Effetti collaterali di tanta bellezza.

Siamo stati a New York, io e l’Orso.

Lo dico nel caso qualcuno non fosse stato tediato abbastanza dai miei ovvi post su Instagram e Facebook, con indizi appena accennati sullo sfondo, tipo la Statua della Libertà.

Era la seconda volta, e, pur non avendo avuto illuminazioni esistenziali come la prima volta che ci sono stata, quella città mi smuove sempre cose. O forse, più in generale, viaggiare mi crea sempre smottamenti, più de core che de panza.

La sensazione primaria è che ci siano posti al mondo che esigono da te più cose. Che ti chiedono di essere più e meglio, e in cambio ti danno energia purissima e bellezza. New York lo fa forse all’ennesima potenza. Non a caso, in un pomeriggio di sole a Washington Square, mentre l’Orso sgattava vinili in un negozio, mi sono seduta su una panchina a leggere Time Out e mi sono imbattuta in una frase di Scarlett Johansson che diceva esattamente questo:

The city is unforgiving. It’s beautiful and tragic and, you know, available and distant, all in one afternoon.

Nel frattempo, sul blog di Zandegù usciva questo post, che si incastrava bene in quello che stavo pensando. È un post bellissimo e non riesco a smettere di pensarci, scritto con chiarezza magistrale, e la dose giusta di serietà e ironia (ma ci stupisce che Marianna sia così brava? NO).
E poi, in un giorno di pioggia Andrea e Giuliano, ho comprato in una libreria pazzesca (lo Strand Bookstore) un libro di Alida Nugent che si chiama You don’t have to like me, e raccoglie una serie di scritti  buffi e interessanti sul femminismo, sulla crescita, sulla percezione di sé, sul coraggio di dire le cose.

I fear that I’m ordinary, just like everyone, ha cantato Billy Corgan infinite volte nelle mie orecchie dal 1995, in una delle canzoni che amo di più al mondo, ed è un po’ questo che temiamo in tanti, no? Di essere qualunqui, di non avere stelle che ci esplodono nel petto e nulla di magico per il quale essere ricordati per sempre. E forse nell’era dei social è ancora più sentito, farsi vedere, farsi apprezzare, spiccare fra la massa.
Per ottenere cose che a volte sono davvero necessarie alla nostra sussistenza, ma altre volte servono solo a coccolarci l’ego. E non sto condannando nessuno, dio solo sa se non lo faccio pure io (però spero sempre che intorno a me ci sia qualcuno di abbastanza pietoso che, se vede che esagero, mi dà una botta in testa e mi toglie la connessione).

Ho pensato alla grande città e alle grandi storie di successo: ho pensato a Lena Dunham – perché quest’ultima serie di Girls mi sta proprio piacendo da pazzi, e perché la stimo profondamente – e mi sono detta che c’è un motivo se io non sono mai stata la Lena Dunham di Parella, ed è che lei è più brava di me, si è fatta il culo, ha usato al massimo le sue possibilità e ha fatto quello che voleva. E come lei migliaia di altre persone che sono i Michelangelo o le Frida Khalo di questo secolo e fanno cose pazzesche, che hai voglia a dire ecco loro sì e io no.

Ho pensato che nel mio piccolo orticello urbano, la sola risposta che ho – oltre al grazie al cazzo che per me è un bel passe-partout ogni volta che faccio pensieri ovvi – è fare le cose per me. Non per quello che diranno o vedranno gli altri. Nel senso: il punto non è il dopo. Non è il successo o l’apprezzamento o i fischi e le uova marce. Il punto è come sto mentre le faccio, quanto mi piace farle, quanto sono soddisfatta di quello che ho prodotto indipendentemente dalle reazioni.

E ho pensato al provincialismo, che è quella roba che ti sta attaccata addosso a Torino e a New York e a Castiglione Falletto.
Il provincialismo è pensare che chi ha ottenuto un successo non vale più di te, ma ha solo avuto più culo, più opportunità, le spalle più coperte o whatever. A volte magari succede, ma a volte, semplicemente, è stato più bravo. Più focalizzato. Ha fatto salti nel vuoto che tu, mmmh, anche no. E mentre io tenevo il mio culo ben al riparo dall’abisso, qualcun altro saltava, e scommetteva sul fatto di avere le ali.
Ma il provincialismo è anche pensare che tu ormai quel salto lì non lo fai più. Perché le cose non si cambiano, signora mia. È molto triste ma anche molto rassicurante dirci che le scelte fatte ormai sono scolpite nel granito dei secoli.

Quello che ho pensato mentre smaltivo pollo fritto per le strade di New York, è che non ho il minimo potere sulle decisioni e sulle reazioni degli altri. Sul modo in cui mi vedranno, su quello che diranno di me quando non ci sono, posto che qualcuno abbia davvero il tempo e la voglia di dire qualcosa e pensare qualcosa di me e di quello che faccio – perché uno dei capisaldi della mia intera esistenza è proprio che alla gente, di noi, gliene fotte infinitamente meno di quello che crediamo.

Ho il potere, però, di sapere quello che voglio fare, e come lo voglio fare. E di farlo. Come se nessuno vedesse, anche se poi, inevitabilmente, qualcuno vedrà.
Di far sporgere un po’ le chiappe sull’abisso, giusto per vedere se morde.

[Per le inevitabili considerazioni di costume e i maltrattamenti verbali all’Orso in trasferta, prevedo altri post, magari un po’ meno supercazzola di questo qua].

[fem-mi-nì-sta]s.f.

Primo: non è una parolaccia. Si può dire.

Ammettere di essere femminista, se lo si pensa, è una buona cosa. Anche se siete avvenenti e depilate e non vi va che la gente pensi che sotto la parola “femminista” si celi un agglomerato di peli ribelli. Chi lo pensa, è pazzo e anacronistico.

Potete dirlo anche se siete maschi: i casi di pirilli caduti dopo aver pronunciato la tragica affermazione “Sono femminista” noti alla scienza, ad oggi, ammontano a zero.

Ma: prima di dirlo, però, è meglio che vi facciate qualche domanda. Lo sono davvero? Mi interessa esserlo? No, perché poi magari non vi interessa. Non lo siete. Le cose come stanno vi vanno benissimo. Ci sono un sacco di sintomi del bello ma non ci vivrei. Tipo: quando una donna apre bocca, vi mettete in automatico nella modalità “sopportazione” e prima ancora di aver ascoltato cosa ha detto siete già lì con una serie di obiezioni in canna. E lo fate di default, solo perché è una donna.
[NB: non sto dicendo che lo fate solo se siete uomini. Un sacco di donne lo fanno. Un sacco di donne non sono femministe. Io ancora non riesco a farmene una ragione, ma è così].

Perché, secondo me, è importante essere femministi?
Credo di averlo già detto, ma, beh, repetita iuvant. Per gli stessi motivi per cui è importante non essere razzisti, omofobi, arroganti, violenti, ottusi. Perché credere nell’inferiorità delle donne e nella supremazia del sesso forte significa nutrire una serie di stereotipi e pregiudizi che fanno male a tutti, anche ai maschi. Significa coltivare brutture e disparità.

Una volta ho avuto una discussione brutta con un signore che non conoscevo. Un signore che, mi dissero, era una persona colta, di buon carattere. È stato subito dopo i “fatti di Colonia”. Per chi non se lo ricordasse, nella notte di Capodanno del 2015 un numero cospicuo di donne che festeggiavano per i cazzi loro a Colonia è stata molestata sessualmente da un manipolo piuttosto consistente di uomini, festanti pure loro. Per molestia sessuale intendo anche che gli è stato toccato il culo, tra l’altro. Se vi è mai capitato che vi palpassero degli sconosciuti senza che lo desideraste, sapete che aggiungere un “solo” davanti a “toccato il culo” è una banalizzazione di cui non sentiamo alcun bisogno. La cosa è stata poi decontestualizzata dall’ambito a cui apparteneva perché pare che i molestatori fossero tutti richiedenti asilo e provenienti da paesi di prevalenza islamica. Grande festa alla corte dei razzisti/nazionalisti, ça va sans dire. Fra tutti gli articoli che sono andata a ripescare, questo secondo me è uno dei migliori per ricontestualizzare l’accaduto in una prospettiva più ampia.

Insomma, com’è come non è si è finito a parlare della cosa, che era successa da poco, e il signore ha commentato l’accaduto dicendo che le reazioni dei gruppi femministi erano state troppo accese per essere prese sul serio. Che, alla fine, reagire con troppa veemenza non giovava alla causa.
Ora, a parte che, che io sappia, nessun gruppo femminista è impazzito ed è andato a mettere bombe in giro e a fare ronde con randelli chiodati menando uomini a caso, il che, effettivamente, sarebbe stata una reazione controproducente e non costruttiva.
Quello a cui mi sono trovata davanti è stato un tipico caso di mansplaining: un uomo che spiega a una donna – io, nello specifico, ma se avesse potuto forse il signore avrebbe detto lo stesso con la stessa aura pacata e paternalista ad un collettivo femminista – come avrebbe dovuto reagire a qualcosa, se solo fosse abbastanza intelligente/preparata/lucida/razionale per usare il cervello, che è nella testa, ovvero quel grosso bozzo posto un metro circa sopra al culo (cit.).

Vorrei dire che la discussione è andata avanti per un po’ e che poi io l’ho schiacciato con la mia brillante dialettica, l’ho aiutato a capire che stava facendo un discorso orrendo e stereotipato in una maniera orrenda e stereotipata, e che l’ho spedito a casa con in mano una copia del libro di Chimamanda Ngozi Adichie. Ovviamente no. Mi sono incazzata come una iena, ho mantenuto la mia incazzatura nei limiti del decoro – anche perché non ero in un luogo neutro e andando avanti avrei sicuramente creato una situazione sgradevole per la terza persona presente, che nulla ne poteva – e alla fine ho glissato con un sorriso di legno e sono andata in bagno a sbattere la testa contro il muro bestemmiando in aramaico come il demone Pazuzu.

O mythos deloi oti: nonostante anni e anni di training, e un’educazione femminista, ancora il diritto di arrabbiarmi, davvero, quando un uomo mi tratta con accondiscendenza non me lo so concedere.

La femminista sempre incazzata e con fra i denti un kriss malese per evirare alla bisogna qualunque maschio che le si pari davanti è ancora uno stereotipo del quale soffro, ma in verità, dentro di me, lo so che abbiamo il diritto di essere arrabbiate, quando siamo vittime di un’ingiustizia, o di una violenza, o quando non veniamo prese sul serio. Quando ci dicono che dobbiamo protestare, sì, ma in modo consono, possibilmente con la dolcevita, con toni pacati e convincenti, perché se no, signora mia, come si fa ad ascoltarvi? Avrete ragione, ogni tanto, ma gridare con le poppe al vento non è un buon modo, su, dai, non si fa.

E invece, per qualcuna di noi, è un buon modo, e il fatto che possa non essere il mio non toglie legittimità alla cosa.

Emma Watson, che è stata massacrata per il binomio tette-femminismo non più tardi di una settimana fa, ha detto una frase intelligentissima: il femminismo non è una bacchetta con cui punire le altre donne. (Il video completo lo trovate qui). È qualcosa di molto più ampio, inclusivo, che ha mille sfaccettature – com’è ovvio che sia, perché stiamo parlando di persone – e in cui ognuna può trovare il suo posto e il suo modo, per manifestare, per agire, per supportare. Per cambiare.

Io sono allegra, frivola, incazzata, un po’ secchiona, bionda, malinconica a tratti, tonta il giusto, orgogliosa, iraconda, golosa.
Io sono femminista, e lo sono in tutti i modi in cui sono tutto il resto. Oggi, e tutti gli altri giorni dell’anno. Perché per me è davvero una cosa necessaria, e di cui andare fiera.

Bonus track: una bella panoramica di un nuovo tipo di femminismo è la newsletter di Lenny. Se masticate abbastanza l’inglese, secondo me fate bene a iscrivervi: se la sono inventata Lena Dunham e Jenni Konner, e io non smetterò mai di ringraziarle per questo.

le avventure acquatiche della giovane Incorporella

Io non sono di quelle che lo sport poi a un certo punto lo rivalutano.

Vorrei che fosse chiaro. Non sono di quelle che sì, non avevo voglia di andarci, però poi sono stata contenta. Non sono di quelle che si sentono in colpa se non muovono le chiappe per alcune ere geologiche di fila. Non sono di quelle che, non l’avrei mai detto ma mi sono appassionata. Sono irrimediabilmente, geneticamente, inesorabilmente pigra.

Lo sono da sempre. L’attività fisica mi fa cagare. Chi mi conosce lo sa e non manca di fare battute al riguardo.

L’unico motivo per cui posso piegarmi a fare sport è se me lo dice il dottore. E stavolta, ahimè, me l’ha detto. La circolazione, le caviglie stile Heidi, le vene varicose in agguato, il gomito che fa contatto col ginocchio, l’invasione degli ultracorpi, dovresti proprio fare acquagym.

Ed è così che, con un moto contrario e inverso e innaturale, ho rubato l’accappatoio di microfibra all’Orso, ho riesumato un vecchio costume Arena in cui sembro l’omonimo rollè, e lento pede mi sono incamminata verso la piscina più vicina che ho trovato.

Ho pagato, reggendo il bancomat come Muzio Scevola la mano sul braciere, l’occhio fisso all’orizzonte, il cuore pieno di nefandi presagi.

Dentro di me già pregavo: dio, fa’ che non ci siano nessuno che ha meno di settant’anni, e che la lezione sia proporzionata all’anagrafe.

Come previsto, ho subito sbagliato qualcosa: non ero mai stata in quella piscina, non sapevo dove cazzo andare, sapevo solo che ad un certo punto avrei trovato un tornello in cui strisciare la tessera, quindi ho strisciato la tessera nel primo tornello che ho trovato. C’è stato un BIIIP gigante e il tornello non s’è mosso. È uscita una signorina un po’ seccata che mi ha detto con tono glaciale “Ha bisogno?”. Io ho subito pensato che mi avessero sgamata: ecco, è lei quella che non fa un saltello dal 2003! Presto, Fitness Police, arrestatela! In realtà è solo venuto fuori che il tornello che serviva a me era al piano di sotto.

Ho trovato lo spogliatoio, dopo aver controllato venti volte che fosse quello delle femmine, per evitare di incappare in una foresta di pirilli e dare scandalo già subito.
Abbandonate le scarpe all’ingresso, insieme ad ogni speranza per un mondo migliore, ho scelto un armadietto a caso, ci ho buttato dentro tutti i miei averi, mi sono inguainata nel mio bel costumino sgambato anni 90. Poi, proprio mentre ero lì piegata cercando di togliermi i calzini per mettere le infradito, ho sentito una presenza a pochi millimetri dalla mia schiena –  ma forse, per amore di verità e vista l’incauta posizione, è meglio dire dal mio culo.

Non era Padre Pio venuto in mio soccorso con una dispensa divina, ma una signora di una certa età, con tanto di piumino e sciarpa nonostante i 67 gradi di temperatura, che mi guardava con disgusto.

“Devo arrivare a quell’armadietto. Lei finisca, io intanto aspetto”.

C’erano altri trecento armadietti liberi, ma io sono riuscita a scegliere proprio l’unico immediatamente sopra a quello desiderato dalla signora, probabilmente sofferente di DOC. Ha aspettato, tutta vestita, mentre l’uranio le si fondeva lungo i fianchi, senza spostarsi di un centimetro.

E così ho finito di cambiarmi e di mettere a posto le ultime cose con una signora mai vista prima amorevolmente attaccata alle mie terga, come un koala molto affettuoso. Il tutto in uno spogliatoio mezzo vuoto, giusto per aggiungere irrealtà alla scena.

Ho messo la cuffia (oh, poi un giorno parleremo anche dell’estrema umiliazione estetica rappresentata dalla cuffia), mi sono fatta la doccia e mi sono addentrata ciabattante nella piscina vera e propria. Ho appeso l’accappatoio in sei posti diversi prima di capire qual era effettivamente la parte giusta della piscina. Per capirlo, mi sono appostata dietro a una settantenne rassicurante e ho copiato quello che faceva lei.

Poi è iniziata la lezione.

Tre cose vorrei sottolineare di questa lezione di acquagym:

  1. La musica: avevo rimosso quali orrori dance potessero accompagnare il movimento fisico in acqua. Credo esistano delle compilation apposta. Le usano in piscina e a Guantanamo per far parlare i terroristi.
  2. Hello scoordinazione my old friend. Tutti su con la gamba destra, e io piego il gomito sinistro. Aprite le braccia verso l’esterno! E io muovo le orecchie come una lepre dei Cotswolds. Saltellare sul posto portando le ginocchia al petto, io mi produco in un triplo carpiato e mi procuro una commozione cerebrale. Oh, non ce la faccio. Deve essere un qualche gene recessivo di cui non ero a conoscenza.
  3. Il tempo non passa mai. Mai. Ho buttato un occhio all’orologio certa che fossero passati almeno venti minuti e ne erano passati cinque. CINQUE. Per tutto il tempo ho ripetuto un unico mantra: machecazzocifaccioioqui. Ciao Buddha, lo so che lo sto facendo male. Ohm.

E poi niente, è tutto finito, anche se credo che in qualche universo parallelo ci sia ancora una versione di me che lancia involontariamente pesetti di gommapiuma in testa alle vecchiette, che, per inciso, mi hanno dato merda alla grandissima, dal punto di vista motorio. Asfaltata, proprio. Ma mi hanno anche dato supporto: brava, per essere la tua prima lezione te la sei cavata, continua così, ci vediamo dopodomani?

Ma che dopodomani, signore, io una volta alla settimana e fa’ che t’nabia.

Ti ritrovi con un cuore di paglia

A voi che vi piace l’autunno, che volete che vi dica.

Lasciatemi sola con il mio dolore mentre mi aggrappo alle tende.

Giorni più corti, freddi, umidi, bui.

La nostalgia sempre in agguato, unica consolazione i canini di instagram.

A proposito di canini, quello che abbiamo notato io e l’Orso in California è che lì dove tutte le case hanno il giardini e potrebbero scorrazzare i labrador, la maggior parte della gente ha cani grossi come un’arachide. Perlopiù orribili, sfigati, che sembrano rimasti chiusi in una porta da piccoli. Tenerissimi nelle loro pettorine custom, ma racchi da far pietà. Di solito in numero pari, a multipli di due, seminano bruttezza e cuori spezzati sulle strade assolate. Quando a fare il paio è un cane di razza, di solito è vecchissimo, in anni umani ne ha almeno 80, col nasone bianco e le zampe artritiche, l’occhione buono velato dalla cataratta. A me questa cosa è piaciuta molto, perché dei pitbull giovani che infestano le strade italiane ho una paura fottuta e spesso preferisco rischiare di essere investita da un camion piuttosto che annusata sul marciapiede.

C’ho nostalgia della California, e lo so che non vale, perché ci sono stata tre settimane a fare la turista pirla con le orecchie di Topolino e l’accento piemontese, però ce l’ho lo stesso. Ho nostalgia anche di Londra, di Tokyo e di Riccione e di Torino in primavera quando inizi a uscire senza calze e a fare aperitivo nei dehor, e stendi fuori le lenzuola senza averle umide per una settimana in mezzo al corridoio, che poi quando le ritiri praticamente sono già sporche di nuovo e sanno del broccolo bollito dell’altroieri.

Ho nostalgia di Danny Duquette e Izzie Stevens e dei piantoni su Chasing Cars, soprattutto ho nostalgia di Cristina Yang e anche se so che non tornerà, un po’ non ho smesso di crederci.

Ho nostalgia di quando mi ammalavo e mamma Scopella tornava a casa con il prosciutto cotto e l’Estathe al limone, mentre Nello metteva su una catena di montaggio di pezzuoline bagnate sulla fronte che Marchionne scansati.

Ho nostalgia di quando non c’erano i cellulari e avevo una cosa di meno di cui avere l’ansia di averla lasciata sul tavolo della pizzeria, perché forse a vedermi così non si direbbe, ma io ho continuamente l’ansia di seminare le cose in giro – perché mi conosco, e più invecchio più la lista cresce e la memoria perde colpi, ieri mattina stavo per arrivare in ritardo alla Gang perché ero chiusa in casa e avevo appoggiato le chiavi nello sgabuzzino – dio solo sa perché – e non le trovavo più e ovviamente senza aprire la porta non potevo uscire, e oltre all’ovvia ansia di essere chiusa in casa c’era pure l’ansia della figura da coglionazza che avrei fatto con l’Orso e col Capo. Che però mi conoscono e sanno che sono proprio coglionazza così, senza additivi.

D’autunno io non ho voglia di niente che non sia avvolgermi come Dracula in un sudario di pile, ciucciare un carboidrato a caso e aspettare che le giornate si allunghino di nuovo.

L’anno prossimo voi autunnisti fatemi un favore e l’autunno piacetevelo a casa vostra.

impariamo dai tafani

Correva l’anno del signore 1995 e io partivo per la vacanza in Grecia con la mia amica Petunia.

Avevo 15 anni ed ero abbastanza grassa.

Grassa è una parola che non mi piace particolarmente, perché ha in sé quell’eco negativa venuta con l’amabile abitudine di usarla come insulto. Provate a dire ad alta voce “grassa”, sembra uno sputo. È anche però un dignitoso aggettivo della lingua italiana, e poi non mi pare il caso di avere paura delle parole. Quindi, sì, grassa è qualcosa che sia addice alla me stessa quindicenne.

In quel momento essere grassa mi turbava meno che smettere di mangiare, quindi ero scesa a patti con il fatto che, quando conoscevo qualcuno, quella era la prima cosa che notavano di me. Tutto il resto veniva dopo. Il sovrappeso è un difetto che ti cataloga in maniera immediata: se hai l’alitosi, sei stronza o hai i piedi piatti, o più banalmente sei cretina, sono tutte cose che ti verranno contestate al massimo in un secondo momento. Grassa no, lo sei da subito. E poi magari non è neanche la cosa peggiore che sei, ma ti definisce agli occhi delle altre persone in maniera subitanea e indelebile.

La vacanza in Grecia è andata bene, è stata bella. In quel mese attraverso il Peloponneso ho preso altri cinque chili a suon di gyros – credo – ma questo non mi ha impedito di godermi l’Acropoli e l’Egeo, e di innamorami per sempre di quella penisola e delle sue cicale.

Al ritorno, a casa di Petunia, per caso, un pomeriggio, ho trovato, credo cercando qualcosa con cui sottolineare quello che stavo studiando, una cartolina che le aveva mandato il nostro comune amico Giuseppe. Erano gli anni 90, ci mandavamo ancora le cartoline, sì. Ci tenevamo parecchio, anche.

Su quella cartolina c’era scritto qualcosa del tipo, cara Petunia, ciao come stai? Sei stata in vacanza con quella cicciona di Incorporella, chissà che roba, scommetto che non si è neanche messa in costume. Baci e abbracci e amenità.

Non so se era previsto che io quella cartolina non la leggessi mai. Di certo, ero a casa di Petunia quasi tutti i pomeriggi, facevamo i compiti spesso insieme – o facevamo finta. La cartolina era sulla scrivania, appoggiata lì da chissà quanto. Sta di fatto che l’ho letta. E ci sono rimasta di merda.

Ci sono rimasta di merda non tanto per Giuseppe, al quale sapevo di non essere mai piaciuta più che tanto – e non solo fisicamente. Ci sono rimasta di merda perché, se lui sentiva di poter fare queste affermazioni con Petunia, evidentemente per lei andava bene.
Io e Petunia eravamo amiche dalla prima elementare. Andavamo in vacanza assieme – appunto. I nostri genitori si conoscevano, si frequentavano. Era mia amica.

Se ben ricordo l’ho guardata e le ho detto scusa, e questo? E lei deve avermi risposto, sai com’è Giuseppe. Sì, un cretino. Ma tu?

Non ho litigato con Petunia quel giorno. È successo un po’ di tempo dopo, per un altro motivo.

Ma quel giorno ho capito che non avevo bisogno di amiche come lei.

Ho capito che se era pronta a svendermi per una complicità banale con un tizio abbastanza qualsiasi (sul quale, tra l’altro, non aveva nemmeno mire sentimentali), non era davvero dalla mia parte. E le amiche sono dalla tua parte, sempre. Anche quando ti cazziano, ti sgridano, ti criticano.

Sono passati tanti anni da quell’estate, e la maggior parte di questi anni li ho vissuti con un BMI normale, anche se probabilmente per certi canoni sono ancora grassa, ma chi se ne frega. Di quei canoni, dico.

Non ero particolarmente saggia o evoluta a quindici anni, e in tutta onestà dubito di esserlo adesso. Ma quello che sapevo allora, e quello che so adesso, è che non bisogna mai vergognarsi di mettersi un costume e godersi il mare – o la piscina, il lago il torrente Varaita, quel che è – con buona pace dei Giuseppe della situazione.

Penso al catalogo di persone che conosco, persone femmine – ma non per razzismo, solo perché con loro mi è capitato più spesso di parlare di prova costume, imbarazzi, vergogne. Oh, se qualche maschio vuole venirmi a raccontare i suoi complessi, sono pronta ad ascoltare, ma davvero.

Insomma. Nessuna di noi è fisicamente uguale all’altra. C’è chi è più magra, più grassa, chi ha le gambe snelle e lunghe e la panciotta, chi è piatta come una tavola, chi ha chiappe importanti, chi tette rigogliose, siamo alte, basse, bianco latte, con caviglie da Heidi, nasi, bocche, capelli tutti diversi. Devo dire la verità: pochissime di noi, quasi nessuna, ha il corpo che ci propinano i media.  È che probabilmente non siamo nate per essere identiche. Siamo pezzi unici. E siamo un gran bello spettacolo, fatemelo dire.

Pochissime di noi si mettono un pezzo di lycra a cuor leggero. È un fatto. E mi dispiace.

Mi dispiace anche perché la seconda cosa che ho imparato è che alla gente, in realtà, di noi non gliene frega un cazzo.
I soli giudici implacabili del nostro corpo siamo noi.

Ripensate alle vostre vacanze al mare. Vi ricordate davvero la misura delle chiappe della vostra vicina d’ombrellone? Io no. Mi ricordo l’arietta, l’odore di olio al cocco, il rumore delle onde, i baffi sudati, la sedia del bar che si appiccica mente mangi il Cornetto, ai bagni 57 è stata ritrovata una bambina con costume rosso che risponde al nome di Lucia, venitevela a prendere.

Mi ricordo la sensazione meravigliosa di non aver niente da fare, le gocce di acqua salata che cadono dai capelli e bagnano il numero nuovo di Topolino, aspettare il tramonto, impanarsi di sabbia e crema. La birra Mythos nei bicchieri ghiacciati. Il collo del piede ustionato, il silenzio immenso del dopopranzo.

Io sono sempre pronta per la prova costume, perché – sempre – non vedo l’ora di andare in vacanza. E ci vado sempre con lo stesso, benedetto corpo, che sopporta i miei sfaceli con pazienza e resiste alle intemperie, e fa in modo che io faccia tutto quello che mi piace, quando voglio farlo.

Qualunque sia il nostro corpo, direi che è il caso di ficcarlo in un cazzo di costume senza paranoie, e goderci la vacanza – che sia di un giorno o di tre mesi – senza romperci troppo le palle a contare i buchi di cellulite. Perché tutte le paranoie del mondo non valgono la magica sensazione della sabbia calda e dell’acqua fresca, del venticello di promesse e brividini, della goduria suprema del fondo del calippo che ti si rovescia fra le tette a tradimento, richiamando orde di tafani.

I tafani ci amano e ci desiderano per quello che siamo: nude e zuccherate. Impariamo da loro, signore mie.

E se va bene a me, buon bikini a tutte.

 

when the music’s over

E niente, è successa una cosa la settimana scorsa, e sto cercando di non farla grossa ma non è facile.

Ho perso l’ipod.

Mi è caduto dalla tasca, me ne sono accorta cinquanta secondi e pochi metri dopo, sono tornata indietro, e niente. L’ho cercato dappertutto. Fin nelle grate dei tombini, sotto le macchine, come se anziché caduto fosse stato in fuga, come un soldatino di piombo, come una biglia di vetro con la spirale colorata dentro, niente.

L’avrà raccolto qualcuno che l’ha visto cadere, e che non sa il torto che mi ha fatto.

In quell’ipod c’erano otto anni di musica.

Non ho mai cancellato niente, nemmeno le canzoni messe per sbaglio, nemmeno quelle dolorose, quelle trash, quelle che ormai mi hanno annoiata.

Dal punto di vista economico non è una gran perdita, un ipod di otto anni pieno di ammaccature e con la batteria un po’ gigia e la data settata credo nel 2013, però.

Quell’ipod era con me nelle domeniche impazzite, mentre vagavo per una città deserta, macinando passi solo per non stare ferma, facendo play e rewind nella mia testa cento volte al minuto, aggiustando dialoghi, riscrivendo storie vere che per avere un senso dovevano diventare racconti, perché la realtà, un senso, col cazzo che ce l’aveva.

Era con me sulle spiagge di Castellammare del Golfo con le playlist dell’Orso che non era lì e che mi aveva preparato tutte le canzoni, per partire insieme a me con quel cuore che all’epoca non sapevo come fosse, grande come un ramasìn o svettante verso l’alto come un grattacielo, non ne avevo idea, ma i Descendents me lo spiegavano un po’ meglio.

Era con me all’aeroporto di Madrid mentre aspettavo di scoprire che paese, l’America, la prima volta che ci sono stata.

Era con me una mattina a Santorini, quando subito prima di partire sono andata sola in riva al mare a salutare la distesa d’acqua da cui vergin nacque Venere e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, acqua purissima e salatissima, un vento lieve e costante e una ragazza, anche lei lì, a pochi metri da me, lei con la sua musica e io con la mia, perfettamente sole e allineate in una luce che era pura perfezione.

Era con me mentre piangevo con la faccia nel cuscino in un gran revival dell’adolescenza sentendomi la più sola e infelice e bistrattata del mondo, oh i dolori della giovane Werthera, i cuori si spaccano con violenza a trentaepassaanni come a sedici, poi ti tiri su, ti lavi la faccia e via. Non è che puoi stare nel letto a piangere e disperarti per sempre, anche se.

Era con me quando mi sentivo stupida e ballereccia e nostalgica di certe sere incredibili, che erano sere notti e mattine tutto in uno, e l’amicizia e le colazioni, e le cose che cambiano, ma certe cose non cambiano mai, ti mancheranno sempre.

Mi ha accompagnato su treni che non volevo prendere, attraverso pulizie di casa che non avevo un cazzo voglia di fare, ha cementato decisioni giuste nei momenti sbagliati – e viceversa – mi ha sorpreso con la sua benedetta funzione shuffle più di una volta, aveva imparato a conoscermi, a volte erano coltellate, a volte abbracci, a volte ma che davvero ce l’ho messa io ‘sta roba?

Era un ipod tarchiatello e gentile, un modello fuori produzione, si chiamava Nanà come l’omonima supereroina dei cartoni animati, aveva dentro musica dall’inascoltabile alla bellissima, e spero che a chi l’ha raccolto caschino le mani e vengano le emorroiodi per l’eternità.

E poi l’Orso mi ha detto, dai che ne compriamo un altro e ci rimettiamo dentro tutto.

Che un po’ non voglio, perché non so se sono pronta a sostituirlo.

E poi, diciamolo, ma sottovoce: non ho il backup.

It helps to write it down

A volte devi solo lasciare che la musica ti scorra dentro e lavi via tutto.

Questo ho pensato, mentre io e l’Orso tornavamo a piedi per le strade deserte di una città estranea, domenica sera, dopo il concerto dei Nada Surf. Per me era il quinto – credo –  e per lui il sesto o settimo, eppure siamo usciti dal locale con una certezza: ogni volta che suoneranno nei paraggi, noi, se potremo, saremo lì ad ascoltarli.

Non ci sono arrivata in gran forma, a ‘sto concerto. Ho il raffreddore da due settimane, e un po’ di nodi nell’anima da sbrogliare: niente di epocale, eh, ma insomma, come quei brufoli sottopelle che non hai ancora capito se si riassorbono o decidono di emergere proprio la sera in cui volevi essere carina. Lo so che è un paragone che ammazza la poesia, purtroppo per me non sono la Achmatova, abbiate pazienza, spero di aver reso l’idea.

E poi Milano mi disorienta, io sono sabauda, per me giri tre volte a destra (o a sinistra) e sei nel punto esatto in cui eri prima. Milano l’hanno disegnata col compasso, non so, mi perdo sempre e mi viene il nervoso, deve essere genetico: ad occhio direi che due torinesi su tre, se li metti davanti al Duomo e li fai girare su sé stessi un paio di volte, poi riaprono gli occhi e credono di essere a Lambrate e accendono il navigatore del telefono smadonnando per capire da che parte devono andare. Roba che poi quando al ritorno scendi a Porta Susa baci la terra e fai il giro dell’isolato tre volte per rassicurarti.

Alla stazione, mentre entravamo dal tabaccaio per comprare i biglietti della metro, ci ha fermati una ragazza e ci ha regalato due abbonamenti giornalieri che scadevano il giorno dopo: erano di due amici che erano ripartiti senza usarli, e lei ce li ha dati così. Per pura gentilezza. Un gesto carino che ci ha lasciati interdetti, tanto che non l’abbiamo neanche ringraziata come si dovrebbe – potevamo metterci molto più calore, e invece. Mentre arrivavamo ai tornelli a me è venuto anche un mini attacco di paranoia dicendo oddio, ci ha perculati, adesso lo infilo e scatta qualche allarme, arrivano i marines con gli elicotteri, ci arrestano per truffa ai danni dell’ATM, e invece – ovviamente – no. Quindi grazie, ragazza credo napoletana dall’accento musicale che sei stata gentile e non hai ricevuto in cambio abbastanza sorrisi, milioni di cuori a te e alla Campania tutta per osmosi, scusaci se siamo stati freddi, siamo polentoni diffidenti e poco abituati alla bellezza della generosità gratuita.

Che questa cosa della gentilezza che spiazza e insospettisce meriterebbe un post a parte e una serie di riflessioni personali molto ampie, alla fine delle quali non ci faccio una gran figura, ammettiamolo.

Insomma, niente, la risposta è arrivata, e la risposta era la musica di un gruppo che amo e che rivedo sempre volentieri, con qualche ruga in più – io e loro -, e  inalterata la marea di cose che mi vengono in mente mentre li ascolto, mentre li vedo divertirsi sul palco, facendo il loro lavoro con passione e bravura indiscussa, cantando insieme a loro frasi che diventano vere per me, messaggi al mondo, pezzi della mia vita.

I don’t care about you anymore, quando ti rendi conto che hai veramente lasciato andare quelle situazioni e persone di cui non ti importa più, neanche a sforzarti, neanche a voler essere buona (o cattiva) a tutti i costi, neanche se proprio vai a scavare nei recessi della memoria cercando di far emergere un’emozione che sia ancora valida per il presente, niente.

I am lost in my mind when you go to sleep, le notti insonni di fianco a una presenza tiepida (e rumorosa, ma quando sei insonne certi rumori un po’ cinghialeschi non irritano ma consolano), i pensieri che girano in tondo, i mostri che escono da sotto il letto e poi ci ritornano di corsa, perché anche di notte puoi essere più bionda e più buffa delle tue paure. A volte devi solo fare mente locale e ricordartelo. Ho scoperto che niente, niente esorcizza i demoni più e meglio del ricordo di una risata.

Of course I’ll be alright, I just had a bad night, infatti, come volevasi dimostrare, tante volte sono stata – o mi sono sentita – on the outside of love, ma sapere che in qualche modo anche per vie traverse ho ritrovato la strada è come una coperta che scalda, come Superga che sta lì e la guardavo in notti lunghe alcoliche e confuse dicendomi che se lei resisteva, facendo da sfondo alle mie passeggiate di bimba e ai miei svarioni di adolescente e alle mie cazzate di ragazza, allora avrei potuto farlo anche io, mica affondare: resistere.

When you wanna go, I know you will. Perché le persone a volte non ci sono più, per motivi molteplici. Per scelta o per forza. Non dimenticarle e sapere che ci sono state per evitare che l’onda nera che sale quando ti rendi conto che le hai perse non ti travolga. Surfare sul dolore. Usarlo per andare un po’ più in alto. E ricordare che nessuno può essere costretto ad amarti, ad ascoltarti, ad esserci. Fare i conti con la possibilità del rigetto e dell’abbandono.

My mom says I’m a catch, I’m popular: e capire che la fame di popolarità genera mostri anche nel piccolo minuscolo di una pagina Facebook o di un account Twitter, fai occhio a non essere mai, mai una di quelle persone che misurano la loro – la tua – statura in base a un pugno di like, perché forse non siamo mai davvero usciti vivi dalla scuola media, è una battaglia a colpi di arguzie e sgomitate, non per tutti è ovvio, e meno male. Ma quante volte ci raccontiamo che è solo per passione o per lavoro e in realtà è per riempire qualcos’altro, e se lo sai ok puoi gestirlo, ma se non lo sai, se ti menti, se arrivi al punto in cui non riesci a ridimensionare? Perché in fondo è una vita che ci dicono che being attractive is the most important thing there is.

Ma alla fine per me la risposta sarà sempre una soltanto: to make a mountain of your life is just a choice, but I never learned enough to listen to the voice that told me: always love, hate will get you every time, always love, don’t wait til the finish line. Quando riesci a liberarti di tutto il resto e a fare spazio solo per le cose e le persone a cui tieni davvero, poche o tantissime che siano – e nel mio caso sono tante – forse puoi pensare di essere arrivata ad un buon punto. Di partenza, perlomeno.

milano_sole

Poi il giorno dopo c’era anche il sole. Un freddo porco. Ma il sole.

Il resto è tutto perfettamente racchiuso nella sensazione che ti prende quando i Nada Surf, a fine concerto e a luci accese, fanno i pezzi belli che mancavano all’appello in coro con il pubblico, con soltanto una chitarra acustica. E tu canti con loro, e realizzi  che la tua voce si sente, e che probabilmente, da qualche parte nel mondo Dio sta uccidendo dei gattini per punirti di quest’orrore. Subito ti zittisci, poi pensi, vabbè, ma allora che ci son venuta a fare? E abbassi il tono di molto, ma continui a cantare. Perché per male che tu lo faccia, è una cosa che ti rende felice.

E quindi.