Il viaggio fin qui

Un giorno una ragazza mi ha scritto su Facebook e mi ha chiesto, fra le altre cose: ma sul tuo blog non c’è un post in cui racconti come hai cominciato a fare la libraia? Perché a me piacerebbe tanto fare il tuo lavoro, e non so da dove partire.

Lì ho pensato: è vero, non c’è. Magari lo scrivo.

E più pensavo a quello che dovevo scrivere, più le mie risposte mi portavano a delle domande. Che non c’entravano niente, in sé, con la nuda cronaca degli eventi. Erano domande più profonde, più difficili da sciogliere.

Premessa numero uno: io non sono mai stata una brava nei percorsi lineari. Io alle cose normali ci arrivo sempre facendo la strada lunga, storta, pestando le merde, con la cartina al contrario. In tutti gli ambiti della mia vita: per arrivare in un posto, mi devo perdere. Il che è strano, perché invece per strada ho un ottimo senso dell’orientamento, ma insomma, sarà il contrappasso.

Premessa numero due: io non mi vergogno del mio percorso, anzi. rispondo sempre con dovizia di particolari e una discreta logorrea a chi mi chiede come sono arrivata fin qui. Non mento, non edulcoro, anche perché, in tutti i miei errori, non ho poi mica ammazzato nessuno. Sono scesa a patti con la mia fallibilità, che è, peraltro, molto più alta della media (per dire: a scuola? Bocciata. Patente? Bocciata, presa poi al secondo tentativo il giorno che mi scadeva il foglio rosa. Colloqui di lavoro fallimentari? Innumerevoli. Ad libitum, sfumando).

E però.

C’è un po’ questa tendenza, mi pare, a raccontare il fallimento come anticamera inevitabile del successo. Il che va benissimo: sbagliando si impara e un sacco di persone sono molto in alto, adesso, dopo essere state parecchio in basso.

Non bisogna vergognarsi dei propri sbagli eccetera.

Quello che ha iniziato a risuonarmi falso, in tutta quest’apologia del fallimento, è che le storie – giustamente – raccontate del per aspera ad astra tendono a lasciare nell’ombra tutte le altre, quelle del per aspera ad ancora più aspera, o quelle del per aspera ad mediocritatem, che sono poi, fatemelo dire, la maggioranza.

Ora, la mia non è – mi pare ovvio – una storia di successo à la J.K.Rowling, per cui non credo che ci sia il rischio di fare proselitismi estremi con gente che apre librerie in posti sperduti indebitandosi e poi viene  a citofonarmi a casa, vestita di stracci e cartelle Equitalia, accusandomi di aver detto che si faceva così.

Però, mi pare, non è neanche il modo giusto per imparare a vendere libri. È, semplicemente, stato il mio modo. Ma non lo consiglierei a nessuno, né potrei giurare che funzioni per qualcun altro.

E l’idea di mettermi qui, raccontare i miei disastri in maniera propedeutica, facendo la simpatica umorista sulle mie inettitudini, concludendo che è tutto bene quel che finisce bene e infatti eccomi qua a fare il mestiere più bello del mondo, mi pare non renda giustizia a niente.

Quando si commettono errori gravi nell’ambito del mettersi in proprio, come prima cosa si perdono un sacco di soldi. Ma un sacco. E, se siete abbastanza fortunati da non aver mai avuto grossi cazzi con i soldi, lasciatemi dire che è un pensiero che si inghiotte tutto il resto e non lascia spazio a niente altro. Datemi mille drammi d’amore, palate di cellulite fin sui lobi delle orecchie, dilemmi esistenziali che in confronto Amleto era uno zarro dell’autoscontro, piuttosto. L’altro giorno con la mia amica Frankie ripensavamo a un dato periodo di sfiga nera monetaria, e ci siamo rese conto che, con la terza socia bionda, quando ci vedevamo parlavamo solo di quello. Ci sentivamo tristi, prigioniere, esauste.

Insieme a tanti soldi, perdi anche autostima, orgoglio, indipendenza. E sono cose che è dura recuperare. Poi impari anche che i soldi vanno e vengono, e che la cosa più importante è la salute, ti trovi a ribadire l’ovvio anche per ridimensionare certe voragini che ti si spalancano dentro. Però, ecco, proprio a dire che tanto non importa e vissero felici e contenti, no.

In questi mesi si è parlato un sacco della responsabilità di quello che pubblichi online: ci sono stati post, ma anche semplici chiacchierate intorno ad un tavolo. Quando scegli di rendere pubblici i tuoi pensieri e la tua vita, per quanto piccolo possa essere il tuo bacino di lettori – come nel mio caso – ti ritrovi a controllare bene quello che hai scritto, a rileggerlo dieci volte più una, cercando di non lasciare spazio a fraintendimenti. Un po’ perché non hai voglia di processi alle intenzioni – che sono una delle abitudini più fastidiose dell’internet – e un po’ anche perché il fatto che tu possa scrivere qualsiasi cosa non implica che tu debba farlo.

Ed è per questo che quando mi è stata chiesto in maniera diretta e gentile di raccontare come sono arrivata a fare quello che faccio in maniera soddisfacente e professionale, ho capito che l’unica risposta onesta è, non lo so. Io ho fatto così, ma se riesci a non farlo anche tu, è meglio.

Il mio viaggio fin qui è fatto di inciampi e di errori, e non è il paradigma di niente se non della mia storia, né può essere decontestualizzato. Se può servire a qualcuno, forse, è solo per chi ha già fatto i suoi sbagli, e magari è ancora lì nella pauta fino al collo che si sente un coglione. Allora lì posso dire, non preoccuparti, ci sono finita anche io, poi passa. Ribadire – di nuovo – l’ovvio, magari strappare un sorriso, magari attenuare una solitudine.

Poi in realtà ci sono delle cose che mi sentirei di consigliare a una persona che vuole fare la libraia, eh. Non è che sono proprio così fagiana da non aver imparato niente [qua lo scrivo incrociando le dita perché non si palesino colleghi e clienti a dissentire con il dito di mogano]. E non è detto che non le scriva, un giorno o l’altro.

Una cosa del tipo: tutto quello che avrei dovuto sapere, ma che ovviamente non sapevo, perché quando una nasce storta e si incammina con piedi a banana lungo gli imperscrutabili sentieri della vita, l’unica cosa che si porta appresso è quel cazzo di senno di poi.

 

 

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You can’t shut off the risk and the pain without losing the love that remains

L’altro giorno parlavo con Marianna della fiducia.

Sì, ci piace scegliere temi leggeri quando beviamo un caffè nella luce della Zandesede.

(Non è vero, parliamo anche di vestiti di ASOS e dei pettorali del dottor Karev, ma, via, immaginateci un po’ intellettuali, per una volta).

Io su questa cosa della fiducia ci ho passato un sacco di tempo, a farmi filmoni mentali e a sviscerare i pro e i contro con esempi pratici, che spaziavano dalla letteratura a Un Posto al Sole alla trisnonna della portinaia.

La sola conclusione a cui sono giunta, è che ci sono persone che si fidano e persone che no. Credo che nasciamo così, in un modo o nell’altro.

Io sono una che di base si fida.

Mi fido da boccalona, eh: mi fido del signore della Nespresso che mi dice che la nuova limited edition cacca di babbuino e chicchi del Venezuela è buonissima, mi fido dell’ammorbidente che col suo magico profumo mi trasmigra in Provenza. Mi fido del fondotinta che renderà la mia faccia uguale a quella di una modella sedicenne cresciuta tra i campi di grano dell’Oklahoma. Mi fido di chi mi ha detto “non sei tu, sono io“, ma anche “è la prima volta che mi capita” e persino “ma no ti giuro non è successo niente, è solo un’amica”.

Mi fido del signore della telefonia che mi fa firmare un contratto capestro di settecentoventidue mesi a soli quarantanoveenovantanove euri al mese con prelazione sui primogeniti miei e delle generazioni a venire, per avere in omaggio un Huawei usato e trentasei minuti di conversazione al bimestre.

Nella vita e nel lavoro, fidarmi mi è costato caro. Specialmente in termini di autostima: perché quando ti accorgi che sì, ok, la gente è stronza, ma soprattutto tu sei scema, trovarti una giustificazione che non ti faccia vergognare di te non è semplice.

Eppure.

Alla fine della fiera, non farei cambio. Mi piace pensare che una parte di me, rappresentata graficamente come una contadinella in salopette che tiene al guinzaglio un pony-unicorno, resti convinta della fondamentale bontà delle persone. Che sì, ci sono un sacco di malintenzionati, ma in fondo a fidarsi ci guadagni sempre di più che a guardare tutti in cagnesco tipo Scrooge con la gastrite.

Mio papà mi ha sempre ripetuto che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Ma la cosa non ha attecchito, anche perché è detta da uno che ha fatto entrare in casa gli Hare Krishna e ha comprato tipo quattro libri sull’illuminazione e il bodhisattvayana solo perché gli facevano tenerezza, perciò.

E sì: anche io, dopo l’ennesima inculata con la sabbia, mi sono guardata allo specchio, ho alzato i pugni al cielo e ho giurato al cospetto degli dèi e degli uomini che mo basta, sarei diventata la regina delle nevi, cuore di pietra e sguardo di ghiaccio, sempre all’erta fra le insidie della giungla metropolitana. Poi sono uscita di casa, uno mi ha detto Dai guarda! Un porcellino a pois che vola! E io mi sono ritrovata col naso in su a cercarlo fra le cime dei platani.

La verità è che le inculate bruciano e te le ricordi meglio, ma se poi fai veramente il conto è più quello che hai guadagnato fidandoti che non quello che hai perso.

Il fatto è che io credo che la fiducia sia gratis.
Nelle relazioni umane e in quelle amorose soprattutto. La fiducia si guadagna ma fino ad un certo punto: perché se tu credi nella persona che hai davanti, non ti servono poi molte dimostrazioni, e vale anche il contrario. Se navighi a vista nel mare del sospetto, ogni indizio punterà contro.

Poi dipende anche un po’ da come vuoi (o sai) vivere. Io trovo che dubitare sempre delle reali intenzioni di chiunque sia una fatica terribile.

Né sono poi così convinta che questa fatica ti tuteli veramente. Non credo che lo stress del vivere sempre sul chi va là alla fine si traduca davvero in una vita priva di delusioni e amarezza. Anche perché forse – forse – l’amarezza più bruciante è proprio il senso di solitudine profonda che ti accompagna costantemente quando pensi che non puoi fidarti davvero di nessuno.

La vera saggezza, mi pare, è prendere atto di questa fiducia tradita, accettarla per quello che è senza negarla, rigare la macchina del soggetto in questione con un punteruolo da ghiaccio che fa subito Sharon Stone, e poi andare oltre.

Archiviarla, non dimenticarla – sul dimenticare i torti, mi spiace ma non ho mai imparato. Sono campionessa in carica di recriminazioni: fiduciosa sì, ma cagacazzo di più.

E non farla scontare a chi verrà dopo. Non farla scontare a te stessa. Tienila viva, la boccalona in salopette.

Ma se non sei capace di fidarti? Come impari?

Ecco, io non ne ho idea. Però magari comincia col dare retta a una promoter, le nuove merendine variegate menta e gorgonzola potrebbero davvero essere buonissime.

a che serve la vita?

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Siamo tutti figli di un grande malinteso, quello che l’amore, il vero amore, sia la panacea universale di tutti mali. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’amore non basta un cazzo.
Una vita come tante non è un romanzo come tanti. Ho aspettato molto leggerlo, non, come si potrebbe pensare, perché la sua mole (1091 pagine) mi spaventava, ma soprattutto perché mi era stato detto che era un romanzo sconvolgente.

Lo è, sotto tutti i punti di vista.

Non è il più bel libro che io abbia mai letto in vita mia, e non è nemmeno diventato il mio libro preferito: ma sicuramente, ad oggi, mi viene da dire che, se vi considerate “lettori forti” – che è una definizione delle palle, ma non me ne viene in mente un’altra abbastanza calzante – questo è un romanzo da cui non potete prescindere.

Amare una persona che non si ama è un po’ come stare seduta davanti a un palazzo che sta crollando. Non c’è assolutamente nulla che tu possa fare per tenerlo in piedi. Non sei Wonder Woman, non sei dio. Non sei un cazzo. Ma del resto, non è mica colpa del palazzo, se sta crollando. Ci sono alla base anni di incuria, fondamenta sbagliate, errori strutturali.

Cosa puoi fare?

Allerti la protezione civile, cerchi di evacuare chi c’è dentro, stai pronta a scavare tra le macerie, per salvare quello che è sopravvissuto.
Ti allontani.
Non vuoi, non puoi, morire schiacciata sotto un cornicione. Sarebbe un sacrificio perfettamente inutile.

Fuori dalle metafore ardite, c’è il quotidiano, che è, quasi sempre, quello spazio in bilico tra tempo e sentimenti in cui fai il meglio che puoi, in cui sei viva e ti muovi e tuo malgrado procedi, sbattendo il naso tutti i giorni contro i tuoi limiti ma anche sorridendo nel sole dei momenti belli, perché la vita non è solo terremoto e tempesta, per la maggior parte di noi.

Ami come sai. Scendi a patti con la tu fallibilità, e speri sempre per il meglio.

Ci sono libri che sono come lame che tagliano in profondità, pagina dopo pagina. Ti causano dolore, ma da quei tagli entra anche la bellezza, ed è per questo che vai avanti, rapita, incantata. Puoi permettertelo: è letteratura.

Il libro di Hanya Yanagihara, per me, racconta l’amore come lo conosciamo quando ci liberiamo del pregiudizio di ciò che l’amore dovrebbe essere.

Perché se è vero, come dicevo prima, che l’amore in sé non è mai abbastanza, è vero anche che contiene una forza purissima, che è motore di un sacco di cose belle.

L’amore non può guarire chi è profondamente danneggiato: ma può, senza dubbio, attutire il dolore. Renderlo sopportabile, metterlo in un angolo e farlo tacere, per un po’.

La storia di Willem e Jude, non è, per fortuna, la mia storia: ha abissi che non conosco, ma la cui forza narrativa ha fatto il suo sporco lavoro, e mi ha messa davanti a tanti nodi miei, personalissimi, di cui non si parla ad alta voce, nemmeno al buio, nemmeno in segreto.

Avete mai voluto bene a una persona che non se ne voleva?

Non c’è una formula per imparare a farlo, ma se dovessi raccontarvelo, come lo faccio io, che sono molto meno brava di Willem, vi direi che si fa come tutto il resto: un pezzo alla volta, senza arrendersi, senza dimenticarsi di ridere, lasciando che le lacrime vengano quando è il caso, anche se sappiamo bene che non si piange nel baseball.

Accettando anche il fatto che potrebbe non servire a niente: ma tu, tu non lo fai perché serva. Lo fai per istinto, per scelta, perché non sai fare altrimenti, per necessità.

Perché ti rende felice, amare una persona per quanto inutilmente, contribuisce all’equilibrio del mondo e al tuo, perché anche chi non sa volersi bene merita di essere amato, anche se cristiddio non capirà mai perché e non vorrà crederci, pazienza.

Se fossi una persona diversa, forse direi che ciò che è accaduto è una metafora della vita: le cose si rompono, a volte si aggiustano, e ci rendiamo conto che, per quanti danni possiamo subire, la vita ci ricompensa quasi sempre, spesso in modo meraviglioso.

A pensarci bene…forse sono proprio quel genere di persona.

 

N.B. – Tra i tanti motivi che avevo per leggere questo libro c’era il consiglio di Massimo, che lui libri innocui mai. Avevo paura di leggerlo, lui aveva paura della mia reazione. Che sia messo agli atti: nessun libraio è stato maltrattato per la stesura di questo post.

Olympia

Ho letto un libro di quelli di cui non ha parlato ancora nessuno, che nessuno mi ha consigliato, che volevo mettere su anobii e non c’era neanche la scheda già fatta, figurati.

Il libro si intitola “13 modi di vedere una ragazza grassa”, l’ha scritto Mona Awad, e l’ha tradotto Stefania Bertola.

L’ho preso d’impulso, mi piaceva la copertina, l’ho letto e non ho più smesso di pensarci. Da quando l’ho letto ne ho parlato ad almeno 10 persone diverse (forse 13, ha-ha) e mi sono resa conto che mai con nessuno, forse (tranne che con l’Orso, asciugato al riguardo per circa due ore di cena anniversariale) sono riuscita a focalizzare esattamente che cosa, di quel libro, mi è rimasto così impresso da non riuscire più a smettere di pensarci.

È diventato uno dei miei libri preferitissimi del cuore? No.

La storia è piuttosto semplice. Lizzie è un’adolescente canadese, riflessiva, un po’ dark – intellettuale, sovrappeso – parecchio sovrappeso, in realtà – che decide di dimagrire. Per piacere, per non essere più imbarazzata dal suo corpo, per trovare i vestiti che le piacciono, per essere amata.
Lizzie [spoiler] dimagrisce. Ma nella sua testa continuerà sempre ad essere una ragazza grassa che cerca di essere amata ed è convinta di non meritarselo. A nulla le serve cambiare nome, diventare di volta in volta Liz, Beth, Liza, Elizabeth.

Il peso specifico del suo corpo, e il peso degli altri, soprattutto delle altre, restano per tutto il libro, narrato quasi sempre in prima persona, l’unico metro di giudizio attraverso il quale valutare il mondo, il merito delle persone, il diritto alla felicità.

Ci sono altri temi importanti. Il rapporto con la madre, per esempio, è fortissimo e commovente e spesso doloroso; il padre ombra, che non c’è, poi torna, ma sempre figura di sfondo; Mel, l’amica di sempre, anche lei in lotta con il suo corpo; Tom, l’uomo con cui vivrà per parecchio tempo, che a tratti prenderà lui la parola per raccontare questa strana storia d’amore.

Ma in questi tredici capitoli, quello su cui la mia testa continuava a tornare era il rapporto con il cibo, e con il peso.

Questo libro mi ha raccontato di come il cibo sia spesso il solo strumento quotidiano per raccontare il dolore delle donne.

Il cibo visto come nemico, come alleato, come mostro nell’armadio, come amante segreto nelle notti di luna. Lizzie non soffre di un disturbo dell’alimentazione in senso stretto, non è il racconto di un’anoressia o di una bulimia. È il racconto di una donna che nell’arco della sua vita non riesce a darsi un valore oggettivo se non attraverso un’immagine esterna, distorta, atrofizzata dagli stereotipi.

Questo libro, per me, racconta una realtà silenziosa e segreta di tante donne di cui non sapremo mai nulla, di cui vedremo corpi normali e vite regolari, relazioni più o meno soddisfacenti, unghie smaltate con cura e insalate a pranzo e pizze la domenica.
Donne il cui dolore non conosceremo, non intuiremo mai. Perché è un dolore domestico, acquietato, che le morde solo nel rito della bilancia al mattino presto prima che gli altri si sveglino, nella luce impietosa di un camerino, prima di una festa, nell’impercettibile tremolio della riga di eyeliner.

Per me questo libro parla di loro.

Nel lontano 1996 è uscito un album ora molto dimenticato: loro erano i Lush, l’album si chiamava Lovelife, e all’interno c’era una canzone che si chiama Olympia e che è tuttora una delle mie canzoni del cuore.

Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?
Will I ever have to say the word
And instantly I’ll be adored?
Could I ever deign to have the look
Instead of have to read a book?
Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?

Tutte avremmo voluto essere Olympia. Io volevo essere Olympia, soprattutto a 16 anni. Olympia mangia cioccolata e marmalade e resta bella, meravigliosa, accarezza gatti e si muove pigra, è la ragazza perfetta.

Ascolto questa canzone vent’anni dopo, leggo libri che raccontano cose che sono schiaffi in faccia, e penso che forse neanche Olympia è mai stata Olympia, perché la ragazza perfetta non esiste.

E quando la canzone va avanti, verso l’inevitabile fine, e ascolto

In chaos of our lives
Can we ever find the time
To cherish feeling fine
And in the aftermath of pain
Can the balance be regained?
Can we ever be the same?

mi dico che io quel tempo l’ho trovato, io sono stata fortunata.

Non so se sono stata brava. O se forse sono state più brave le persone che ho avuto intorno, a proteggermi e rendermi forte e ad amarmi per quella che ero, che sono, e se ho avuto l’immenso culo di avere un buon sistema immunitario emozionale, per cui ad un certo punto, al fondo del baratro, c’è sempre quella parte di me che dice, ok, adesso basta tragedie però. Whatever. Ed esco di casa e ricomincio a ridere e magari mi mangio pure un gelato, così, solo perché ne ho voglia.

La risposta che non ho, la risposta che non mi so dare, è la chiave che sta al fondo di tutto, il motivo primo e ultimo per cui tutte le battaglie più tremende le combattiamo sul corpo delle donne, misurandolo, martoriandolo, giudicandolo una e mille volte al giorno, il proprio, quello altrui, quello delle amiche e quello della sconosciuta, quello della celebrity e quello della vicina di casa.

Donne che odiano il proprio corpo, o anche solo donne che lo sopportano a malapena, che lo cazziano in continuazione, che lo criticano, che lo affamano, che lo appesantiscono, che lo ignorano come se non fosse veramente parte di loro, ma un parente scomodo da tenere nascosto.
Il corpo delle donne è il tavolo su cui si battono i pugni per avere ragione in una discussione sulla morale e sull’etica e sul livello di civiltà, è l’oggetto utile se serve ad ospitare qualcosa – desideri, figli, accudimento, bellezza.
Il corpo delle donne dimostra un valore se raggiunge degli obiettivi, ma è anche sintomo di mancanze etiche se non si conforma a dei canoni.

Parlo di un libro ma parlo anche, in maniera indiretta, delle donne e delle ragazze che ho conosciuto, o solo sfiorato nella mia vita. Quelle che mangiavano i biscotti di nascosto di notte in vacanza, dopo aver saltato la cena. Quelle che si sentono in colpa per aver mangiato carboidrati due pasti di fila, manco avessero dato fuoco ad un orfanotrofio. Quelle che finché il loro culo non sarà così, il loro naso cosà, le loro tette cosò, beh, allora, ovviamente, si meriteranno il peggio, e niente amore mai

[che poi, se l’amore fosse una meritocrazia, signora mia. ma magari, dico io, se amassimo solo chi se lo merita. di questo parliamo un’altra volta magari, dài].

e i cinque chili in meno, la pancia piatta, il seno grosso, le labbra carnose, i capelli fluenti, il culo sodo, i muscoli definiti, la noia suprema del dettaglio che da semplice caratteristica in un mare di caratteristiche diventa la chiave della felicità perfetta, assoluta, e pazienza per i morti che ci lasciamo sulla strada per raggiungerla, ché se non la raggiungiamo, è colpa nostra. Che siamo tarate e difettose o troppo pigre, o troppo o troppo poco qualcosa a caso, tanto pur di darci addosso possiamo convincerci di tutto.

Dei tredici modi di vedere una ragazza, grassa è quello che Lizzie sceglie per sé stessa per quasi tutta la sua vita. Per esternare un senso di inadeguatezza, e di incapacità di cambiare davvero idea, nel profondo, su quello che è il suo valore.

E allora forse non riesco a smettere di pensare a queste 224 pagine, perché hanno raccontato un pezzo di realtà che è vicina a tutte noi, che vorrei cambiare, che vorremmo –  uso il plurale come un augurio – cambiare.

E che forse ci mette tanto a cambiare perché è in parte segreta, coccolata come un fiore malvagio e prezioso, sotto la patina delle vite giuste, dell’autoironia un po’ crudele, delle ragazze che sembrano Olympia e che forse non lo saranno mai.

Perché poi, in fondo, per tendere verso l’infinito e oltre, la perfezione, l’ideale a cui aderire, lo stereotipo bello e impossibile, è più una zavorra che un trampolino.

And now, time to switch off.

[fem-mi-nì-sta]s.f.

Primo: non è una parolaccia. Si può dire.

Ammettere di essere femminista, se lo si pensa, è una buona cosa. Anche se siete avvenenti e depilate e non vi va che la gente pensi che sotto la parola “femminista” si celi un agglomerato di peli ribelli. Chi lo pensa, è pazzo e anacronistico.

Potete dirlo anche se siete maschi: i casi di pirilli caduti dopo aver pronunciato la tragica affermazione “Sono femminista” noti alla scienza, ad oggi, ammontano a zero.

Ma: prima di dirlo, però, è meglio che vi facciate qualche domanda. Lo sono davvero? Mi interessa esserlo? No, perché poi magari non vi interessa. Non lo siete. Le cose come stanno vi vanno benissimo. Ci sono un sacco di sintomi del bello ma non ci vivrei. Tipo: quando una donna apre bocca, vi mettete in automatico nella modalità “sopportazione” e prima ancora di aver ascoltato cosa ha detto siete già lì con una serie di obiezioni in canna. E lo fate di default, solo perché è una donna.
[NB: non sto dicendo che lo fate solo se siete uomini. Un sacco di donne lo fanno. Un sacco di donne non sono femministe. Io ancora non riesco a farmene una ragione, ma è così].

Perché, secondo me, è importante essere femministi?
Credo di averlo già detto, ma, beh, repetita iuvant. Per gli stessi motivi per cui è importante non essere razzisti, omofobi, arroganti, violenti, ottusi. Perché credere nell’inferiorità delle donne e nella supremazia del sesso forte significa nutrire una serie di stereotipi e pregiudizi che fanno male a tutti, anche ai maschi. Significa coltivare brutture e disparità.

Una volta ho avuto una discussione brutta con un signore che non conoscevo. Un signore che, mi dissero, era una persona colta, di buon carattere. È stato subito dopo i “fatti di Colonia”. Per chi non se lo ricordasse, nella notte di Capodanno del 2015 un numero cospicuo di donne che festeggiavano per i cazzi loro a Colonia è stata molestata sessualmente da un manipolo piuttosto consistente di uomini, festanti pure loro. Per molestia sessuale intendo anche che gli è stato toccato il culo, tra l’altro. Se vi è mai capitato che vi palpassero degli sconosciuti senza che lo desideraste, sapete che aggiungere un “solo” davanti a “toccato il culo” è una banalizzazione di cui non sentiamo alcun bisogno. La cosa è stata poi decontestualizzata dall’ambito a cui apparteneva perché pare che i molestatori fossero tutti richiedenti asilo e provenienti da paesi di prevalenza islamica. Grande festa alla corte dei razzisti/nazionalisti, ça va sans dire. Fra tutti gli articoli che sono andata a ripescare, questo secondo me è uno dei migliori per ricontestualizzare l’accaduto in una prospettiva più ampia.

Insomma, com’è come non è si è finito a parlare della cosa, che era successa da poco, e il signore ha commentato l’accaduto dicendo che le reazioni dei gruppi femministi erano state troppo accese per essere prese sul serio. Che, alla fine, reagire con troppa veemenza non giovava alla causa.
Ora, a parte che, che io sappia, nessun gruppo femminista è impazzito ed è andato a mettere bombe in giro e a fare ronde con randelli chiodati menando uomini a caso, il che, effettivamente, sarebbe stata una reazione controproducente e non costruttiva.
Quello a cui mi sono trovata davanti è stato un tipico caso di mansplaining: un uomo che spiega a una donna – io, nello specifico, ma se avesse potuto forse il signore avrebbe detto lo stesso con la stessa aura pacata e paternalista ad un collettivo femminista – come avrebbe dovuto reagire a qualcosa, se solo fosse abbastanza intelligente/preparata/lucida/razionale per usare il cervello, che è nella testa, ovvero quel grosso bozzo posto un metro circa sopra al culo (cit.).

Vorrei dire che la discussione è andata avanti per un po’ e che poi io l’ho schiacciato con la mia brillante dialettica, l’ho aiutato a capire che stava facendo un discorso orrendo e stereotipato in una maniera orrenda e stereotipata, e che l’ho spedito a casa con in mano una copia del libro di Chimamanda Ngozi Adichie. Ovviamente no. Mi sono incazzata come una iena, ho mantenuto la mia incazzatura nei limiti del decoro – anche perché non ero in un luogo neutro e andando avanti avrei sicuramente creato una situazione sgradevole per la terza persona presente, che nulla ne poteva – e alla fine ho glissato con un sorriso di legno e sono andata in bagno a sbattere la testa contro il muro bestemmiando in aramaico come il demone Pazuzu.

O mythos deloi oti: nonostante anni e anni di training, e un’educazione femminista, ancora il diritto di arrabbiarmi, davvero, quando un uomo mi tratta con accondiscendenza non me lo so concedere.

La femminista sempre incazzata e con fra i denti un kriss malese per evirare alla bisogna qualunque maschio che le si pari davanti è ancora uno stereotipo del quale soffro, ma in verità, dentro di me, lo so che abbiamo il diritto di essere arrabbiate, quando siamo vittime di un’ingiustizia, o di una violenza, o quando non veniamo prese sul serio. Quando ci dicono che dobbiamo protestare, sì, ma in modo consono, possibilmente con la dolcevita, con toni pacati e convincenti, perché se no, signora mia, come si fa ad ascoltarvi? Avrete ragione, ogni tanto, ma gridare con le poppe al vento non è un buon modo, su, dai, non si fa.

E invece, per qualcuna di noi, è un buon modo, e il fatto che possa non essere il mio non toglie legittimità alla cosa.

Emma Watson, che è stata massacrata per il binomio tette-femminismo non più tardi di una settimana fa, ha detto una frase intelligentissima: il femminismo non è una bacchetta con cui punire le altre donne. (Il video completo lo trovate qui). È qualcosa di molto più ampio, inclusivo, che ha mille sfaccettature – com’è ovvio che sia, perché stiamo parlando di persone – e in cui ognuna può trovare il suo posto e il suo modo, per manifestare, per agire, per supportare. Per cambiare.

Io sono allegra, frivola, incazzata, un po’ secchiona, bionda, malinconica a tratti, tonta il giusto, orgogliosa, iraconda, golosa.
Io sono femminista, e lo sono in tutti i modi in cui sono tutto il resto. Oggi, e tutti gli altri giorni dell’anno. Perché per me è davvero una cosa necessaria, e di cui andare fiera.

Bonus track: una bella panoramica di un nuovo tipo di femminismo è la newsletter di Lenny. Se masticate abbastanza l’inglese, secondo me fate bene a iscrivervi: se la sono inventata Lena Dunham e Jenni Konner, e io non smetterò mai di ringraziarle per questo.

“Tu vecchia mutanda, tu, souvenir di gioventù”.

Oggi mentre piegavo la biancheria – ebbene sì, anche io faccio queste cose utili ogni tanto – ho notato, forse per la prima volta, una disparità notevole nella misura delle mie mutande.

Premetto che per me le mutande sono un po’ una droga, non resisto, le compro a pacchi purché siano di cotone, colorate, possibilmente con qualche fantasia scema più adatta a una quarta elementare che a un’età anagrafica di appartenenza. E poi, diciamolo: le mutande servono sempre. Non è che puoi frenare l’impulso dicendo “dai, ma poi quando le metto?“. La mutanda è un evergreen dello shopping.

La mutanda è il souvenir ideale, il pensierino azzeccato, occupa poco spazio in valigia, la mutanda è universale.

Oggi a mia teoria dell’universalità della mutanda è stata messa a dura prova dai centimetri di differenza fra un capo comprato da Uniqlo a Tokyo e uno da Victoria’s Secret a Santa Cruz. La mutanda nipponica è una L, la mutanda americana è una M, eppure la prima è decisamente più piccola rispetto alla seconda.

(Le prove fotografiche sono sul mio profilo Instagram, ché il popolo deve sapere).

Del resto è la scoperta dell’acqua calda, no? Paese che vai, taglie che trovi. È tutto proporzionato all’utenza media, e sicuramente non ci va una laurea in antropologia per notare che la chiappa asiatica è mediamente molto più contenuta della chiappa occidentale.

(Qui è dove potrei aggiungere che, seguendo questo ragionamento, l’Orso a Tokyo ha comprato sulla fiducia mutande XL nelle quali potevano starci comodamente sei lottatori di sumo che ballavano il cancan, ma farei crollare tutta la teoria e quindi fingiamo che non sia mai accaduto).

E ho pensato a quante volte, invece, in ben più giovine età, la taglia è stata un traguardo ambito. Non solo mio, ma di tante fanciulle di mia conoscenza. Sopra la 46, le fondamenta scricchiolavano. Sotto la 42, si veniva portate in trionfo dalla folla.

Poi sono arrivate le catene di fast fashion e le certezze sono crollate.

Abbiamo scoperto gli algoritmi per calcolare quale taglia approssimativamente poteva essere la nostra: prendi il cartellino, cerca la dicitura EUR, non confonderti con MEX mi raccomando, aggiungi quattro, dividi per due, sottrai il numero che hai pensato, moltiplicalo per la data di nascita di tua mamma, fai una rapida valutazione appoggiandotelo addosso, entra nel camerino, dì sette Ave Maria e spera per il meglio.

Io nel corso degli anni penso di aver provato – e acquistato – capi di qualsiasi taglia. Ho provato XXL nelle quali sembravo la noce di prosciutto al pepe dell’autogrill, ho visto jeans taglia 34 esplodere sulle mie cosce come navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione, ho navigato in placidi mari di flanella taglia S. E tutti questi momenti andranno persi come lacrime tra i gatti di polvere di un camerino di Pull&Bear.

Ad oggi, se una commessa volenterosa mi chiede “Che taglia ti porto?” vado nel panico. In media, rispondo “Fai tu“. Apro il cappotto, svelo le mie dimensioni e mi affido alla professionalità di chi ho davanti.

No so esattamente che taglia porto, ma ho memorizzato una serie di numeri tipo sequenza di Fibonacci che corrispondono, circa,  alle taglie che di solito mi vanno di una determinata marca o di alcune catene d’abbigliamento.

Va da sé che sono sempre io, eh. Non è che mi espando e mi restringo come Carletto il principe dei mostri.

E ho realizzato, ancora una volta, che cosa direi alla me stessa sedicenne che cercava di strizzarsi in una 44 quando chiaramente avrebbe dovuto accomodarsi in una 46: piantala, cretina.

La profezia dice che un giorno avrai un cassetto pieno di mutande ordinatamente divise per colore, e nessuna sarà della stessa taglia dell’altra. Ognuna verrà da un posto del mondo diverso e quando le metterai non penserai a quello che c’è scritto sull’etichetta, che peraltro avrai già tagliato perché ti gratta sul sedere. Ti ricorderai dov’eri quando le hai comprate, con chi, cosa stavi facendo e che tempo c’era.

E in tutto questo la cosa che conterà di meno saranno le effettive dimensioni del tuo culo.

 

Zazuera

Avevo un solo buon proposito per il 2016 (lavare la macchina) e sono riuscita a non mantenerlo.

Così mi porto avanti per la lista di quest’anno.

Tra l’altro se non ricordo male era un proposito copiato da lei, quindi originalità a pacchi.

Del 2016 mi porto dietro un brufolo gigante sul mento, che è simbolo di prosperità, giovinezza e abusi in zona fegato, un mix unico e inimitabile di tachipirina e prosecco, per la donna che non deve chiedere mai.

È tempo di bilanci e buone idee, di progettazioni ardite e risalite, io sono poco portata per tutto ciò ma una cosa devo dirla. Nonostante le lamentele e il cattivo carattere, una certa propensione al dramma e una serie di pessime idee, la vita, in generale, con me è sempre stata generosa. Anche nel buio e nel dolore, dietro di me ci sono più giorni di sole e notti di stelle che non coni d’ombra (o di vergogna).

Per citare Igor, il destino è quel che è, ogni tanto verrebbe voglia di forzarlo verso la meritocrazia, ma spesso una buona botta di culo è quello che ti salva veramente.

Conviene lavorarci sopra, circondarsi di persone belle e restando aperta e ricettiva al buono che c’è nel mondo anche, e soprattutto, quando invece la sola parola che ti lampeggia nel cervello è “Merda!”.

Non so neanche se sia un buon proposito, forse più una tecnica di sopravvivenza di base.

Per volersi bene, e continuare a voler bene al resto che sta intorno.

Che possiate sentirvi prezios* sempre, che possiate sapervi invincibili, che sappiate perdonarvi e perdonare.

E che non diventiate mai troppo seri, troppo snob o troppo stanchi per un trenino improvvisato cantando A e i o u ipsilòn.

Io, il brufolo e la renna porgiamo i nostri più distinti saluti.