Olympia

Ho letto un libro di quelli di cui non ha parlato ancora nessuno, che nessuno mi ha consigliato, che volevo mettere su anobii e non c’era neanche la scheda già fatta, figurati.

Il libro si intitola “13 modi di vedere una ragazza grassa”, l’ha scritto Mona Awad, e l’ha tradotto Stefania Bertola.

L’ho preso d’impulso, mi piaceva la copertina, l’ho letto e non ho più smesso di pensarci. Da quando l’ho letto ne ho parlato ad almeno 10 persone diverse (forse 13, ha-ha) e mi sono resa conto che mai con nessuno, forse (tranne che con l’Orso, asciugato al riguardo per circa due ore di cena anniversariale) sono riuscita a focalizzare esattamente che cosa, di quel libro, mi è rimasto così impresso da non riuscire più a smettere di pensarci.

È diventato uno dei miei libri preferitissimi del cuore? No.

La storia è piuttosto semplice. Lizzie è un’adolescente canadese, riflessiva, un po’ dark – intellettuale, sovrappeso – parecchio sovrappeso, in realtà – che decide di dimagrire. Per piacere, per non essere più imbarazzata dal suo corpo, per trovare i vestiti che le piacciono, per essere amata.
Lizzie [spoiler] dimagrisce. Ma nella sua testa continuerà sempre ad essere una ragazza grassa che cerca di essere amata ed è convinta di non meritarselo. A nulla le serve cambiare nome, diventare di volta in volta Liz, Beth, Liza, Elizabeth.

Il peso specifico del suo corpo, e il peso degli altri, soprattutto delle altre, restano per tutto il libro, narrato quasi sempre in prima persona, l’unico metro di giudizio attraverso il quale valutare il mondo, il merito delle persone, il diritto alla felicità.

Ci sono altri temi importanti. Il rapporto con la madre, per esempio, è fortissimo e commovente e spesso doloroso; il padre ombra, che non c’è, poi torna, ma sempre figura di sfondo; Mel, l’amica di sempre, anche lei in lotta con il suo corpo; Tom, l’uomo con cui vivrà per parecchio tempo, che a tratti prenderà lui la parola per raccontare questa strana storia d’amore.

Ma in questi tredici capitoli, quello su cui la mia testa continuava a tornare era il rapporto con il cibo, e con il peso.

Questo libro mi ha raccontato di come il cibo sia spesso il solo strumento quotidiano per raccontare il dolore delle donne.

Il cibo visto come nemico, come alleato, come mostro nell’armadio, come amante segreto nelle notti di luna. Lizzie non soffre di un disturbo dell’alimentazione in senso stretto, non è il racconto di un’anoressia o di una bulimia. È il racconto di una donna che nell’arco della sua vita non riesce a darsi un valore oggettivo se non attraverso un’immagine esterna, distorta, atrofizzata dagli stereotipi.

Questo libro, per me, racconta una realtà silenziosa e segreta di tante donne di cui non sapremo mai nulla, di cui vedremo corpi normali e vite regolari, relazioni più o meno soddisfacenti, unghie smaltate con cura e insalate a pranzo e pizze la domenica.
Donne il cui dolore non conosceremo, non intuiremo mai. Perché è un dolore domestico, acquietato, che le morde solo nel rito della bilancia al mattino presto prima che gli altri si sveglino, nella luce impietosa di un camerino, prima di una festa, nell’impercettibile tremolio della riga di eyeliner.

Per me questo libro parla di loro.

Nel lontano 1996 è uscito un album ora molto dimenticato: loro erano i Lush, l’album si chiamava Lovelife, e all’interno c’era una canzone che si chiama Olympia e che è tuttora una delle mie canzoni del cuore.

Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?
Will I ever have to say the word
And instantly I’ll be adored?
Could I ever deign to have the look
Instead of have to read a book?
Will I ever be Olympia?
Will I ever be a girl like her?

Tutte avremmo voluto essere Olympia. Io volevo essere Olympia, soprattutto a 16 anni. Olympia mangia cioccolata e marmalade e resta bella, meravigliosa, accarezza gatti e si muove pigra, è la ragazza perfetta.

Ascolto questa canzone vent’anni dopo, leggo libri che raccontano cose che sono schiaffi in faccia, e penso che forse neanche Olympia è mai stata Olympia, perché la ragazza perfetta non esiste.

E quando la canzone va avanti, verso l’inevitabile fine, e ascolto

In chaos of our lives
Can we ever find the time
To cherish feeling fine
And in the aftermath of pain
Can the balance be regained?
Can we ever be the same?

mi dico che io quel tempo l’ho trovato, io sono stata fortunata.

Non so se sono stata brava. O se forse sono state più brave le persone che ho avuto intorno, a proteggermi e rendermi forte e ad amarmi per quella che ero, che sono, e se ho avuto l’immenso culo di avere un buon sistema immunitario emozionale, per cui ad un certo punto, al fondo del baratro, c’è sempre quella parte di me che dice, ok, adesso basta tragedie però. Whatever. Ed esco di casa e ricomincio a ridere e magari mi mangio pure un gelato, così, solo perché ne ho voglia.

La risposta che non ho, la risposta che non mi so dare, è la chiave che sta al fondo di tutto, il motivo primo e ultimo per cui tutte le battaglie più tremende le combattiamo sul corpo delle donne, misurandolo, martoriandolo, giudicandolo una e mille volte al giorno, il proprio, quello altrui, quello delle amiche e quello della sconosciuta, quello della celebrity e quello della vicina di casa.

Donne che odiano il proprio corpo, o anche solo donne che lo sopportano a malapena, che lo cazziano in continuazione, che lo criticano, che lo affamano, che lo appesantiscono, che lo ignorano come se non fosse veramente parte di loro, ma un parente scomodo da tenere nascosto.
Il corpo delle donne è il tavolo su cui si battono i pugni per avere ragione in una discussione sulla morale e sull’etica e sul livello di civiltà, è l’oggetto utile se serve ad ospitare qualcosa – desideri, figli, accudimento, bellezza.
Il corpo delle donne dimostra un valore se raggiunge degli obiettivi, ma è anche sintomo di mancanze etiche se non si conforma a dei canoni.

Parlo di un libro ma parlo anche, in maniera indiretta, delle donne e delle ragazze che ho conosciuto, o solo sfiorato nella mia vita. Quelle che mangiavano i biscotti di nascosto di notte in vacanza, dopo aver saltato la cena. Quelle che si sentono in colpa per aver mangiato carboidrati due pasti di fila, manco avessero dato fuoco ad un orfanotrofio. Quelle che finché il loro culo non sarà così, il loro naso cosà, le loro tette cosò, beh, allora, ovviamente, si meriteranno il peggio, e niente amore mai

[che poi, se l’amore fosse una meritocrazia, signora mia. ma magari, dico io, se amassimo solo chi se lo merita. di questo parliamo un’altra volta magari, dài].

e i cinque chili in meno, la pancia piatta, il seno grosso, le labbra carnose, i capelli fluenti, il culo sodo, i muscoli definiti, la noia suprema del dettaglio che da semplice caratteristica in un mare di caratteristiche diventa la chiave della felicità perfetta, assoluta, e pazienza per i morti che ci lasciamo sulla strada per raggiungerla, ché se non la raggiungiamo, è colpa nostra. Che siamo tarate e difettose o troppo pigre, o troppo o troppo poco qualcosa a caso, tanto pur di darci addosso possiamo convincerci di tutto.

Dei tredici modi di vedere una ragazza, grassa è quello che Lizzie sceglie per sé stessa per quasi tutta la sua vita. Per esternare un senso di inadeguatezza, e di incapacità di cambiare davvero idea, nel profondo, su quello che è il suo valore.

E allora forse non riesco a smettere di pensare a queste 224 pagine, perché hanno raccontato un pezzo di realtà che è vicina a tutte noi, che vorrei cambiare, che vorremmo –  uso il plurale come un augurio – cambiare.

E che forse ci mette tanto a cambiare perché è in parte segreta, coccolata come un fiore malvagio e prezioso, sotto la patina delle vite giuste, dell’autoironia un po’ crudele, delle ragazze che sembrano Olympia e che forse non lo saranno mai.

Perché poi, in fondo, per tendere verso l’infinito e oltre, la perfezione, l’ideale a cui aderire, lo stereotipo bello e impossibile, è più una zavorra che un trampolino.

And now, time to switch off.

[fem-mi-nì-sta]s.f.

Primo: non è una parolaccia. Si può dire.

Ammettere di essere femminista, se lo si pensa, è una buona cosa. Anche se siete avvenenti e depilate e non vi va che la gente pensi che sotto la parola “femminista” si celi un agglomerato di peli ribelli. Chi lo pensa, è pazzo e anacronistico.

Potete dirlo anche se siete maschi: i casi di pirilli caduti dopo aver pronunciato la tragica affermazione “Sono femminista” noti alla scienza, ad oggi, ammontano a zero.

Ma: prima di dirlo, però, è meglio che vi facciate qualche domanda. Lo sono davvero? Mi interessa esserlo? No, perché poi magari non vi interessa. Non lo siete. Le cose come stanno vi vanno benissimo. Ci sono un sacco di sintomi del bello ma non ci vivrei. Tipo: quando una donna apre bocca, vi mettete in automatico nella modalità “sopportazione” e prima ancora di aver ascoltato cosa ha detto siete già lì con una serie di obiezioni in canna. E lo fate di default, solo perché è una donna.
[NB: non sto dicendo che lo fate solo se siete uomini. Un sacco di donne lo fanno. Un sacco di donne non sono femministe. Io ancora non riesco a farmene una ragione, ma è così].

Perché, secondo me, è importante essere femministi?
Credo di averlo già detto, ma, beh, repetita iuvant. Per gli stessi motivi per cui è importante non essere razzisti, omofobi, arroganti, violenti, ottusi. Perché credere nell’inferiorità delle donne e nella supremazia del sesso forte significa nutrire una serie di stereotipi e pregiudizi che fanno male a tutti, anche ai maschi. Significa coltivare brutture e disparità.

Una volta ho avuto una discussione brutta con un signore che non conoscevo. Un signore che, mi dissero, era una persona colta, di buon carattere. È stato subito dopo i “fatti di Colonia”. Per chi non se lo ricordasse, nella notte di Capodanno del 2015 un numero cospicuo di donne che festeggiavano per i cazzi loro a Colonia è stata molestata sessualmente da un manipolo piuttosto consistente di uomini, festanti pure loro. Per molestia sessuale intendo anche che gli è stato toccato il culo, tra l’altro. Se vi è mai capitato che vi palpassero degli sconosciuti senza che lo desideraste, sapete che aggiungere un “solo” davanti a “toccato il culo” è una banalizzazione di cui non sentiamo alcun bisogno. La cosa è stata poi decontestualizzata dall’ambito a cui apparteneva perché pare che i molestatori fossero tutti richiedenti asilo e provenienti da paesi di prevalenza islamica. Grande festa alla corte dei razzisti/nazionalisti, ça va sans dire. Fra tutti gli articoli che sono andata a ripescare, questo secondo me è uno dei migliori per ricontestualizzare l’accaduto in una prospettiva più ampia.

Insomma, com’è come non è si è finito a parlare della cosa, che era successa da poco, e il signore ha commentato l’accaduto dicendo che le reazioni dei gruppi femministi erano state troppo accese per essere prese sul serio. Che, alla fine, reagire con troppa veemenza non giovava alla causa.
Ora, a parte che, che io sappia, nessun gruppo femminista è impazzito ed è andato a mettere bombe in giro e a fare ronde con randelli chiodati menando uomini a caso, il che, effettivamente, sarebbe stata una reazione controproducente e non costruttiva.
Quello a cui mi sono trovata davanti è stato un tipico caso di mansplaining: un uomo che spiega a una donna – io, nello specifico, ma se avesse potuto forse il signore avrebbe detto lo stesso con la stessa aura pacata e paternalista ad un collettivo femminista – come avrebbe dovuto reagire a qualcosa, se solo fosse abbastanza intelligente/preparata/lucida/razionale per usare il cervello, che è nella testa, ovvero quel grosso bozzo posto un metro circa sopra al culo (cit.).

Vorrei dire che la discussione è andata avanti per un po’ e che poi io l’ho schiacciato con la mia brillante dialettica, l’ho aiutato a capire che stava facendo un discorso orrendo e stereotipato in una maniera orrenda e stereotipata, e che l’ho spedito a casa con in mano una copia del libro di Chimamanda Ngozi Adichie. Ovviamente no. Mi sono incazzata come una iena, ho mantenuto la mia incazzatura nei limiti del decoro – anche perché non ero in un luogo neutro e andando avanti avrei sicuramente creato una situazione sgradevole per la terza persona presente, che nulla ne poteva – e alla fine ho glissato con un sorriso di legno e sono andata in bagno a sbattere la testa contro il muro bestemmiando in aramaico come il demone Pazuzu.

O mythos deloi oti: nonostante anni e anni di training, e un’educazione femminista, ancora il diritto di arrabbiarmi, davvero, quando un uomo mi tratta con accondiscendenza non me lo so concedere.

La femminista sempre incazzata e con fra i denti un kriss malese per evirare alla bisogna qualunque maschio che le si pari davanti è ancora uno stereotipo del quale soffro, ma in verità, dentro di me, lo so che abbiamo il diritto di essere arrabbiate, quando siamo vittime di un’ingiustizia, o di una violenza, o quando non veniamo prese sul serio. Quando ci dicono che dobbiamo protestare, sì, ma in modo consono, possibilmente con la dolcevita, con toni pacati e convincenti, perché se no, signora mia, come si fa ad ascoltarvi? Avrete ragione, ogni tanto, ma gridare con le poppe al vento non è un buon modo, su, dai, non si fa.

E invece, per qualcuna di noi, è un buon modo, e il fatto che possa non essere il mio non toglie legittimità alla cosa.

Emma Watson, che è stata massacrata per il binomio tette-femminismo non più tardi di una settimana fa, ha detto una frase intelligentissima: il femminismo non è una bacchetta con cui punire le altre donne. (Il video completo lo trovate qui). È qualcosa di molto più ampio, inclusivo, che ha mille sfaccettature – com’è ovvio che sia, perché stiamo parlando di persone – e in cui ognuna può trovare il suo posto e il suo modo, per manifestare, per agire, per supportare. Per cambiare.

Io sono allegra, frivola, incazzata, un po’ secchiona, bionda, malinconica a tratti, tonta il giusto, orgogliosa, iraconda, golosa.
Io sono femminista, e lo sono in tutti i modi in cui sono tutto il resto. Oggi, e tutti gli altri giorni dell’anno. Perché per me è davvero una cosa necessaria, e di cui andare fiera.

Bonus track: una bella panoramica di un nuovo tipo di femminismo è la newsletter di Lenny. Se masticate abbastanza l’inglese, secondo me fate bene a iscrivervi: se la sono inventata Lena Dunham e Jenni Konner, e io non smetterò mai di ringraziarle per questo.

“Tu vecchia mutanda, tu, souvenir di gioventù”.

Oggi mentre piegavo la biancheria – ebbene sì, anche io faccio queste cose utili ogni tanto – ho notato, forse per la prima volta, una disparità notevole nella misura delle mie mutande.

Premetto che per me le mutande sono un po’ una droga, non resisto, le compro a pacchi purché siano di cotone, colorate, possibilmente con qualche fantasia scema più adatta a una quarta elementare che a un’età anagrafica di appartenenza. E poi, diciamolo: le mutande servono sempre. Non è che puoi frenare l’impulso dicendo “dai, ma poi quando le metto?“. La mutanda è un evergreen dello shopping.

La mutanda è il souvenir ideale, il pensierino azzeccato, occupa poco spazio in valigia, la mutanda è universale.

Oggi a mia teoria dell’universalità della mutanda è stata messa a dura prova dai centimetri di differenza fra un capo comprato da Uniqlo a Tokyo e uno da Victoria’s Secret a Santa Cruz. La mutanda nipponica è una L, la mutanda americana è una M, eppure la prima è decisamente più piccola rispetto alla seconda.

(Le prove fotografiche sono sul mio profilo Instagram, ché il popolo deve sapere).

Del resto è la scoperta dell’acqua calda, no? Paese che vai, taglie che trovi. È tutto proporzionato all’utenza media, e sicuramente non ci va una laurea in antropologia per notare che la chiappa asiatica è mediamente molto più contenuta della chiappa occidentale.

(Qui è dove potrei aggiungere che, seguendo questo ragionamento, l’Orso a Tokyo ha comprato sulla fiducia mutande XL nelle quali potevano starci comodamente sei lottatori di sumo che ballavano il cancan, ma farei crollare tutta la teoria e quindi fingiamo che non sia mai accaduto).

E ho pensato a quante volte, invece, in ben più giovine età, la taglia è stata un traguardo ambito. Non solo mio, ma di tante fanciulle di mia conoscenza. Sopra la 46, le fondamenta scricchiolavano. Sotto la 42, si veniva portate in trionfo dalla folla.

Poi sono arrivate le catene di fast fashion e le certezze sono crollate.

Abbiamo scoperto gli algoritmi per calcolare quale taglia approssimativamente poteva essere la nostra: prendi il cartellino, cerca la dicitura EUR, non confonderti con MEX mi raccomando, aggiungi quattro, dividi per due, sottrai il numero che hai pensato, moltiplicalo per la data di nascita di tua mamma, fai una rapida valutazione appoggiandotelo addosso, entra nel camerino, dì sette Ave Maria e spera per il meglio.

Io nel corso degli anni penso di aver provato – e acquistato – capi di qualsiasi taglia. Ho provato XXL nelle quali sembravo la noce di prosciutto al pepe dell’autogrill, ho visto jeans taglia 34 esplodere sulle mie cosce come navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione, ho navigato in placidi mari di flanella taglia S. E tutti questi momenti andranno persi come lacrime tra i gatti di polvere di un camerino di Pull&Bear.

Ad oggi, se una commessa volenterosa mi chiede “Che taglia ti porto?” vado nel panico. In media, rispondo “Fai tu“. Apro il cappotto, svelo le mie dimensioni e mi affido alla professionalità di chi ho davanti.

No so esattamente che taglia porto, ma ho memorizzato una serie di numeri tipo sequenza di Fibonacci che corrispondono, circa,  alle taglie che di solito mi vanno di una determinata marca o di alcune catene d’abbigliamento.

Va da sé che sono sempre io, eh. Non è che mi espando e mi restringo come Carletto il principe dei mostri.

E ho realizzato, ancora una volta, che cosa direi alla me stessa sedicenne che cercava di strizzarsi in una 44 quando chiaramente avrebbe dovuto accomodarsi in una 46: piantala, cretina.

La profezia dice che un giorno avrai un cassetto pieno di mutande ordinatamente divise per colore, e nessuna sarà della stessa taglia dell’altra. Ognuna verrà da un posto del mondo diverso e quando le metterai non penserai a quello che c’è scritto sull’etichetta, che peraltro avrai già tagliato perché ti gratta sul sedere. Ti ricorderai dov’eri quando le hai comprate, con chi, cosa stavi facendo e che tempo c’era.

E in tutto questo la cosa che conterà di meno saranno le effettive dimensioni del tuo culo.

 

Zazuera

Avevo un solo buon proposito per il 2016 (lavare la macchina) e sono riuscita a non mantenerlo.

Così mi porto avanti per la lista di quest’anno.

Tra l’altro se non ricordo male era un proposito copiato da lei, quindi originalità a pacchi.

Del 2016 mi porto dietro un brufolo gigante sul mento, che è simbolo di prosperità, giovinezza e abusi in zona fegato, un mix unico e inimitabile di tachipirina e prosecco, per la donna che non deve chiedere mai.

È tempo di bilanci e buone idee, di progettazioni ardite e risalite, io sono poco portata per tutto ciò ma una cosa devo dirla. Nonostante le lamentele e il cattivo carattere, una certa propensione al dramma e una serie di pessime idee, la vita, in generale, con me è sempre stata generosa. Anche nel buio e nel dolore, dietro di me ci sono più giorni di sole e notti di stelle che non coni d’ombra (o di vergogna).

Per citare Igor, il destino è quel che è, ogni tanto verrebbe voglia di forzarlo verso la meritocrazia, ma spesso una buona botta di culo è quello che ti salva veramente.

Conviene lavorarci sopra, circondarsi di persone belle e restando aperta e ricettiva al buono che c’è nel mondo anche, e soprattutto, quando invece la sola parola che ti lampeggia nel cervello è “Merda!”.

Non so neanche se sia un buon proposito, forse più una tecnica di sopravvivenza di base.

Per volersi bene, e continuare a voler bene al resto che sta intorno.

Che possiate sentirvi prezios* sempre, che possiate sapervi invincibili, che sappiate perdonarvi e perdonare.

E che non diventiate mai troppo seri, troppo snob o troppo stanchi per un trenino improvvisato cantando A e i o u ipsilòn.

Io, il brufolo e la renna porgiamo i nostri più distinti saluti.

Talk is cheap

Cara ministra Lorenzin, cara Bea,

abbiamo lo stesso nome, e, no, non posso dire che mi faccia piacere, se per caso nella faccenda nomen/omen ci fosse mai qualcosa di veritiero.
Sulla pregevole iniziativa del Fertility Day, in queste 24 ore, è già stato detto (in maniera egregia, nella maggior parte dei casi), di tutto. E quindi potrei esimermi. Sono proprio sulla soglia dell’esenzione, e mi dico, ma sì, ma chi te lo fa fare? devi proprio sempre dire la tua? Ovvio che no.

Però vedi, questa roba qui riguarda proprio me. È personale, come dire. Me l’hai proprio mandata via raccomandata espressa assicurata posta prioritaria.

Io ho 36 anni e non ho figli.

Non li ho mai cercati. Sono fertile? Non lo so. Tutti i giorni appena sveglia prendo una pillola anticoncezionale, da sempre, da quando ho rapporti sicuri – con Orso certificato, otto anni di relazione amorevole seppur burrascosa più che disneyana, con cui convivo, entrambi lavoriamo, e lavoriamo per persone oneste, illuminate, che mai cercherebbero di usare una mia (nostra) gravidanza come scusa per silurarci.

Non ho mai provato ad avere figli.

Presumo di essermeli immaginati, in giovane età, forse più per hobby e appartenenza culturale che per istinto materno, nel corso degli anni, ogni tanto ci penso, mai abbastanza per smettere di prendere quella famosa pillola di cui sopra. Sono per mia fortuna circondata di persone, in famiglia e fra i miei amici, che non mi hanno mai fatto pressione in questo senso. Non hanno mai indagato i miei motivi reconditi, miei e dell’Orso – ci tengo a specificarlo, perché no, non sono un’ameba, non li farei per partenogenesi, né sono una virago pazza che ha sottomesso il suo compagno al suo egoismo con l’uso di armi improprie e torture psicologiche.

Semplicemente è passato il tempo, le persone intorno a me si sono riprodotte, ho fatto la conoscenza di nipoti eccezionali, creature multiformi e meravigliose che non mi hanno mai fatto scattare nessun clic. Ho amiche che rientrano nelle tipologie materne più disparate, ognuna con sua propria dignità e caratteristiche. La necessità di unirmi al club ancora non si è palesata. Vado pazza per i bambini? No, certo, proprio non si può dire, anzi, spesso, dopo serate in loro compagnia, tiro un sospiro di sollievo pensando che adesso c’è qualcuno che si puppa i loro pannolini e le loro esigenze e che quel qualcuno non sono io. Sono una persona cattiva? Non credo. Non li maltratto, mai, e sono una babysitter coi fiocchi: l’ho fatto per anni, all’università e in tempi più recenti, con reciproca soddisfazione, mia e loro. Sono un po’ Grinch più a parole che nei fatti, ammettiamolo.
Però figli non ne voglio.

Cambierò idea? Mi pentirò? Morirò sola e triste divorata da un pastore alsaziano?

Non lo so. Se sapessi prevedere il futuro, mettere un chioschetto di psychic consultant sulla spiaggia di Santa Monica e mi arricchirei divinando Oscar per le celebrità.

È tra l’altro una mia personale convinzione (e quindi del tutto opinabile e controvertibile) che questa focalizzazione sul ruolo materno assoluto e totalizzante, e centrale nella vita delle donne, sia frutto molto più della crisi economica e della scarsità dei posti di lavoro che non di una riscoperta pastorale dell’importanza della Dea Madre. Insomma, secondo me fa abbastanza comodo allo stato e alle aziende avere una schiera di mamme che scelgono di esserlo a tempo pieno, lasciando senza grandi rimpianti posti di lavoro liberi, e concentrandosi sulle gioie dell’allattamento anziché rompere il cazzo per ottenere i nidi aziendali. Ma ritengo anche che nessuno – e io meno di tutti – debba andare a dire a una donna che deve lavorare e pensare alla carriera e alla propria autonomia anziché essere felice e contenta di fare il pane in casa. È anche quello un diritto inalienabile e che va tutelato insieme agli altri. E mi piacerebbe che anche gli uomini potessero occuparsi dei figli a tempo pieno, volendo: senza essere additati o derisi o ostracizzati per questa scelta.

Ma quello che volevo davvero dire riguarda me, non le mie opinioni baravantane sugli uteri altrui.
Volevo dire che non mi sento una donna a cui manca un pezzo, e disprezzo in maniera profonda e viscerale chiunque, in maniera più o meno diretta, cerchi di insinuarlo. Che lo faccia con leggerezza, ignoranza, premeditazione: non ci sono scusanti.

Perché, se poi vogliamo dirla tutta, mi mancano un sacco di esperienze formative e meravigliose. Vivere e lavorare all’estero. Creare arte. Il paracadutismo. Viaggiare sola. Avere un animale domestico. Vincere un premio Nobel. Eccellere in uno sport (a essere onesta, mi manca pure praticarlo con costanza e determinazione, ma vabbè). Curare un orto o un giardino. Salvare vite umane. Fare la differenza in un’emergenza collettiva.

Allora, se proprio dovete rimproverarmi qualcosa, avete l’imbarazzo della scelta, voi che avete pensato questa campagna. Perché non sono andata a distribuire medicinali sulle coste, ai rifugiati della Siria, anziché stare a casa a guardare Stranger Things? Perché non ho studiato di più – e meglio – per contribuire a una cura contro il cancro? Perché non vado a dare da mangiare ai senzatetto nelle sere di novembre? Siate creativi. Ci sono milioni di cose utili e belle che una donna sana e abile di 36 anni può fare per dare un senso alla sua esistenza. Cagatemi il cazzo su quelle.

Oppure, magari, non cagatemi il cazzo e basta. Perché il corpo della donna – il MIO corpo, porchissimo giuda –  deve sempre – sempre – essere al centro di qualche discussione, immortalato sui cartelloni e sui giornali insieme a qualche slogan, oggettivarsi per fare da spunto a qualche discussione politica, essere vivisezionato nei salotti e nelle aule e nei cenacoli aulici e nelle sale parrocchiali e negli studi televisivi e nei più rappresentativi cessi della nazione?

Oh, vogliamo parlare di educazione sessuale e affettiva, ma benissimo, bellissimo, ma vengo io a fare del volontariato e a distribuire volantini, gratis, tutte le volte che volete. Vengo io a chiacchierare con le ragazzine e i ragazzini, non mi imbarazzo neanche se dicono sborra, figa, cazzo e culo, ché quello è il linguaggio di molti (lo sapevate?), e se gli parlate di pene e vagina forse smettono di ascoltare dopo il primo minuto.
Ho una mamma Scopella che lo fa da trent’anni in tutti i consultori del west, lo fa anche quando sfora dai tempi prestabiliti e torna a casa con ore e ore di straordinari non pagati, lo fa anche con chi va da lei carica di autodiagnosi e arroganza, lo fa con chi ha la minaccia della denuncia sempre in canna, lo fa con chi la ritiene un’assassina prezzolata, una donna di merda al soldo di Big Pharma, lo fa con chi le manca di rispetto e di fiducia, e lo fa bene, con pazienza e passione, perché è il suo cazzo di lavoro, e tutela le scelte delle donne anche quando non è d’accordo con loro. Sempre.

Parliamo di anticoncezionali, di malattie sessualmente trasmesse, di endometriosi, di relazioni abusive, di squilibri ormonali, di prostate, varicocele, di parti e placente, di pornografia, di eiaculazione, di falsi miti e grandi speranze, di menopausa, di secchezza vaginale, di prolassi, di gravidanze indesiderate, di infertilità, di adozioni, di omosessualità, di genitorialità consapevole, di mestruazioni, di polluzioni, parliamo di tutto, con tutti, parliamone in prima serata, nelle piazze, parliamone a tavola, parliamone in modo talmente vasto e capillare ed esaustivo che nessuno più, uomo o donna, di qualsiasi età, possa dire: non lo sapevo, non credevo, non pensavo.

[Parliamone con gente che lo fa per lavoro, magari. Con professionisti del settore, che hanno dei titoli di studio attinenti. Perché per parlarne a cazzo di cane con celebrità ripescate dai meandri del palinsesto, o con gente che si è fatta un’opinione su internet, allora possiamo anche lasciare perdere.]

Parliamo di diritti, parliamo di doveri.

Parliamo dei doveri dello stato verso le famiglie di ogni genere, composizione, etnia, dimensione. Non parliamo solo delle famiglie che vi fanno comodo, perché comunque pure quelle non è che mi sembrino proprio coccolate, eh, io ve lo dico. Mi pare che, una volta che si sono fatte (alleluja istituzionale), poi ve ne battiate un po’ le balle, di come se la cavano.

Prima di cominciare a parlarne, e mi sento in dovere di aggiungerlo, visti i toni con cui era partita la campagna ministeriale informativa al riguardo (che poi magari è partita pure per informare bene eh, io il beneficio del dubbio sulle intenzioni ve lo concedo senza problemi), ricordatevi che si va a toccare una sfera personale e intima nel senso più letterale del termine. Se perfavore si potessero evitare slogan del ventennio, ricatti morali, mercificazione dei corpi, luoghi comuni da coda in posta, discriminazioni per sesso e razza, echi di dogmi religiosi, cazzate clamorose, stigma di ogni genere, ideologie medievali, prospettive machiste, gomiti sul tavolo e dita puntate, io ve ne sarei grata.

E se non siete in grado, fate altro. Perché come si dice dalle mie parti, un bel tacer non fu mai scritto.

Perché, con buona pace delle belle intenzioni, piuttosto che una campagna passata al pubblico così, era meglio niente.

 

[nell’immagine in evidenza: foto pigiama figo con all’interno corpo istituzionalmente inutile, e pure fuori forma, signora mia!]

impariamo dai tafani

Correva l’anno del signore 1995 e io partivo per la vacanza in Grecia con la mia amica Petunia.

Avevo 15 anni ed ero abbastanza grassa.

Grassa è una parola che non mi piace particolarmente, perché ha in sé quell’eco negativa venuta con l’amabile abitudine di usarla come insulto. Provate a dire ad alta voce “grassa”, sembra uno sputo. È anche però un dignitoso aggettivo della lingua italiana, e poi non mi pare il caso di avere paura delle parole. Quindi, sì, grassa è qualcosa che sia addice alla me stessa quindicenne.

In quel momento essere grassa mi turbava meno che smettere di mangiare, quindi ero scesa a patti con il fatto che, quando conoscevo qualcuno, quella era la prima cosa che notavano di me. Tutto il resto veniva dopo. Il sovrappeso è un difetto che ti cataloga in maniera immediata: se hai l’alitosi, sei stronza o hai i piedi piatti, o più banalmente sei cretina, sono tutte cose che ti verranno contestate al massimo in un secondo momento. Grassa no, lo sei da subito. E poi magari non è neanche la cosa peggiore che sei, ma ti definisce agli occhi delle altre persone in maniera subitanea e indelebile.

La vacanza in Grecia è andata bene, è stata bella. In quel mese attraverso il Peloponneso ho preso altri cinque chili a suon di gyros – credo – ma questo non mi ha impedito di godermi l’Acropoli e l’Egeo, e di innamorami per sempre di quella penisola e delle sue cicale.

Al ritorno, a casa di Petunia, per caso, un pomeriggio, ho trovato, credo cercando qualcosa con cui sottolineare quello che stavo studiando, una cartolina che le aveva mandato il nostro comune amico Giuseppe. Erano gli anni 90, ci mandavamo ancora le cartoline, sì. Ci tenevamo parecchio, anche.

Su quella cartolina c’era scritto qualcosa del tipo, cara Petunia, ciao come stai? Sei stata in vacanza con quella cicciona di Incorporella, chissà che roba, scommetto che non si è neanche messa in costume. Baci e abbracci e amenità.

Non so se era previsto che io quella cartolina non la leggessi mai. Di certo, ero a casa di Petunia quasi tutti i pomeriggi, facevamo i compiti spesso insieme – o facevamo finta. La cartolina era sulla scrivania, appoggiata lì da chissà quanto. Sta di fatto che l’ho letta. E ci sono rimasta di merda.

Ci sono rimasta di merda non tanto per Giuseppe, al quale sapevo di non essere mai piaciuta più che tanto – e non solo fisicamente. Ci sono rimasta di merda perché, se lui sentiva di poter fare queste affermazioni con Petunia, evidentemente per lei andava bene.
Io e Petunia eravamo amiche dalla prima elementare. Andavamo in vacanza assieme – appunto. I nostri genitori si conoscevano, si frequentavano. Era mia amica.

Se ben ricordo l’ho guardata e le ho detto scusa, e questo? E lei deve avermi risposto, sai com’è Giuseppe. Sì, un cretino. Ma tu?

Non ho litigato con Petunia quel giorno. È successo un po’ di tempo dopo, per un altro motivo.

Ma quel giorno ho capito che non avevo bisogno di amiche come lei.

Ho capito che se era pronta a svendermi per una complicità banale con un tizio abbastanza qualsiasi (sul quale, tra l’altro, non aveva nemmeno mire sentimentali), non era davvero dalla mia parte. E le amiche sono dalla tua parte, sempre. Anche quando ti cazziano, ti sgridano, ti criticano.

Sono passati tanti anni da quell’estate, e la maggior parte di questi anni li ho vissuti con un BMI normale, anche se probabilmente per certi canoni sono ancora grassa, ma chi se ne frega. Di quei canoni, dico.

Non ero particolarmente saggia o evoluta a quindici anni, e in tutta onestà dubito di esserlo adesso. Ma quello che sapevo allora, e quello che so adesso, è che non bisogna mai vergognarsi di mettersi un costume e godersi il mare – o la piscina, il lago il torrente Varaita, quel che è – con buona pace dei Giuseppe della situazione.

Penso al catalogo di persone che conosco, persone femmine – ma non per razzismo, solo perché con loro mi è capitato più spesso di parlare di prova costume, imbarazzi, vergogne. Oh, se qualche maschio vuole venirmi a raccontare i suoi complessi, sono pronta ad ascoltare, ma davvero.

Insomma. Nessuna di noi è fisicamente uguale all’altra. C’è chi è più magra, più grassa, chi ha le gambe snelle e lunghe e la panciotta, chi è piatta come una tavola, chi ha chiappe importanti, chi tette rigogliose, siamo alte, basse, bianco latte, con caviglie da Heidi, nasi, bocche, capelli tutti diversi. Devo dire la verità: pochissime di noi, quasi nessuna, ha il corpo che ci propinano i media.  È che probabilmente non siamo nate per essere identiche. Siamo pezzi unici. E siamo un gran bello spettacolo, fatemelo dire.

Pochissime di noi si mettono un pezzo di lycra a cuor leggero. È un fatto. E mi dispiace.

Mi dispiace anche perché la seconda cosa che ho imparato è che alla gente, in realtà, di noi non gliene frega un cazzo.
I soli giudici implacabili del nostro corpo siamo noi.

Ripensate alle vostre vacanze al mare. Vi ricordate davvero la misura delle chiappe della vostra vicina d’ombrellone? Io no. Mi ricordo l’arietta, l’odore di olio al cocco, il rumore delle onde, i baffi sudati, la sedia del bar che si appiccica mente mangi il Cornetto, ai bagni 57 è stata ritrovata una bambina con costume rosso che risponde al nome di Lucia, venitevela a prendere.

Mi ricordo la sensazione meravigliosa di non aver niente da fare, le gocce di acqua salata che cadono dai capelli e bagnano il numero nuovo di Topolino, aspettare il tramonto, impanarsi di sabbia e crema. La birra Mythos nei bicchieri ghiacciati. Il collo del piede ustionato, il silenzio immenso del dopopranzo.

Io sono sempre pronta per la prova costume, perché – sempre – non vedo l’ora di andare in vacanza. E ci vado sempre con lo stesso, benedetto corpo, che sopporta i miei sfaceli con pazienza e resiste alle intemperie, e fa in modo che io faccia tutto quello che mi piace, quando voglio farlo.

Qualunque sia il nostro corpo, direi che è il caso di ficcarlo in un cazzo di costume senza paranoie, e goderci la vacanza – che sia di un giorno o di tre mesi – senza romperci troppo le palle a contare i buchi di cellulite. Perché tutte le paranoie del mondo non valgono la magica sensazione della sabbia calda e dell’acqua fresca, del venticello di promesse e brividini, della goduria suprema del fondo del calippo che ti si rovescia fra le tette a tradimento, richiamando orde di tafani.

I tafani ci amano e ci desiderano per quello che siamo: nude e zuccherate. Impariamo da loro, signore mie.

E se va bene a me, buon bikini a tutte.

 

Come dice Bill nell’ultimo capitolo di It

Ho passato circa i primi 25 anni della mia vita senza andare ai funerali.

Non che andare ai funerali sia questo spasso per il resto delle persone – anche se, oddio, uno non può mai sapere – ma nel mio caso di trattava proprio di un rifiuto programmatico che mi sono potuta in qualche modo permettere, per tanto tempo.
I Nelli non mi hanno mai forzata, e di questo sono loro grata: mi sono persa funerali importanti, su tutti quelli di entrambi i nonni paterni, ed ero già grande, avrei potuto esserci.

Non erano solo i funerali, che evitavo.

Quando mia nonna ha cambiato casa in montagna, e tutti sono andati a dare una mano al trasloco, io mi sono dileguata nella nebbia fischiettando.

Non erano solo i diciassette anni e la voglia di far un cazzo, a spingermi: era la consapevolezza che quella che si stava smontando, più di ogni altra, era per me la casa dell’infanzia, il luogo privilegiato dei ricordi, delle estati. Delle ginocchia sbucciate e dei capelli d’angelo al sugo di pomodoro. Del rapporto esclusivo con la nonna, prima che arrivasse l’invasione delle altre marmocchie. Il corridoio che ancora adesso percorro in sogno, le stanze che nella mia memoria posso rivedere intatte, forse adesso non avrebbero quella nitidezza perfetta, se avessi contribuito a farne scatoloni. Non lo so.

La memoria è un meccanismo misterioso, emotivo, quasi una persona che mi vive dentro e che non sempre riesco a tenere a bada.

Io per tanti anni, per ben più di metà della mia vita, mi sono messa nella condizione di non dire addio a niente. Di chiudere gli occhi e voltare la faccia anche davanti a certe cose ineluttabili, sapendo, consapevolmente, che c’erano e accadevano, ma anche facendo un po’ finta di niente, lasciando uno spiraglio in cui niente era davvero successo, niente era davvero per sempre.

Ancora adesso non sono brava con gli addii, nemmeno quelli temporanei. Quando la signora Gattini è partita per il Michigan, l’ho abbracciata e le ho detto ciau ci sentiamo, esattamente come faccio adesso che ce l’ho a mezz’ora di macchina.
L’Orso singhiozzava stringendo al petto una foto del Sauro – di cui è orgoglioso padrino – e io lo guadavo con occhi di pietra, in pieno stile Regina delle Nevi, mio role model fin dalla più tenera età. Sembrava un film di Amedeo Nazzari ambientato in un ameno quartiere residenziale pinerolese.

Se c’è una cosa che la letteratura mi ha insegnato, signora mia, e adesso che sono vecchia e saggia posso dirlo con una certa credibilità, è che c’è bisogno di un finale.

Quando giri l’ultima pagina, quando chiudi la copertina e la accarezzi – io che sono feticista la accarezzo – sai che quella roba lì non la perderai, sarà ancora con te. Avrà echi e voci che ti ritornano quando meno te la aspetti. Ne parlerai. Racconterai quella storia che è stata così importante. Avrai detto addio a quei personaggi, ma ne avrai memoria. Saranno ancora con te.

E mi piace pensare che per le situazioni, e le persone, valga lo stesso. Che per quanto orribili e dolorosi possano essere stati certi addii, certi funerali, certi traslochi, non inquineranno poi, alla fine, quello che ti resta.

Come si dice Bill Denbrough nell’ultimo capitolo di It: sii coraggioso, sii valoroso, resisti.

Giovedì 19 maggio parlo di un altro libro che mi ha lasciato un segno: si tratta di Chi manda le onde, di Fabio Genovesi. Anche lì dentro ci sono perdite, crescita, chiusure di capitoli letterali e figurati. Ne parlo per i giovedì di Zandegù e spero di essere brava, a raccontare quella storia e i significati che mi ha lasciato. Dopo ci sono anche i dolcetti. Se siete curios* di sapere che cosa c’è in quel romanzo secondo me, se anche voi l’avete amato e volete approfondire il discorso, insomma, se vi va, ci vediamo lì.