari lo scrivo.

E più pensavo a quello che dovevo scrivere, più le mie risposte mi portavano a delle domande. Che non c’entravano niente, in sé, con la nuda cronaca degli eventi. Erano domande più profonde, più difficili da sciogliere.

Premessa numero uno: io non sono mai stata una brava nei percorsi lineari. Io alle cose normali ci arrivo sempre facendo la strada lunga, storta, pestando le merde, con la cartina al contrario. In tutti gli ambiti della mia vita: per arrivare in un posto, mi devo perdere. Il che è strano, perché invece per strada ho un ottimo senso dell’orientamento, ma insomma, sarà il contrappasso.

Premessa numero due: io non mi vergogno del mio percorso, anzi. rispondo sempre con dovizia di particolari e una discreta logorrea a chi mi chiede come sono arrivata fin qui. Non mento, non edulcoro, anche perché, in tutti i miei errori, non ho poi mica ammazzato nessuno. Sono scesa a patti con la mia fallibilità, che è, peraltro, molto più alta della media (per dire: a scuola? Bocciata. Patente? Bocciata, presa poi al secondo tentativo il giorno che mi scadeva il foglio rosa. Colloqui di lavoro fallimentari? Innumerevoli. Ad libitum, sfumando).

E però.

C’è un po’ questa tendenza, mi pare, a raccontare il fallimento come anticamera inevitabile del successo. Il che va benissimo: sbagliando si impara e un sacco di persone sono molto in alto, adesso, dopo essere state parecchio in basso.

Non bisogna vergognarsi dei propri sbagli eccetera.

Quello che ha iniziato a risuonarmi falso, in tutta quest’apologia del fallimento, è che le storie – giustamente – raccontate del per aspera ad astra tendono a lasciare nell’ombra tutte le altre, quelle del per aspera ad ancora più aspera, o quelle del per aspera ad mediocritatem, che sono poi, fatemelo dire, la maggioranza.

Ora, la mia non è – mi pare ovvio – una storia di successo à la J.K.Rowling, per cui non credo che ci sia il rischio di fare proselitismi estremi con gente che apre librerie in posti sperduti indebitandosi e poi viene  a citofonarmi a casa, vestita di stracci e cartelle Equitalia, accusandomi di aver detto che si faceva così.

Però, mi pare, non è neanche il modo giusto per imparare a vendere libri. È, semplicemente, stato il mio modo. Ma non lo consiglierei a nessuno, né potrei giurare che funzioni per qualcun altro.

E l’idea di mettermi qui, raccontare i miei disastri in maniera propedeutica, facendo la simpatica umorista sulle mie inettitudini, concludendo che è tutto bene quel che finisce bene e infatti eccomi qua a fare il mestiere più bello del mondo, mi pare non renda giustizia a niente.

Quando si commettono errori gravi nell’ambito del mettersi in proprio, come prima cosa si perdono un sacco di soldi. Ma un sacco. E, se siete abbastanza fortunati da non aver mai avuto grossi cazzi con i soldi, lasciatemi dire che è un pensiero che si inghiotte tutto il resto e non lascia spazio a niente altro. Datemi mille drammi d’amore, palate di cellulite fin sui lobi delle orecchie, dilemmi esistenziali che in confronto Amleto era uno zarro dell’autoscontro, piuttosto. L’altro giorno con la mia amica Frankie ripensavamo a un dato periodo di sfiga nera monetaria, e ci siamo rese conto che, con la terza socia bionda, quando ci vedevamo parlavamo solo di quello. Ci sentivamo tristi, prigioniere, esauste.

Insieme a tanti soldi, perdi anche autostima, orgoglio, indipendenza. E sono cose che è dura recuperare. Poi impari anche che i soldi vanno e vengono, e che la cosa più importante è la salute, ti trovi a ribadire l’ovvio anche per ridimensionare certe voragini che ti si spalancano dentro. Però, ecco, proprio a dire che tanto non importa e vissero felici e contenti, no.

In questi mesi si è parlato un sacco della responsabilità di quello che pubblichi online: ci sono stati post, ma anche semplici chiacchierate intorno ad un tavolo. Quando scegli di rendere pubblici i tuoi pensieri e la tua vita, per quanto piccolo possa essere il tuo bacino di lettori – come nel mio caso – ti ritrovi a controllare bene quello che hai scritto, a rileggerlo dieci volte più una, cercando di non lasciare spazio a fraintendimenti. Un po’ perché non hai voglia di processi alle intenzioni – che sono una delle abitudini più fastidiose dell’internet – e un po’ anche perché il fatto che tu possa scrivere qualsiasi cosa non implica che tu debba farlo.

Ed è per questo che quando mi è stata chiesto in maniera diretta e gentile di raccontare come sono arrivata a fare quello che faccio in maniera soddisfacente e professionale, ho capito che l’unica risposta onesta è, non lo so. Io ho fatto così, ma se riesci a non farlo anche tu, è meglio.

Il mio viaggio fin qui è fatto di inciampi e di errori, e non è il paradigma di niente se non della mia storia, né può essere decontestualizzato. Se può servire a qualcuno, forse, è solo per chi ha già fatto i suoi sbagli, e magari è ancora lì nella pauta fino al collo che si sente un coglione. Allora lì posso dire, non preoccuparti, ci sono finita anche io, poi passa. Ribadire – di nuovo – l’ovvio, magari strappare un sorriso, magari attenuare una solitudine.

Poi in realtà ci sono delle cose che mi sentirei di consigliare a una persona che vuole fare la libraia, eh. Non è che sono proprio così fagiana da non aver imparato niente [qua lo scrivo incrociando le dita perché non si palesino colleghi e clienti a dissentire con il dito di mogano]. E non è detto che non le scriva, un giorno o l’altro.

Una cosa del tipo: tutto quello che avrei dovuto sapere, ma che ovviamente non sapevo, perché quando una nasce storta e si incammina con piedi a banana lungo gli imperscrutabili sentieri della vita, l’unica cosa che si porta appresso è quel cazzo di senno di poi.

 

 

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Raccontarla giusta

Quand’è che una roba esce dalla tua testa e diventa vera?

Di solito, per me, quando decido di raccontarla.

E questa è un’arma a doppio taglio, perché una volta che l’hai tirata fuori, non hai più scuse. Certo, puoi sempre abbandonarla in autostrada, ma di solito tornerà a visitarti quando meno te l’aspetti e a dirti, ehi, ti sarai mica dimenticata di me?

La cosa che ti devi chiedere prima di dar fiato alle trombe, quindi, è: mi voglio accollare quest’impresa?

Tutto nasce nel 2014 con un quaderno verde, in un’aula dove – per la prima volta – inizio a seguire un corso di scrittura.

Sui corsi di scrittura se ne dicono un sacco, la mia è: se vi piace scrivere, seguiteli. Non diventerete Hemingway se non lo siete, ma passerete del tempo speso bene, imparando cose che magari un giorno vi saranno utili, insieme a persone che hanno in comune con voi almeno quella cosa lì – la fascinazione per le storie, che sembra una cosa piccola, e invece è enorme.

Io, per esempio, credo di essere fatta almeno al 70% di fascinazione per le storie, il resto è stupidera e ciccetta.

Il corso è questo – c’è ancora, dire che vi consiglio di seguirlo è ridondante, ma la ridondanza ci piace e quindi ciapa.

Dopo quel corso ne sono venuti altri, sempre con Marco Lazzarotto, il Maestro per gli amici: insieme ai corsi, sono arrivate persone belle, collaborazioni, cene con fiumi di vino rosso, foto discutibili, partite a Pictionary all’ultimo sangue, danze e trenini.

Adesso, è arrivato anche un eBook [e lo trovate esattamente qui].

Il libro ha avuto una gestazione lunga, ma non troppo: un giorno, circa un annetto e mezzo fa, sotto i portici di piazza Statuto, mi sono trovata con Marianna e Marco, abbiamo ordinato uno spritz (l’alcool è sempre omaggio ai grandi avvinazzati della storia della letteratura, mica altro) e io ho detto: ma se io mettessi in bella tutti gli appunti che ho preso a lezione con te, e tu, Marco, li riguardassi e li integrassi con il tuo sommo sapere, poi tu, Marianna, ci staresti a pubblicarli con Zandegù, o vi sembra un’idea del menga?

Ecco, da quel momento, l’idea è diventata una cosa vera, che coinvolgeva altre persone, che c’era. Che non si poteva più accantonare, che reclamava cura e spazio nelle nostre vite.

Scrivere a quattro mani significa mettere insieme tante cose: idee, voci, tempistiche, scadenze.
E poi: un manuale. Vuoi fare una cosa seria – mica puoi scrivere cazzate, ma vuoi anche che le persone leggano volentieri quello che hai scritto, non tediarle dall’alto di una cattedra.

Per questo, chiacchierando con Marco, ci stiamo resi conto che la formula più giusta per noi era proprio quella del dialogo, per non parlarci addosso, per rendere l’idea di quello che è in definitiva proprio il succo del manuale. Le cose che vorresti sapere, ma che magari non hai modo di chiedere, perché un Lazzarotto portatile da scrivania non l’hanno ancora inventato.

Ci abbiamo messo dentro gli esempi – letterari, ma anche no – di storie e strutture che ci piacciono e ci ispirano, le cose che hanno funzionato per noi, le Grandi Verità che chi vuole raccontare, prima o poi, si trova davanti e incide sulla pietra per non scordarle più.

Mi piace pensare che ci abbiamo messo anche quel clima di confronto e curiosità che per me ha fatto la differenza: perché, diciamolo, la paura più grossa che avevo in quella primavera del 2014, era di ritrovarmi in un’enclave di pomposi intellettualoni con un pennino infilato nel sedere, che mi avrebbero giudicata ogni volta che facevo una domanda banale.

Comunque, le domande le ho fatte tutte io. Senza imbarazzi. Anche quelle sceme.

Perché quando decidi di raccontarla, quella roba che ti frulla nella testa, allora diventa vera, e non sai mai come andrà a finire: quindi meglio attrezzarsi per raccontarla giusta.

Dieci cose del Salone

  1. Ci ho passato circa 37 ore quasi consecutive e non sono riuscita a vedere mezzo stand. Spero che le novità editoriali mi si siano trasmesse per osmosi, di avere le visioni nei mesi a venire, di nuove copertine imperdibili e storie abbacinanti, ché non ho sfogliato mezzo catalogo.
  2. Con un cartellino al collo, ti chiedono la qualunque. Scusi, dov’è la sala Matera? Senta, sa mica se al bar Autogrill prendono i buoni pasto? Ma la presentazione del nuovo libro di Franca Maria Del Ponte per la Sarcazzo Edizioni? Ma Anaïs Nin dov’è? C’è coda in bagno? Chi ha ucciso Laura Palmer?
  3. Signore impavide con tacchi a spillo, plateau, sandali  gioiello, ditemi la verità: avevate le Havaianas nella borsa, vero? Se la risposta è no, e non siete morte prima di arrivare alla metro, allora vi prego, quando sarà ora, donate il vostro corpo alla scienza perché io voglio sapere come cazzo avete fatto.
  4. Al mattino criogenesi, alla sera fusione nucleare. Il concetto di temperatura ottimale, all’interno del Lingotto, andrebbe un po’ rivisto.
  5. Il vero busillis, il segreto che passa di bocca in bocca tra i librai e li fa fremere di emozione e gratitudine, è l’ubicazione esatta del bagno un po’ imboscato dove non c’è quasi mai coda. Altro che la lochèscion misteriosa del rave letterario di Baricco e Bianconi.
  6. Il cliente lo fai felice quando gli presti la sedia al bookshop, mentre fa la fila per l’ingresso. Non di trame né di storie ha bisogno il lettore affranto, ma di un supporto per le stanche membra. Prossimo partner, suggerisco Eminflex. O uno sgabello pieghevole omaggio ogni cinquanta euro di libri acquistati, và che ti ho risolto la crisi dell’editoria.
  7. Facce note intraviste a pacchi nella folla, che ad un certo punto della giornata non sai se sono clienti, premi Nobel o il tuo compagno di banco delle elementari. Nel dubbio, sorridere, abbozzare un saluto con la mano e sgattaiolare via fra le pile di De Giovanni e Sepulveda in cerca di un riparo.
  8. Ad un certo punto ero talmente fusa che alla domanda “Scusi, ce l’avete la Carta del Docente?” mi sono messa a pensare per un minuto buono chi cazzo l’avesse scritta, ‘sta carta del docente, e se era un saggio pedagogico, e chi l’aveva pubblicata, e se magari in qualche anfratto ce n’era rimasta una copia.
  9. Io comunque se posso scegliere l’8 X 1000 lo do alla Birkenstock.
  10. I ragazzi dell’alternanza scuola/lavoro, abbastanza equamente divisi in quelli che cercavano la fuga a fine di baccaglio reciproco tra il banco degli Adelphi e lo sgabuzzino dei carrelli, e quelli che invece proprio li vedevi che erano lì per i libri, che li accarezzavano con quel gesto furtivo che io conosco bene, che quando affidavi loro un compito, per quanto palloso e stancante, non vedevano l’ora di farlo e di esserne parte. Le loro vite, quelle che hanno e che sognano per domani – raccontate a frammenti tra un bookshop e l’altro. Io mi sono sentita molto vecchia zia, penso che comunque sia un ruolo che mi doni.

E niente, faccio la spavalda che ci ride sopra, ma questi giorni sono stati un delirio di energia purissima. Li ho passati alla Piazza dei Lettori, al Padiglione 3, in compagnia dei librai di Co.L.T.I., che è il consorzio delle librerie torinesi indipendenti (sì, è un acronimo, non è che ce la tiriamo poi così tanto).
Venticinque librerie, milioni di idee, di competenze, di inclinazioni. Sorprese e conferme, nel lavorare insieme, persone nuove e non, ciascuna con una faccia adorabile e stanca, e io nel mezzo, ad assorbire tutto, cercando di restituire anche qualcosa.

Che viene da dire, a vederlo da fuori, signori, sono solo libri, vendeteli e non fateci poi sopra tutto ‘sto cinematografo. E invece ti ritrovi insieme e capisci che non sono solo libri, non solo per me, non solo per noi.
C’è dietro quella famosa cosa di cui si parla sempre, di darsi un senso, di scoprire cosa sai fare, di scoprire che cosa vuoi fare, e come. Di alzare la mano e dire, ehi, ci siamo, ci stiamo mettendo la faccia, ci stiamo mettendo fatica e gioia ed entusiasmo e un po’ di rabbia, anche, quando ci dicono che non serviamo a niente perché tanto c’è l’internèt, dove ti fanno pure lo sconto.
Io credo invece che esserci stati, in quello spazio grande così, con quella torre perfetta per i selfie, con le nostre risate e la nostra stanchezza e le corse alla ricerca del titolo richiesto e perduto, abbia forse raccontato, a chi passava di lì, un pezzo della nostra storia.
E a chi passava di lì, probabilmente, piacciono le storie.
Ecco: spero che gli siamo piaciuti anche noi. Perché secondo me eravamo bellissimi.

Tutto si immagina

Io amo le storie.

Leggerle, ascoltarle, raccontarle. Amo anche scriverle, è uno sporco lavoro e non viene sempre bene, ma è anche un piacere personale purissimo e indiscutibile. Ormai da tre anni mi regalo due ore alla settimana per frequentare corsi di scrittura (tipo questo e questo) che si traducono in pagine e pagine di appunti, files di word, riscritture, note in brutta grafia su quaderni sconnessi, ma soprattutto, come diceva il buon vecchio Mike: allegria. Soddisfazione, gioia, diletto, gaudio, delizia, godimento, beatitudine: un intero plateau di sinonimi a cui attingere.

Scrivere è un lavoro solitario, frequentare un corso di scrittura lo rende meno umida stanzetta e più gita del liceo. Trovi persone che ti assomigliano anche se sono diversissime da te, trovi sogni, trovi obiettivi, e – ovviamente – trovi storie.

Trovi Maestri e trovi amici.

Trovi risate, complicità, trovi quella fame di altrove che si realizza nell’essere umano appena le lasci spazio.

Sabato 11 febbraio era il giorno prima del mio compleanno e per me tutti i giorni prima e anche alcuni giorni dopo il mio compleanno valgono come festeggiamenti.

Sabato 11 febbraio c’era il corso di Elena Varvello da Zandegù e io ho preso un permesso dal lavoro e ci sono andata.

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Faccio solo foto altamente significative, io.

Elena Varvello è mesmerizzante.

Lo so che probabilmente ci sono parole più adatte a descriverla – scrittrice, insegnante, autrice, narratrice – e aggettivi spesso superlativi che non possono mancare – bravissima, preparatissima, appassionata e appassionante, pescate a caso nella gamma dell’apprezzamento e ce l’avrete.
Io, dalla prima volta che l’ho vista in classe (ormai un paio d’anni fa) e l’ho ascoltata parlare, ho pensato questo. Mesmerizzante. Il correttore di word lo segna rosso e preferirebbe forse una cosa tipo ipnotica, o suggestiva, ma che ne sa un correttore di quello che capita quando Elena Varvello si sfila gli occhiali e inizia a parlare?

La lezione a cui ho partecipato io si inserisce in un percorso più ampio di cinque lezioni (ne restano ancora uno, just in case vi stessero prudendo le mani) e il focus centrale era sui personaggi che parlano.
Il personaggio  – e il dialogo – è stato l’atomo intorno al quale Elena ha costruito un universo in poche ore, ci ha portato per mano nelle stanze della scrittura, ci ha fatti entrare per qualche attimo, ci ha tenuti sulla porta a guardare, e poi abbiamo camminato su laghi ghiacciati, abbiamo guardato il bosco dall’alto, e poi ci ha detto: scrivete.

Sul polso Elena ha tatuato “Tutto si immagina”.

Quel tatuaggio io l’ho visto fresco alcuni mesi fa, al Circolo dei Lettori, quando siamo andati ad ascoltarla presentare La vita felice, l’ultimo romanzo che ha scritto.

Ecco: quella frase, quel tatuaggio, è il riassunto migliore che potrei fare per raccontare una lezione di Elena Varvello in un tweet.
Tutto si immagina: con la sua voce, con esempi, con disegni buffi e senza mai perdere l’occasione per una battuta e una risata, abbiamo immaginato tutto dei nostri personaggi. Io ne avevo un paio in mente, i miei compagni di corso anche, e chissà lei a chi pensava.

Di verbo in verbo, abbiamo iniziato ad ascoltarli.
I personaggi parlano, non chiacchierano: e abbiamo imparato che il dialogo più riuscito si esprime nel non detto, nel silenzio.

Sembrerà mica facile, una cosa così, quando poi sei a casa e il cursore lampeggia e tu non sai che minchia si dicono ‘sti due mentecatti che stanno lì seduti al tavolino di un bar ed è tutto uno spazio vuoto da riempire e tu non riesci a decidere, se attingere ai ricordi, alla realtà, alla preghiera, o se spegnere tutto e andare a guardarti una puntata nuova di Girls.

Ed è lì che ti viene in mente: tutto si immagina.
Quello che ti resta, dopo un corso di scrittura fatto bene, sono gli strumenti. Gli scalpelli per martellare quel blocco bianco di marmo che hai nel cervello al posto dei neuroni, per creare spiragli da cui possano uscire le parole, e i due mentecatti di cui sopra comincino a respirare e a esprimersi in un modo che – speriamo – non assomiglierà a una puntata della Telenovela Piemontese.

Quando è finito il corso siamo rimaste ancora un po’ lì a fare salotto e a farci promesse: scrivere, soprattutto, è la promessa più impegnativa, e l’unica che conta.
Poi, visto che io sono io, mi è venuto un po’ di sagrìn, perché era già finito tutto, volato in fretta, avrei voluto ricominciare la giornata da capo, anche perché io dalla Zandecasa vorrei non andarmene mai, stare lì con le persone e Sandra e Raimondo e il caffè e la torta di Sara e i cuscini a punto croce con su scritto Tarapia Tapioco.

Allora ho capito che dovevo andare a casa e scrivere.

Perché il modo migliore per far passare il sagrìn, è sempre raccontarsi una storia.

[Già che ci sono: qualche link bonus che magari vi interessa.
La pagina Facebook di Elena Varvello.
Il prossimo corso che terrà da Zandegù.
Il sito del Maestro primigenio e reverendissimo, quello che campeggia come un santino nei miei quaderni squinternati e che cito a sproposito ogni volta che parlo di scrittura.
Quello che pensa Valentina e quello che pensa Francesca: due riflessioni super azzeccate sui corsi di scrittura].

walk the line

Per me camminare è un po’ terapia, un po’ la sola attività fisica che non mi deprime, un po’ uno scarso senso della distanza – mi sembra tutto vicino vicino, un vero spreco andarci in metro, per non parlare della macchina, che se proprio potessi non la userei mai.

Camminare è scrivermi storie nella testa, vivisezionare quei momenti storti che non mi sono ancora andati giù e che mi intasano il subconscio finché proprio non li ho smontati e rimontati e ho capito come mettere tutti i pezzi perché funzionino, a volte non c’è niente da fare, ma almeno, così spezzettati, occupano meno spazio nell’anima e assomigliano a quel vecchio detto di farsene una ragione.

Camminare, per me che vivo in città e non potrei vivere altrove, è il passare delle stagioni, gli odori che fanno nostalgia, le luci che si accendono all’improvviso mentre passo come su un red carpet – grazie, grazie, troppo buoni, il successo non mi ha cambiata, sono ancora una ragazza semplice. Le vetrine a tema, il mutar di piumini e mezze maniche, la speranza di esserci finalmente liberati di quella moda delle Hogan che impazzava tempo fa, all-star borchiate ed è subito 2011.

Guardo le persone a partire dai piedi, sì, scusatemi, è un’abitudine. Quando arrivo alla faccia mi sono già fatta un’idea precisa di chi ho davanti. E vorrei fare una petizione per tutte quelle signore sui sessanta, belle ciaciotte con il loro carrello della spesa e la messa in piega con i bigodi, che indossano magliette su cui c’è scritto “Skinny Bitch” o “Sex Bomb” o “I love drugs”o “Hot as F*ck”. Possiamo fare un comitato che le protegga o quantomeno le informi, sì?

Camminare per strada è fare l’appello delle vie, dei negozi, delle nuove gestioni, della frequenza con cui viene ritirata la plastica – nel mio quartiere c’è una strana idiosincrasia per i bidoni della plastica, c’è solo la raccolta una volta a settimana di pile di sacconi sui marciapiedi, che basta un alito di vento e via, altro che Up.

Camminare è stare da sola con me stessa, litigare, fare pace, mandarmi affanculo, criticarmi, sostenermi, un matrimonio insomma, è il momento in cui ascolto quello che ho da dire e decido se mi piaccio, quanto mi piaccio, se alla fine sono scema come sembro o se ogni tanto posso crogiolarmi nella sensazione di essere un fottuto genio (poco, eh, ma sono attimi esaltanti che a tratti capitano).

Camminare è molto bello anche con le amiche o i fidanzati, ma devono essere rodati, avere una buona tenuta di strada, un passo che vada d’accordo con il mio, poche esigenze ma chiare e dichiarate. Per camminare affiatati ci vanno anni d’esperienza sul campo, io e la socia Alisia siamo cintura nera di camminate a due, dateci una scarpa comoda e non ci fermiamo più.

Sarà per questo che una delle cose che faccio e che più mi piacciono è il Litcrawling, con Zandegù (qui ci sono tutti i dettagli tecnici): perché si cammina un po’, si guarda un pezzo un po’ inedito della città, ma senza l’ingessatura della visita turistica, che ti senti quasi obbligata a fare la faccia compunta della persona seria. Semplicemente, scopri cose. Ti prendi quelle due orette per andare in giro per quartiere in cui magari normalmente non andresti, o che non guarderesti con l’occhio acceso e la faccia ammirata da apperò!

I maligni diranno che è per le birrette, ed è vero – del resto, scusate se sono umana. Ma c’è questa comunione di intenti, con la me stessa che va a piedi a zonzo per fare cose che sono solo un pretesto per andare a piedi a zonzo, e la me stessa che legge per una volta non sul divano ma in mezzo alle facce belle delle persone. Il Litcrawling insieme agli Zandezii e ai vari partecipanti, insomma, mi sembra un’occasione per aprire una porticina e far vedere al mondo un pezzetto di me che forse non tutti sanno che.

E poi va beh, ci sono le birrette.

Cose che capitano

Il silenzio sul blog non è per forza silenzio nella vita vera.

Anzi, forse, più cose hai da fare che implicano uscire, un paio di scarpe, una smanazzata di trucco per renderti presentabile, sorridere alle persone, ecco, più cose capitano fuori, meno hai tempo di fare il punto “dentro”, e scrivere quello che ti passa per le mani e per la testa.

A volte ho la sensazione che se non documenti quello che fai, ti scivoli via. E quindi vai di foto su Instagram, tweet su cui smadonni perché 140 caratteri, per una che ha sempre avuto una tendenza alla logorrea, sono davvero pochi. Cose su Facebook.

Che poi bisogna distinguere: ci sono quelle cose che faccio per lavoro, e di cui mi va di raccontare, anche solo per immagini e frasi brevi, perché sono un po’ il mio curriculum, che se un giorno mai qualcuno mi chiederà, va bene, ma a parte leggere molti libri, che cosa hai combinato per guadagnarti il pane? In quel giorno, forse, avrà in senso rispondere “questo”.

Dietro invece c’è tutto un pout-pourri di grovigli umani e sorrisi e sigarette fumate nella macchina spenta sotto casa di un’amica, serate sul divano con visioni di Game of Thrones cui seguirà dibattito, viaggi in autostrada sotto piogge torrenziali, birre bevute ai giardinetti sotto un sole inatteso.

Dietro ci sono io e ci sono loro, i compagni di viaggio.

Il best of di questo ultimo periodo annovera sicuramente (vai di elenco, che mi piace sempre):

  1. la Società Anonima Lettori: ovvero io e Massimo che andiamo in giro a raccontare storie, libri, personaggi. Siamo stati a Casseta Popular, che è davvero una seconda casa ma meglio, perché ci vengono le persone belle, Vale e il resto della truppa ti cucinano le cose buone, si chiacchiera, si ride, e alla fine non devi neanche lavare i piatti e mettere a posto. E poi siamo stati alla Grande Invasione a Ivrea, che vuol dire una città già bella di suo che diventa ancora più bella, e vive e risplende nel sacro nome dei libri e della lettura. E la gente, signora mia, la gente bella che fa cose si muove organizza ascolta progetta esiste e ti rimanda a casa carica di un’energia pulitissima e rinnovabile, che parte da lì e si allarga come il mantello di Batman su tutto il tuo cuore e su tutte le tue idee.
  2. Raccontare scrittrici: ho avuto l’opportunità di chiacchierare sia con Vittoria Baruffaldi che con Valentina Stella dei loro libri, alla Gang e al Circolo dei Lettori, ed è stato bello, e mi ha resa fiera di loro e di me e di tutti questi modi diversi e molteplici di essere una donna (mi viene da dire una ragazza, perché per me noi siamo sempre ragazze). Di raccontarci e di crearci come più ci piace, senza giocare a chi è più figa delle altre o ha avuto più successo nella vita. Mi sono divertita e mi sono emozionata, e soprattutto mi è rimasta la sensazione che un cambiamento grande, generazionale e per le ragazze che verranno, possa partire da questo. Dal fare la propria scelta, dal coltivare i propri interessi (o talenti o sogni o arcobaleni) e poi dal raccontarli senza cercare proselitismi, ma comprensione e condivisione.
  3. Otto anni di me e di Orso, festeggiati in differita con una bottiglia di prosecco e una candelina. Otto anni fanno effetto, soprattutto perché a me sembra ancora che ci siamo limonati la prima volta l’altro ieri e ancora non mi posso fidare del tutto – il che è bene, perché come diceva quella santa donna di mia nonna Mary fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Però, ecco, in questi otto anni ho imparato tante cose su di noi ma anche molto su di me. Alcune sono belle. Altre non mi sono piaciute tanto. Ma sapere che, nonostante quelle cose non proprio encomiabili, sono degna d’amore lo stesso, è stata la cosa più bella che mi ha dato l’Orso. Oltre a svariati beni materiali, of course.
  4. La pastiera e le sfogliatelle che mi hanno portato i Nelli di ritorno dal loro viaggio a Pompei. Scusate se vi aspettavate una cosa aulica. Ma quei dolci erano pura poesia. Talmente buoni che ne ho mangiati a chilate senza neanche l’ombra di un senso di colpa. Esplorazione culturale, si chiama, e se non l’avete mai provata forse è ora di cominciare.

L’ombra nera di questo periodo è la strage di Orlando, che mi ha toccata più di tante cose orribili, e non so perché. Forse perché mi vengono in mente le serate al Portafortuna con Elenissima, e l’atmosfera di festa e allegria, le luci in riva al Po e la prima volta che ho sentito Dog Days Are Over di Florence and the Machine.

La spiegazione razionale che mi sono data, e sto per dire una cosa orribile, è che gli atti di terrorismo per me sono atti di guerra, e per quanto sia triste ho imparato fin da bambina che per la guerra si muore, anche se sei innocente, anche per caso, sfiga, destino, fatalità. Ma quello che sta dietro a quanto è successo a Orlando non era la guerra. È un atto contro la vita, in generale, incommentabile nella sua insensatezza. Non ci sono dietro soldi, politiche, interessi internazionali. Solo ignoranza e odio. E follia.
E questo pensiero è un graffio che sanguina, e che continuerà a farlo ancora per un po’.

 

Come dice Bill nell’ultimo capitolo di It

Ho passato circa i primi 25 anni della mia vita senza andare ai funerali.

Non che andare ai funerali sia questo spasso per il resto delle persone – anche se, oddio, uno non può mai sapere – ma nel mio caso di trattava proprio di un rifiuto programmatico che mi sono potuta in qualche modo permettere, per tanto tempo.
I Nelli non mi hanno mai forzata, e di questo sono loro grata: mi sono persa funerali importanti, su tutti quelli di entrambi i nonni paterni, ed ero già grande, avrei potuto esserci.

Non erano solo i funerali, che evitavo.

Quando mia nonna ha cambiato casa in montagna, e tutti sono andati a dare una mano al trasloco, io mi sono dileguata nella nebbia fischiettando.

Non erano solo i diciassette anni e la voglia di far un cazzo, a spingermi: era la consapevolezza che quella che si stava smontando, più di ogni altra, era per me la casa dell’infanzia, il luogo privilegiato dei ricordi, delle estati. Delle ginocchia sbucciate e dei capelli d’angelo al sugo di pomodoro. Del rapporto esclusivo con la nonna, prima che arrivasse l’invasione delle altre marmocchie. Il corridoio che ancora adesso percorro in sogno, le stanze che nella mia memoria posso rivedere intatte, forse adesso non avrebbero quella nitidezza perfetta, se avessi contribuito a farne scatoloni. Non lo so.

La memoria è un meccanismo misterioso, emotivo, quasi una persona che mi vive dentro e che non sempre riesco a tenere a bada.

Io per tanti anni, per ben più di metà della mia vita, mi sono messa nella condizione di non dire addio a niente. Di chiudere gli occhi e voltare la faccia anche davanti a certe cose ineluttabili, sapendo, consapevolmente, che c’erano e accadevano, ma anche facendo un po’ finta di niente, lasciando uno spiraglio in cui niente era davvero successo, niente era davvero per sempre.

Ancora adesso non sono brava con gli addii, nemmeno quelli temporanei. Quando la signora Gattini è partita per il Michigan, l’ho abbracciata e le ho detto ciau ci sentiamo, esattamente come faccio adesso che ce l’ho a mezz’ora di macchina.
L’Orso singhiozzava stringendo al petto una foto del Sauro – di cui è orgoglioso padrino – e io lo guadavo con occhi di pietra, in pieno stile Regina delle Nevi, mio role model fin dalla più tenera età. Sembrava un film di Amedeo Nazzari ambientato in un ameno quartiere residenziale pinerolese.

Se c’è una cosa che la letteratura mi ha insegnato, signora mia, e adesso che sono vecchia e saggia posso dirlo con una certa credibilità, è che c’è bisogno di un finale.

Quando giri l’ultima pagina, quando chiudi la copertina e la accarezzi – io che sono feticista la accarezzo – sai che quella roba lì non la perderai, sarà ancora con te. Avrà echi e voci che ti ritornano quando meno te la aspetti. Ne parlerai. Racconterai quella storia che è stata così importante. Avrai detto addio a quei personaggi, ma ne avrai memoria. Saranno ancora con te.

E mi piace pensare che per le situazioni, e le persone, valga lo stesso. Che per quanto orribili e dolorosi possano essere stati certi addii, certi funerali, certi traslochi, non inquineranno poi, alla fine, quello che ti resta.

Come si dice Bill Denbrough nell’ultimo capitolo di It: sii coraggioso, sii valoroso, resisti.

Giovedì 19 maggio parlo di un altro libro che mi ha lasciato un segno: si tratta di Chi manda le onde, di Fabio Genovesi. Anche lì dentro ci sono perdite, crescita, chiusure di capitoli letterali e figurati. Ne parlo per i giovedì di Zandegù e spero di essere brava, a raccontare quella storia e i significati che mi ha lasciato. Dopo ci sono anche i dolcetti. Se siete curios* di sapere che cosa c’è in quel romanzo secondo me, se anche voi l’avete amato e volete approfondire il discorso, insomma, se vi va, ci vediamo lì.